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Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare

(secoli XII-XIII)
Papal Legates, Delegates and the Crusades
(12th-13th Century)
ECCLESIA MILITANS 3
Histoire des hommes et des institutions de l’Église au Moyen Âge

Collection dirigée par


Hélène Millet et Pascal Montaubin
Legati, delegati e
l’impresa d’Oltremare
(secoli XII-XIII)
Papal Legates, Delegates
and the Crusades
(12th-13th Century)

Atti del Convegno


internazionale di studi
Milano, Università Cattolica
del Sacro Cuore,
9-11 marzo 2011

a cura di
Maria Pia Alberzoni
Pascal Montaubin
con la collaborazione di
Lucia Veronica dell'asta

F
Cover:
Illumination of a manuscript of the Chronique de France (London, British Library, Royal
16 G VI), made between 1332 and 1350 in Paris for Jean le Bon, then duke of ­Normandy
and future king of France, fol. 439v (discussion between King Louis IX of France,
­Cardinal legate Raoul Grosparmi and some bishops about the destination of the crusade
to Tunis in July 1270).

© 2014, Brepols Publishers n.v., Turnhout, Belgium

All rights reserves. No part of this publication may be reproduced, stored in a retrieval
system, or transmitted, in any form or by any means, electronic, mechanical, photoco-
pying, recording, or otherwise without the prior permission of the publisher.

D/2014/0095/235
ISBN 978-2-503-55441-9
Printed in the EU on acid-free paper.
Indice

Tavola delle abbreviazioni 7

Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin


Prefazione 9

Klaus Herbers
Das göttinger Papsturkundenwerk, Legaten, Delegaten und die
Kreuzzugsforschung 15

Uta-Renate Blumenthal
Ad liberandam Terram sanctam und die Kanonistik 31

Jochen Johrendt
Der vierte Kreuzzug, das lateinische Kaiserreich und die päpstliche
Kapelle unter Innocenz III. 51

Marco Rainini
Gioacchino da Fiore predicatore della crociata 115

Miriam Rita Tessera


La croce del legato. Conone di Preneste, il papato e i riflessi della
missione in Oriente 139

Cristina Andenna
Fidelissimus mediator: Alberto patriarca di Gerusalemme e legato
papale in Terra Santa. I suoi interventi nelle questioni della
successione dei regni d’Oriente 161

Werner Maleczek
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug (Petrus Capuanus,
Soffred von S. Prassede) 195

Barbara Bombi
Papal legates and their preaching of the crusades in England between
the twelfth and the thirteenth centuries 211
6 INDICE

Christian Grasso
Legati papali e predicatori della quinta crociata 263

Maria Pia Alberzoni


Le legazioni di Ugo d’Ostia (1217-1221) e l’organizzazione
della crociata 283

Pascal Montaubin
L’homme-clé de la croisade de 1270 : le légat Raoul Grosparmi,
cardinal-évêque d’Albano 327

Pietro Silanos
‘Adhereat lingua mea faucibus meis si non praeposuero Ierusalem in
capite laetitiae meae’. Gerolamo d’Ascoli, l’impresa d’Oltremare e la
legazione ad Graecos (1272) 365

Giuseppe Ligato
Nicola de Hanapes, patriarca di Gerusalemme e legato pontificio,
alla caduta di S. Giovanni d’Acri 407

Franco Cardini
Riflessioni conclusive 443

Abstracts 459

Lucia Veronica Dell'Asta, Miriam Rita Tessera 469


Indice dei nomi di persona
Tavola delle abbreviazioni

ActaSS = Acta sanctorum quotquot toto orbe coluntur, vel a


catholicis scriptoribus celebrantur quae ex Latinis et
Graecis, aliarumque gentium antiquis monumentis,
68 voll., Paris, V. Palmé, 1863-1940.
c. = cartha.
CCA-DCc = Canterbury, Canterbury Cathedral Archives,
Dean and Chapter of Canterbury Cathedral.
CCM = Corpus Christianorum. Continuatio medievalis,
Turnhout, Brepols, 1971- .
COD = Conciliorum Oecumenicorum Decreta, ed. Giuseppe
Alberigo, Bologna, Istituto per le scienze religiose,
1973.
cost. = constitutio.
DBI = Dizionario biografico degli Italiani, Roma,
Istituto della Enciclopedia italiana, 1960- .
diss. = dissertatio.
lib. = liber.
LMA = Lexikon des Mittelalters, 9 voll., München - Zürich,
Artemis, 1977-1999.
MGH = Monumenta Germaniae Historica:
MGH. D = Monumenta Germaniae Historica. Diplomata.
MGH. L = Monumenta Germaniae Historica. Leges.
MGH. SRG = Monumenta Germaniae Historica. Scriptores Germa-
nicarum in usum scholarum separatim editi.
MGH. SS = Monumenta Germaniae Historica. Scriptores.
PG = Patrologia Graeca, ed. Jacques-Paul Migne, 166 voll.,
Paris, Garnier, 1857-1866.
PL = Patrologia Latina, ed. Jacques-Paul Migne, 221 voll.,
Paris, 1879-1974.
PO = Patrologia Orientalis, edd. René Graffin, François
Nicolas Nau, Paris, Firmin-Didot,1903- .
Potthast R = Regesta pontificum Romanorum inde ab anno post
Christum natum 1198 ad annum 1304, ed. Augustin
Potthast, 2 voll., Berlin, De Decker, 1874-1875.
8 Tavola delle abbreviazioni

= Die Register Innocenz’ III., edd. Othmar Hageneder,


Reg. Inn. III.
Anton Haidacher et al., Graz/Köln/Wien, H. Böh-
laus/Verlag der Österreichischen Akademie der Wis-
senschaften, 1964- (Publikationen der Abteilung für
historische Studien des Österreichischen Kulturins-
tituts in Rom. 2. Abt., Quellen. 1. Reihe).
RHC = Recueil des historiens des croisades:
RCH. Ar = Recueil des historiens des croisades. Documents
arméniens.
RCH. L = Recueil des historiens des croisades. Lois.
RHC. Occ = Recueil des historiens des croisades. Historiens
occidentaux.
RHC. Or = Recueil des historiens des croisades. Historiens orien-
taux.
RIS = Rerum Italicarum scriptores ab anno aerae Christia-
nae quingentesimo ad millesimumquingentesimum,
quorum potissima pars nunc primum in lucem pro-
dit ex Ambrosianae, Estensis, aliarumque insignium
bibliothecarum codicibus, ed. Ludovico Antonio
Muratori, 25 voll., Milano, ex typographia Societatis
Palatinae in Regia Curia, 1723-1751.
Rolls Series = Rerum britannicarum medii aevi scriptores, 99 voll.,
London, 1858-1896.
sect. = section.
vv. = versi.
Prefazione

A
lla fine del concilio di Clermont, svoltosi nel 1095, papa Urbano II
fece appello ai cavalieri cristiani perché si riappacificassero tra loro e
concentrassero le proprie energie militari per riconquistare Gerusa-
lemme ancora in mano ai musulmani; questi, infatti, se n’erano impadroniti
nel 638 ma sullo scorcio dell’XI secolo i Turchi avevano reso assai più diffi-
coltoso l’accesso ai Luoghi Santi. La promozione di un pellegrinaggio armato,
che a partire dal XIII secolo prese il nome di ‘crociata’ e al quale si accompa-
gnava la concessione di indulgenze, divenne d’ora in poi e per più secoli uno
degli assi portanti della politica internazionale della sede apostolica.
Il tema della crociata ha favorito senza dubbio una delle più prolifiche
produzioni bibliografiche su scala internazionale per il periodo medievale.1
Occorre notare, però, che la storiografia ha insistito soprattutto sul ruolo dei
principi, che si misero alla testa degli eserciti, o su quello dell’aristocrazia, che
prese le armi e trovò una giustificazione cristiana alla sua missione militare,
o ancora su quello degli ordini religiosi cavallereschi. La maggior parte degli
studi, tuttavia, mette il papato in secondo piano, anche se negli ultimi anni si
nota qualche eccezione.2
La sede apostolica, infatti, non fu solo all’origine del movimento crociato
alla fine dell’XI secolo, ma almeno fino al XVI questo fenomeno originale
costituì per i papi un grande strumento politico, affiancato all’idea di ‘riforma
della Chiesa’, per sollecitare i cristiani latini a impegnarsi per unificare la
cristianità, al fine di presentarla unita di fronte a coloro che erano designati
come i suoi nemici: i musulmani in Terra Santa, ma anche nella penisola ibe-
rica e nel Maghreb; a costoro si aggiunsero più tardi i pagani dei paesi baltici,

1
 Per una panoramica relativa alla produzione storiografica sul tema delle crociate si veda
l’annuale Bollettino della Society of the crusades and the Latin East, 1981-2001, che dopo il
2002 ha preso il nome di Crusades. Un quadro sintentico si trova anche in Michel Balard,
Les Latins en Orient, XIe-XV e siècles, Paris, Presses universitaires de France, 2006 (Nouvelle
Clio); Id., Croisades et Orient Latin: (XIe-XIV e siècle), Paris, A. Colin, 2003; The Crusades: an
Encyclopedia, ed. Alan Murray, 4 voll., Santa Barbara-Oxford, ABC-CLIO, 2006.
2
 Cfr. ad esempio La papauté et les croisades. Actes du VIIe congrès de la Society for the study
of the crusades, ed. Michel Balard, Farnham-Burlington, Ashgate, 2011 (Crusades. Subsidia,
3) e Benjamin Weber, Lutter contre les Turcs. Les nouvelles formes de la croisade pontificale
au XV e siècle, Roma, École française de Rome, 2013 (Collection de l’École française de
Rome, 472).
10 Prefazione

gli eretici albigesi, i nemici politici del papato (per esempio gli Hohen-­
staufen e i Colonna), gli eretici della Boemia (gli Ussiti), i Turchi che invasero
i Balcani e così via. In tal modo il papato, unitamente agli ecclesiastici, giocò
un ruolo essenziale sia nella definizione canonica della crociata sia nella pro-
tezione giuridica accordata ai crociati sia nella messa a punto di un sistema
di finanziamento basato su una nuova fiscalità sia, infine, nella mobilitazione
delle coscienze, affinché i fedeli che avevano aderito al progetto vi partecipas-
sero realmente, combattendo e/o finanziandolo.
Troppo spesso gli storici della crociata trascurano il fatto che la spedizione
era in via teorica indetta dal papa e che, se non era nei fatti direttamente
condotta da lui, egli si faceva però rappresentare da un legato, posto al fianco
dei principi laici che conducevano l’esercito. Le eccezioni sono rare.3 Questa
lacuna negli studi sulle crociate è accentuata dall’idea dominante nella sto-
riografia, secondo la quale il ruolo del papato nella crociata, di grande impor-
tanza alle origini, sarebbe divenuto progressivamente marginale a vantaggio
di quello svolto dai sovrani laici; e così, per esempio, i cardinali legati che
accompagnarono le due crociate di Luigi  IX – Oddo di Châteauroux nel
1248-1254 e Raoul Grosparmi nel 1270 – hanno finora ricevuto poca atten-
zione da parte degli studiosi di queste spedizioni.4
D’altro canto, se la sottostima del ruolo svolto dal papato nelle crociate
ha significato anche scarsa attenzione per i suoi legati, il rinnovato interesse
rivolto in questi ultimi anni al tema della rappresentanza papale nel suo com-
plesso può indubbiamente giovare a precisare il quadro entro cui si svolsero le
crociate. In tale campo di ricerca, negli anni appena trascorsi, si è soprattutto
segnalata la storiografia in lingua tedesca, alla quale è possibile accostare i
numerosi contributi anche in ambito francofono e anglofono, questi ultimi
soprattutto nel campo del diritto canonico, mentre la storiografia italiana si è
tenuta ai margini di queste tematiche, producendo per lo più saggi su singole
personalità o eventi.5

3
 Il ruolo del legato papale, Pelagio, cardinale vescovo di Albano, durante la V crociata è
stato messo in luce da James Matthew Powell, Anatomy of a Crusade, 1213-1221,
Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 19942 (The Middle Ages series).
4
 Si veda, ad esempio, la poca considerazione di cui sono stati oggetto in William Chester
Jordan, Louis  IX and the Challenge of the Crusade, Princeton–Guildford, Princeton
University Press, 1979 e in Dirk Reitz, Die Kreuzzüge Ludwigs  IX. von Frankreich
1248/1270, Münster, Lit, 2005.
5
 Ci limitiamo a rinviare a Claudia Zey, Maria Pia Alberzoni, Legati e delegati papali
(secoli XII-XIII): stato della ricerca e questioni aperte, in Legati e delegati papali. Profili, ambiti
Prefazione 11

Le ricerche sulla giurisdizione papale delegata si sono impegnate nel met-


tere in luce le origini della diplomazia europea,6 oppure le modalità con cui
si mantennero e si svilupparono i contatti tra il centro (la Chiesa di Roma)
e la periferia (le Chiese locali, i regni), un tema questo sul quale si sono in
particolare concentrati i convegni internazionali svoltisi a Parigi nel 2009 e
a Lisbona nel luglio del 2010,7 a loro volta preceduti da stimolanti incontri,
promossi rispettivamente dall’Istituto storico germanico di Roma (nel gen-
naio del 2006) e dall’Historisches Seminar dell’Università di Zurigo (26-28
settembre 2007).8 Ancora, oltre al workshop su Legati e delegati papali nei
secoli XII e XIII svoltosi presso l’Università Cattolica di Milano nel giugno
del 2009 in vista della preparazione di un volume miscellaneo, poi apparso
nel 2012,9 è possibile menzionare il secondo degli incontri dal titolo Die
Ordnung der Kommunikation und die Kommunikation der Ordnungen, svol-
tosi a Villa Vigoni nel giugno del 2010, i cui atti sono ora disponibili.10
Nell’organizzare il Convegno di cui ora presentiamo gli atti, abbiamo cer-
cato di coniugare i motivi della rappresentanza papale, già indagata in puntuali
ricerche di cui sopra si è data rapidamente notizia, con il tema della crociata,
finora solo occasionalmente considerato nei suoi risvolti istituzionali in Occi-
dente, nonostante che le imprese d’Oltremare e la loro preparazione abbiano

d’azione e tipologie di intervento nei secoli XII-XIII, edd. Maria Pia Alberzoni, Claudia Zey,
Milano, Vita e Pensiero, 2012 (Università. Storia. Ricerche), pp. 3-27.
6
 Come sottolinea il titolo del convegno svoltosi a Zurigo nel settembre del 2007 e citato
sotto, alla nota 8.
7
  Les légats pontificaux. Paix et unité de l’Église, de la restructuration grégorienne à l’aube du Concile
de Trente (mi XIe-mi XVIe siècle). Parigi, 12-14 febbraio 2009 (in corso di stampa presso l’editore
Brepols); O papado limitado. Legado. Juízes delegados - Limites / The Limited Papacy. Legates-Judges
delegates-Limits, Lisbona, Universitade Católica Portuguesa, 9-10 luglio 2010, i cui atti sono stati
pubblicati: Das begrenzte Papsttum Spielräume päpstlichen Handelns Legaten, delegierte Richtern,
Grenzen, edd. Klaus Herbers, Fernando López Alsina, Frank Egel, Berlin, Walter de Gruyter &
Co., 2013 (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Neue Folge, 25).
8
  Aus der Frühzeit europäischer Diplomatie. Zum geistlichen und weltlichen Gesandtschaftswesen
vom 12. bis zum 15. Jahrhundert, edd. Claudia Zey, Claudia Märtl, Zürich, Chronos Verlag,
2008; Römisches Zentrum und kirchliche Peripherie. Das universale Papsttum als Bezugspunkt
der Kirchen von den Reformpäpsten bis zu Innozenz III., edd. Jochen Johrendt, Harald Müller,
Berlin, Walter de Gruyter & Co., 2008.
9
  Legati e delegati papali (secoli XII-XIII), vedi il volume citato sopra, alla nota 5.
10
  Die Ordnung der Kommunikation und die Kommunikation der Ordnungen. Band 2.
Zentralität: Papsttum und Orden im Europa des 12. und 13. Jahrhunderts, edd. Cristina
Andenna, Gordon Blennemann, Klaus Herbers, Gert Melville, Stuttgart, Steiner-Verlag, 2013
(Aurora. Schriften der Villa Vigoni, I/2).
12 Prefazione

dato un importante impulso nel rinnovare e sviluppare l’esercizio della giu-


risdizione papale esercitata da legati e delegati in Oriente come in Occidente.
I contributi raccolti nel presente volume mirano dunque a colmare una
lacuna storiografica definendo i vari aspetti dell’impegno di legati e delegati
nella realizzazione delle crociate nei secoli XII-XIII: a partire dallo stato della
documentazione papale disponibile, si sono messe a fuoco le acquisizioni
del diritto canonico in merito all’impresa d’Oltremare, nonché l’elabora-
zione teologica che sottese la preparazione dell’impresa. Ne emerge il ruolo
essenziale svolto dai legati papali in tale fase: predicazione, arruolamento dei
combattenti, appello alla conversione di tutti i cristiani e riforma delle Chiese,
oltre alla supervisione sulla raccolta delle tasse per finanziare la guerra e alla
composizione delle controversie tra i principi cristiani prima della partenza.
Negli studi qui presentati si dà inoltre il giusto rilievo al ruolo svolto dai
legati anche durante le spedizioni; essi infatti accompagnarono spiritual-
mente i combattenti, garantirono protezione giuridica ai crociati e offrirono
il loro consiglio in merito alle decisioni strategiche e politiche da prendere. Si
tratta di aspetti – come si è detto – finora troppo spesso trascurati, sebbene
i rappresentanti del papa abbiano ricoperto funzioni istituzionali e spirituali
indispensabili per la realizzazione delle direttive della sede apostolica, talvolta
esercitando anche la loro propria politica a seconda della sensibilità personale
o delle circostanze, sovente mutevoli, che essi dovettero affrontare mentre si
trovavano distanti molte settimane o mesi di viaggio dalla curia romana. Parti-
colare attenzione è stata dedicata agli ecclesiastici incaricati di compiti legatizi
in occasione delle crociate, nella convinzione che lo studio delle carriere
possa offrire validi spunti interpretativi. Si sono pertanto considerati, oltre
ai cappellani del papa, una categoria di chierici a lui particolarmente vicina
e sovente utilizzata per compiti di rappresentanza, i patriarchi di Gerusa-
lemme Alberto di Vercelli e Nicola di Hanapes, i cardinali Conone di Preneste,
Pietro Capuano, Pietro Diani*, Ugo d’Ostia, Raoul Grosparmi e Gerolamo
d’Ascoli, allora ministro generale dell’Ordine dei frati Minori, inviato come
nuntius ad Graecos per trattare l’unione della Chiesa greca con quella latina
(1272). Si è anche tentato qualche affondo sulla predicazione per la crociata
dei legati papali nel regno d’Inghilterra e nel Regnum Teutonicum* nonché
sui predicatori impegnati nella preparazione della quinta crociata.11
Ne risulta un affresco di vaste dimensioni e che si presta a diversi
piani di lettura, giacché attraverso questo campo d’indagine è possibile

