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L'apicoltura

naturale, semplice e di successo


di Johann Thür, Apicoltore

Titolo Originale Bienenzucht. Naturgerecht einfach und erfolgsicher di


Johann Thür, Imker (Vienna, Gerasdorf, Kapellerfeld, 2a ed., 1946)

Tradotto da Nicola Savio (http://ortodicarta.wordpress.com)

da una traduzione di David Heaf (http://warre.biobees.com/index.html)

Illustrazione di Noemi Zago (http://ortodicarta.wordpress.com)

Parte 1
Lo Sviluppo

La regola della ritenzione dell'atmosfera e del calore: la


base della salute, dello sviluppo e della produzione

Per potersi sviluppare e produrre le api dipendono interamente dal calore. Importante tanto
quanto le fonti di nutrimento.
Ricerche hanno provato che le api necessitano di diversi livelli di temperatura. Durante il
periodo invernale, in assenza di covata, la temperatura media al centro del nucleo si stabilizza sui
22°-25°C. Durante il resto dell'anno la temperatura viene mantenuta a 34°-35°. Per “maturare” il
miele viene portata fino a 40°C.
La temperatura dell'aria circostante è, invece, decisamente inferiore. Le api e la covata, essendo
essenzialmente prive di una propria temperatura corporea, devono produrre il calore necessario per
ridurre la differenza durante tutto l'arco dell'anno, primavera, estate, autunno, inverno. Il miele è il
carburante che gli permette di generare questo calore necessario. Miele che viene consumato in
grandi quantità, quantità superiori alle loro semplici necessità fisiologiche nel processo di
“riscaldamento”. Per esempio: in una situazione naturale di favo protetto il consumo invernale di
miele, nei sei mesi che trascorrono tra il 1° ottobre ed il 1° Aprile, si attesta circa su 2 chili, mentre
nelle arnie classiche, caratterizzate da un alto grado di dispersione, sono necessari dai 6 agli 8 chili.
Quest'eccesso di consumi nei sei mesi invernali di, mediamente, 5 chili a colonia è essenzialmente
dovuto alla necessità di mantenere la temperatura minima essenziale. Per utilizzare in maniera
efficace ed efficiente la costosa, fondamentale e vitale risorsa del calore prodotto la natura ha fatto
si che le api, un superorganismo comprendente la colonia e i favi, potessero trattenerlo, controllarlo.
Il calore trattenuto nell'arnia è composto da aria calda ricca di componenti aromatiche e, quindi,
priva di germi, in grado di sopprimere cariche batteriche patogene e limitare lo sviluppo di malattie.
Il centro focale dell'effetto complesso di riscaldamento culmina nella regola della
ritenzione delle componenti aromatiche e del calore
Visto che la dispersione delle componenti aromatiche e del calore comporta un aumento del
consumo delle scorte e uno sforzo ingiustificato da parte delle ape e causa, fino ad oggi,
l'inesplicabile esplosione di patologie a rapida diffusione, come la Nosema, che tanti danni
procurano all'apicoltura, è di fondamentale importanza che si inizi a prestare attenzione alle
questioni inerenti la preservazione del calore e dell'atmosfera interna alle arnie. Questa è divenuta
una necessità ancora più pressante dal momento in cui la cultura dell'apicola, dall'invenzione
dell'arnia a telaino, ha determinato uno sviluppo in diretto contrasto con le regole naturali della
ritenzione del calore e delle essenze aromatiche. I telaini e le arnie che li utilizzano interferiscono
con il naturale sviluppo dei favi e, conseguentemente, con i meccanismi di ritenzione. I sistemi di
selezione contemporanei non hanno quasi nulla a che fare con questi meccanismi.
Nel 1936 Weippl scrisse in Bienen-Vater (Apicultore): “I favi nei tronchi cavi, casa delle api fin
dai tempi della Creazione, così come nei “bugni” sono fissati alle pareti della struttura. Ogni
corridoio tra i favi crea uno spazio chiuso, come in una stanza. Questo limita non solo la dispersione
del calore ma regola l'umidità interna (troppo secco-troppo umido) ed evita l'eccessivo consumo di
scorte.” A questo io aggiungerei: se alle api non viene permesso di di costruire i favi fissandoli a
tutti i lati, loro chiuderanno questi spazi con “ponti” di cera. L'aria calda non si disperde verso il
basso essendo più leggera ed è trattenuta ai lati e nella parte superiore dei cul-de-sac nei favi
naturali. Solo l'aria utilizzata dalle api si disperderà verso il basso, appesantita dall'anidride
carbonica, attraverso il fondo aperto dei favi e scambiata con aria fresca di ricircolo. Le aperture
inferiori dei favi possono essere viste come la bocca di un singolo apparato respiratorio che, grazie
all'opera di sigillatura dei lati da parte delle api, inspira ed espira la giusta quantità di aria limitando
la penetrazione eccessiva di aria fredda.
La regola della ritenzione del calore e dell'atmosfera interna negli interspazi dei favi è così
raffinata ed adattata ai sistemi naturali che permette alle api di vivere in favi costruiti all'aria aperta,
ammesso che possano modellare la struttura protettiva senza che siano disturbate dall'apicoltore,
che siano presi di mira da predatori o da danni esterni.
Rimane comunque indubbio che, anche nell'arnia più ingegnosa che utilizzi i telaini, per quanto
le pareti possano essere spesse, le api non potranno prosperare se la regola della ritenzione non
potrà essere applicata tra i favi. E l'apicoltura artificiale, con i suoi telaini, è ben lontana da
soddisfare le condizioni minime di applicazione.
Da quando sono stati inseriti i telaini, circa cent'anni fa al momento in cui scrivo, gli apicultori
si sono lentamente spostati verso questa tecnologia. Questo ha segnato una svolta epocale nella
cultura e nel rapporto tra l'uomo e le api. L'apicultura naturale, portata avanti con successo dall'alba
dei tempi in maniera semplice, anche se laboriosa, con strumenti naturali e disarmata grazie ad
un'approfondita e specialistica competenza è stata eclissata dall'apicoltura artificiale e dall'uso dei
telaini.
Le competenze, proprietà in passato di un numero limitato di persone, e l'apicoltura naturale si
sono perse lasciando il passo agli errori più lampanti ed alla disinformazione che ha accompagnato
la commercializzazione dei telaini. Gli stessi telaini facilitano l'intrusione nei segreti delle api e
permettono la continua creazione di nuovi concetti, punti di vista, progetti per arnie e metodi di
gestione. La semplicità della natura è stata rimpiazzata dalla molteplicità, dalle contraddizioni
avviluppate nell'artificiale e gli apicultori, senza parlare di quelli alle prime armi, non son opiù
messi in grado di trovare la propria strada. La ricerca di nuovi tipi di arnie e metodi di gestione è
continuato ininterrottamente dimostrando in maniera evidente come nessuno fosse soddisfacente.
(Tutti mancavano di qualcosa: la regola della ritenzione del calore e dell'atmosfera interna). Ogni
apicultore sostiene che la sua sia la migliore delle arnie possibili ammesso che vi rimanga fedele a
lungo. In ogni caso le conseguenze dell'adozione delle arnie a telaino mobile sono quasi
completamente ignote visto che gli apicultori moderni, quasi senza eccezioni, non hanno più la
minima conoscenza delle necessità naturali delle api.
L'elemento vitale, la preservazione della temperatura e delle essenze interne all'arnia, è stato
fondamentalmente distrutto dall'arnia a telaini che disperde calore e umidità a causa dei lati
“aperti”. Le evoluzioni catastrofiche di questa apicoltura artificiale dovrebbero portare al
riconoscimento che tutte le arnie a telaino mobile sono in contrasto con lo sviluppo naturale e
quindi inutili. L'evidenza del fatto che le piccole api abbiano bisogno di calore dovrebbe essere
talmente radicato in noi da rendere palese l'importanza della preservazione della temperature e
dell'atmosfera interna alle arnie e tutti gli strumenti adoperati dovrebbero essere sottomessi e
studiati a questo scopo. Gli sviluppi successivi, la fase dell'apicoltura artificiale, ci hanno condotto
su una strada pericolosa allontanandoci dagli scopi originari.
E' una realtà incontrovertibile che, con l'inserimento delle arnie a telaino mobile e la loro
mancanza di considerazione per la conservazione di un'atmosfera libera da patogeni e una
temperatura adeguata, le malattie delle api si siano sviluppate in maniera esponenziale. Da quel
momento queste epidemie sono diventate un fenomeno costante ed irrisolvibile – una su tutte la
Nosema che nella sola Germania ha ucciso 800.000 famiglie secondo le ultime statistiche. Negli
USA è stata condotta una fallimentare campagna con ingenti finanziamenti contro la peste. Nel
1932, in Russia, nelle 18.000 colonie analizzate tutte sono risultate infette da Nosema in tutti gli
stadi. Alla conferenza di apicoltura di Karlsbad del 1936 un'attenzione particolare fu portata al
metodo di gestione ed alle arnie di Gerstung che segnavano la definitiva scomparsa delle vecchie
arnie a favo fisso. Contemporaneamente nello stesso incontro si sottolineava come, negli anni
precedenti, le patologie stessero prendendo piede e portando ad una notevole riduzione delle
raccolte anno dopo anno. Anche in altri paesi dove erano state inserite le arnie a telaini si notavano
le stesse problematiche. Per contrasto, nei paesi in cui l'apicoltura naturale era ancora forte, le
colonie venivano descritte come sane e con raccolti soddisfacenti.
Non dovrebbe suggerirci qualcosa tutto ciò? In cerca di aiuto le voci isolate che proponevano
un “ritorno alla natura” venivano offuscate e lasciate cadere nel nulla poiché interpretate come un
semplice ed acritico ritorno alle primitive condizioni dei nostri padri. Il fatto che a quei tempi si
raccogliesse miele in eccesso tanto da rispondere non solo alla richiesta generale di dolcificanti ma
anche per alcuni sottoprodotti, maggiormente bevande come l'idromele, viene sottovalutato o
minimizzato affermando che il calo delle rese è da imputare alla diminuzione di fonti di
foraggiamento. Sicuramente ci sono state delle alterazioni portate dal complesso agricolo ma la
“fioritura”, come sistema eterno naturale, rimane ed incredibili quantità di nettare probabilmente
seccano ogni anno poiché, non tutto, viene raccolto.
Venti anni fa, alla conferenza di apicoltura di Vienna del 1925, Weippl, consulente economico
e, all'epoca, direttore della Scuola Austiaca di Apicoltura, tenne una lezione in cui disse tra le altre
cose:
Continuamente in lezioni e sulla stampa di settore si fa riferimento alle colonie di api
selvatiche completamente autosufficienti senza nessun tipo di intervento, sia questo attraverso
l'alimentazione forzata, i fogli cerei, i telaini o altri tipi di cura. Loro prosperano
tranquillamente mentre, se le tesi attuali fossero corrette, sarebbero dovute essere morte tutte
già da tempo.
In definitiva la foresta, casa assegnata alle api selvatiche fin dal giorno della Creazione, è
l'habitat più appropriato, molto meglio di qualsiasi ingegnosa e perfettamente realizzata arnia.
E' il tronco “morto”, in decomposizione al suo interno, e quindi estremamente ben isolato ed
in grado di trattenere il calore, che non diventa eccessivamente umido, impenetrabile al calore
estivo, in cui i favi possono essere ancorati a tutte le pareti e non lasciati sospesi come gocce
nei telaini, ovviamente non la situazione migliore per gli apicoltori ma sicuramente la casa più
adatta per le api. Le condizioni di esistenza delle api selvatiche nei boschi sono sicuramente
migliori di quelle addomesticate e gli svantaggi di quest'ultime potranno al massimo essere
parzialmente, ma mai completamente, rimossi dalla più attenta ed oculata gestione, dalla
migliore protezione e dalla nutrizioni qualitativamente più adatta.

