You are on page 1of 3

Rileggo Zizek, Il soggetto scabroso, e ne riprendo un tema, la fedelt all'evento.

Ripresa nel senso di comprensione e prosecuzione, di lettura e riflessione, segnando arbitrariamente un punto di partenza che non mi confini nel testo. Non voglio scrivere un'altra nota a pi di pagina, il libro ne pieno. Del resto sarebbe impossibile anche riassumere l'opera, la pi complessa di un pensatore che ha inteso ogni soggettivit come intersezione tra il proprio, che la jouissance, il "soffrire il solletico" che propriamente ci espropria, e l'Altro, l'ideologia, quell'alterit che ci marca rendendo problematica una decisione realmente autonoma, una scelta, un atto, che siano realmente politici, non mimetici, riproduttivi o piegati al "servizio dei beni". Rivedo un luogo di Trieste, piazza Guglielmo Oberdan, scovando da una memoria elettronica una foto scattata dalla stanza di un albergo. L'immagine, il ricordo, mi stato donato da una persona cara. Da quella finestra vedo come una sottilissima lama biforcuta il bronzo intitolato Cantico dei cantici, che di quella piazza occupa il centro ideale. Il Cantico un monumento bronzeo di Marcello Mascherini, che non raffigura l'irredentista triestino a cui dedicata la piazza. In quel centro, una giunta di centro-destra voleva porre, al posto di quell'abbraccio, il monumento ai Caduti di San Giusto, ritenuto pi pertinente al genius loci; la polemica postuma non riuscita a modificare la scena che ho sotto gli occhi, e non si vede, ancora oggi, qualcosa che riconduca al nome della piazza Guglielmo Oberdan. Resta il bronzo di Mascherini, l'abbraccio struggente di due anonimi innamorati, esili steli filiformi al centro di quella piazza, che su di loro si versa senza chiudersi. Guardo la foto e la ritrovo ancora nella lettura di un libro di Mauro Covacich, "Trieste sottosopra". Anche questo libro mi stato donato. Vi si narrano le storie, contrapposte, di due giovani: Guglielmo Oberdan, a cui la piazza dedicata, eroe kamikaze dell'irredentismo triestino, aspirante omicida dell'imperatore Francesco Giuseppe in visita a Trieste nel settembre del 1882. Arrestato alla stazione, con addosso le bombe che non utilizz, verr fucilato a dicembre; ma evidentemente non a lui che Mascherini pensa quando scolpisce gli amanti abbracciati del Cantico. Covacich suggerisce che il Cantico rievochi un'altra storia. In quella piazza Oberdan, una mattina di marzo del 1945, un giovane attende la fidanzata alla fermata del tram di Opicina. E' un giovane che lavora per i tedeschi della Todt, l'agenzia per il lavoro coatto nei paesi occupati; quello il suo giorno libero, e l attende da solo la sua ragazza. Non un partigiano, non si intende di politica, ma partigiano e politico lo diventer, quando, fermato dai militari tedeschi, finir nel lager di San Sabba, dal quale non uscir vivo. Una sua lettera, alla fidanzata che quel giorno di marzo non incontr, si trova nelle Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza, e forse questa lettera, e la sua storia, ispirarono appunto il gruppo scultoreo di Mascherini. Il nome del giovane, partigiano antifascista per caso e per necessit, era Pino Robusti, coetaneo di Guglielmo Oberdan e - come lui - mai giunto ad un appuntamento atteso. Sono atti mancati, o appuntamenti con la Storia? E come si pu pensare, partendo dalla complessit cos distante dei contesti, qualcosa che - somigliando in modo evidente a un Evento storico costringe il soggetto ad assumere la responsabilit di una decisione? Cos' che accade quando si sottratti al corso delle cose e ci si trova in mezzo a qualcosa che ci sommerge? Come possiamo risponderne, da uomini liberi? Ritorno al soggetto scabroso. Zizek riprende il concetto di evento da Alain Badiou; provo a sintetizzarne il senso: in una situazione storica contingente, il molteplice che apparir agli spettatori dell'evento storico come un niente, Hegel avrebbe detto arbitrario, accidentale, questo molteplice prende forma, ha un senso. Il soggetto - di fronte a una forzatura che non pu scegliere - decide un gesto di eroismo che sposter una vita dalla quotidianit di un amore primaverile alla tragicit della lotta partigiana; oppure lo consegner alla tragica fine di un attentatore mancato, preso a modello di patriottismo nazionale per una lotta politica che di quel patriottismo si riapproprier, "perch quanto accaduto non sia stato inutile". L qualcosa accade, non semplicemente, ma ripresentandosi in una struttura che lo duplica, lo redige in una forma simbolica, lo iscrive forzandolo con un eccesso di Re-presentation: "tu sei un terrorista", scrive lo Stato, con il suo carico di ideologia e violenza repressiva, e la verit invece grider: "non lo sono", non sono un terrorista o un criminale, sono un patriota, o un partigiano.