 I testi contrassegnati con * non sono stati consegnati per la stampa del volume.
11
Prefazione 13

ricostruire le linee della politica europea a partire dal XII secolo, quando, gra-
zie al diritto canonico, l’istituto della legazione assunse tratti meglio definiti
e divenne consueto anche come rappresentanza del potere politico, aprendo
in tal modo interessanti prospettive di ricerca che si protendono verso l’età
moderna.
Il presente volume, con gli atti del Convegno internazionale di studio
svoltosi presso l’Università Cattolica di Milano dal 9 all’11 marzo 2011, si
colloca a conclusione di un progetto, reso possibile da un finanziamento del
Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca [PRIN (2007)],
sul tema: Gerusalemme, Oriente latino e Levante: aspetti e problemi dei rap-
porti tra Italia e il ‘continente-Mediterraneo’, coordinato a livello nazionale
da Franco Cardini, entro il quale l’Unità di ricerca dell’Università Catto-
lica, coordinata da Maria Pia Alberzoni, ha lavorato sul progetto partico-
lare: L’impresa d’Oltremare e la diplomazia papale nel contesto delle strategie
politiche dell’Italia comunale. Nel quadro di queste iniziative di ricerca si
collocano sia il workshop milanese del giugno 2009 sopra ricordato sia la
pubblicazione di diversi, importanti contributi, in particolare un paio di
monografie e numerosi articoli su riviste o volumi miscellanei.12 La pro-

12
  Oltre al volume ricordato sopra alla nota 5, mi riferisco alle monografie di Alfredo
Lucioni, Anselmo  IV da Bovisio arcivescovo di Milano (1097-1101). Episcopato e società
urbana sul finire dell’XI secolo, Milano, Vita e Pensiero, 2011; Pietro Silanos, Gerardo
Bianchi da Parma († 1302). La biografia di un cardinale-legato duecentesco, Roma, Herder,
2010 (Italia Sacra. Studi e documenti di storia ecclesiastica, 84); Miriam Rita Tessera,
Orientalis Ecclesia. Papato, Chiesa e regno latino di Gerusalemme (1099-1187), Milano, Vita
e Pensiero, 2010; tra i contributi presentati in occasione di diversi convegni, mi limito qui
a ricordare Maria Pia Alberzoni, Gli interventi della Chiesa di Roma nella provincia
ecclesiastica milanese, in Das Papsttum und das vielgestaltige Italien. Hundert Jahre Italia
Pontificia, edd. Klaus Herbers, Jochen Johrendt, Berlin, Walter de Gruyter & Co., 2009
(Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Studien zu Papstgeschichte
und Papsturkunden. Neue Folge, 5), pp.  135-181; Ead., Quia causa ipsa non poterat
apud sedem apostolicam terminari. Innocenzo  III e la controversia tra monaci e canonici di
S. Ambrogio a Milano, in Päpste, Privilegien, Provinzen. Beiträge zur Kirchen-, Rechts-
und Landesgeschichte. Festschrift für Werner Maleczek zum 65. Geburtstag, edd. Johannes
Gießauf, Rainer Murauer, Martin P. Schennach, Wien-München, Böhlau-Oldenburg, 2010
(Mitteilungen des Instituts für Österreichische Geschichtsforschung. Ergänzungsband, 55),
pp.  17-40; Ead., Il rigore del legato. Gerardo da Sesso a Bologna (1211), in Scritti di storia
medievale offerti a Maria Consiglia De Matteis, ed. Berardo Pio, Spoleto, Fondazione Centro
italiano di studi sull’alto medioevo, 2011 (Uomini e mondi medievali, 27), pp. 1-29; Ead.,
Il papato e le comunità religiose dell’Italia settentrionale, in Die Ordnung der Kommunikation
und die Kommunikation der Ordnungen, pp. 71-86.
14 Prefazione

mozione delle giornate di studio e la pubblicazione degli atti intendono


inoltre proseguire sulla via delle indagini dedicate alla storia delle istituzioni
ecclesiastiche, felicemente inaugurate presso l’Università Cattolica del Sacro
Cuore di Milano grazie a un’intuizione di Cinzio Violante, e poi proseguite
avvalendosi dell’impegno e dello sforzo organizzativo di docenti e strutture
di ricerca della medesima Università.
La collana ‘Ecclesia militans’ diretta da Hélène Millet e Pascal Montau-
bin presso le edizioni Brepols, si connota come particolarmente indicata per
accogliere gli atti del colloquio di Milano e per assicurare loro in tal modo
una larga diffusione, duratura e internazionale. Lo scopo di questa collana
è infatti quello di confrontare le istituzioni ecclesiastiche e gli uomini che
le hanno dirette, nella loro dimensione religiosa, ecclesiologica, politica,
economica, sociale e culturale. Si tratta di aspetti ai quali il presente volume
offre risposte originali, testimoniando i frutti della collaborazione tra diverse
scuole storiografiche e mostrando che il dialogo con colleghi e amici d’Ol-
tralpe ha consentito negli ultimi anni di superare molti ostacoli e di colmare
lacune storiografiche nei diversi campi di comune interesse.
Maria Pia Alberzoni, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano)
Pascal Montaubin, Université de Picardie-Jules Verne (Amiens)
Das göttinger Papsturkundenwerk,
Legaten, Delegaten und die
Kreuzzugsforschung

Klaus Herbers

I. Einleitung

E
nde 1187: Schrecken breitet sich in der lateinischen Christenheit
aus, Jerusalem ist gefallen. Die Truppen Saladins haben die christli-
chen Heere im Heiligen Land bei den Hörnern von Hattin besiegt
und wenig später Jerusalem erobert. Waren der Kreuzzug, die neuen Ins-
titutionen des Westens im Heiligen Land nur eine Episode geblieben?
Audita tremendi severitate iudicii so lautet das sprechende Incipit einer Bulle
Gregors VIII., die er am 29. Oktober aus Ferrara an alle Christen richtete.1

1
  Philip Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, 2 voll., Lipsiae, Veit et comp., 1885-18882,
n. 16019; Regesta Imperii IV: Lothar III. und ältere Staufer 1125-1197. 4. Abt. Papstregesten
1124-1198, Teil 4, Lfg. 3: 1185-1187, edd. Johann Friedrich Böhmer, Ulrich Schmidt, Wien
– Köln – Weimar, Böhlau, 2012, n. 1307 (mit Angabe der Drucke und Übersetzungen; eine
kritische Edition fehlt noch), ed. u. a. PL, CCII (1855), coll. 1539-1542:
GREGORIUS episcopus, servus servorum Dei, universis Christi fidelibus ad quos litterae
istae pervenerint, salutem et apostolicam benedictionem. Audita tremendi severitate judicii,
quod super terram Jerusalem divina manus exercuit, tanto sumus nos et fratres nostri horrore
confusi, tantisque afflicti doloribus, ut non facile nobis occurreret, quid agere aut quid facere
deberemus, nisi quod Psalmista deplorat, et dicit: Deus, venerunt gentes in haereditatem
tuam, coinquinaverunt [p. 1540A] templum sanctum tuum: posuerunt Jerusalem in pomorum
custodiam: carnes sanctorum tuorum bestiis terrae, et escas volatilibus coeli, etc. (Psal. LXXVIII.)
Ex occasione quippe dissensionis quae malitia hominum ex suggestione diaboli facta est nuper
in terra, accessit Saladinus cum multitudine armatorum ad partes illas, et occurrentibus eis
rege, et episcopis, et Templariis, et Hospitalariis, baronibus ac militibus cum populo terrae,
et cruce Dominica (per quam ex memoria et fide passionis Christi, qui pependit, et genus
humanum redemit, certum solebat esse tutamen, et contra paganorum incursus desiderata
defensio), facta congressione inter eos, et superata parte nostrorum, capta est crux Dominica,
trucidati episcopi, captus est [p. 1540B] rex, et universi fere aut occisi gladio, aut hostilibus

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 15-30
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103484
16 Klaus Herbers

Er und seine Kardinäle seien confusi, von Schmerz erfüllt, er wisse kaum, was er
tun solle. So flüchtet Gregor VIII. sich zu den Worten des Psalmisten (Ps. 78),
beschreibt die Eroberungen Saladins, kommentiert sie aus seiner Sicht,2
beklagt die Sünden der Christen, verspricht himmlischen Lohn und gewährt
Erleichterungen für alle, die das Kreuz auf sich nehmen wollen. Die Wort-
gewalt des Schreibens ist kaum in eine moderne Sprache zu übertragen,3
und so lasse ich es zunächst bei diesen Bemerkungen bewenden. Diese und
andere Schreiben zeigen aber, wie sehr auch noch am Ende des 12. Jahrhun-
derts die Kreuzzüge und Auseinandersetzungen im Heiligen Land in einer
heilsgeschichtlichen Perspektive erscheinen.4 Interessant ist aber vor allem
die Adresse: universis Christi fidelibus ad quos litterae istae pervenerint, salu-
tem et apostolicam benedictionem, denn der Papst richtet sich an die ganze

manibus deprehensi, ita ut paucissimi per fugam dicantur elapsi. Ipsi quoque Templarii et
Hospitalarii in ejus oculis decollati. Superato autem exercitu, qualiter subsequenter invaserint
et rapuerint universa, ita ut non nisi pauca loca remansisse dicantur, quae in eorum non
devenerint potestatem, non credimus nostris litteris explicandum. Nos autem, licet cum
propheta dicere habeamus: Quis det capiti meo aquam, et oculis meis fontem lacrymarum, et
plorabo nocte ac die interfectos populi mei? (Jer. IX) non tamen adeo dejicere nos debemus,
ut in diffidentiam decidamus, et credamus Deum ita populo iratum, ut quod communium
faciente multitudine peccatorum fieri permisit iratus, [p. 1540C] non cito per misericordiam
poenitentia placatus alleviet, et post lacrymationem et fletum exsultationem inducat.
2
 Cfr. zur Nutzung früherer Kreuzzugsaufrufe und zu den Bibelzitaten bereits Ursula
Schwerin, Die Aufrufe der Päpste zur Befreiung des Heiligen Landes von den Anfängen bis
zum Ausgang Innozenz IV.: ein Beitrag zur Geschichte der kurialen Kreuzzugspropaganda und
der päpstlichen Epistolographie, Berlin, Ebering, 1937 (Historische Studien, 301), pp. 81-85;
Valmar Cramer, Kreuzpredigt und Kreuzzugsgedanke von Bernhard von Clairvaux bis
Humbert von Romans, in «Das Heilige Land», XVII/XX (1939), pp.  43-204, pp.  68-73,
Penny J. Cole, ‘O God, the Heathen Have Come into Your Inheritance’ (Ps. 78.1). The Theme
of Religious Pollution in Crusade Documents, 1095-1188, in Crusaders and Muslims in Twelfth-
century Syria, ed. Maya Shatzmiller, Leiden, Brill, 1993 (The Medieval Mediterranean, 1),
pp. 84-111, p. 106 seq.; Penny J. Cole, The preaching of the crusades to the Holy Land: 1095-
1270, Cambridge (Mass.), Medieval academy of America, 1991 (Medieval Academy Books,
98), pp. 63-66 und Sylvia Schein, Gateway to the Heavenly City. Crusader Jerusalem and
the Catholic West (1099-1187), Aldershot, Ashgate, 2005 (Church, faith, and culture in the
medieval West), pp. 159-187. Die Forschung zu diesen Fragen jetzt bestens aufbereitet bei
Regesta Imperii, n. 1307.
3
 Cfr. eine Übersetzung ins Deutsche bei Amand Reuter, Summa Pontificia. Lehren und
Weisungen der Päpste durch zwei Jahrtausende, 2 voll., Abensberg, Kral, 1978, I, pp. 248-250,
cfr. Regesta Imperii, n. 1307 mit der Angabe weiterer Übersetzungen.
4
 Zu den alttestamentarischen Zitaten cfr. z. B. Schwerin, Die Aufrufe der Päpste, p. 85.
Das göttinger Papsturkundenwerk 17

Christenheit,5 ad quos litterae istae pervenerint. Wie aber sollten diese Schrei-
ben an alle Christen gelangen? Wer fungierte als Multiplikator? Wer sorgte
dafür, dass die Sorgen des Papstes den Gläubigen wirklich bekannt wurden?
Den Papst oder seinen Vorgänger hatten schon zuvor Hilferufe aus dem Hei-
ligen Land erreicht, Patriarch Heraklius hatte im September 1187 geschrie-
ben,6 weitere Bitten sind erst jüngst von Nikolas Jaspert ins Blickfeld gerückt
worden.7 Der vielfach diskutierte päpstliche Aufruf Audita tremendi, eine lit-
tera, führt – so glaube ich – auch zum Thema des Kongresses und des vorlie-
genden Sammelbandes. Der Papst selber äußert 1187 seinen tiefen Schmerz;
25 Jahre später, 1212, sollte Innozenz III. um ein Vielfaches verstärkt seiner
Freude darüber Ausdruck geben, dass die Christen in Las Navas de Tolosa
gegen die Muslime in Spanien gesiegt hatten.8 ‚L’impresa d’Oltremare’ war
von Anfang an, seit 1095, ‘Chefsache’ gewesen und blieb es auch weitge-
hend. Ich möchte mit meinen einleitenden Bemerkungen nur einige Hin-
weise für mögliche Streitfragen geben, will sie in die Zusammenhänge der
Papsturkundenforschung stellen und zugleich die Mittel und Formen disku-
tieren, die mit den Titelstichworten ‘Legaten’ und ‘Delegaten’ in den Vor-
dergrund gerückt werden. Dies bedeutet aber auch, dass eigentlich Rudolf
Hiestand – als Bearbeiter des Oriens pontificius – mehr zum Orient selbst
sagen könnte,9 deshalb wird es meine Aufgabe in diesem Zusammenhang

5
 Zum problematischen Konzept der christianitas cfr. zuletzt Nora Berend,
Christianization and the Rise of Christian Monarchy. Scandinavia, Central Europe and Rus c.
900-1200, Cambridge, Cambridge University Press, 2007 sowie Ead., Concept of Christendom:
A Rhetoric of Integration or Disintegration, in Hybride Kulturen im mittelalterlichen Europa.
Vorträge und Workshops einer internationalen Frühlingsschule, ed. Michael Borgolte, Berlin,
Akademie-Verlag, 2010 (Abhandlungen und Beiträge zur historischen Komparatistik, 16),
pp. 51-62.
6
  Benjamin Zeev Kedar, Ein Hilferuf aus Jerusalem vom September 1187, in «Deutsches
Archiv für Erforschung des Mittelalters», XXXVIII (1982), pp. 112-120; Edition pp. 120-
122 cfr. Regesta Imperii, n. 1307.
7
  Chronica regia Coloniensis, ed. Georg Waitz, MGH. SRG 18 (1880), repr. 1999 p. 137 seq.
und Nikolas Jaspert, Zwei unbekannte Hilfsersuchen des Patriarchen Eraclius vor dem Fall
Jerusalems (1187), «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», LX (2004), fasc. 2,
pp. 483-516, Edition pp. 508-516, cfr. Regesta Imperii, n. 1307.
8
 Cfr. hierzu den Brief Innozenz  III. an den kastilischen König vom 26. Oktober 1212:
Reg. Lib. XV 183, PL, CCXVI (1891), col. 703 seq.; cfr. Klaus Herbers, Geschichte des
Papsttums im Mittelalter, Darmstadt, WBG, 2012, p. 205 mit nt. 71.
9
 Zu Audita cfr. etwa Rudolf Hiestand, The Military Orders and Papal Crusading
Propaganda, in The Military Orders, 4 voll., Aldershot, Ashgate,1994-2008, III (2008)
(History and heritage), pp. 155-165, pp. 157-159.
18 Klaus Herbers

nur sein, im folgenden die Ausgangspunkte und Begriffe zu reflektieren (II),


die Dokumentationsformen und die jeweiligen Herrschaftsmittel (III) sowie
Fragen der Intensivierung und Transformation päpstlicher Herrschaft (IV)
anzusprechen.