Queste attente e corrette osservazioni non portarono, però, alcun frutto poiché né Weippl né
l'intero corpo degli apicoltori presenti furono in grado di trovare una soluzione – eppure era così
vicina!
Per riassumere, io sostengo che l'innaturalità delle arnie con i telaini consista in questo: lo
spazio che si viene a creare sui lati dei favi, aperti su tutti i lati permette all'atmosfera interna
dell'arnia di dissiparsi e, con lei, le essenze antibiotiche e antisettiche di cui è ricca. I melari vuoti
posti al di sopra dell'arnia accentuano questa problematica. Ogni qual volta se ne aggiungano, il
problema aumenta e quando l'arnia viene aperta nella parte superiore tutto il calore e le essenze
scappano fuori dall'arnia. Sicuramente nelle colonie selvatiche si possono riscontrare favi lunghi
anche un metro ma mai favi vuoti sopra le celle di covata.
Il ripetuto calo di temperatura causato dall'uso dei telaini significa un conseguente aumento del
consumo delle scorte. Questo vuol dire un alto fabbisogno di miele che non sempre può essere
sufficiente nel caso ci dovessero essere bruschi cambiamenti climatici e può risultare in abbandono
della covata, focolai di infezioni e malattie. Api distrofiche, lento ricambio generazionale, sviluppo
rallentato, aumento di “grumi” di api dedicate al riscaldamento dell'arnia, limitatezza del numero di
foraggere sono, comunque, tutte conseguenze inevitabili anche con la miglior gestione e cliam
favorevole, e riducono il raccolto.
Il calo della temperatura interna può causare la cristallizzazione delle scorte invernali e
l'aumento significativo della produzione di calore si traduce in una innaturale necessaria
introduzione di alimentazione forzata in forma di zucchero, irresponsabile fardello economico a
carico dell'attività di apicoltura. Il prematuro esaurimento delle colonie, inoltre, rallenta lo sviluppo
primaverile con ricadute sulla catena della diminuzione del foraggiamento.
Gli spazi non protetti tra i favi permettono al caldo e all'umidità invernali di passare
dall'ingresso dell'arnia ai favi stessi appesi liberamente come cortine del teatro. Il calore del nucleo
che fluisce attraverso le fenditure dei telaini si disperde formando condensa, muffa ecc..., mentre la
fondamentale atmosfera interna si disperde dal nucleo. Che utilità possono avere le migliori
coperture invernali o chiusure più salde quando le api e le loro scorte rimangono comunque
sovrastate da spazi vuoti che permettono al freddo ed all'umidità di infiltrarsi modificando la
temperatura del nucleo? Nelle arnie a telaini le api non possono essere protette da nessuna delle
precauzioni prese dall'apicoltore e nemmeno il più illuminato di essi è minimamente in grado di
concepire cosa sono portate a sopportare le api in queste condizioni. Ma questo genere di disturbo è
una realtà ignota ai favi naturali. Già solo queste due indicazioni dovrebbero portarci
all'eliminazione della arnie artificiali ma la comunità degli apicoltori, purtroppo, si è lasciata
convincere dall'apparente successo che hanno raggiunto.
Il coronamento del lavoro di distruzione si è compiuto con il componente più amato dagli
apicoltori: il melario! Non è mai abbastanza grande, mai abbastanza pieno e non lo si apre mai
abbastanza, senza curarsi del fatto che ogni cella vuota collabora a dissipare il calore disperdendolo
lontano dal nucleo.
I cosiddetti melari contraddicono la struttura naturale dei favi, il concetto architettonico delle
api, il loro istinto ed il dimensionamento delle colonie che, in natura, segue uno sviluppo dall'alto
verso il basso o dal fronte verso il retro e mai il contrario. Le api si lasciano gestire con riluttanza in
un sistema a melari a cui vengono spesso forzate attraverso azioni assolutamente innaturali come lo
spostamento della covata. Le api percepiscono come malsane queste operazioni e cercano di
diminuirne l'impatto. I loro sforzi iniziali sono volti a collegare i favi nel melario con quelli di
covata attraverso ponti di cera in modo da ridurre il disturbo termico creato dall'interruzione dei
favi. Si da per certo che gli apicoltori più “ordinati” non sopportino questo tipo di “disordine” e li
rimuovano in modo da restituire ai telaini la loro mobilità che ne sarebbe altrimenti danneggiata,
persino nei corsi di apicoltura viene insegnato ad eliminare queste “irregolarità” di costruzione.
Questo tipo di interventi negano persino le basi più elementari e primitive della natura delle api.
E' un grido di aiuto che cerca risposta. Le api cercano di riempire anche i vuoti tra le top bar ed il
“cuscino” (Nelle arnie Warrè il cuscino o “quilt” è una cassetta posta alla sommità che simula il
legno in decomposizione del tronco nella parte superiore dei favi naturali n.d.t.) nel tentativo di
minimizzare la dispersione del calore in modo da riavvicinarsi alla regola della ritenzione. Ma gli
apicoltori con la loro incapacità di comprendere supportata da insegnamenti errati continuamente
rimuovono questi riempimenti.
E' vero che questi ponti di cera limitano la mobilità interna all'arnia, quindi si può sostenere che
la struttura delle arnie sia sbagliata. Le api non possono diventare qualcosa di diverso da quello che
sono, sarà quindi l'apicoltore a doversi modificare alle immutabili leggi della natura – prima su tutte
la regola della ritenzione dell'atmosfera e del calore interno – costruendo arnie adeguate.
I possibili danni qui presentati ne sono una prova inoppugnabile.
Il fallimento nel riconoscerne le origini giustifica di per sé l'assunto che i telaini con i loro spazi
vuoti su tutti i lati, in grado di dissipare velocemente il calore, siano la maledizione degli apicoltori
e ha dato origine allo sviluppo di tutte le arnie a telaino. La tecnologia è andata fuori strada e potrà
solo portare l'apicoltura al fallimento.
Dall'ingresso delle arnie a telaino le api e gli apicoltori sono rimasti impotenti di fronte al
collasso della nobile arte dell'apicoltura che, in ultima istanza, porterà alla diminuzione della
coltivazione di piante da fiore. Questa è una delle grosse responsabilità degli apicoltori.
Ma c'è una via di uscita!
Nel sistema di costruzione naturale dei favi da parte delle api, sistema sviluppatosi in migliaia
di anni, in cui favi e contenitore formano un'unità chiusa, in cui la regola della ritenzione del calore
e dell'atmosfera governa e protegge, risiede il segreto di una colonia sana in grado di produrre anche
senza interventi – neanche la gestione da parte degli uomini o la somministrazione di zuccheri. E' lì
che si può individuare una soluzione!
Il suo culmine è la regola della ritenzione dell'atmosfera e del calore in grado di infondere la
vita al sistema.
Apicoltori: imparate a leggere il libro della natura! Li, scritto a caratteri cubitali, ci sono le sagge ed
immutabili leggi della creazione. Seguirle, applicarle e supportarle al momento giusto dovrebbe
essere il comandamento fondamentale dell'apicoltore, così che la bevanda degli dei, il nettare che
scorre dalla cornucopia della benedizione diventi puro miele.