Oppure sentiremo dire, nel secondo tempo dell'ideologia vincente, assumendo lo sguardo di chi edifica monumenti e commemora: "questi sono gli italiani, quelli veri", che sono pronti a morire per la giusta causa; qualcosa o qualcuno penser allora sotto voce: cosa mai distinguer un terrorista da un eroe? Oppure: era meglio non uscire di casa quel giorno, e restare immemori, dimenticati, ma vivi. Sempre seguendo Zizek che legge Badiou, non tolgo gli occhi da quell'abbraccio, che mi indica un superamento sublime dell'orrore; comodo, come il bello che scorgiamo solo allontanandoci dalla macelleria che lascia i corpi fatti a pezzi, e penso a quel Kant che ammira la Rivoluzione Francese deprecandone i misfatti, a debita distanza quindi, a distanza di sicurezza. Il Soggetto della storia non preesiste all'Evento, ma ne segue le tracce, rimanendogli fedele. Scelta libera, ma forzata: si sceglie la libert quando tutto perduto, quando non c' alternativa. Costruzione retroattiva. Badiou ha articolato questo discorso in riferimento al Cristianesimo, cercando di coniugare l'idea che la Verit contingente, storica, situata, con il miracolo di una Verit evento, qualcosa che riscatta e redime, salva. A partire da quell'Evento non si potr che testimoniarne la Verit, che brucia e d il senso a ci che non sar pi lo stesso. Con buona pace dei decostruzionisti. Proprio cos, Zizek legge l'Evento di Badiou come messa a distanza dal pensiero debole, dal poststrutturalismo, da quel postmoderno caratterizzato dal disincanto di una sapienza pessimista: non c' un senso trascendente, direbbero Derrida, Deleuze e compagni, non un a priori metafisico o verit, idea o paradigma. L'Idea, la Verit, la Misura conducono a pericolosi totalitarismi, tradiscono il compito di produrre piani di immanenza e fissano il divenire altro, la spaziatura di una sottrazione, minoritaria, sempre. La democrazia, la libert o la giustizia sarebbero cos sempre a venire, perch la pretesa di ridurre il Reale a evento empirico positivo sarebbe solo una ingannevole finzione. Il compito del decostruzionista sarebbe mantenere lo scarto irriducibile tra il Vuoto preesistente e l'elemento contingente, adottando abiti decisionali ispirati a phronesis e realismo. Fine delle utopie, dismissione di ogni tentativo di rivoluzionare il presente. La spiaggia del disincanto sarebbe l'ultima, la pi pervasiva, delle ideologie. Non credo che Zizek renda ragione a Deleuze o Derrida riducendoli a questa sintesi, ma ne seguo il passo: mentre rigiro l'immagine del Cantico dei cantici, sentendo la bella forma di un abbraccio ideale, il superamento sublime di un atto mancato, fascino sicuritario di un appuntamento con la Storia, che sostituisce alla mia la scelta di un Altro: il giovane irredentista stato scelto dal nazionalismo patriottico, Pino Robusti ha scelto la causa della lotta partigiana; mi accorgo che rischio di semplificare: Guglielmo Oberdan versus Pino Robusti, l'irredentismo nazionalista e la lotta partigiana: entrambi ignari del senso, impigliati in un gesto simile, mancano il loro obbiettivo, e si consacrano ad una causa. Questa causa dar loro la morte, e sospender le loro vite, dans l'entre deux morts - l'espressione di Lacan - o, cos scrive Zizek, between the two deaths. Due modi di vivere la propria vita, non riferiti alla contrapposizione biologica tra vita e morte, ma alla possibilit esistenziale di un autentico nuovo inizio: questo obbligato da un fatto traumatico che non si spiega con il sapere positivo, propriamente non c' motivo di rischiare, non ha senso; eppure il soggetto non ha scelta, nulla pi lo stesso e qualcosa ci impone una nuova fedelt, una forza che ci impone di sfidare l'universalit apparente della Legge. La lettera della Legge - per quanti han confidenza con temi religiosi sar forte il richiamo alle riletture politiche di Paolo da Tarso - lettera morta, che perverte il godimento della vita in fascino per la morte: il martire, l'asceta, traggono un di pi di piacere dalla propria sofferenza, ed proprio questo circolo vizioso che deve essere rotto dalla decisione di vivere e ricominciare, aldil di un divieto da trasgredire, aldil della dialettica del divieto e della sua trasgressione. Contaminazioni? Due eterni rivali, a braccetto: Paolo, e l'amore cristiano, Nietzsche, e la crudelt dell'esistenza che si sceglie. Ma adesso comprendo almeno la simpatia per quell'abbraccio sfuggente al centro di piazza Oberdan, e la persistente avversione per i monumenti ai militi ignoti. Rileggo la lettera di Pino Robusti: "Tu sai Laura mia quanto sia stato doloroso il distaccarmi, sia pure forzatamente, da te. [...] Se quanto temo dovr accadere sar una delle centinaia di migliaia di vittime che con sommaria giustizia in un campo e nell'altro son state mietute. Per voi sar cosa tremenda, per la massa sar il nulla, un'unit in pi ad una cifra seguita da molti zeri. Ormai l'umanit s' abituata a vivere nel sangue. Io credo che ci che tra noi v' stato