II. Ausgangspunkte, Begriffe und Fragen

‚Für das Papsttum war die Welt im 12. Jahrhundert größer und dichter
geworden’, so beginnt Ernst-Dieter Hehl seine Einleitung des Bandes Das
Papsttum in der Welt des 12. Jahrhunderts.10 Diese Grundaussage wird all-
gemein akzeptiert, und seit dem Erscheinen des Bandes 2002 reißen die
Stimmen nicht ab, welche die neue Orientierung des Papsttums im 12. und
13. Jahrhundert immer wieder unterstreichen. Gerade die Kreuzzüge hatten
im Horizont der Päpste ganz neue Welten eingeführt, Wünsche geweckt,
die zeigen, dass die Umwälzungen des hohen Mittelalters keinesfalls nur
mit dem Stichwort der Auseinandersetzung von Sacerdotium und Regnum
gekennzeichnet werden können. Gewann damit das Papsttum eine entschei-
dende Rolle bei der Formierung Europas? Wurde erst jetzt Rom zum Zen-
trum, wurden die anderen Gebiete des Orbis Christianus zur Peripherie, wie
ein Sammelband von Harald Müller und Jochen Johrendt suggeriert?11 Die
Zwischenergebnisse der jüngeren Forschung möchte ich kurz in Erinnerung
rufen.
Nach der sogenannten ‘papstgeschichtlichen Wende’, wie Rudolf Schief-
fer die Neuorientierung seit dem ausgehenden 11. Jahrhundert bezeichnet
hat,12 entwickelte sich vor allem im 12. Jahrhundert ein Papsttum, das nicht
mehr nur auf Anfragen, Bitten und Streitfälle reagierte, sondern in immer
stärkerem Maße agierte. Dies hing auch mit den neu ausgebildeten und den
Verhältnissen angepassten Strukturen und Verfahren zusammen, die mit

10
  Ernst-Dieter Hehl, Das Papsttum in der Welt des 12. Jahrhunderts. Einleitende
Bemerkungen zu Anforderungen und Leistungen, in Das Papsttum in der Welt des 12.
Jahrhunderts, edd. Ernst-Dieter Hehl, Ingrid Heike Ringel, Hubertus Seibert, Stuttgart,
Thorbecke, 2002 (Mittelalter-Forschungen, 6), pp. 9-23, p. 9.
11
  Römisches Zentrum und kirchliche Peripherie. Das universale Papsttum als Bezugspunkt der
Kirchen von den Reformpäpsten bis zu Innozenz  III., edd. Jochen Johrendt, Harald Müller,
Berlin, de Gruyter, 2008 (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen.
Neue Folge, 2).
12
  Rudolf Schieffer, Motu proprio. Über die papstgeschichtliche Wende im 11. Jahrhundert,
«Historisches Jahrbuch», CXXII (2002), pp. 27-41.
Das göttinger Papsturkundenwerk 19

Stichworten wie Kardinalat, Kanzlei, Kammer, Legationswesen, delegierte


Gerichtsbarkeit und Rechtsverfahren hier nur angedeutet werden können.
Europa wurde durch diese Mittel zu einem ‘homogenisierten Raum’, wie
ein jüngst erschienener Band von Harald Müller und Jochen Johrendt das
Ergebnis dieses Prozesses bezeichnen will.13 Universales Handeln der Päpste
neutralisierte den Partikularismus des in sich vielfach aufgespalteten latei-
nischen Westens mit zahlreichen Folgen. Aus der Perspektive der Papstge-
schichte wurde der Einschnitt im 11. und 12. Jahrhundert auch mit Studien
zur Imitation und Anverwandlung der Papsturkunde in den Kanzleien
Europas,14 oder zu Fragen von Zentrum und Netzwerk. Kirchliche Kom-
munikationen und Raumstrukturen im Mittelalter,15 wie Gisela Drossbach
und Hans-Joachim Schmidt 2008 als Titel eines Sammelbandes formuliert
haben, untersucht.
Zum lateinischen Westen oder zu Lateineuropa gehörte – und dies
klingt fast wie ein Widerspruch – seit dem ausgehenden 11. Jahrhundert
auch ‘Outremer’ oder ‘Oltremare’ mit den neuen Strukturen. Eine Großre-
gion, die allein aufgrund der Entfernungen neue oder veränderte Formen
des Kontaktes mit dem Zentrum Rom pflegen musste.16 Es bestanden dort
Strukturen, die man gemeinhin auf westliche Vorbilder zurückführt. Was
aber bedeutete Oltremare? Wenn sich der lateinisch-christliche Orbis mit
den ‘Kreuzfahrerstaaten’17 massiv erweiterte, so fragt sich zugleich, welche
anderen Gebiete auch noch in den Einfluss- oder Kontaktkreis der Päpste
traten? Nicht nur das muslimische Spanien oder Afrika, sondern auch die
ersten Kontakte mit den Reichen in Fernost könnten genannt werden.18

13
  Rom und die Regionen. Studien zur Homogenisierung der lateinischen Kirche im
Hochmittelalter, edd. Harald Müller, Jochen Johrendt, Göttingen, de Gruyter, 2012
(Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Neue Folge, 19).
14
  Papsturkunde und europäisches Urkundenwesen. Studien zu einer formalen und rechtlichen
Kohärenz vom 11. bis 15. Jahrhundert, edd. Peter Herde, Hermann Jakobs, Köln – Weimar –
Wien, Böhlau, 1999 (Archiv für Diplomatik. Beiheft, 7).
15
  Zentrum und Netzwerk. Kirchliche Kommunikationen und Raumstrukturen im Mittelalter,
edd. Gisela Drossbach, Hans-Joachim Schmidt, Berlin, de Gruyter, 2008 (Scrinium
Friburgense, 22).
16
  Rudolf Hiestand, Das Papsttum und die Welt des östlichen Mittelmeers, in Das Papsttum
in der Welt, edd. Hehl, Ringel, Seibert, pp. 185-206.
17
 Ich setze dies in Anführungszeichen, weil mit Blick auf die Besonderheiten mittelalterlicher
Staatlichkeit der Vorschlag gemacht wurde, eher von Kreuzfahrerherrschaften zu sprechen,
cfr. Nikolas Jaspert, Die Kreuzzüge, Darmstadt, WBG, 20084.
18
 Hierzu Folker Reichert, Begegnungen mit China. Die Entdeckung Ostasiens im
Mittelalter, Sigmaringen, Thorbecke, 1992 (Beiträge zur Geschichte und Quellenkunde des
20 Klaus Herbers

­­Mit  Oltremare war zugleich Jerusalem verbunden, das auf vielen Weltkar-
ten als Zentrum erschien. Wie stellte sich das Zentrum Rom zum Zentrum
Jerusalem dar? Was bedeutet es, wenn der Plenarablass, den Jerusalemfahrer
erwerben konnten, 1300 mit dem Ablass zum römischen Jubeljahr aufgegrif-
fen wurde?19 Waren für zwei Jahrhunderte große Teile des Mittelmeerraumes
der Aktions- und Kommunikationsraum für päpstliches Handeln, bei dem
Legaten und Delegaten eine besonders wichtige, vielleicht auch eine andere
Rolle spielten?
Erlauben Sie mir nun einen Blick auf einige für unsere Tagung wich-
tige Begriffe.20 Es gilt gegenüber den jüngeren Forschungsbeiträgen zum
Papsttum und Legatenwesen bei dieser Tagung offensichtlich, die räum-
liche Erweiterung im Osten angemessen zu berücksichtigen, einen Schritt
weiterzugehen und neue Perspektiven zu entwickeln. Was bedeutete dieser
hinzugewonnene Raum für die Fragen von Papsttum und Europa? Lag das
Zentrum der westlichen Christenheit zum Beispiel dort in Jerusalem oder
lag es 1187 in Rom, wo der Papst damals gar nicht residierte? Inwieweit sind
also die Begriffe ‘Zentrum’ und ‘Zentralität’ in ihrer räumlichen Aufladung
gerade mit Blick auf Oltremare zu überdenken? Speziell das römische Zent-
rum konnte, besonders zu Zeiten von Schismen, mit den Personen wechseln
und war keinesfalls durchgehend in Rom anzutreffen. Die mehrfache Verla-
gerung des Zentrums zeitigte auch Konsequenzen für das, was als Peripherie
zu verstehen war. Obwohl der Satz Ubi est papa, ibi est Roma erst im 13.
Jahrhundert das Problem zu erledigen suchte, wo denn nun der Hauptort

Mittelalters, 15); Felicitas Schmieder, Europa und die Fremden. Die Mongolen im Urteil
des Abendlandes von 13. bis in das 15. Jahrhundert, Sigmaringen, Thorbecke, 1994 (Beiträge
zur Geschichte und Quellenkunde des Mittelalters, 16); Folker Reichert, Erfahrung
der Welt. Reisen und Kulturbegegnung im späten Mittelalter, Stuttgart, Kohlhammer, 2001,
pp. 181-205.
19
  Jochen Johrendt, Die Diener des Apostelfürsten: das Kapitel von St. Peter im Vatikan
(11.–13.  Jahrhundert), Berlin, de Gruyter, 2011 (Bibliothek des Deutschen Historischen
Instituts in Rom, 122), pp. 335-350 bes. 335 Anm. 335 und Jochen Johrendt, Alle Wege
führen nach Rom. Zur Erfindung des ersten Heiligen Jahrs (1300), in Rom – Nabel der Welt.
Macht, Glaube, Kultur von der Antike bis heute, edd. Jochen Johrendt, Romedio Schmitz-
Esser, Darmstadt, WBG, 2010, pp. 87-102.
20
 Ich greife mit den Bemerkungen dieses Abschnittes einige Überlegungen auf, die ich in
der Zusammenfassung zum Band Römisches Zentrum formuliert habe: Klaus Herbers,
Im Dienste der Universalität oder der Zentralisierung? Das Papsttum und die ‘Peripherien’
im hohen Mittelalter – Schlussbemerkungen und Perspektiven, in Römisches Zentrum, edd.
Johrendt, Müller, pp. 323-343.
Das göttinger Papsturkundenwerk 21

der Kirche zu suchen sei,21 scheint er bereits zuvor gerade zu Beginn des 12.
Jahrhunderts und während der Schismen, aber auch durch die Situation in
der Stadt Rom de facto eine gewisse Rolle gespielt zu haben. War aber Rom
– oder genauer der Papsthof – eher ein virtueller Ort der Kommunikation
oder auch eine Drehscheibe, wo die Nachricht vom Fall Jerusalems 1187 bei-
spielsweise aufgenommen und wo neue Strategien entwickelt wurden?
Wenn sich Zentralität vor dem Hintergrund des Unternehmens Olt-
remare anders darstellt, so gilt das auch für die unter den Papsthistorikern
in jüngerer Zeit vielfach diskutierten Peripherien. Neben der Problematik
des Begriffes überhaupt und seiner räumlichen Aufladung, ist davon aus-
zugehen, dass Vorstellungen der Peripherie wechselten. Gerade im Fall der
Kreuzfahrerherrschaften fragt sich, in welcher Dynamik sich solche Verän-
derungen zeitlich und strukturell gestalteten.22 Ist es zuviel gesagt, dass Lega-
ten und Delegaten bei der räumlichen Entfernung notgedrungen anders
agierten? Das beste Beispiel ist vielleicht das eingangs zitierte Rundschreiben
Audita tremendi. Von der Niederlage am 3./4. Juni 1187 bei Hattin wusste
Urban III. erst Mitte Oktober, wenige Tage vor seinem Tod, so dass erst sein
Nachfolger Gregor VIII. reagierte. Rudolf Hiestand hat darauf verwiesen,23
wie sehr die Entfernungen und die Kommunikationsschwierigkeiten sowie

21
 Cfr. dazu Ernst H. Kantorowicz, The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval
Political Theology, Princeton (N. J.), Princeton University Press, 1957, p. 204 seq., deutsch:
Id., Die zwei Körper des Königs, München, DTV, 1990, p. 215 seq.; Michele Maccarrone,
Ubi est papa, ibi est Roma, in Aus Kirche und Reich. Studien zu Theologie, Politik und Recht
im Mittelalter. Festschrift für Friedrich Kempf zu seinem 75. Geburtstag und fünfzigjährigen
Doktorjubiläum, ed. Hubert Mordek, Sigmaringen, Thorbecke, 1983, pp. 371-382. Cfr. dies
auch als eine Ausgangsfrage von Johannes Laudage, Rom und das Papsttum im frühen 12.
Jahrhundert, in Europa an der Wende vom 11. zum 12. Jahrhundert. Beiträge zu Ehren von
Werner Goez, ed. Klaus Herbers, Stuttgart, Steiner, 2001, pp. 23-53, hier p. 23 und 53, mit
dem Schwerpunkt auf einer Neubewertung des Pontifikates von Calixt II. in Abgrenzung von
Beate Schilling, Guido von Vienne – Papst Calixt II., Hannover, Hahn, 1998 (Monumenta
Germaniae Historica. Schriften, 45). Cfr. hierzu weiterhin demnächst Jochen Johrendt,
Ubi papa ibi Roma? Die Nutzung der Zentralitätsfunktion Roms durch die Päpste, in Die
Ordnung der Kommunikation und die Kommunikation der Ordnungen. Band 2. Zentralität:
Papsttum und Orden im Europa des 12. und 13. Jahrhunderts, edd. Cristina Andenna, Gordon
Blennemann, Klaus Herbers, Gerd Melville, Stuttgart, Franz Steiner Verlag, 2013 (Aurora –
Schriften der Villa Vigoni, I/2), pp. 191-212.
22
 Cfr. zum Beispiel den Sonderforschungsbereich Ritualdynamik (Universität Heidelberg),
der aber bisher stärker die Rituale selbst als deren Dynamik in den Vordergrund zu stellen
scheint, cfr. die Veröffentlichungsliste auf der Homepage: www.ritualdynamik.uni-hd.de.
23
  Hiestand, Das Papsttum und die Welt, p. 191.
22 Klaus Herbers

das mangelnde Wissen dazu führten, dass der Papst in mit den Kreuzfah-
rerherrschaften verbundenen Fragen immer noch mehr reagierte als agierte.
War hier die ‘papstgeschichtliche Wende’ wegen der räumlichen Distanz
ausgesetzt? Wenn das Reisepapsttum ein Strukturelement seit der Reform-
zeit war, dann galt dies nicht für Jerusalem. Erst Paul  VI. besuchte 1964
die wichtige Stadt im Nahen Osten. Peripherie hatte für den Orient einen
anderen Klang als im übrigen lateinischen Europa. Dazu kam, dass viele der
ins Heilige Land im 12. Jahrhundert entsandten Kardinallegaten kurz nach
ihrer Rückkehr starben und somit kein langfristiges Expertenwissen bereit-
halten konnten.24 Wurden solche Defizite durch die Kardinallegaten oder
vielleicht sogar eher durch die universal agierenden Orden wie die Zister-
zienser, besonders aber die ebenso universal agierenden Ritterorden kom-
pensiert? Die Begriffe Papstnähe oder -ferne sowie Aktion und Reaktion
erhalten vor diesem Hintergrund eine andere Konnotation. Wenn in West-
europa unter Leo IX. Lothringen, unter Calixt II. Burgund der päpstlichen
Herkunft wegen papstnah werden konnten,25 dann änderte sich im Westen
für die lateinische Christenheit aus dieser Perspektive das Verhältnis von
Zentrum und Peripherie schnell, ein Effekt, den Schismen oder päpstliche
Reisen weiter verstärkten. Diese Hilfe für universales Handeln gab es nicht,
denn in der hier interessierenden Zeit stammte kein Papst aus den Kreuzfah-
rerherrschaften des Heiligen Landes oder war dort sozialisiert worden. Es
bleibt zu fragen, ob die Kommunikation und die Integration durch Legaten
und Delegaten eine ganz besondere Bedeutung gewann?
Damit ist ein drittes Begriffspaar zu den Mitteln der Vereinheitlichung
und Integration angesprochen. Blickt man auf die Titel der Beiträge dieses
Sammelbandes, so scheinen die Helfer des Papstes auf verschiedenen Ebe-
nen wichtig geworden zu sein: als Prediger der Kreuzzüge, als Träger der
Kommunikation zwischen Okzident und Orient sowie als Statthalter der
Päpste im Heiligen Land. Delegierte Gerichtsbarkeit ist im Orient kaum
belegt, hier sticht der Bischof von Beirut ebenso hervor wie im 13. Jahrhun-
dert Abt Johannes von S. Samuel auf dem Freudenberg. Unterscheidet man
die Funktionen von Legaten und Delegaten mit Blick auf die Themenfelder

  Hiestand, Das Papsttum und die Welt, p. 192 mit näheren Angaben.
24

 Cfr. hierzu u. a. Felicitas Schmieder, Peripherie oder Zentrum Europas. Der nordalpine
25

Raum in der Politik Papst Leos IX. (1049-1054), in Kurie und Region. Festschrift für Brigide
Schwarz zum 65.  Geburtstag, edd. Brigitte Flug, Michael Matheus, Andreas Rehberg,
Stuttgart, Steiner, 2005 (Geschichtliche Landeskunde, 59), pp. 359-369; Schilling, Guido
von Vienne, pp. 445-461.
Das göttinger Papsturkundenwerk 23

d­ ieses Sammelbandes, so könnte ein fruchtbares Feld der Diskussionen darin


liegen zu fragen, welche Querverbindungen oder welche Interferenzen sich
zwischen den vorgestellten Personen und Personengruppen sowie zwischen
den jeweiligen Funktionen und Aufgaben ergaben. Wie entstand gegebe-
nenfalls eine Expertengruppe für Oltremare, wie war sie zusammengesetzt,
wie konnte sie sich verändern?