Parte II
La nuova arnia naturale sezioni removibili
“L'arnia a scomparti con favi naturali”

Circa 200 anni fa il predicatore di Nassau, Christ, mise in distribuzione l'arnia a scomparti che
portava il suo nome, arnia che apparentemente viene utilizzata ancora oggi (1945) in diverse
località.
La cosa fondamentale nella sua struttura sono gli scomparti di 28x28X14 cm equipaggiati di
favi, fondo removibile e una sorta di tetto a scatola per chiuderla. Il numero di scomparti utilizzabili
è definito dalla “forza” della colonia in ogni momento dello sviluppo e vengono aggiunti
inserendoli nella parte inferiore dell'arnia. Al momento apice del flusso di nettare si può arrivare
fino a 7 scomparti. 200 anni fa l'arnia di Christ era un'arnia trasportabile a scomparti mobili in cui la
regola della ritenzione del calore era scrupolosamente osservata. Christ stesso valutò che la
produttività della sua arnia fosse cinque volte tanto quella dei bugni in paglia.
L'arnia a scomparti con favi naturali
In effetti questo tipo di arnia fu un colpo di genio. Gli scomparti richiedono quattro assi
stagionate, inchiodate tra di loro e otto stecche di legno che facciano da supporto ai favi. Gestirle
non necessita di nessuna particolare competenza o complessa operazione, fondamentalmente si
tratta di inserire scomparti vuoti dal basso e prelevare gli scomparti pieni al termine del massimo
periodo di foraggiamento. Le normali operazioni annuali erano svolte con poche manipolazioni e
nel modo più semplice ed economico. Un sistema superiore ed efficace di apicoltura naturale era
possibile, libero da azioni di disturbo ed intrusioni. Christ portò avanti con successo una campagna
contro l'utilizzo dei bugni in paglia che comportavano l'asfissia della colonia con lo zolfo o di quelle
pratiche che portavano ad avere il raccolto sparso in varie arnie costruite in maniera inappropriata,
senza rispetto per la regola della ritenzione, e quindi in grado di sviluppare e diffondere malattie. A
proposito delle malattie stesse, Christ scrisse che lui non riconosceva nessuna malattia reale delle
api. Raccomandava che: “ le persone tengano solo colonie popolose a cui vengano lasciate ampie
scorte di miele. In questo modo rimarranno estranee alle infezioni. Il cibo da loro stesse prodotto
estraendolo dalla miglior linfa delle piante e dei fiori le proteggerà completamente dalle malattie”.
Ma secondo le parole di Schiller: “ Non abbiamo legami eterni con le forze del fato...” risultano
ancora più vere se applicate a quest'arnia. Venne spazzata dalla marcia del progresso. Dopo 100
anni i telaini resuscitarono, monopolizzarono l'ammirazione della comunità degli apicoltori e
spazzarono via qualsiasi cosa si opponesse al loro sistema, tra cui anche l'ottima arnia di Christ.
Se vi fermate a ragionare sulle richieste in termini di competenze, equipaggiamento, interventi
e lavoro, sulla frequenza dei fallimenti e le quantità di zucchero adoperate per l'alimentazione
forzata i capelli vi si rizzeranno sulla testa e vi troverete a riconoscere con chiarezza l'errore
evolutivo a cui ci ha condotto, da allora, lo sviluppo.
L'arnia di Christ permise, inoltre, di contribuire alla ripresa dell'apicoltura riportandola ad
ottimi livelli dopo che era stata praticamente spazzata via dalla Guerra dei Trent'anni.
Guardando oggi, 200 anni dopo Christ, con rispetto ed ammirazione dovremmo fare inmodo
che qualcosa di simile accada nelle nostre terre così afflitte ed impoverite dalla guerra. Questa è la
nostra ora del bisogno : “questo semplice e proficuo sistema di arnie dovrebbe sostituire il costoso,
artificiale sistema di apicoltura che è degenerato in una forma di hobby”.
I piccoli proprietari ed i contadini in grado di curare le api dovrebbero essere appoggiati
nell'utilizzo di queste semplici arnie che potrebbero essere facilmente autocostruite, senza costi
gravosi per materiali, senza competenze specifiche, soldi o lavoro, senza macchinari o gadget,
senza la necessità di utilizzare zucchero o fogli cerei, in maniera naturale.
Queste caratteristiche non sono riscontrabili in nessuna delle arnie attualmente utilizzate.
Anche le arnie in paglia, che vennero prontamente adottate, furono eliminate perché non in grado di
ospitare nuclei delle dimensioni attuali. Il loro spazio-ape è insufficiente a contenere una colonia
forte che si troverebbe a sciamare. Nel caso non sciamasse probabilmente sarebbe segno di
problemi nello sviluppo.
L'operazione, spesso raccomandata, di aggiungere un melario vuoto sopra all'arnia in paglia
risulta innaturale e pericoloso poiché il calore verrebbe spostato nello spazio vuoto lasciando la
covata “al freddo”. Inserire una cassetta di sotto incoraggia l'istinto naturale a spostare la covata
sotto l'arnia in paglia che verrà utilizzata per immagazzinare il miele, impedendo che venga usata
come “casa”. Questi sistemi che venivano raccomandati sono antieconomici e negativi. L'unico
sistema per la raccolta del miele, l'asfissia con zolfo, è pratica barbara e non sostenibile. Il tagliare i
favi per asportarli è dannoso e complesso. Ma l'arnia componibile di Christ ci presenta un modello
sostenibile ed ampiamente sperimentato. Con alcuni piccoli accorgimenti può permetterci di
raggiungere i nostri scopi:
“Il fondo privo di telaini deve possedere: un'apertura di volo regolabile con un piano di
atterraggio; lo spazio tra il fondo e la scatola deve comprendere 6 cm di spazio libero da favi in
modo che rimanga per la costruzione delle “catenelle” da parte delle api, per le api giovani dedite
alla pulizia e per le foraggere per riposarsi. Queste, insieme, formano un efficace e flessibile
regolatore della temperatura dell'arnia. A questo fondo ne può essere aggiunto eventualmente un
secondo per l'inverno. Verso il fondo, per tutta la larghezza, una finestrella chiudibile permette un
attento controllo della colonia in qualsiasi momento senza creare disturbi anche in inverno.
Ogni scatola dovrebbe avere dimensioni interne di 28x28x14 cm, dimensioni da rispettarsi
rigorosamente per molti motivi. Lo spessore delle pareti dovrebbe essere almeno di 2 centimetri.
Sulla sommità devono essere poste 8 barre per la costruzione dei favi, di 2 cm di larghezza e 6 mm