non sia altro che normale e conseguente alla nostra et, e son certo che con me non avrai imparato nulla che possa nuocerti n dal lato morale n da quello fisico [...] Credimi Laura mia, anche se non dovessi esserci pi ti seguir sempre [...] Addio, sii forte, onesta, generosa, inflessibile..." Sarei tentato di chiudere qui, ma seguo ancora per qualche passo Zizek, aldil di san Paolo e Badiou, e aldil di una verit Evento che svela il regno armonioso di un amore oltre la legge. La morte imminente, l'evento verit che fa piazza pulita del presente, apre ad una possibile identificazione entusiasta con la causa (pu essere l'amore terreno, o un abbraccio che non passi e sopravviva alla risiera di San Sabba). Eppure come nascondere il vuoto, il fare spazio, che precede ogni evento? E come non sentire che il soggetto che scopre un nuovo orizzonte - anche nel momento cos drammatico della sua morte imminente - si sta per consegnare ad un significante padrone, ad un nuovo ordine simbolico che ricucir lo strappo? Cosa c' in quello strappo, in quella terra di nessuno tra la morte simbolica e quella reale? Oberdan non smette di morire, per la causa che lo ha scelto, Robusti ha deciso di vivere, per quell'amore che non si identificher con la causa, comprendendone la insostenibile e crudele giustizia. Nessuno dei due muore definitivamente, non nell'intersezione tra immaginario e simbolico. Ed entrambi eccedono il loro destino, lo spiazzano, come quei due amanti che fuggono da piazza Oberdan con un'anima di bronzo. Ultimo passo, per ora, per pensare questo eccesso: Zizek legge Lacan, che rivisita l'Edipo pi scomodo, quello a Colono, un vecchio che bestemmia contro tutti, uno che non pu morire e non pu essere integrato in alcun ordine. Nel seminario XI Lacan chiamer questo resto "lamella", un oggetto non morto indistruttibile, un resto del reale che non si piega all'immaginazione, non fa corpo, e non parla, non sintomo, non eppure non pu cessare d'esistere. Non c' un bel niente da sapere nell'uomo. Dio non morto, non c' mai stato. Cosa resta? Plus de jouir: un pi di piacere, che eccede ogni simbolismo, e che - se parla - gode della lingua (il neologismo lacaniano sar Lalangue, la lalingua) prima e ancor pi che comunicare attraverso di essa. Questo Lacan, l'ultimo, il pi refrattario ad ogni operazione di critica positiva dell'ideologia; anche quello che meno si presta al dialogo con la dialettica hegeliana e col marxismo. Zizek ci prova comunque. Il soggetto contingenza - sostiene ne Il soggetto scabroso - mediatore evanescente che istituisce una parvenza di ordine e oggettivit. La soggettivit non preesiste ad una condizione oggettiva esterna, ma la produce, come un ostacolo/impulso che la parte pi extima di s, un corpo estraneo che dentro me, il mio cuore di tenebra. Ora, decidendo la propria storia, e rimanendo fedeli ad una di quelle serie divergenti che abbiamo prodotto, noi ci riconosciamo come autentici; questo raro, ma possibile, e da qui si pu leggere Badiou, comprendendo come per lui non sia mai stato ad esempio un vero evento il crollo del socialismo reale: nel no! al regime comunista non c'era un s a un nuovo inizio. E invece Zizek trova che nell'atto di sospendere la costrizione di un ordine egemonico, nel vuoto che lo caratterizza nel suo paradossale centro, ci sia una possibilit di verit, l'apertura ad un evento. Questo evento non per il fondamento della futura identificazione egemonica, resta irriducibile all'ordine che fonder. L'arresto di Pino Robusti e la statua del Cantico: una distanza minima tra il gesto che sospende il corso normale degli eventi e la sublimazione di un abbraccio che avvolge uno spazio ampio come il sangue dell'umanit vittima del nazifascismo. Antigone, Edipo a Colono, Re Lear: il vuoto di chi oltrepassa i limiti dell'umanit e esita, sul bordo di una destituzione soggettiva che lo rende resto escrementizio. Buono, Bello, Vero: il primo - al limite cui ci conduce questo percorso - la maschera del Male diabolico, il suo sfondo negato; il secondo, il Bello, la sublimazione dell'orrore, un velo che affascina e rimuove le mostruosit della storia. Il terzo, il Vero, ci che oltre il dominio delle menzogne quotidiane, delle piccole e grandi bugie, pu e deve essere superato per approdare a quel vuoto che permette ogni possibile futura simbolizzazione. Mostrare direttamente - o peggio imporre - la verit o il bene hanno prodotto le tragedie storiche del secolo scorso (dall'olocausto allo stalinismo), non l'attrazione morbosa verso il loro aldil. Altra cosa proporre e rischiare ancora per scelte che della verit e del bene facciano una posta in gioco. Questa sarebbe la lezione etico politica della psicanalisi, e questo tratto uno dei crocevia dell'opera di Slavoj Zizek.