III. Formen der Dokumentation

Was wären aber Historiker ohne Quellen? Und wo blieben unsere Inter-
pretationen stecken, wenn wir nicht größere Textcorpora quellenkritisch
aufbereitet zur Verfügung hätten? Ich komme damit nochmals zu meinem
Eingangsbeispiel und zu Audita tremendi zurück. Wer machte dieses Schrei-
ben bekannt, wie ist es überliefert? Rudolf Hiestand hat in seinen Arbeiten
zum Oriens pontificius im Rahmen des Göttinger Papsturkundenwerks der
Pius-Stiftung dokumentiert, wie vielfältig diese littera überliefert ist.26 Die
in der Bearbeitung von Ulrich Schmidt vor kurzem publizierten Regesten
Gregors VIII. im Rahmen der Regesta Imperii belegen dies weiter. Audita
tremendi ist in zahlreiche historiographische Werke, so in die lateinische
Fortsetzung des Wilhelm von Tyrus, aber auch in viele englische Geschichts-
werke eingegangen. Die heutigen Überlieferungen des Briefs an verschiede-
nen Orten (München, Aberystwyth, Rouen, London, Paris und Madrid)
deuten die große Verbreitung aus einer weiteren Perspektive an.27 Es sind
mehrere, nicht völlig gleichlautende, zumindest unterschiedlich zwischen
dem 29. Oktober und 3. November 1187 datierte Schreiben mit dem Inci-
pit Audita tremendi nachzuweisen. Dazu treten mindestens drei bzw. vier
zwischen dem 29. Oktober und dem 18. November 1187 an alle Christen
gerichtete Schreiben, die ebenso über den Fall Jerusalems berichten, und die
die von Kardinälen und Bischöfen beschlossene Fastenvorschriften mittei-
len, die dazu führen sollten, die Gnade Gottes wieder zu erlangen.28 Auch
diese Briefe sind breit überliefert, sie sind wie Audita tremendi in die Dekre-
talentradition eingegangen. Vom 1. November (vielleicht auch schon vom

26
  Rudolf Hiestand, Papsturkunden für Kirchen im Heiligen Lande, Göttingen,
Vandenhoeck & Ruprecht, 1985 (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften in
Göttingen. Philologisch-Historische Klasse. Dritte Folge, 136; Vorarbeiten zum Oriens
Pontificius, 3), p. 395 seq.
27
  Regesta Imperii, n. 1307, 1311 und 1330.
28
  Regesta Imperii, n. 1306, 1310, 1373 (fast identisches Incipit), cfr. auch 1345.
24 Klaus Herbers

24. Oktober) datiert ein ähnliches Schreiben, das allen christlichen Fürsten
und Völkern vom Fall Jerusalems berichtet und zur Heerfahrt auffordert,
dabei den Schutz der Besitztümer verordnet und zur Buße ein bescheidenes
Auftreten empfiehlt.29
Es gibt also eine Flut von Schreiben und Ausfertigungen nach der Nieder-
lage von 1187, aber wie kam die in den Briefen enthaltene Botschaft an die
Adressaten? Drei weitere Einträge der Papstregesten von Böhmer-Schmidt
geben zumindest Hinweise: Datiert vom 8. November berichtet der Papst
allen Gläubigen, dass er Heinrich von Albano als päpstlichen Legaten ent-
sandt habe, den sie unterstützen sollten, vor allem auch darin, Kollekten
durchzuführen und denjenigen zu helfen, die über das Meer fahren woll-
ten30. Ähnlich schrieb er erneut am 10. November;31 beide Stücke sind heute
in Turin überliefert. Nachgewiesen ist die Legation aber weiterhin in einer
Legatenurkunde Heinrichs an Barabarossa, zudem vermelden historiogra-
phische Werke, dass Joscius von Tyrus in Frankreich und England als Kreuz-
zugsprediger tätig wurde.32 Von Heinrich von Albano hat Stephan Weiß für
1187/1188 sieben Legatenurkunden ermittelt, die ihn vor allem mit der
Kreuzzugspredigt im Umfeld Barbarossas und im Mittelrheingebiet sowie
in Lothringen nachweisen.33
Das Beispiel muss hier nicht weiter vertieft werden, denn auf solche
Entwicklungen gehen viele Beiträge des vorliegenden Sammelbandes ein,
die das Geflecht von Schrift, Person und Kommunikation und delegierter
Herrschaft untersuchen werden. Mir ging es darum, einleitend darauf hinzu-
weisen, wie sehr sich die Tiefenerschließung der Dokumentation inzwischen
verfeinert hat, die uns erst in die Lage versetzt, manche dieser Zusammen-
hänge zu sehen.
Deshalb wenigstens einige Worte zu den Unternehmungen, die uns bei
diesem Kongress helfen können: große Projekte wie das Göttinger Papstur-
kundenwerk, die Edition des Registers Innozenz’ III. und weitere Registere-
ditionen des 13. Jahrhunderts, die Verzeichnisse von Jaffé und Potthast sowie

29
  Regesta Imperii, n. 1322.
30
  Regesta Imperii, n. 1345.
31
  Regesta Imperii, n. 1351.
32
  Regesta Imperii, n. 1343.
33
  Stephan Weiss, Die Urkunden der päpstlichen Legaten von Leo  IX. bis Coelestin  III.
(1049-1198), Köln – Weimar – Wien, Böhlau, 1995 (Forschungen zur Kaiser- und
Papstgeschichte des Mittelalters. Beihefte zu J. F. Böhmer, Regesta Imperii, 13), p. 275 seq.,
n. 14-20.
Das göttinger Papsturkundenwerk 25

die Papstregesten der Regesta Imperii sind wenigstens kurz zu nennen, wenn
ich sie auch nicht im einzelnen vorstelle. Das Projekt der Registeredition
Innozenz’ III. werde ich schon gar nicht erläutern, weil Personen aus dem
Leitungsgremium und Mitarbeiter hier aktiv beteiligt sind und dies viel bes-
ser könnten.
Wichtig erscheint mir jedoch für unsere Diskussion die Zeitgrenze von
1198, die viele der Projekte voneinander trennt. Das Jahr 1198 hat für die
Erschließung der Dokumentation einen ganz spezifischen Sinn. Denn seit
diesem Zeitpunkt verfügen wir erst über eine weitgehend lückenlose Reihe
solcher Registerbände, die durch das Studium in den vatikanischen Archi-
ven heute eine breite Sichtung der Überlieferung an nur einem Ort möglich
machen. Bis 1198 ist aber die Überlieferung in den verschiedensten Empfän-
gerregionen der Schriftstücke zu suchen.34 Für die Zeit vor dieser Grenze
dokumentieren das Werk von Philipp Jaffé sowie die Papstregestenbände
der Regesta Imperii Papsturkunden chronologisch nach den Ausstellern.
Der Jaffé wird zurzeit in Erlangen für eine dritte Auflage erarbeitet. Nach
Empfängern gliedert sich hingegen das von Paul Fridolin Kehr 1896 begrün-
dete Göttinger Papsturkundenwerk. Das Unternehmen ist auch mit der
Pius-Stiftung verbunden, denn Paul Fridolin Kehr machte im Archiv von
Mailand die Bekanntschaft des dortigen Archivars Achille Ratti, der am 6.
Februar 1922 auf die Cathedra Petri gewählt wurde und bis zum 10. Februar
1939 als Pius XI. in Rom Papst war. Insofern sind wir hier in Mailand sicher
auch am richtigen Diskussionsort.
Seit 2007 gibt es das Akademievorhaben ‘Papsturkunden des frühen und
hohen Mittelalters’, das sich vor allem der Neuedition des Jaffé sowie der Ibe-
ria pontificia und den östlichen Pontifizien widmet. 2011 erschien ein erster
Band dieses Projekts, die Bohemia et Moravia pontificia, von Herrn Dr. Wal-
demar Könighaus. Unterstützt wird die Arbeit an den Pontifizien durch eine
Datenbank, die schon bald mit einer Retrodigitalisierung verknüpft werden
soll.
Die lange Erarbeitungszeit führte aber auch zu einer Veränderung der
Prinzipien: Inwieweit Historiographie, kanonistische Quellen, Delegations-
mandate und anderes in die jeweiligen Bände gehört, änderte sich schon bei
der fortschreitenden Bearbeitung der Italia pontificia, mehr aber noch bei

  Klaus Herbers, Markus Schütz, Bis in den hintersten Winkel. Das römische Zentrum
34

und die europäischen Peripherien – das Göttinger Papsturkundenwerk, in Erlanger Editionen.


Grundlagenforschung durch Quelleneditionen: Berichte und Studien, ed. Helmut Neuhaus,
Erlangen – Jena, Palm & Enke, 2009 (Erlanger Studien zur Geschichte, 8), pp. 241-254.
26 Klaus Herbers

den Bänden der Germania und der Gallia Pontificia. Wichtige Ergebnisse
der Delegationsgerichtsbarkeit und zu den Kreuzzügen hat beispielsweise
Rudolf Hiestand in dem kürzlich von Jochen Johrendt und mir herausgege-
benen Werk Das Papsttum und das vielgestaltige Italien. Hundert Jahre Italia
Pontificia durch Nachträge zu den Kreuzzügen aus den Beständen der Italia
pontificia erbracht.35 Ich zitiere aus unserer Zusammenfassung:
Rudolf Hiestand sichtet in seinem Beitrag die vielfältigen und teilweise
komplizierten Verknüpfungen der Italia pontificia mit dem Kreuzzugs-
geschehen und bietet damit auch Hilfen, wie die bisherigen Ergebnisse zu
nutzen sind und welche Aufgaben bleiben. Sein nützlicher Überblick zur
Aufarbeitung der Kreuzzugsquellen, die teilweise parallel zu den Anfängen
des Göttinger Papsturkundenwerkes verlief, kann manche Probleme wissen-
schaftsgeschichtlich erklären. Zur Diskussion stehen vier Fragebereiche, die
eigentlichen Kreuzzüge, die Kreuzfahrerherrschaften und -kirchen, die Nie-
derlassungen der italischen Seestädte im Osten sowie die Ritterorden. Die
anschließende Durchforstung der Italia-Bände und der Hinweis auf Nach-
träge – meist in den ‘Vorarbeiten zum Oriens pontificius’ 1-3 publiziert –
betrifft zunächst die Kreuzfahrerstaaten und -kirchen, die immerhin 16 neue
gegenüber zuvor 63 bekannten ergab. Anschließend werden die Teile der Ita-
lia hervorgehoben, die in den Narrationes oder Regesten den Bezug zu den
Kirchen und Herrschaften im lateinischen Osten erkennen lassen (II). Für
die Legaten ist noch mehr als bisher zu beachten, nach welchen verschiede-
nen, kurz besprochenen Kriterien im Laufe der Zeit Legationen Eingang ins
Papsturkundenwerk fanden, um unnötige Sucharbeiten zu vermeiden (III).
Die Nachlese für das eigentliche Kreuzzugsgeschehen ergab einige wichtige
Ergänzungen; die zahlreichen Spuria erklären sich auch daraus, dass manche
Städte den eigenen Anteil an den Kreuzzügen durch Urkunden lückenloser
gestalten wollten (IV). Zwischen Diözesen und Ritterorden steht das Kapi-
tel des Heiligen Grabes, weil immer wieder aufgrund mancher Patrozinien
zu entscheiden ist, ob eine Kirche Dependance der Gemeinschaft oder unab-
hängig ist. Für die Ritterorden war die Nachlese vor allem in Valetta (Malta)
und in Spanien ertragreich (V). Insgesamt differenziert diese Nachlese das
Bild nicht unwesentlich, dies gilt für die Institutionen des lateinischen Ostens
ebenso wie für die noch in die Italia Pontificia einzubringenden Nachträge.

35
  Rudolf Hiestand, Die ‘Italia Pontificia’ und das Kreuzzugsgeschehen, in Das Papsttum
und das vielgestaltige Italien. Hundert Jahre Italia Pontificia, edd. Klaus Herbers, Jochen
Johrendt, Berlin, de Gruyter, 2009 (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu
Göttingen. Neue Folge, 5), pp. 615-674.
Das göttinger Papsturkundenwerk 27

Damit wird erneut unterstrichen, wie wichtig es ist, bei der Archivsichtung
grundsätzlich alle Überlieferungen zu erfassen (VI). In einem Anhang wer-
den die in Italien gefundenen Papsturkunden zum Kreuzzug und den Kir-
chen im lateinischen Osten übersichtlich zusammengestellt.36
Damit habe ich die Quellenunternehmungen zum 12. Jahrhundert und
ihre Leistungsfähigkeit vorgestellt. Zu fragen wäre, in welchem Maße die
Großprojekte zum 13. Jahrhundert ähnliche Tiefenerschließungen ermögli-
chen und was dies gegebenenfalls für unsere Diskussionen bedeutet.

IV. Ost und West. Intensivierung und Transformation

Deshalb seien abschließend noch einige Bemerkungen – oder besser –


Fragen zum 13. Jahrhundert erlaubt. Ich hatte an den Ereignissen von 1187
einige Reaktions- und Aktionsweisen des Papstes verdeutlicht. Wie agierte
Innozenz III. 1212 an einer anderen Stelle des Orbis christianus, bei der Vor-
bereitung zur Schlacht von Las Navas de Tolosa auf der Iberischen Halbinsel,
denn die Orte zur Bekämpfung der Muslime lagen nicht nur im Osten?

36
 Der italienische Text lautete:
Nella storia delle crociate l’Italia, a parte il papato, non gioca un ruolo preponderante se non
come terra di passaggio per l’Oriente e per i quartieri delle città marinare sulla costa siriana. In
più, quando il Kehr cominciò la revisione degli archivi, la ricerca sulla crociata aveva raggiunto
un primo apogeo coll’edizione delle fonti documentarie grazie ai Röhricht, Delaville le
Roulx, Prutz ecc. Perciò non erano da aspettarsi nuovi fondi sconosciuti per le istituzioni
ecclesiastiche o secolari dell’Oriente, tratti in salvo dopo il 1187 o il 1291, mentre in Oriente
Turchi e Mamlucchi avevano fatto tabula rasa.
Malgrado ciò la ‘vendemmia’ ha dato frutti molto importanti aumentando la documentazione
pontificia per la chiesa diocesana in Oriente di un quarto come p. es. un privilegio di Lucio III
per la chiesa di Beirut, singolare per l’Oriente latino. Ma sia le ricerche archivistiche del Kehr che
l‘Italia Pontificia sono stato per lungo tempo tralasciate dagli storici delle crociate. Ancora più
rilevante si rivelò un gruppo d’appelli papali a partire d’Urbano II per i monaci di Vallombrosa
fino a Clemente III per i crociati toscani, mettendo l’Italia nella propaganda papale accanto
alla Francia ecc. che fin’oggi a torto domina il quadro generale. Particolarmente importanti
furono inoltre le nuove bolle per gli ordini militari, Templari e Ospedalieri, conservatici in
manoscritti a Palermo e Malta, il cui valore era sfuggito al Delaville, in modo minore tali per
i canonici del S. Sepolcro ed i lebbrosi di San Lazzaro. In quanto ai dieci volumi dell’Italia
un numero non esiguo di regesti riguarda le crociate che non entravano originariamente nel
progetto, come tante notizie tralasciatevi saranno da riassumere in un volume di additamenta.
Per tale rivalutazione segue una lista di 57 nuove bolle per il movimento crociato nel senso
largo che serviranno a future ricerche.
28 Klaus Herbers

Vorbereitet war dies durch Papst Coelestin III. (1191-1198), der dank sei-
ner früheren Legationsreisen ein ausgewiesener Spanien-Spezialist war.37 Er
versuchte, die christlichen Reiche der Iberischen Halbinsel im Kampf gegen
die muslimischen Almohaden stärker zusammenzuführen und schickte dazu
auch Legaten auf die Iberische Halbinsel. Durch die ihm gebotenen Mittel
erreichte er es, den Weg zu einer Annäherung zwischen Kastilien und León
zu ebnen, denn die Einigkeit beider Reiche wäre für einen erfolgreichen
Kampf gegen die Muslime bitter nötig gewesen.
Unter anderem diese Uneinigkeit führte 1195 in Alarcos zunächst zu
einer Niederlage der christlichen Herrschaften, jedoch wendete sich das
Blatt 1212 in Las Navas de Tolosa. Papst Innozenz  III. (1198-1216) ver-
suchte nach der Niederlage der Christen, besonders seit 1211, eine einheitli-
che Front gegen die Almohaden herzustellen. Legationen, Kreuzzugsbullen,
Erlaubnis zur Kreuzpredigt (22. Februar 1211) unterstützten das Vorha-
ben. Vor allem nachdem die Almohaden noch 1211 ein kastilisches Heer
geschlagen hatten und der Emir verkündet hatte, er wolle nach der Nie-
derwerfung der christlichen Reiche Spaniens sogar auf Rom marschieren,
verstärkte der Papst seine Unterstützung. In Spanien selbst koordinierte der
fähige Rodrigo Jiménez de Rada, der seit 1209 den Erzbischofsstuhl von
Toledo innehatte,38 die verschiedenen Interessen. Große Resonanz fand er
vor allem in Kastilien, Navarra und Aragón. Außerdem wurde ‘ausländische’
Beteiligung an den Kampfeshandlungen eingeworben, dazu hatte Papst
Innozenz  III. die Kreuzpredigt vor allem in Frankreich erlaubt, nachdem
dort schon zuvor verschiedene Aktivitäten zu einer Unterstützung des Mau-
renkampfes geführt hatten. Wichtig war, dass der bevorstehende Kampf
auch von höchster christlicher Stelle als Kreuzzug angesehen und verkündet
wurde, daneben sind jedoch die Vorbereitungen der christlichen iberischen
Reiche selbst zu würdigen.