di spessore, incastrate in scansi ad una distanza adatta alle api in modo che la parte superiore della
scatola sia assolutamente in piano.
Una scatola completa di tetto a tenuta d'acqua conclude la struttura.
Normalmente vengono utilizzate tre scatole o scomparti. Le api ne occupano due, la terza
diviene il magazzino delle scorte di miele. Lo spazio creato da due scomparti sovrapposti completi
di favi compreso in uno spazio cubico di 28x28x28 centimetri ospita 8 favi costruiti naturalmente in
grado di mantenere la temperatura e l'atmosfera interne. Questo spazio include 60 decimetri quadri
di superficie di favi ossia circa 50,000 celle. L'equivalente di sette porta-favi Austriaci. Le barre
intermedie, tra una scatola e l'altra, incorporate nel favo dalle api rinforzano in maniera efficace la
struttura. Lo spazio interno corrisponde alle dimensioni sferiche dei un nucleo di api raggruppate ed
è il più economico da impiegare. Uno spazio per la covata di 28x28 cm che si estenda per due
scatole coprendo una superficie di 7,5 decimetri quadri è, per prova e sperimentazione, la
dimensione ideale in cui ascrivere la sfera del nucleo. Insieme al fondo ribassato il volume totale
delle due scatole è di 26 litri, identico ad una grande arnia in paglia. Le due scatole sono
sufficientemente grandi da poter ospitare la colonia durante l'inverno fino all'inizio della
pollinazione per la raccolta delle scorte e per lo sviluppo di una covata sana in grado di dare origine
ad una regina sana.
La terza scatola posizionata, vuota, al di sotto delle altre due nel momento giusto, in primavera,
offrirà spazio sufficiente per lo sviluppo della colonia. Riempirla con i favi comporterà la
produzione di 300 grammi di cera che corrispondono a quella raccolta dalle arnie mobili a telaini,
produzione che soddisferà in maniera naturale l'istinto delle api alla costruzione delle api. L'idea
generalmente diffusa che la costruzione naturale dei favi senza fogli cerei dia come risultato la
produzione massiccia di celle da fuchi è una sciocca favola che viene ripetuta in maniera acritica e
meccanica. Se fosse vero le colonie allo stato selvatico sarebbero ormai da tempo formate quasi
esclusivamente da fuchi. Solo uno spazio non adeguato comporta la sovracostruzione di celle da
fuchi. Le api ovviamente si espando in accordo con il loro sviluppo nelle scatole inferiori spostando
di conseguenza le celle di covata. Sono assolutamente in grado di organizzare lo sviluppo dei favi e
della colonia e, sicuramente, non hanno bisogno di fogli cerei o dell'intervento dell'apicoltore.
La cassetta nella posizione più alta diventerà automaticamente un melario mentre le api
sviluppano la colonia spostandosi verso il basso e conterrà circa 10Kg di miele in surplus.
Continuare ad aggiungere cassette nella parte inferiore seguendo la necessità della colonia
permetterà di dare spazio allo sviluppo delle api ed a un raccolto di maggiori dimensioni.
L'arnia di Christ sta avendo una sua riscoperta nella nuova forma di arnia a favi naturali e
sezioni removibili che soddisfa appieno le richieste, specialmente quelle legate alla ritenzione del
calore e delle essenza aromatiche presenti all'interno della colonia nella loro completezza e
efficacia, assumendo, in questo modo, il ruolo di arnia perfetta per i nostri tempi e per la miglior
qualità e produzione.
L'apicoltura a favi naturali e sezioni removibili non è un ritorno al passato ma un opportuno
progresso che si adegua ai ritmi naturali e si basa su successi comprovati evitando tutto ciò che si
oppone alla natura.
Per contrasto strane mode hanno ucciso l'apicoltura artificiale che è così degenerata in una sorta
di hobby. In questa apicoltura le regine vengono selezionate artificialmente in incubatrici artificiali.
Lei verrà probabilmente accompagnata nel suo volo di accoppiamento da un corteo di soggetti per
lo più estranei. Ogni maschio della sua stessa colonia verrà tenuto debitamente a distanza e, in un
luogo isolato, un fuco scelto dall'apicoltore, alieno alla colonia della regina, le vine imposto
negandole la libera scelta del fuco più adatto. La regina sarà costretta a portare una marchiatura
innaturale sulla schiena per tutta la vita legando il suo ruolo naturale all'intervento dell'apicoltore.
Attraverso un asettico calcolo di utilità la vecchia regina verrà rimossa e uccisa prima del ciclo
naturale degli eventi creando sofferenza alla colonia. Un prolungato lamento, udibile anche a
distanza, ci comunica questa sofferenza. E, prima che la colonia ritorni alla sua routine quotidiana,
prima che riesca a rimpiazzare la regina secondo i ritmi naturali, l'apicoltore impone il suo artefatto
di regina, senza nessuna prova della sua sostenibilità e della sua adeguatezza, supportata solo dalla
convinzione del successo dell'apicoltore. Spesso le api perdono la pazienza e rigettano ai piedi
dell'apicoltore questo sangue reale ma, nel caso questo non accadesse, e la regina venisse accettata,
questo accade nella totale ignoranza e menefreghismo di fenomeni naturali ancora in gran parte
sconosciuti. Sappiamo solo questo: che questi metodi non sono naturali e che l'intervento umano
portato avanti in questo modo genera solo successi limitati e pesanti degenerazioni.
Nelle arnie artificiali – una gioia per gli apicoltori, un inferno per le api – il nucleo viene
spostato, diviso, riarrangiato, chiuso al centro, compattato o separato, spesso senza motivo o
comprensione degli effetti. Si – è tutto più facile e conveniente con i telaini!
E ad un'innovazione ne segue sempre un'altra. E quindi ecco l'alimentazione forzata,
l'alimentazione da riempimento, l'alimentazione d'emergenza. I fuchi, veri e propri condizionatori
dell'umore, vengono uccisi a centinaia nelle loro celle negandogli il cibo. Il miele viene considerato
come una sostanza fondamentale per la salute dei bambini e dei malati ma per le api, questi delicati
organismi, si provvede a dare zucchero convinti che possa essere meglio del miele. Principi
innaturali ed arnie artificiali vengono imposte alle api. Le necessità naturali, soprattutto quella della
vitalizzante preservazione del calore e dell'atmosfera interna, sono valutate come inconvenienti per
l'apicoltore. Non fosse così si troverebbe a dover gettare alle fiamme le sue arnie a telaini che tanto