37
 Zu den Legationsreisen des Hyacinth cfr. Ingo Fleisch, Rom und die Iberische Halbinsel
im 12.  Jahrhundert. Das Personal der päpstlichen Legationen, in Römisches Zentrum, edd.
Johrendt, Müller, pp.  1-16, hier pp.  155-161 und 171-175; Anne J. Duggan, Hyacinth
Bobone: Diplomat and Pope, in Pope Celestine  III (1191-1198). Diplomat and Pastor, edd.
John Doran, Damian J. Smith, Aldershot, Ashgate, 2008 (Church, faith and culture in the
Medieval West), pp. 1-30.
38
 Cfr. zu ihm Matthias Maser, Die ‘Historia Arabum’ des Rodrigo Jiménez de Rada.
Arabische Traditionen und die Identität der Hispania im 13. Jahrhundert, Münster –
Berlin – New York, LIT, 2006 (Geschichte und Kultur der Iberischen Welt, 3), pp. 9-40,
bes. pp. 19 23.
Das göttinger Papsturkundenwerk 29

Hatte schon Papst Coelestin III. immer wieder für eine Einheit der christ-
lichen Reiche gegen die geschlossener agierenden Almohaden gekämpft,
so verstärkte sich dies unter seinem Nachfolger Innozenz III. besonders ab
1211. Sicher bestimmte nicht nur die Furcht vor einem eher unrealistischen
Angriff der Almohaden auf Rom die Aktivitäten des Papstes, sondern auch
der Wunsch, nach dem Verlust Jerusalems im Osten 1187 nun zumindest
im Westen die christliche Herrschaft weiter festigen zu können. Am Tag der
Schlacht hatte Innozenz in Rom noch einen Bittgang der Einwohnerschaft
mit Fasten veranstaltet und war selbst vom Lateran nach Santa Croce wie
ein Büßer barfuß geschritten. Den späteren Siegesbericht ließ er öffentlich
verlesen und übersetzte ihn angeblich selbst. Insofern wirkte der Sieg der
Christen in Las Navas de Tolosa auch über Spanien hinaus, beeinflusste viel-
leicht Vorstellungen im gesamten lateinischen Westen, denn er könnte die
schmerzlichen Erfahrungen der Verluste von 1187 im Heiligen Land gemil-
dert haben. Ähnlich empfanden später manche Zeitgenossen die Eroberung
Granadas 1492 als gewisse Kompensation für den Verlust Konstantinopels
1453. Ost und West wurden durchaus an manchen Orten der Christenheit
zusammengesehen. Allerdings billigten spanische Autoren, wie Rodrigo
Jiménez de Rada, mit einer gewissen Berechtigung dem Papsttum keinen
Verdienst an den militärischen Erfolgen zu, sondern sahen hier einen Sieg
Spaniens, genauer Kastiliens und Toledos.
Auch im Westen lag also – jedenfalls 1211-1212 – Oltremare, wenn auch
ganz anders als im Heiligen Land. Legaten und Delegaten waren hier ebenso
beteiligt, päpstliche Kreuzzugsbullen unterstützten das Unternehmen.
Wenn aber die Päpste im Westen ähnlich wie im Osten agierten, wie sind die
Verbindungen herzustellen? Waren Legaten und Delegaten austauschbar,
waren die Angehörigen der Ritterorden wichtig? Oder sind beide Aktions-
felder doch – allein wegen der Entfernung – unterschiedlich einzuschätzen?

V. Ausblick

Damit bin ich mit meinen einleitenden Bemerkungen schon fast am


Ende, auch wenn ich vielleicht zu wenig zur allgemeinen politischen Einord-
nung vorgetragen habe, was ich nur mit einigen Stichworten abschließend
tun kann. Wenn Missionierung und Predigt auch im Zusammenhang mit
Oltremare wichtiger wurden – das 13. Jahrhundert gilt als das Jahrhundert
der Überzeugungsmission – dann ist die Kreuzzugspredigt auch mit Blick
auf die neuen Orden zu diskutieren, die Predigt und Seelsorge auf ihre Fah-
nen geschrieben hatten. Die Verflechtungen der vom Papst beauftragten
30 Klaus Herbers

Personen mit Ordensgemeinschaften dürften für den Aspekt der Kreuz-


zugspredigt fundamental sein. Es gibt also viele Fragen, neben der Klage über
den Verlust Jerusalems auch die praktischen Helfer bei der Organisation der
neuen Unternehmungen im 13. Jahrhundert. Oltremare könnte dabei aber
sogar weiter gefasst werden, denkt man neben der Iberischen Halbinsel auch
an die Aufrufe zur Bekämpfung der Pruzzen oder andere Parallelfälle. Die
besondere Situation von Oltremare bis 1291 dürfte nicht nur auf die bei
unserem Kongress im Vordergrund stehenden Legaten und Delegaten einen
Einfluss gehabt haben, sondern auch auf das Papsttum insgesamt. Jedenfalls
könnte der zeitweise sehr intensive Kampf gegen Friedrich II., auch gegen
den Kreuzfahrer Friedrich II., dazu geführt haben, dass manche fundamen-
tale Probleme im Heiligen Land aus dem Blick gerieten. Waren darüber
hinaus vielleicht die Kontakte mit den Mongolen, die Suche nach dem Pries-
terkönig Johannes, die prognostische Predigt eines Franziskus in Damiette
Orientierungspunkte, die auch die tägliche Arbeit mit Legaten und Delega-
ten bestimmten? Es gibt viele Fragen und sicher auch mehrere oder vielleicht
keine Antworten, denn auch mir ist klar: Nicht nur die Hiobsbotschaft von
1187 führte zum Handeln von Papst und Legaten.
Ad liberandam Terram sanctam und die
Kanonistik1

Uta-Renate Blumenthal

D
ie Kreuzzüge sind aus der mittelalterlichen Geschichte nicht weg-
zudenken.2 Man wundert sich daher, dass zumindest die klassi-
sche Kanonistik die vielen, sehr verschiedenartigen Probleme, die
sie aufwerfen, recht stiefmütterlich behandelt hat. Wie James Brundage,
dem wir die ausführlichste Studie über das Kreuzzugsthema in der kirchli-
chen Gesetzgebung verdanken, mit Erstaunen verzeichnete, spricht Grati-
ans Decretum von ca. 1140 nirgends direkt über die Kreuzzüge,3 man kann
höchstens Gratians Zusammenstellungen zu den Themen De voto und pere-
grini zur Information heranziehen, wie es spätere Kanonisten denn auch not-
gedrungen taten.4 Selbst im Zusammenhang mit meinem heutigen Thema,
der Konstitution 71 Ad liberandam Terram Sanctam des Vierten Lateranums

1
 Auch hier sei Martin Bertram und Kenneth Pennington für Hilfe herzlichst gedankt.
2
  Hans Eberhard Mayer, Bibliographie zur Geschichte der Kreuzzüge, Hannover,
Hahnsche Buchhandlung, 1960, mit mehr als 5,000 Einträgen; LMA, V (1991), coll.
1508-1519 ( Jonathan Simon Christopher Riley-Smith), besonders coll.1518-1519 knapp,
aber sehr gut ausgewählt; The Crusades: an encyclopedia, ed. Alan V. Murray, 4 voll., Santa
Barbara (Calif.) – Oxford, ABC-CLIO, 2006. Nicht überholt ist Hans Eberhard
Mayer, Geschichte der Kreuzzüge, Stuttgart, W. Kohlhammer Verlag, 19764); Jean
Richard, The Crusades, c.1071-c.1291, übersetzt aus dem Französischen v. Jean Birrell,
Cambridge, Cambridge University Press, 1999 (Cambridge medieval textbooks); The
Oxford Illustrated History of the Crusades, ed. Jonathan Simon Christopher Riley-Smith,
Oxford – New York, Oxford University Press, 1997.
3
  James Arthur Brundage, Medieval Canon Law and the Crusader, Madison –
Milwaukee – London, The University of Wisconsin Press, 1969, p. 39.
4
 Zu Einzelheiten s. Brundage, Medieval Canon Law, pp.  30-114. Erst in
Dekretalensammlungen und dem Liber Extra des 13. Jahrhunderts wird das
Kreuzzugsversprechen speziell behandelt (p.  67), aber ‘no treatise De crucesignatis has yet
been discovered throughout the vast literature of medieval canon law.’ (p. 190). Cf. Martin
Bertram, Johannes de Ancona: Ein Jurist des 13. Jahrhunderts in den Kreuzfahrerstaaten,
«Bulletin of Medieval Canon Law», n.s. VII (1977), pp.  49-64 und besonders die
‘Vorbemerkung,’ p. 62.

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 31-50
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103485
32 Uta-Renate Blumenthal

von 1215,5 herrscht fast völliges Schweigen. Die grosse Ausnahme ist Hen-
ricus de Segusio, besser bekannt als Hostiensis, in den sechziger Jahren des
dreizehnten Jahrhunderts. Mein Thema ist nur scheinbar eng, denn Inno-
zenz III. und das Konzil fassten mit dieser Konstitution nicht nur die gesamte
Entwicklung der Kreuzzüge seit 1095 zusammen, sondern ­bildeten diese
Tradition auch weiter, so dass Ad liberandam grundlegend für die Zukunft
der Kreuzzüge wurde.6 In den folgenden Zeilen wird cost.  71 des Vierten
Laterankonzils aus drei Blickwinkeln heraus kurz betrachtet: 1.) Konstitu-
tion und Konzil, sowie 2.) die Glossenapparate von Johannes Teutonicus und
Vincentius Hispanus zu Ad liberandam mit einem Seitenblick auf Damasus
Hungaricus, 3.) der Liber Extra Gregors IX. und Hostiensis.
Mit drei Ausnahmen: cost. 42 und cost. 49 sowie dem bei weitem gröss-
ten Teil von cost.  71, finden sich sämtliche Konstitutionen des Vierten
Lateranums im Liber Extra Gregors  IX. In seiner Bulle vom 5. Septem-
ber 1234 sandte der Papst dieses von Raymund von Peñafort kompilierte
Gesetzbuch an die Universität von Bologna mit der strikten Anweisung, es
einzig und allein in Zukunft in Schulen und Gerichten anzuwenden.7 Dem-
entsprechend wurden alle darin enthaltenen Texte — einschliesslich der
Kanones von 1215 — im Zusammenhang mit dem Liber Extra bis 1917 von
Rechtsgelehrten ausführlich kommentiert, aber theoretisch auch nur diese,
so wie es Gregor IX. angeordnet hatte.8 Selbst noch im Codex Iuris Canonici

5
 COD, cost. 71, pp. 267-271. Siehe jetzt Conciliorum oecumenicorum generalium decreta. The
General Councils of Latin Christendom. Editio critica, vol. II, 1, pp. 151-204, edd. Antonio
Garcia y Garcia and Alberto Melloni, Turnhout, Brepols, 2013 (Corpus Christianorum). Der
Band erschien zu spät, um eingearbeitet zu werden.
6
  Mayer, Geschichte, pp.  170-187; Maureen Purcell, Papal Crusading Policy: the chief
instruments of papal crusading policy and Crusade to the Holy Land from the final loss of Jeru­
salem to the Fall of Acre. 1244-1291, Leiden, E.J. Brill, 1975 (Studies in the history of Christian
thought, 11), Appendix A, pp. 187-199, verdeutlicht durch Paralleldruck die fast wörtliche
Übereinstimmung zwischen cost. 71 von 1215 und der Konstitution Afflicti corde des Konzils
von Lyon von 1245 sowie den engen Zusammenhang dieser beiden Texte mit der Konstitution
Pro zelo fidei des Zweiten Konzils von Lyon von 1274. Zur Einführung zum 1215 Konzil ist
wesentlich Werner Maleczek, LMA, V (1991), coll. 1742-1744, s.v. Laterankonzil IV.
7
 Cfr. unten nt. 54. Eine englische Übersetzung bei Prefaces to canon law books in Latin
Christianity: selected translations, 500-1245, edd. Robert Somerville, Bruce C. Brasington,
New Haven – London, Yale University Press, 1998, 235 seq.
8
 Die Texte der einzelnen Konstitutionen sind am leichtesten zu finden in COD; cost. 42 De
saeculari iustitia (p.  253) verbietet ungerechtfertigte Übergriffe von Klerikern auf säkulare
Gerichtsbarkeit; cost. 49 De poena excommunicantis iniuste (p. 257) verbietet ungerechtfertigte
Exkommunikationen und ihre Lösung besonders im Zusammnenhang mit Geldstrafen. Bei
Ad liberandam Terram sanctam 33

von 1917 nimmt das grosse Konzil von 1215 nach dem Konzil von Trent
den wichtigsten Platz unter den konziliaren Quellen ein.9 ‘No conciliar text
of the Middle Ages made such an impact on the canonists as the Lateran
constitutions of 1215,’ schloss der neueste Herausgeber eines Arbeitstextes
der massiven und legistisch ausgefeilten Konstitutionen von 1215, Antonio
García y García, aber natürlich gehören die drei fehlenden Texte von 1215
nicht dazu und das heisst, auch cost. 71 Ad liberandam nicht.10
Zusammen mit einer umfangreichen Teilnehmerliste standen jedoch
alle Konstitutionen — einschliesslich von cost. 71 — höchstwahrschein-
lich im Register Innocenz' III., in einem Band, der heute verloren ist.11 Ad

dem Fragment der cost. 71 handelt es sich um das Handelsverbot mit der Levante (pp. 267-271,
hier p. 270). Vergleiche Corpus Iuris Canonici, ed. Emil Friedberg, Leipzig, B. Tauchnitz, 1879-
1881, II (1881); Nachdruck Graz, Akademische Druck- und Verlagsanstalt, 1959), Decretalium
D. Gregorii Papae IX compilatio, col. XII, mit der Liste aller in die Dekretalen aufgenommenen
Konstitutionen (s.v. 4. Conc. Later. IV. (1215). Die Dekretalen Gregors  IX. = Liber Extra
wird unten zitiert als X. Zu cost. 71 siehe X 5.6.17, coll. 777-778. Die COD Ausgabe der
Konstitutionen von 1215 ist überholt durch die Werkausgabe der Texte von Constitutiones
Concilii quarti Lateranensis una cum Commentariis glossatorum, ed. Antonio García y García,
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1981 (Monumenta iuris canonici. Series A,
Corpus glossatorum, 2), pp. 40-118 (wie unten nt. 11), sowie die Neuausgabe (wie oben nt. 5).
9
  Hans Wolter, From the High Middle Ages to the Eve of the Reformation, in History of the
Church, ed. Hubert Jedin, New York, 1982, IV, p. 172.
10
  Antonio García y García, The Fourth Lateran Council and the Canonists, in The History
of Medieval Canon Law in the Classical Period, 1140-1234: from Gratian to the Decretals of Pope
Gregory IX, edd. Wilfried Hartmann, Kenneth Pennington, Washington DC, The Catholic
University of America Press, 2008 (History of medieval canon law), pp. 367-378, hier p. 370.
11
 Zu den ca. 1200 geistlichen und dazu den weniger gut bezeugten weltlichen Grossen als
Teilnehmer am Konzil siehe besonders Georgine Tangl, Die Teilnehmer an den Allgemeinen
Konzilien des Mittelalters, Weimar, s.e., 1932, Nachdruck Darmstadt, Wissenschaftliche
Buchgesellschaft, 1969, pp.  219-232 sowie Jacob Werner, Die Teilnehmerliste des
Laterankonzils vom Jahre 1215, in «Neues Archiv», XXXI (1906), pp.  575-593. Zum
Register Anton Haidacher, Beiträge zur Kenntnis der verlorenen Registerbände Innocenz’
III., in «Römische Historische Mitteilungen», IV (1960-61), pp. 37-62 und Stephan Kuttner
in seinen ‘Retractiones’ zum Nachdruck seines Aufsatzes mit Antonio García y García, A New
Eyewitness Account of the Fourth Lateran Council, in Stephan Georg Kuttner, Medieval
councils, decretals, and collections of canon law. Selected essays, London, Variorum reprints,
1980 (Variorum collected studies series, 126) n. IX, hier Retractiones, p.  7; Constitutiones
Concilii quarti Lateranensis, p.  19. Allgemein zum Konzil ausser García y García, The
Fourth Lateran (wie nt. 8) besonders auch Anne J. Duggan, Conciliar Law 1123-1215: The
Legislation of the Four Lateran Councils, in The History of Medieval Canon Law (wie nt. 10),
pp. 318-366, hier pp. 341-366 mit einer Liste der Quellen für Innocenz’ Dekrete (p. 341)
und weiterer Literatur.
34 Uta-Renate Blumenthal

liberandam fehlt in keiner der 64 heute noch erhaltenen vollständigen Hand-


schriften der Konstitutionen Innocenz’ III. von 1215. Dabei ist jedoch zu
beachten, dass cost. 71 als einziges Dekret zuweilen nicht numeriert ist und
nicht immer den Schluss der umfangreichen Reihe bildet.12 Es ist schwie-
rig, den Inhalt dieses Aufrufs zum Fünften Kreuzzug knapp wiederzugeben,
aber folgende Stichworte vermögen zumindest einen Eindruck dieses äus-
serst wichtigen Bündels von Anordnungen zu vermitteln13: 1) Aufforderung,
sich in Brindisi oder Messina ab Juni 1216 zum Kreuzzug zu versammeln;
Kleriker im Heer erhalten das Einkommen ihrer Benefizien für drei Jahre
und dürfen es verpfänden; 2) unter Androhung von Exkommunikation und
Interdikt sind Kreuzzugsgelübde zu erfüllen, es sei denn, Kommutation wird
gestattet; 3) Sündenablass wird nicht nur Teilnehmern gewährt, sondern
auch denjenigen, die Krieger bereitstellen und deren Unterhalt übernehmen,
sowie allen, die Schiffe zur Verfügung stellen; Papst und Kurie beteiligen sich
an entstehenden Unkosten; 4) unter Androhung von Exkommunkation ist
von Klerikern auf drei Jahre der Zwanzigste zu zahlen, der durch besondere
Kollektoren einzusammeln ist; bestimmte Orden sind ausgenommen, Papst
und Kardinäle zahlen einen Zehnten; 5) Befreiung von gewissen Steuern
für Kreuzfahrer, deren Person und Eigentum unter päpstlichem Schutz ste-
hen, der durch Sonderbeautragte und zuständige Prälaten durchzusetzen
ist, bis sichere Nachricht entweder von Tod oder Heimkehr eingetroffen ist;
6) Wucherzinsen sind zu erlassen oder zu erstatten; Juden sollen durch die
weltliche Gewalt dazu gezwungen werden und das Pfandobjekt ohne unge-
rechtfertigte Abzüge aushändigen; 7) verschiedene Verbote zum Umgang
und Handel mit Piraten und der Levante, Verbot von Tournieren auf drei
Jahre sowie Anordnung eines vierjährigen Gottesfriedens; 8) wer kirchliche
Strafen missachtet, wird der weltlichen Gewalt angezeigt; 9) und schliesslich
zum Abschluss des Kanons Proklamation der Sündenvergebung für direkte
und indirekte Teilnehmer, wobei in gewissen Fällen der Ablass iuxta faculta-
tem et qualitatem der Beteiligung begrenzt ist.

12
 Aus diesen Gründen erklärt sich wohl die zuweilen etwas skeptische Beurteilung der
Konstitution bei Stephan Kuttner, wie in Stephan Kuttner, Antonio García y
García, A New Eyewitness Account, (wie nt. 11), p. 133, wo er meint, dass Ad liberandam am
14. Dezember 1215 separat veröffentlicht worden sei.
13
 Der Originaltext steht bei Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp.  110-118 und
COD (wie nt. 8), pp. 267-271 und ist anders unterteilt als in meiner Zusammenfassung.
Ad liberandam Terram sanctam 35

Der Hintergrund zu diesen sehr weitreichenden Bestimmungen — das


Konzil war von Innocenz III. seit langem geplant —14 bildet ganz deutlich
das Versagen des Vierten Kreuzzugs, dessen Leitung dem Papst entglit-
ten war.15 Obwohl Innocenz  III. auf der feierlichen Schlußsitzung am 30.
November die Versammlung mit der soeben aus Konstantinopel gebrachten
Kreuzreliquie nach deren Anbetung segnete,16 sollten sich nach dem Wil-
len des Papstes die Ereignisse des Vierten Kreuzzugs nie wiederholen, son-
dern Hilfe von nun an tatsächlich dem Heiligen Land zugute kommen. Die
Quellenverweise der kritischen Werkausgabe des Textes der Konstitution
71 durch García y García zeigen unter anderem den engen Zusammenhang
der Konstitutionen mit früheren Laterankonzilien, dem Decretum Grati-
ani, den Compilationes Antiquae und vor allem dem Kreuzzugsaufruf Quia
maior Innocenz’ III. selbst.17 Obwohl alle Dekrete auf der Schlußsitzung am
30. November 1215 verlesen wurden, erfolgte die offizielle Promulgation
durch die Kurie erst etwas später.18 Antonio García y García untersuchte
die Historiographie zur Autorenfrage und schloss nach Durchsicht reicher
handschriftlicher Belege, dass Papst Innocenz  III. selbst, vermutlich mit
Beteiligung der Kurie, die Dekrete des Vierten Lateranums grösstenteils vor
Beginn des Konzils formuliert hatte, so dass sie von den Konzilsteilnehmern
lediglich approbiert wurden.19 Die Konstitutionen cost.  1 – 3 und nicht

14
 Die Einladung zum Konzil erfolgte am 19. April 1213 durch das Rundschreiben Vineam
Domini und kurz danach wurde der Aufruf zum Kreuzzug Quia maior nunc verbreitet.
Alberto Melloni, Vineam Domini—10 April 1213: New Efforts and Traditional Topoi—
Summoning Lateran IV, in Pope Innocent III and His World, ed. John C. Moore, Aldershot,
Ashgate, 1999, pp. 63-73.
15
 Hierzu besonders Werner Maleczek, Petrus Capuanus, Kardinal, Legat am
Vierten Kreuzzug, Theologe (+1214), Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der
Wissenschaften, 1988 (Publikationen des Historischen Instituts beim Österreichischen
Kulturinstitut in Rom. Abteilung, 1. Abhandlungen, 8), p. 96, 151, 188 und 258-263: Exkurs
B Hat Innocenz  III. den Chartervertrag vom April 1201 bestätigt?, was er überzeugend
negativ beantwortet.
16
  Kuttner, García y García, A New Eyewitness Account, (wie nt. 11), p. 165.
17
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp. 110-118 sowie Antonio García y García,
La Biblia en el concilio 4 lateranense de 1215, «Annuarium Historiae Conciliorum», XVIII
(1986), pp.  91-102; cfr. Duggan, Conciliar Law 1123-1215, pp.  341-342, nt.124 mit
weiteren Hinweisen.
18
  Werner Maleczek schlägt vor, Monate später (LMA, V (1991), col.1743), doch ist es
nicht ausgeschlossen, dass alle Konstitutionen bereits am 14. Dezember 1215 veröffentlicht
wurden, wie der Hostiensis’ Auszug nahe legt. Cfr. unten bei nt. 64.
19
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp. 5-11.
36 Uta-Renate Blumenthal

zuletzt cost. 71 Ad liberandam sind jedoch Ausnahmen und wurden anschei-


nend auf dem Konzil diskutiert, zumindest durch Kommissionen, denn eine
allgemeine ‘Diskussion’ kann man sich bei den mehr als eintausend fünf-
hundert Teilnehmern, die in der Lateranbasilika versammelt waren, kaum
vorstellen.20 Besonders in Bezug auf die Konstitution 71 ist zu erwägen, dass
sich die Kurie vielleicht vor der Beschwerde zu schützen hatte, neue, das
heisst nach mittelalterlichem Verständnis, malae consuetudines, eingeführt
zu haben, obwohl das Papsttum eine derartige Beschränkung in Bezug auf
kirchliche Besteuerung nie zugegeben hat. Papst Innocenz III., der als erster
Papst kirchliche Kreuzzugssteuern auf Kleriker und Kirchenbesitz nach welt-
lichem Vorbild verfügte, bezeichnete es als absurd, anzunehmen, ut qui pro
communi utilitate laborant, propriis tantum debeant stipendiis militare, als er
1199 zum Kampf gegen die Albigenser aufrief.21 Das Dritte Lateranum von
1179 unter Papst Alexander III. hatte in c. 19 Laien strikt untersagt, Kleriker
und Kirchen zu besteuern, ein Verbot, das 1215 in cost. 46 bei veränder-
tem Wortlaut wiederholt wurde.22 Die Vorschriften zur Besteuerung kirch-
licherseits in cost. 71 betrafen im Gegenzug nur Kleriker. Die Beratungen
des Konzils, die übrigens auch für das Erste Konzil von Lyon 1245 zum glei-
chen Thema belegt sind — beide Diskussionen werden von Adolf Gottlob
als Ausnahmen bezeichnet —23 haben aber wohl hauptsächlich die einfache
Tatsache zum Grund, dass man sich bei der Durchführung aller praktischen
Anweisungen, und erfahrungsgemäss besonders bei der Einsammlung von
Steuern, der aktiven Mithilfe der Teilnehmer vergewissern musste. Konzils­
teilnehmer waren seit altersher schon allein durch ihre Anwesenheit bei der
Promulgation der Kanones oder Konstitutionen auf einem Konzil zu deren
Einhaltung verpflichtet.

20
  Othmar Hageneder in seiner Besprechung von Constitutiones Concilii quarti Lateranensis
in «Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung»,
LXVIII (1982), pp. 462-469, hier p. 462 und Maleczek, LMA, V (1991), col. 1743 stimmen
dem Urteil García’s zu. Kuttners Kommentar zur Beschreibung des Konzils in der Gießener
Handschrift erhellt viele Einzelheiten der Ereignisse auf und zwischen den Konzilstagen.
Kuttner, García y García, A New Eyewitness Account, (wie nt. 11), besonders pp. 129-
163 und zu Debatten pp. 109-110, 121, 174-175.
21
 Zitiert bei Adolf Gottlob, Die päpstlichen Kreuzzugs-Steuern des 13. Jahrhunderts,
Heiligenstadt, F. W. Cordier, 1892, 2 sowie allgemein zur Steuerpolitik Innocenz’ III.
pp. 18-26.
22
 COD, p. 221 und p. 255.
23
  Gottlob, Die päpstlichen Kreuzzugs-Steuern, p. 35 zu 1215, p. 48 zu 1245.
Ad liberandam Terram sanctam 37

Bis zu einem gewissen Grad erhellen sich die kanonistischen Geschicke


der langen Konstitution 71, oder wie die spätere Rubrik dazu lautet, der
Expeditio pro recuperanda Terra sancta, durch die Ereignisse auf dem Konzil
selbst. Ad liberandam ist die einzige Konstitution von 1215, die in zwei Ver-
sionen überliefert wird, einmal, scheinbar verkürzt, bei Roger von Wendo-
ver, und zweitens in einer am 14. Dezember an der Kurie publizierten Form
(Potth. 5012), in der wir sie zusammen mit den weiteren 70 Konstitutionen
heute kennen. Es ist auch die einzige Konstitution, die sowohl auf der Eröff-
nungssitzung am 15. November 1215 als auch auf der Schlußsitzung am
30. November von Innocenz in seinen Ansprachen speziell erwähnt wurde.
Stephan Kuttner schlug sehr überzeugend vor, in Rogers Version einen
vorläufigen Entwurf zu sehen, der vom Papst in seiner Eröffnungspredigt
verlesen und sofort danach von Roger übernommen wurde, ohne dass der
Chronist die Promulgation abgewartet hätte.24 Ein deutscher Augenzeuge
des Konzils, dessen Brief aus Rom in die Heimat von Antonio García y Gar-
cía in einer Gießener Handschrift der Konstitutionen entdeckt worden war
und den volleren Text bietet, schrieb dagegen erst im März 1216 und konnte
so zwischen Eröffnungsrede und Promulgation eine Verbindung herstellen.25
Abgesehen von den einmaligen organisatorischen Anordnungen zum
Fünften Kreuzzug enthielt Ad liberandam weitreichende, tief in das kirch-
liche Leben eingreifende, Bestimmungen, die für Kanonisten von entspre-
chendem Interesse gewesen sein müssten. Die steuerlichen Regelungen, die
es der Kurie zumindest theoretisch erlauben würden, anders als beim Vierten
Kreuzzug alle Fäden in der Hand zu halten, legten den Grundstein für die
päpstliche Besteuerung der Kirchen überhaupt — ein wesentlicher Mach-
zuwachs für das Papsttum — und schufen dabei eine neue Klasse von kuri-
alen Beamten, die Kollektoren.26 Von keiner geringeren Bedeutung für die
mittelalterliche Kirche war die versprochene Sündenvergebung. Spätestens
seit Papst Urban II. 1095 in Clermont zum Kreuzzug aufrief, bildete sie in
Verbindung mit dem Besuch Jerusalems ein ganz wesentliches Element der

24
  Stephan Kuttner, Antonio García y García, A New Eyewitness Account of the
Fourth Lateran Council, «Traditio», XX (1964), pp. 115-178; nachgedruckt mit Retractiones
in Kuttner, Medieval Councils, n. IX und pp. 7-8, hier p. 134 und Appendix C (pp. 174-
178) mit einem Vergleich der beiden Versionen. Über die nachträgliche Ausarbeitung der
bekannten ‘Vollversion’ kann kein Zweifel bestehen.
25
  Kuttner, García y García, A New Eyewitness Account; Text der Gießener Handschrift
auf pp. 123-129 mit Kuttners Kommentar, cfr. besonders 132, 133, 134, 156, 163.
26
  Richard Puza, in LMA, V (1991), col. 1254 (Lit.), s.v. Kollekte, Kollektor.
38 Uta-Renate Blumenthal

Kreuzzugswerbung.27 Was unter Ablass auf dem Konzil von 1095 im mit-
telalterlichen Kontext zu verstehen war, ist selbst heute noch umstritten.28
‘Man muß sich immer vor Augen halten, daß die Propagierung des ersten
Kreuzzugsablasses sich in einer Sphäre vollzog, die weder durch eine kirch-
liche Lehramtsentscheidung präjudiziert noch durch eine theologische
Debatte beeinflußt war’, warnt Hans Eberhard Mayer.29 Hödl versteht unter
Urbans Erlass einen Vollablass (pro omni poenitentia).30 So verstand es auch
Papst Eugen III., als er 1145 zum zweiten Kreuzzug mit der einflussreichen
Bulle Quantum praedecessores ( JL 8876) aufrief und erklärend schrieb:31
…Illam peccatorum remissionem quam …Urbanus instituit…concedimus et
confirmamus…. Peccatorum remissionem et absolutionem, juxta praefati prae-
decessoris nostri institutione, omnipotentis Dei et beati Petri apostolorum princi-
pis auctoritate nobis a Deo concessa, talem concedimus, ut qui tam sanctum iter
devote inceperit et perfecerit, sive ibidem mortuus fuerit, de omnibus peccatis suis,
de quibus corde contrite et humiliate confessionem susceperit, absolutionem obti-
neat, et sempiternae retributionis fructum ab omnium remuneratore percipiat.
Bis weit in das 13. Jahrhundert hinein bleibt die Plenarindulgenz die
remissio quam papa Urbanus instituit.32 Auch cost. 71 von 1215 steht in

27
 Zum Ablass in Verbindung mit den Kreuzzügen s. Mayer, Geschichte, pp.  31-46;
Michel Villey, La Croisade: essai sur la formation d’une théorie juridique, Paris, Librairie
philosophique J. Vrin, 1942 (L’Église et l’État au Moyen Âge, 6), pp. 141-151; Purcell, Papal
Crusading Policy, pp. 36-98; Nicolaus Paulus, Geschichte des Ablasses im Mittelalter vom
Ursprung bis zur Mitte des 14. Jahrhunderts, Paderborn, F. Schöningh, 1922-1923; Ludwig
Hödl, Die Geschichte der scholastischen Literatur und der Theologie der Schlüsselgewalt. 1.
Teil. Die scholastische Literatur der Schlüsselgewalt von ihren Anfängen an bis zur Summa
Aurea des Wilhelm von Auxerre, Münster Westf., Aschendorff, 1960 (Beiträge zur Geschichte
der Philosophie und Theologie des Mittelalters, 38/IV); Id., in LMA, I (1980), coll. 43-46,
s.v. Ablaß, mit weiterer Literatur. Cfr. unten bei nt. 72
28
 Zum Konzil von Clermont besonders Robert Somerville, The Councils of Urban II,
Amsterdam, A.M. Hakkert, 1972 (Annuarium Historiae Conciliorum. Supplementum, 1),
I, p. 74, c.2* bzw. 8 in der Überlieferung des Liber Lamberti und der Kanonessammlung in
Neun Büchern (HS Wolfenbüttel, Landesbibliothek Gud. 212), p. 74: Quicumque pro sola
devotione, non pro honoris vel pecunie adeptione, ad liberandam ecclesiam Dei Hierusalem
profectus fuerit, iter illud pro omni penitentia ei reputetur.
29
  Mayer, Geschichte, p. 33.
30
  LMA, I (1980), col. 43.
31
 PL, CLXXX, col. 1065 = Philip Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, 2 voll., Lipsiae,
Veit et comp., 1885-18882, n. 8876; Peter Rassow in Erich Caspar, Die Kreuzzugsbullen
Eugens III., in «Neues Archiv», XLV (1924), hier p. 302.
32
  Villey, La Croisade, p. 150.
Ad liberandam Terram sanctam 39

dieser Tradition, illustriert aber auch bereits die seit Papst Alexander  III.
zu beobachtende Tendenz zu Teilablässen. Einer der Paragraphen von Ad
liberandam, den das Konzil von Lyon 1245 ausnahmsweise nicht aufgriff,
enthielt die Bestimmungen von 1215 zur Kommutation oder Redemption
des Kreuzzugsgelübdes im Gegensatz zu der seit 1095 (auch 1215) stets
betonten ‘unauflöslichen’ Verpflichtung, das Kreuzzugsgelübde einzuhal-
ten:33 …illis dumtaxat exceptis, quibus tale impedimentum occurrerit, prop-
ter quod, secundum sedis apostolicae providentiam, votum eorum commutari
debeat merito vel differi, heisst es in cost. 71. Der Liber Extra Gregors IX.
enthält zwar keine der Bestimmungen zur Kommutation aus cost. Ad libe-
randam, aber der Anteil von Briefen Innocenz III. in 3. 34 De voto et voti
redemption des Liber Extra ist auffallend umfangreich und gewichtig — ein
Hinweis auf den Einfluss des grossen Papstes auch auf diesem Gebiet, selbst
wenn man 1245 in Lyon diesen Absatz der Konstitution 71 überging.34
Raymund von Peñafort verzichtete, wie wir sahen, darauf, den allergröss-
ten Teil der Konstitution 71 Ad liberandam in den Liber Extra aufzuneh-
men, so dass die Regelungen in der 1215 beschlossenen Form nach 1234 in
der gelehrten Kanonistik bis zu Hostiensis keine Rolle spielten. Selbst vor
1234 schrieb Damasus Hungaricus in seinem Apparat zu den Konstitutio-
nen von 1215 zu Ad liberandam, der letzten, schlicht und einfach: Hec est
quedam dispositio temporalis et ideo eam non curo glosare.35 Weitsichtiger
als Damasus waren Johannes Teutonicus und Vincentius Hispanus, deren
Glossen ein lebendiges und beinahe gleichzeitiges Zeugnis zur Aufnahme
des Kreuzzugsaufrufs durch führende Bologneser Kanonisten darstellen.
Sie beweisen die Aktualität der Gesetzestexte. Beide Apparate sind nicht
nur unabhängig von einander, sondern unterscheiden sich auch stilmässig
sowie vereinzelt in ihrer Grundeinstellung zu einigen Fragen. Zwei Beispiele,
die auf Konstitution 71, mein Thema, beschränkt sind, mögen dies hier
verdeutlichen. Die Glossierung des Vincentius ist wesentlich ausführlicher