care gli sono. Anche se l'apicoltore ha un attenzione al calore preferisce scaldare le arnie
elettricamente o avvilupparle in stracci inadeguati come fossero barboni.
I Gadget di cui ha bisogno riempiono cataloghi interi. I modelli e le variazioni della arnie sono
infinite. Il Comitato di Consulenza all'Apicoltura del Terzo Raich si trovò costretto nel 1940 a
mettere un limite a questo sviluppo interminabile. Basandosi sulla convinzione che nessuna delle
arnie esistenti fino a quel momento rispondesse a dei requisiti precisi, il Reich creò una nuova arnia,
la Einheitsblätterbeute, che comprendeva “solo” 74 parti mobili. Erano così convinti della
perfezione della loro “arnia standard” che misero fuori legge qualsiasi altro modello ed ogni
possibile evoluzione. Le necessità naturali delle api, così come la preservazione della temperatura e
di un'atmosfera priva di patogeni, non vennero prese in considerazione. Ovvio che le speranze
riposte in questo tipo di arnia vennero disattese. Il Reich dovette prendere atto del fallimento e in
due anni sviluppò tre nuovi progetti che vennero istallati in vari distretti nazisti, in località segrete,
per le sperimentazioni. Questi modelli rimasero sconosciuti alla comunità degli apicoltori e lo
rimarranno non essendo in grado di risolvere i problemi di base.
Non si può comunque negare che gli apicoltori che utilizzano le arnie artificiali siano persone
attente e premurose. Nessun prezzo e troppo alto per le loro care. Per le loro deprivate, deboli e
spesso malate bambine vengono create stazioni di quarantena, organizzati servizi di ispezione
sanitaria e ogni ape sospetta spedita ai laboratori per indagini approfondite. Ricerche, investigazioni
e test vengono condotti in tutto il mondo. Batteri sono stati riconosciuti e gli è stato dato un nome in
modo da poterli riconoscere dagli altri ma le cause delle patologie sono ancora circondate
dall'oscurità e molte colonie continueranno a morire, fino a... Si, fino a quando le persone non si
renderanno conto che queste piccole creature non sono in grado di prosperare in queste strutture
innaturali e che niente è in grado di rimpiazzare la preservazione dell'atmosfera “antibiotica” ed il
calore del nido.
Quando ci rendiamo conto di quale livello di conoscenza teorica viene richiesta dall'apicoltura
attuale solo per essere in grado di tenerla in vita artificialmente siamo costretti a riconsiderare
seriamente la possibilità di rientrare sui binari tracciati dalla nature.
Per contrasto, nelle arnie naturali a cassette mobili, l'intera operazione è portata avanti in
maniera semplice e naturale durante tutto l'arco dell'anno.
Iniziando dalla stagione invernale, le due cassette più in basso, completamente occupate dai
favi, vengono lasciate come dimora invernale dalle caratteristiche naturali. Le cassette superiori,
adoperate come immagazzinamento del miele, vengo prelevate come raccolto. Nel caso le cassette
fossero saldate tra loro da “ponti” di cera saranno facilmente separate facendo passare tra loro un
sottile cavo d'acciaio. La restante struttura andrà coperta per l'inverno e l'apertura d'ingresso ristretta
in modo da impedire l'accesso ai topi. Un fondo intermedio può essere posizionato se fosse
necessario. I favi saranno sufficientemente pieni di miele da garantire nutrimento fino alla
primavera seguente grazie alle dimensioni delle cassette, grazie al consumo molto limitato che
risulta dalla naturale preservazione del calore interno e per l'assenza di interventi da parte
dell'apicoltore.
L'unione dei favi naturali, della preservazione del calore e dell'atmosfera interna, permettono di
risparmiare zuccheri, inibiscono le malattie e, in primavera, si osserverà una colonia sana. Lo
sviluppo naturale ha luogo senza bisogno di interventi e, quando inizierà il periodo di pollinazione,
le colonie saranno pronte.
Le operazioni primaverili comprendono il rimuovere la copertura invernale ed il fondo
intermedio, l'ampliamento dell'ingresso e la collocazione di una cassetta nella parte inferiore. La
natura stessa darà l'avvio allo sviluppo della colonia attraverso le sue fioriture. Il miele viene
stoccato in tutte le celle vuote. Il cerchio della covata viene spostato verso il basso seguendo la
costruzione dei nuovi favi da parte della colonia e le api si sviluppano nelle cassette posizionate
nella parte inferiore. Le scorte nella parte superiore vengono costantemente riempite fino ad
occupare l'intera cassetta.
La covata, la costruzione e il foraggiamento si sviluppano naturalmente fintanto che il flusso
del nettare dura e fintanto che l'apicoltore provvede ad aggiungere spazio quando richiesto
posizionando cassette nella parte inferiore che, nel caso, può essere fatto con buon anticipo. La
sciamatura come reazione alla carenza di spazio è prevenuta grazie a questo continuo ampliamento.
Un continuo ribollire di vita riempie l'arnia; i fuchi ronzano dolci melodie amorose, dettando
l'umore. Armonia e produzione regnano ovunque libere dall'intervento dell'apicoltore fino a quando
il flusso di polline non cessa. La rimozione delle scorte in surplus alleggerisce le api di un'eccesso.
La copertura delle due cassette mantenute come residenza invernale e la restrizione dell'ingresso
chiudono le operazioni annuali dell'apicoltore, operazioni che non richiedono specifiche
competenze. L'occasionale recupero di uno sciame o il confrontarsi con emergenze estemporanee
possono essere facilmente apprese con la pratica o dal confronto con altri apicoltori.
L'estrazione del miele può essere fatta senza l'uso di una centrifuga ma semplicemente facendo
sciogliere i favi sopra una fonte di calore tenuta molto bassa, la cera si raccoglierà sulla superficie e
potrà essere rimossa quando fredda, sotto vi sarà il miele maturo che messo nei vasetti, chiuso e
conservato in un luogo asciutto si conserverà indefinitamente. I contenitori più adatti sono i
barattoli in metallo smaltati o quelli in ceramica. Nel caso si preferisse il miele integrale completo
del favo, ci si potrà evitare anche il lavoro di estrazione e confezionamento. Non c'è bisogno di dire
che, in ogni caso, i favi attaccati alle barre, una volta separati dalle pareti possono essere