33
  Brundage, Medieval Canon Law, analysiert die kanonistische Entwicklung des
Kreuzfahrereides von den Anfängen bis in die frühe Neuzeit in allen Einzelheiten, besonders
pp.  30-114; Id., The votive obligation of crusaders: the development of a canonistic doctrine,
«Traditio», XXIV (1968), pp. 77-118; Ian Stuart Robinson, The Papacy, 1122-1198,
in The new Cambridge medieval History. 4. C. 1024-1198, edd. David Edward Luscombe,
Jonathan Simon Christopher Riley Smith, Cambridge, Cambridge University press 2004,
besonders pp. 333-336 mit Hinweisen auf Dekretalen Alexanders III. und Clemens III. zur
Kommutation.
34
  Purcell, Papal Crusading Policy, p. 189.
35
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 458; zu seiner Biographie, ibid., pp. 387-412.
40 Uta-Renate Blumenthal

und selbstständiger als die des Johannes, obwohl uns beide einen lebhaften
Eindruck von kanonistischen Debatten von 1215/1216 bis in die zwanziger
Jahre hinein vermitteln. Zu den Eingangsworten von Ad liberandam reicht
es Johannes Teutonicus, lediglich zu definieren, wer unter impius zu verste-
hen ist, nach ihm nämlich Muslime, Heiden und Juden nach C.23 q.7 c.2.36
Ganz anders Vincentius, der sich aber viel mehr für die Bedeutung des Wor-
tes liberandam interessiert und unter Bezug auf das Römische Recht hier die
Freilassung von Sklaven befürwortet, die selbst gegen den Spruch eines Rich-
ters gelten kann.37 Die Aufforderung des Papstes, das Heilige Land aus den
Händen der impiorum zu befreien, schränkt Vincentius erheblich ein, indem
er zwar hier genau wie Johannes Teutonicus auf C.23 q.7 c.2 hinweist, aber
unter Berufung auf C.23 q.8 c.11 gegen die Meinung antritt, dass deswegen
alle Ungläubigen aus ihrem Besitz vertrieben werden könnten:38
…Ich halte dafür, dass ich überall alle zum Glauben zwingen kann und im
Fall von Häretikern diese vom Besitz vertreiben kann. Dies gilt aber nicht
für Juden, die wir nicht enteignen dürfen und vielleicht auch nicht für Mus-
lime, es sein denn, sie hätten unseren Besitz übernommen und wollten uns
ihrerseits vertreiben.39
Nach wie vor zu den Eingangsworten der Konstitution betont Vincen-
tius unter anderem auch, wie wichtig und notwendig es sei, kluge Berater
heranzuziehen, die auch zur Begutachtung von Zeugen gebraucht werden —
vielleicht ein Wink für die Kurie, sich unter den Bologneser Juristen beider
Rechte danach umzusehen. Vincentius bedenkt fast jede Einzelheit — in der
Ausgabe García y Garcías beläuft sich sein Kommentar zu cost. 71 auf fünf
volle Druckseiten — der Konstitution zum Kreuzzug, wohingegen Johan-
nes sich zu Beginn des Apparats zum Beispiel ganz einfach mit der Glossie-

36
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp. 175-270, hier p. 268.
37
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp. 273-384, hier p. 380, ll. 1-5.
38
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p.  380, ll. 5-12: de manibus: quia ad omnes
impios extenditur vox illa: ‚Auferetur a vobis regnum Dei’ etc., xxiii. q. vii. Si de rebus.
Et auctoritate illa voluerunt quidam dicere quod expellere possumus omnes infideles a
possessionibus. Credo quod ubicumque compellere possum ad fidem, expellere possum a
possessio, ut in hereticis, et de illis intelligo illud c. Si de rebus. Non autem de Iudeis, quia illos
expellere non debemus, et forte nec Sarracenos, nisi teneant possessiones nostras et velint nos
expellere, xxiii. q. viii Dispar.
39
 Cfr. Kenneth Pennington, An earlier recension of Hostiensis’s Lectura on the Decretals,
«Bulletin of Medieval Canon Law», XVII (1987), pp. 77-90, hier pp. 86-87 zu X 4.17.13.
Ad liberandam Terram sanctam 41

rung von impiorum begnügt, vielleicht ein weiterer Beweis dafür, dass seine
umfangreichen Kompilationen unter grossem Zeitdruck entstanden sind.40
Die in cost. 71 vorgeschriebene Besteuerung betraf Orden und Kathe-
dralkapitel besonders stark. Dementsprechend befassen sich Johannes und
Vincentius genauestens mit der in Ad liberandam zugesagten Erlaubnis
für Kleriker, ihre Einkünfte für drei Jahre verpfänden und gegebenenfalls
verkaufen zu dürfen. Johannes vertritt energisch die Meinung, dass Kleri-
kern, die am Kreuzzug teilnehmen, das Gesamteinkommen zur Verfügung
steht, indem er das Wort integer strikt interpretiert.41 Kleriker, die das Kreuz
genommen haben und die die Reise angetreten haben — der Zeitpunkt wird
von beiden Gelehrten genau festgelegt — brauchen keinen Vikar zu bestel-
len, anders als Kleriker, die wegen einer Appellation abwesend sind. Andrer-
seits sollen alle, die in Gehorsam zum Bischof in den Krieg ziehen, gewisse
Unterhaltskosten42 nicht erhalten, obwohl sie gesetzlich als Anwesende zu
behandeln sind, denn ebenso wie sie [die Kreuzfahrer] durch Abwesenheit
nicht geschädigt werden sollen, so sollen sie dadurch anderen Klerikern
gegenüber auch nicht begünstigt werden. Johannes schliesst mit einem
wichtigen caveat unter Berufung auf die Digesten (Dig. 5.3.36.5): obwohl
gesagt wird, dass solche Kleriker das Gesamteinkommen ihres Benefiziums
geniessen sollen, müssen bei der Berechnung unumgängliche Ausgaben des
Kapitels von dieser Summe vorher abgezogen werden. ‘Und ich stimme dem
zu. Jo.’43
Wie zu erwarten, befasst sich auch Vincentius ausführlich mit dieser
Stelle des Kreuzzugsdekrets.44 Wie gesagt, gilt der Dreijahrestermin für Ver-
pfändung oder sogar Verkauf des Benefizium Einkommens erst nach Abreise
und nicht schon nach Beurlaubung durch Kollegen, amici nennt sie Vin-
centius.45 Er schliesst sofort an, dass manualia dem klerikalen Kreuzfahrer
nicht zustehen, da auch die Diener des Bischofs diese nicht erhalten, obwohl
sie anwesend sind. Offenbar ist es eine Grundregel für Kleriker, die sich am

40
 Cf. Stephan Kuttner, Johannes Teutonicus, das vierte Laterankonzil und die Compilatio
quarta, in Miscellanea Giovanni Mercati, 6 voll., Città del Vaticano, Biblioteca apostolica
Vaticana, 1946 (Studi e Testi, 121-126), V, pp. 608-634 wieder abgedruckt mit Retractationes
in Kuttner, Medieval councils (wie nt. 11) Nr. X.
41
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp. 268-269, l. 17, s.v. ut beneficia sua integer
percipiant per triennium.
42
  Bezeichnet als victualia bei Johannes, als manualia bei Vincentius.
43
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 269, l.16-17.
44
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 382, l. 65 seqq.
45
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 380-381, l. 3.
42 Uta-Renate Blumenthal

Kreuzzug beteiligen, dass sie zumindest in den Kathedralkapiteln theore-


tisch als anwesend gelten. Zum Ausdruck integer gibt Vincentius zu, dass es
‘vollkommen’ bedeutet, aber, so fährt der Gelehrte fort, ‘wie auch immer ich
dies “integer” verstehe’, so müsse es bedeuten, dass von der dem Kreuzfahrer
auszuhändigenden Summe vorher alle gemeinsamen Unkosten — gemachte
und noch anstehende — also notwendige Ausgaben für das Kapitel (ecclesie)
abgezogen werden.46 Er ist hier der gleichen Meinung wie Johannes Teutoni-
cus. Vincentius fügt erklärend hinzu, dass man unmöglich annehmen könne,
dass es einen Fall gäbe, in dem dieser Art Abzüge nicht gestattet seien. Hypo-
thetisch fragt er weiter, was geschieht, wenn aufgrund des Kreuzzugseides
alle die Kirche, das heisst das Kathedralkapitel, verliessen? Dann, so schreibt
Vincentius, sollen die betreffenden Benefizien denjenigen zugute kommen,
die die Messe feiern; es sei denn, dass nur ein Priester und ein Kleriker übrig
blieben, ‘…dann entziehe ich anderen nichts von ihren Benefizien.’47 Falls ein
Kleriker unterwegs stirbt, so darf der Gläubiger das Benefizium trotzdem auf
drei Jahre behalten. Vincentius’ Äusserungen zu verschiedenen Arten der
Verpfändung sind kompliziert, wobei aber für ihn feststeht, dass ein Kleriker
nicht testamentarisch über sein Benefizium verfügen kann. Auch Johannes
Teutonicus führt in diesem Zusammenhang verschiedenartige kanonistische
Autoritäten an, um mit der Warnung zu schliessen, dass sich niemand testa-
mentarisch in Verbindung mit Verpfändung äussern darf, es sei denn, dass
dies durch lokales Gewohnheitsrecht gestattet wird. Hierin unterscheidet er
sich von Vincentius.48
Die lebhafte Debatte in Bologna, die Ad liberandam sofort ausgelöst hat,
ist sicherlich bereits deutlich geworden. Nicht zu allen Stellen der Konstitu-
tion ist es möglich, den viel knapperen und präziseren Apparat des Johannes
Teutonicus mit den weitschweifigen Glossen von Vincentius zu vergleichen,
der sich bemühte, auf fast alle einzelnen Sätze einzugehen. Interessant ist
jedoch noch, die beiden Kommentare zu den versprochenen hohen päpst-
lichen und kurialen Beiträgen zur Ausrüstung und Versorgung der Flotte
zu vergleichen. Johannes Teutonicus warnt Innocenz vor einer untragbaren
Belastung unter Verweis auf einen Text von Johannes Chrysostom (C.26 q.7
c.12), der vor zu schweren Bußauflagen warnt. Andrerseits meint er, dass die
Kardinäle den Zehnten — Kleriker allgemein hatten den Zwanzigsten zu
zahlen — nicht nur von ihrem kirchlichen Einkommen, sondern auch von

46
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 381, l. 29 seqq.
47
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 381, ll. 34-39.
48
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp. 269-270, l. 35.
Ad liberandam Terram sanctam 43

ihren Geschäftsgewinnen im Zusammenhang mit kirchlichen Einkommen


schulden: Hii credo quod non solum de ecclesiasticis set etiam de lucris suis que
ab ecclesiasticis rebus procedunt dabunt decimam, nam de lucris datur decima,
ut extra iii. de decim. Pastoralis (3 Comp. 3.23.5).49 Damit umschreibt Johan-
nes Teutonicus wohl höflich, was sowohl Vincentius als auch Hostiensis
später als Zahlungen von Bittstellern an der Kurie beschreiben. Vincentius
Hispanus im Gegensatz zu Johannes Teutonicus schränkt die Verpflichtung
der Kardinäle wohl sehr erheblich ein, wenn er argumentiert, dass sie von
Beträgen, die Bittsteller, die an der Kurie erscheinen, ihnen übergeben, kei-
nen Zehnten zu zahlen haben!50 Anschliessend diskutiert Vincentius den
allgemeinen Zwanzigsten und legt dar, wie sich diese Steuer zusammen-
setzen soll. Bischöfe sollen den Zwanzigsten von allem geben, was sie von
den Bauern (rustici) einnehmen, sowie von den Anteilen der Kleriker, von
Einnahmen aus der Landwirtschaft, sowie von allem, was sie der Kirche
wegen einnehmen und nicht zuletzt von den Stipendien des Königs.51 Im
Gegensatz zu seinen — und Johannes’ — Darlegungen zu den Benefizien der
Kanoniker, von deren ihnen bei Kreuzzugsfahrt auszuhändigenden Summe
allgemeine Kapitelausgaben vorher abgezogen werden müssen, bevor sie den
klerikalen Kreuzfahrern auf drei Jahre zur Verfügung stehen, darf der Bischof
nach Vincentius’ Ansicht keine seiner diözesanen Unkosten vorher abzie-
hen, wie auch die Kanoniker der Kapitel nichts für Kultus und Seelsorge
absetzen dürfen. Etwas unnötig schliesst er dann: ‘diese [Abzüge] schmälern
nämlich das Einkommen.’52 Da die Kapitel den Zwanzigsten geben, zahlen
die einzelnen Mitglieder des Kapitels nichts. Vincentius fragt dann gezielt,
ob, da keine dieser Abzüge erlaubt sind, einem Kanoniker, der auf Kreuzfahrt
(peregrinatio) geht, etwas gezahlt werden soll. Die Antwort ist ein deutliches
Nein. Im Allgemeinen verhält sich Vincentius wenig kritisch zu den Kon-
zilsbestimmungen, die er besonders energisch in Bezug auf das Verbot des
Schiffbaus für Muslime unterstützt. Unter Berufung auf den Codex droht er
einem Laien, der Muslime im Schiffbau unterrichtet, mit der Todesstrafe.53
Mit der berühmten Bulle Rex pacificus vom 5. September 1234 sandte
Papst Gregor  IX. seine von Raymund von Peñafort zusammengestellte
Dekretalensammlung, den Liber Extra, an die Doktoren und Studenten der

49
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 269, ll.19-22.
50
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 383, ll. 79-82.
51
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 382, l. 64-.
52
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 382, l. 64.
53
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 383, ll. 100-102; COD, 9.47.25.
44 Uta-Renate Blumenthal

Universität Bologna mit der strikten Anweisung, dass ‘… ut hac tantum com-
pilatione uniuersi utantur in iudiciis et in scholis, districtius prohibemus, ne
quis presumat aliam facere absque auctoritate sedis apostolice speciali.’54 Damit
wurde der Liber Extra zum allein Ausschlag gebenden Lehrbuch für Univer-
sität und Gericht. Nicht zuletzt erklärt sich damit wenigstens teilweise das
auffallende Schweigen der Kanonistik nach 1234 zu Ad liberandam, denn
nur ein winziger Auszug aus Konstitution 71 fand Eingang in die Dekre-
talen Gregors  IX..55 Der Auszug in X 5.6.17 besteht aus der Androhung
von Exkommunikation aller ‘falschen und unfrommen Christen,’ die den
Muslimen Waffen, Eisen und Holz für den Schiffbau verkauften oder deren
Schiffe leiteten. Jeder, der Muslimen in irgendeiner Kapazität Rat und Hilfe
in Bezug auf das Heilige Land leistete, sollte nicht nur den gesamten Besitz
verlieren, sondern auch versklavt werden. Der Erlass sollte in allen Küsten-
städten an Sonn- und Feiertagen immer von Neuem proklamiert werden.
Die Einnahmen aus den verbotenen Geschäften mussten, so schrieb Ad libe-
randam vor, dem Heiligen Land übermittelt werden, und zwar zusammen
mit Strafgeldern aus dem persönlichen Besitz des Sünders. Falls jemand
zahlungsunfähig wäre, sollte er auf andere Art und Weise bestraft werden,
um für Abschreckung zu sorgen. Soweit der Auszug im Liber Extra, in dem
ansonsten zwar ausser cost. 42 und cost. 49 alle Konstitutionen von 1215
stehen, aber von cost. 71 keine weitere Spur zu finden ist.
Eine Generation nachdem Papst Gregor IX. den Liber Extra als das von
da ab allein gültiges Gesetzbuch an die Universität von Bologna gesandt
hatte, stellte sich die Auslassung des weitaus grössten Teils der Konstitution
71 von 1215 als ein erheblicher Mangel heraus. Es konnte nicht mehr die
Rede davon sein, dass Innocenz  III. mit der Konstitution Ad liberandam
nur zeitgebundene Anordnungen getroffen hätte, wie Damasus Hungaricus
— und sicher nicht nur er allein — angenommen hatte. Wie Michel Vil-
ley an Beispielen zeigte, gebuhrt ihr ein ganz hervorragender Platz in der

54
  Corpus Iuris Canonici, II, 2-3; Carlos Larrainzar, La Glosa tradicional a la bula ‘Rex
Pacificus’ de 1234, in «Revista Española de Derecho Canónico», LXVII (2010), pp. 549-579
mit neuer Literatur und kritischer Ausgabe der Glosse. Cfr. oben nt. 6.
55
  Brundage, Medieval Canon Law, p.  189; ‘It is remarkable how little of the papal
legislation regarding the privileges and the practical problems of crusaders found its way into
the canonistic collections of the middle ages and into the commentaries of the canonistic
writers. Although the canonists recognized the crusader’s status, obligations, and privileges,
they never really came to grips in a systematic way with the problem of clarifying his role in
medieval society.’
Ad liberandam Terram sanctam 45

Entwicklung der Kreuzzugstheorie. Beabsichtigt oder nicht, bildete Ad libe-


randam einen Schlusspunkt dazu.56 In seiner Studie wies der französische
Gelehrte zum Beweis seiner These zur Bedeutung der Konstitution 71 unter
anderem auch auf die Kommentare von Henricus de Segusio zum Liber Extra
hin.57 Henricus de Segusio lehrte in Paris bis 1244, als er zum Bischof von
Sisteron ernannt wurde. Im Jahre 1262 wurde er Kardinal von Ostia und ist
heute am besten bekannt als Hostiensis.58 In seiner Lectura äusserte sich Hos-
tiensis ausführlich zur Konstitution 71. Kenneth Pennington, der in einer
Handschrift in Oxford (New College 205) eine frühe Version der Lectura
entdeckte, nimmt an, dass Hostiensis wahrscheinlich ab ca. 1235 bis kurz
vor seinem Tod 1271 an diesem umfangreichen Werk arbeitete.59 In seinem
Kommentar unter dem Lemma Ad liberandam (Liber Extra 5.6.17) schrieb
Hostiensis sehr eindringlich, und man könnte sagen mit ärgerlichem Erstau-
nen, dass der gesamte Text der Konstitution nicht hätte ausgelassen werden
dürfen:60 Zu Ad liberandam terram sanctam usw. In dieser Konstitution