centrifugati e riutilizzati nell'arnia.
Costruire questo tipo di arnia, possibilmente rispettando le dimensioni qui descritte, è
sicuramente possibile per chiunque avesse voglia di farlo e, se una minima attenzione gli viene
posta, soddisferà completamente sia le api che gli apicoltori. I piccoli agricoltori fanno sicuramente
cose molto più complesse. La cosa a cui prestare più attenzione sono le dimensioni interne di
28x28x14 cm e che gli angoli siano perfettamente di 90°. In nessun caso si dovrà comunque cercare
di utilizzare i telaini invece delle barre con questo tipo di struttura. Questo annullerebbe totalmente
l'effetto di ritenzione dell'atmosfera e del calore interno a causa dello spazio tra i telaini, cosa che
non può che portare effetti negativi.
Il materiale necessario per la realizzazione di quest'arnia è di 2 metri quadri di legno spesso
almeno 2 cm e può essere assemblato anche senza un progetto preciso utilizzando assi di recupero,
vecchi melari ecc...
L'arnia può essere popolata con uno sciame di dimensioni adeguate da istallare all'inizio della
stagione di maggior pollinazione e può considerarsi la spesa maggiore da affrontare. Non c'è
bisogno di fogli cerei sebbene l'applicazione di strisce di cera sulle barre possa essere d'aiuto ma
non fondamentale.
L'arnia può essere collocata all'aperto, in un posto soleggiato, tranquillo, protetto e riparato dal
caldo sole estivo, ad un'adeguata distanza dai vicini di casa. E' importante che l'arnia sia
perfettamente verticale.
La preservazione del calore e dell'atmosfera propria della costruzione naturale dei favi
permetterà di risparmiare sull'alimentazione a base di zucchero.
E quali profitti accompagnano l'apicoltura? Noi sappiamo che nell'apicoltura artificiale – e gli
apicoltori onesti lo ammetteranno – i costi, gli sforzi ed il lavoro collegati all'utilizzo dello zucchero
sono sproporzionati rispetto al raccolto medio e che i profitti attesi sono solo illusori.
Alcuni apicoltori fanno di testa loro, ma la maggior parte è composta da apicoltori che
costantemente utilizzano più zucchero di quanto miele raccolgono, che non raccolgono nulla e
mantengono esclusivamente le proprie colonie affamandole o acquistandone di nuove per
rimpiazzare quelle, che a causa loro, sono morte per malattie ed epidemie.
Se vi informaste sui guadagni netti della Scuola di Apicoltura Austriaca scoprireste che il
modello di gestione di questa istituzione, nonostante il nomadismo ed i buoni raccolti, quasi sempre
consuma più zuccheri di quanto sia il miele prodotto. Questo non è imputabile a chi segue gli apiari
– modelli per la formazione dei nuovi apicoltori. In questi centri di formazione all'apicoltura
moderna ed artificiale le informazioni principali da curriculum sono sulla selezione artificiale delle
regine, i trattamenti contro le infezioni e le epidemie causate dagli apicoltori stessi che,
considerandosi superiori alla natura si scontrano con essa... da qui l'insuccesso.
E quali sono gli scenari per un'apicoltura che si allei con la natura come nel caso dell'arnia a
sezioni removibili e favi naturali? Per ciò che riguarda il raccolto... ebbene si, dobbiamo fare
attenzione a non ciarlare a vuoto sull'argomento. Noi dovremmo dar via solo quello che, grazie alla
corretta istallazione della colonia, fatta nel rispetto della millenaria regola della ritenzione
dell'atmosfera e del calore che le ha preservate da sempre, assicurerà uno sviluppo duraturo ed un
raccolto al momento opportuno. E' estremamente raro che, durante una stagione, l'intero complesso
delle fioriture venga danneggiato dalle piogge. All'inizio della stagione di bottinatura una colonia
sana, anche in una zona di media produzione, è in grado di riempire un'intera sezione di miele in
eccesso rispetto alle sue necessità fisiologiche che ammontano a circa 60 chili. Questo surplus di
miele è di circa 10 chili e 250 grammi di cera. In zone ottimali con lunghe stagioni di bottinatura
queste cifre possono aumentare notevolmente.
Vista la variabilità di queste cifre è inutile prendere carta e penna per fare il calcolo 10 chili x
10 colonie uguale 100 chili e poi, e poi... ecc... No, questo calcolo è errato sopratutto se l'area
d'interesse – di 4 chilometri di raggio, la distanza media di volo – è sovrappopolata di api. La
sovrappopolazione è da evitarsi, una questione a cui prestare molta attenzione per proteggere se
stessi e gli altri apicoltori.
La creazione di un surplus, e quindi la quantità di raccolto, dipende in grande misura dal tipo di
arnia. Qualsiasi critica a questo concetto può essere solo interpretato come una non attenzione ai
processi naturali.
La api sono state create per la pollinazione delle piante non per raccogliere miele per l'uomo.
Solo l'abbondanza che la natura crea per assicurarsi il successo gli permette di produrre questo
surplus.
Lo “sviluppo ed il declino” di tutte le cose terrestri è rappresentato nelle api dalla formazione
delle nuove colonie e dalla distruzione delle celle.
I favi e le api compongono un'unità organica, l'ape come singolo individuo è solo una parte
mobile di questo organismo. Non è in grado di sopravvivere da sola, così come non è in grado di
farlo la colonia senza le celle dei favi.
Lo svolgersi naturale degli eventi può essere influenzato in modo da aumentare la quantità di
miele immagazzinato principalmente per mezzo delle arnie.
Studiando attentamente la struttura naturale delle colonie notiamo immediatamente che,
indipendentemente dalle dimensioni, le cavità hanno comunque dei confini. Le api fanno in modo di
riempire tutto lo spazio con covata, api e scorte, questo processo le conduce alla maturità e a
generare una nuova colonia. La sciamatura che ne consegue è una naturale “comparsa” o sviluppo.
Le celle da covata gradualmente invecchiano, diventano più spesse e si scuriscono. Come
accade con l'ispessimento delle arterie. L'unità organica dei favi e delle api invecchia, perde
progressivamente di produttività avviandosi verso la morte o il naturale “decadimento”
Un'arnia in grado di rispondere hai bisogni di spazio e di espansione limita il processo di
maturazione della colonia limitando la sciamatura. Fintantoché questa maturità, e quindi la
sciamatura, sono frenate il surplus delle scorte aumenta dal continuo sforzo mantenuto completo
delle api. La sensazione di abbondanza, gli spazi ristretti devono essere negati da subito alle api per
evitare che si inneschi l'istinto alla sciamatura che, una volta scattato a causa del ritardo
nell'ampliamento degli spazi, non può più essere più fermato.
L'invecchiamento può essere ritardato dal rinnovo dei favi.
Attraverso questi due sistemi lo “sviluppo ed il declino” vengono bilanciati e la colonia resa più
forte. Questo bilanciamento porta alla creazione di scorte che superino i limiti naturali.
Questo vuol dire che l'arnia deve avere una struttura elastica, espandibile, in modo da adattarsi
alle richieste di spazio e che i favi possano essere rinnovati, quindi, per così dire, l'opposto di ciò
che succede nelle colonie selvatiche.
Equipaggiare un'arnia serve solo all'apicoltore. Le api hanno bisogno solo di spazio vuoto.
Un'arnia non dovrebbe mai andare contro la natura delle api, ma purtroppo, questo argomento, è
stato tenuto poco in considerazione, conseguentemente sono stati commessi parecchi errori come
nel caso dei telaini mobili che, essendo aperti su tutti i lati, violano la regola della ritenzione
dell'atmosfera e del calore interni, essenziali per la vita stessa delle api.
L'osservazione dell'habitat naturale delle api ha dimostrato che quest'ultimo esercita
un'influenza decisiva sulla produzione del miele e deve essere tenuto da conto dall'apicoltore se
vuole portare avanti un'attività piena e duratura. Non dovrà lasciarsi confondere da apparenze di
successo.
La nuova arnia a moduli removibili con favi naturali tiene conto di queste peculiarità
provvedendo a creare una situazione armoniosa per le api. Al centro si raccoglie il nucleo invernale
completamente circondato dalle scorte, sia nella parte superiore che ai lati, scorte che rimangono
consumabili grazie al calore del nido e che creano un cuscino protettivo alle api; i favi vengono
inspessiti così da ridurre i vuoti tra di loro, rendendoli più facilmente riscaldabili; gli stessi favi,
collegati e saldati alle pareti ed alla sommità, creano vicoli ciechi che trattengono sia le essenze
antibatteriche sia il calore essenziali alla vita della colonia. Sopra al nucleo non c'è mai neanche una
cella vuota che possa disperdere il calore. Una colonia così ben protetta procederà dalla parte più
bassa dell'arnia verso l'alto conseguentemente al consumo di miele. Quindi, arrivati alla sommità,
nel calore lì raccolto, l'attività di deposizione delle uova ricomincia. Inizialmente solo con piccoli
gruppetti ma, seguendo il percorso ascendente del sole, si sviluppano a sfera fino ad occupare
completamente le celle non utilizzate per le scorte. All'inizio della stagione le scorte vengono
spostate nella parte superiore dell'arnia, sopra la covata, man mano che le pupe liberano le celle. La
covata viene portata verso il basso dove c'erano le scorte, nei favi nuovi. Qui, l'istinto a costruire e
riempire i vuoti, trova il suo compimento attraverso i limiti determinati dalle risorse di nettare e
dallo sviluppo della colonia, libera da compulsioni o restrizioni da parte dell'apicoltore, in questo
modo ogni riduzione del raccolto viene evitato mentre i favi vengono automaticamente rinnovati.
Non viene usato nessun tipo di escludi-regina.
L'ultima covata ad emergere in autunno libera lo spazio per il nucleo invernale che si sta
formando ed il movimento verso l'alto ricomincia.
La ritenzione dell'atmosfera interna ricca di essenze e del calore determinata dai favi costruiti in
maniera naturale sopprime le cariche batteriche, limita l'insorgere di patologie, evita la
cristallizzazione delle scorte e la dispersione del calore attraverso le fessure. In questo modo si
risparmiano i costi dell'operazione dovuti all'acquisto dello zucchero. Non essendo utilizzati i fogli
cerei la cera diventa un surplus anche se sono accettate piccole strisce di cera come guida sulle
barre.
Le api sono normalmente preservate dai disturbi creati dagli interventi dell'apicoltore anche se,
in casi estremi, possono essere effettuate delle ispezioni grazie alle cassette removibili ed ad una
limitata possibilità di prelievo dei favi.
La rimozione di parte delle scorte diventa un modo di supportare lo sviluppo naturale in quanto
le api non dovranno scaldare questa massa in eccesso durante l'inverno.
La tempestiva aggiunta di cassette nella parte inferiore dell'arnia impedisce il progressivo
restringersi dello spazio che avverrebbe in natura e che potrebbe innescare la sciamatura. Nessun
limite viene posto alla possibilità di immagazzinare miele, all'espansione della colonia o all'istinto a
costruire.
Il continuo inserimento di cassette nella parte inferiore permette inoltre raccolti di diverse
dimensioni. La costante rimozione e rinnovo dei favi ne impedisce l'eccessivo invecchiamento
mantenendo favi ed api in uno stadio di “gioventù”. L'armonia generale migliora il raccolto.
Grazie ai vantaggi derivati dalle sezioni mobili con possibilità illimitata di estensione dello
spazio interno, l'automatico rinnovo dei favi quest'arnia a cassette e favi naturali è estremamente
superiore a qualsiasi altra priva di telaini.
La gestione è talmente semplice che i piccoli proprietari terrieri o contadini – le persone nella
posizione migliore per avere le api – possono iniziare un'attività apistica semplice, naturale e di
successo senza nessuna competenza specialistica e senza onerosi investimenti in termini economici
o di lavoro. Qualsiasi novizio in grado di leggere uno schema ed inchiodare qualche asse potrà
costruirsi una di queste arnie, libere da brevetti, - dando per assunto che non preferisca comprarla –
e, ottenendo un buon sciame, potrà tenere le api senza necessità di competenze specifiche
migliorando la propria resilienza alimentare.
La forma e l'aspetto aggiornati dell'arnia soddisfa completamente tutte le esigenze che possano
sorgere nei confronti di un'arnia che si accordi ai sistemi naturali. La notevole certezza di raccolto
fa si che quest'arnia a sezioni mobili, sperimentata e testata per secoli ed attualmente migliorata,
spicchi come casa in grado di soddisfare completamente api e apicoltori rispondendo a molte delle
esigenze del nostro tempo.

Note
1. E' probabile che le dimensioni non siano esattamente corrette perché basate sull'errata
conversione dell'unità di misura “pounce” (inch). Quasi certamente l'Abbé Christ utilizzava
il “pied du roi” Francese. Nel suo libro le scatole sono di 13 punces esterni che vuol dire
circa 11 punces interni. Il pounces Francese equivale a 2,7069 cm. Questo vorrebbe dire che
le dimensioni interne sono di 298mm, solo 2 mm in meno dell'arnia dell'Abbé Warré. (trad. -
basato su corrispondenza personale con Eric Zeissloff; vedere anche http://en.wikipedia.org/
French_units_of_measurement).

Ringraziamenti
Ringrazio Bernhard Heuvel per il supporto alla traduzione e a Pat Cheney per il lavoro di edizione

David Heaf

Ringraziamenti dei ringraziamenti


Ringrazio David Heaf per il costante lavoro di sperimentazione e divulgazione dell'apicoltura
naturale e per le preziose informazioni che condivide liberamente,
Ringrazio chi ha avuto la pazienza di leggere un testo tradotto in maniera approssimativa da me e a
chiunque voglia fare il passo da apicoltore ad apicUltore.
Non è più una questione di produzione.
Non è più una questione di chi fa meglio o chi ne sa di più.
E questione di creare possibilità perché, ciò che di sano c'è in natura, riesca a prevalere.
Io sto con Darwin non con Mengele.

Nicola Savio

Il tutto rilasciato sotto licenza Creative Commons


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