56
  Villey, La Croisade, hier pp. 183-184: ‘Le quatrième Concile de Latran nous paraît une
date spécialement importante dans l’histoire de cette formation du droit de la croisade: celle
où l’institution, ayant fini de se developer, se stabilise et s’exprime dans un texte de portée
permanente… Sa rédaction eut la valeur d’une sorte de codification de la bulle de croisade;
car après lui les bulles n’innovent plus guère…’ Ein kurzes Zitat steht auch bei Brundage,
Medieval Canon Law, p. 190.
57
 E.g. Villey, La Croisade, p. 140, 150, 157, 184-185.
58
 Zur Biographie zusammenfassend C. Gallagher, Canon law and the Christian
community: the role of law in the Summa aurea of Cardinal Hostiensis, Roma, Università
gregoriana, 1978 (Analecta Gregoriana, 208), pp. 34-40; Elisabeth Vodola, in Dictionary
of the Middle Ages, VI (1985), pp.  298-299, s.v. Hostiensis, mit Literatur; Kenneth
Pennington, A ‘Quaestio’ of Henricus de Segusio and the textual tradition of his ‘Summa
super decretalibus’, mit einem Handschriften Appendix von Martin Bertram, in «Bulletin of
Medieval Canon Law», n.s. XVI (1986), pp. 91-97.
59
  Pennington, A ‘Quaestio’ of Henricus de Segusio, p. 92.
60
  Henrici de Segusio cardinalis Hostiensis in primum (-sextum) decretalium librum
commentaria, doctissimorum virorum quampluribus adnotationibus illustrata, 2 voll.,
Venetiis, Apud Iuntas, 1581; Nachdruck Torino, Bottega d’Erasmo, 1965) zu X 5.6.17:
Ad liberandam terram sanctam et infra. In hac decisione continetur pars quaedam in qua
ponuntur indulgentiae sive privilegia cruce signatis concessa, de qua et fit mentio quotidie
in literis apostolicis…Et ideo cum practicatoria sit, et utilis, et necessaria nullatenus debuit
removeri… Ut ergo quod textus omisit, glossa suppleat quia et ipsam multi quotidie querunt,
nec inueniunt, eadem quatenus tangit hunc articulum duximus hic apponendam. Die erste
Druckausgabe der Lectura erschien 1512 in Strassburg: Henricus de Segusio, Lectura
sive Apparatus domini Hostiensis super quinque libris Decretalium, 2 voll., Argentini, Schott,
1512. Soweit hier zum Thema gehörende Texte verglichen wurden, erwiesen sich die
46 Uta-Renate Blumenthal

finden sich Indulgenzen oder Privilegien für Kreuzfahrer, die täglich in


Papstbriefen erwähnt werden <Allegationen>. Und da der Text praktisch ist
und nützlich und notwendig, darf er auf keinen Fall entfernt werden <Alle-
gationen>. Daher soll meine Glosse hier einfügen, was der Text ausgelassen
hat, soweit es hier relevant ist, denn viele suchen ihn täglich und können ihn
nicht finden.
In einem für Hostiensis sehr ungewöhnlichen Eingriff in den Text des
Liber Extra — ein Eingriff, der päpstlicherseits ja strikt verboten worden war
— schiebt er dann in Form einer riesigen Glosse fast den gesamten Text von
Ad liberandam ein, bevor er seinen Kommentar dazu formuliert. Ausgelassen
sind praktisch nur die Ausführungbestimmungen zum Fünften Kreuzzug.61
Lediglich der Satz die Benefizien der Kleriker betreffend bildet eine Aus-
nahme unter den scheinbar zeitgebundenen Bestimmungen, was beweist,
dass sich auch in den späten sechziger Jahren des 13. Jahrhunderts die Debatte
zu diesem Punkt der Anordnungen Innocenz' III. noch nicht beruhigt hatte.
Neue Probleme waren entstanden. Es ist eben schon immer schwierig gewe-
sen, Steuern einzusammeln. Hostiensis eröffnete seinen Nachtrag zum Liber
Extra 5.6.17 mit: Ipsis autem clericis indulgemus ut beneficia sua integer perci-
piant per triennium, ac si essent in ecclesia residentes, et si necesse fuerit, ea per
idem tempus pignori valeant obligare.62 Nach einem Postea sequitur folgt mit
dem Lemma Cupientes der gesamte Text von Ad liberandam mit Ausnahme
der in den Liber Extra aufgenommenen Passage.63 Hostiensis schliesst mit
der Datierungsklausel eines Briefes oder einer Enzyklika Innocenz’ III.: …
Datum Lateran. xix. Kal. Ianuarii Pontificatus nostri anno octavodecimo
(14. Dezember 1215). Dazu nimmt Hostiensis zum Schluss seines Kommen-
tars zu X 5.6.17 noch einmal Stellung: Datum Lateran. etc. que consideranda
est in rescriptis…, vielleicht ein Hinweis auf die Authentizität seiner Quelle
für cost. 71, die sehr wahrscheinlich das Register war. Wie zu zeigen ist, ver-
fasste Hostiensis zumindest einen Teil der Lectura nach seiner Ernennung

Unterschiede zwischen den Drucken als sehr gering; sie belaufen sich meist auf Zeilensprung
und unterschiedliche Kürzel. Ich habe sowohl den Turiner Nachdruck als auch beide
Originaldrucke benutzt.
61
 Hostiensis nahm folgende Texte aus cost. 71 auf: Constitutiones Concilii quarti
Lateranensis, p. 110, l. 1-p. 111, l. 23 und p. 111, l. 25-p. 113, l. 64; dies entspricht generell
COD, p. 267, l. 16-37 sowie p. 268, ll. 1-38.
62
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 111, ll. 23-25; COD, p. 267, ll. 38-40.
63
 X 5.6.17 = Corpus Iuris Canonici, II, coll. 777-778 = Constitutiones Concilii quarti
Lateranensis, p. 115, l. 111- p. 116, l. 133; COD, p. 270, ll. 2-24.
Ad liberandam Terram sanctam 47

zum Kardinal von Ostia, als Registerbenutzung nicht schwer gewesen sein
dürfte. Stephan Kuttner wies bereits darauf hin, dass Potthast die Nummer
5012 genau zum 14. Dezember 1215 einreiht und sich dabei an erster Stelle
auf Cherubinis Bullarium Romanum bezieht. Dabei schloss Kuttner aber64:
‘The source of Cherubini’s text is, however, unknown; all other traditions
are undated.’ Es ist nicht auszuschließen, dass die Glosse des Hostiensis zu
X 5.6.17 Cherubinis Quelle war und damit in der Tat der verlorene Regis-
terband 18 des Pontifikats Innocenz’ III. In seinen Retractiones zu diesem
Aufsatz stimmt Kuttner C. R. Cheney zu, der aufgrund einer Aufstellung
von E. Martin-Chabot schloss, dass zwischen den Einträgen der Nummern
162 und 234 im Indice 254 des Vatikanischen Archivs als Nr. 163-233 die
Registerstücke, die sich auf das Vierte Lateranum bezogen — darunter die
Konstitutionen 1-71 — gestanden haben müssen.65
Der Text der langen Auszüge aus der Konstitution 71 bei Hostiensis
stimmt so gut wie völlig mit dem bekannten Text überein66, so dass abschlies-
send nur noch kurz auf den bemerkenswert ausführlichen Kommentar von
Hostiensis einzugehen ist, soweit es sich nicht nur um Worterklärungen mit
langen Allegationsketten aus beiden Rechten handelt. Zur Frage der Benefi-
zien der Kleriker erklärt Hostiensis zunächst, dass die Betroffenen Säkular-
kanoniker seien, die bei Kreuzfahrten Anrecht auf ihr Benefizium hätten. Er
geht dann aber weiter und betont, dass aber auch die Mitglieder monastischer
Orden (religiosi) bei Einkommen aus der Verwaltung von Gütern ein Recht
hätten, einen Zwanzigsten zu erhalten. Die Frage nach der Berechtigung,
Tagesunterhalt zu beziehen, was normalerweise nur Anwesenden zustand,
und die schon Johannes Teutonicus und Vincentius Hispanus zu längeren
Diskussionen unter dem Lemma integer angeregt hatte, beschäftigte auch
Hostiensis. Hier wird der zeitliche Abstand deutlich, mit dem Hostiensis
schrieb, denn sein Hauptargument bezieht sich auf etwaige Anrechte der
Theologiestudenten (in theologia studentes), auf einen Tagesunterhalt67 was
Hostiensis aber verneint. Gegen dieses Urteil ergaben sich in der Kanonis-
tik aber Widersprüche, die er durch Wortspielereien zu lösen versteht, um

64
  Kuttner, García y García, A New Eyewitness Account, p. 133, nt. 25.
65
  Kuttner, García y García, A New Eyewitness Account; Rectractiones, IX, p.  7,
zu p. 118, nt. 18 und p. 122, nt. 31. Zum Indice 254 des Vatikanischen Archivs am besten
Haidacher, Beiträge zur Kenntnis (wie nt. 11), pp. 37-62, hier besonders p. 47 und p. 61,
nt. 1.
66
 Siehe oben nt. 60.
67
 Cfr. oben nt. 39
48 Uta-Renate Blumenthal

zu schliessen, dass er bei seiner Auslegung betreffend Theologiestudenten


bleibe, es sei denn, dass der Papst anders entscheiden würde, ad quem et non
ad magistrum spectat declaratio dubiorum.68 Anscheinend fand die Ausle-
gung Hostiensis’ entschiedenen Widerspruch, denn er erklärt energisch, dass
er sich mit seinen Zweifeln am etwaigen Anrecht der Theologiestudenten
nicht von den Worten des Dekrets entfernt hätte, und dass es besser sei, auf
einen Zweifel hinzuweisen als einfach vor sich hin zu phantasieren.69 Die
Antwort bietet einen interessanten Seitenblick auf die Auslegungsweise der
Kanonisten.
Der Ausdruck fratres in Innocenz’ Erklärung, dass er et fratres nostri san-
cte Romanae ecclesiae cardinales plenarie decimam persolvemus,70 veranlasst
Hostiensis zunächst nur zu einem Kommentar zum Gebrauch der Bezeich-
nung fratres in der kirchlichen Hierarchie im Gegensatz zum Gebrauch
von filii. Daran schliesst er aber eine polemische Notiz gegen diejenigen
an, die behaupteten, dass Kardinäle nicht dazu berechtigt wären, Kapitel-
oder Kollegienrechte in Anspruch zu nehmen, sondern gesetzesmässig als
Einzelpersonen einzustufen seien, wobei zwischen den Rechten der univer-
sitas und der singularitas grosse Unterschiede bestünden. Hostiensis fasst
die Ansichten seiner Gegner zusammen und lehnt sie als Irrtum ab, da die
Kardinäle immer der römischen Kirche angehörten und eine gemeinsame
Schatzkammer unter einem Kämmerer anstelle eines Syndicus unterhielten,
der alle Gaben (oblate) gleichmässig unter ihnen verteile. Die Kardinäle seien
jeden Tag gemeinsam versammelt und behandelten täglich die Probleme der
gesamten Welt. Obwohl sie kein eigentliches Wahlrecht hätten, ein Recht,
das normalerweise die universitas von der singularitas unterschiede, bildeten
sie doch das allgemein als Kardinalskollegium (sacrum collegium) bekannte
Kapitel, was Hostiensis als Beweis genügt, denn, so schreibt er, Namen müs-
sen dem Ding entsprechen. Rechtlich seien die Kardinäle der Schoß der
römischen Kirche und das bedeute, dass sie das höchste und allerexzellen-

68
  Henrici de Segusio cardinalis Hostiensis in primum (-sextum) decretalium librum, f. .33va.
69
  Henrici de Segusio cardinalis Hostiensis in primum (-sextum) decretalium librum: …
Nec insultes et dicas, quare ergo declaras hoc dubium? Respondeo ei: quod ego nullum declaro
dubium, sed verum est quod in dubio a verbis edicti non recedo, quibus melius est deservire
in tali casu, quam aliud phantastice divinare. Natürlich spricht das Dekret nirgends von
Theologiestudenten.
70
 COD, p. 269, ll. 6-7.
Ad liberandam Terram sanctam 49

testes Kollegium darstellten, das zusammen mit dem Papst eine einzigartige
Einheit bildete.71
Diese bemerkenswerte Lobrede auf das Kardinalkollegium — man darf
daraus wohl schliessen, dass er zumindest diese Stelle als Kardinal schrieb
— bezieht sich nur indirekt auf den Kreuzzug, auf den Hostiensis aber
sogleich zurückkommt, wenn es um die Zahlung des vollen Zehnten geht.
Hier besteht er darauf, dass es nicht anginge, zu versuchen, sich durch das
Argument der Unwissenheit entschuldigen zu wollen. Jeder würde wissen,
was ihm gehöre. Betrug sei gefährlich, und es sei besser, mehr zu geben als zu
wenig und besser, grosszügig zu sein als sich wegen Geiz zu verteidigen.
Die Nota contra alios qui dicunt quod cardinales non habent ius capituli
bildet im Kommentar der Lectura aber eine Ausnahme, denn in seinen wei-
teren Ausführungen bezieht sich Hostiensis sehr genau auf die detaillierten
Anordnungen der Konstitution Ad liberandam. Er überzieht viele der einzel-
nen Worte der Konstitution mit einem dichten Netz von Allegationen beider
Rechte, wobei er verstreut Ermahnungen einflechtet, wie zum Beispiel, dass
die Kollektoren der Steuern kein Recht hätten, die eingesammelten Beträge
zu verkürzen, es sei denn, sie hätten eine spezielle päpstliche Erlaubnis dazu.
Sehr detailliert setzt sich Hostiensis mit der Befreiung der Kleriker, die ins
Heilige Land ziehen, von irgendwelchen Steuern sowie anderen Belastungen
auseinander und betont, dass das auch für Familien im engeren und weite-
ren Sinne des Wortes gälte. Bischöfe werden streng gemahnt, den Schutz der
Kreuzfahrer zu überwachen und Verfehlungen gegen das Dekret zu ahnden.
Der Tod eines Kreuzfahrers muss strikt bewiesen werden, man darf nicht
nur annehmen, dass ein Kreuzfahrer nicht zurückkommen würde. Detail-
liert betont auch Hostiensis die Anweisungen zum Schutz von Schuldnern
und erklärt, dass sowohl jüdische als auch christliche Gläubiger kein Recht
zu Beschwerden hätten.
Hostiensis bezieht sich in seinen Kommentar in der Lectura selbstver-
ständlich auch auf den üblichen kurzen im Liber Extra (X 5.6.17) enthal-
tenen Absatz, wobei er die Strafandrohung bei Handel und ganz allgemein
Verkehr mit der Levante parallel zu Simonie sieht, aber den Orientverkehr
als doppelt strafwürdig bezeichnet. In bestimmten Fällen vertritt auch
­Hostiensis wie Vincentius Hispanus die Todesstrafe. Im Zusammenhang
mit der Treuga und dem Gottesfrieden diskutiert Hostiensis Häretiker und
schreibt einfach und deutlich: iustum est bellum quod auctoritate ecclesie fit.

  Wie nt. 68.


71
50 Uta-Renate Blumenthal

Die Anmerkungen zu Ad liberandam teilt Hostiensis in acht Teile. Im achten


Teil befasst er sich speziell mit der Sündenvergebung und dem päpstlichen
Primat gegenüber den Rechten anderer Kleriker, zu binden und zu lösen. Er
schliesst, wiederum sehr klar:
In his autem omnibus sicut summus pontifex super omnes est, sic pre omnibus
potestatem habet. Unde et ex causa plenam indulget veniam peccatorum ut
sequitur; quod nulli alii licitum est, immo limitatur potestas… Et est ratio quia
ipse papa vocatus est in plenitudinem potestatis ideoque plenam indulgentiam
potest facere. Alii vero in partem sollicitudinis, ideoque ad ipsos particularis tan-
tum pertinent et semiplena.72
Hostiensis endet mit einer Notiz zur Konfession und meint, dass viele
nicht glaubten, die volle Vergebung der Sünden erreicht zu haben, weil es an
wahrer Reue und Busse mangele.
Der detaillierte Kommentar zu Ad liberandam in der Lectura des Hosti-
ensis ist äusserst bemerkenswert, doch blieb er in der Kanonistik die grosse
Ausnahme. Die einzelnen Punkte der Konstitution des Vierten Laterankon-
zils wurden sonst nirgends als ein grundlegendes Ganzes zu den Kreuzzü-
gen behandelt, deren Theorie deswegen auch heute noch aus verstreuten
Einzelstücken zusammengesetzt werden muss. Michel Villey, der auf den
Kommentar allerdings nicht im Einzelnen einging, hat völlig recht, wenn er
Hostiensis feiert als den père de la théorie juridique de la croisade.73

  Henricus de Segusio, Lectura sive Apparatus (wie nt. 60), p. 276.


72

  Villey, La Croisade, p. 257.


73
Der vierte Kreuzzug, das ­l ateinische
Kaiserreich und die päpstliche
­Kapelle unter Innocenz III.

Jochen Johrendt

D
ie päpstliche Kapelle ist eine trotz der Dissertation von Reinhard
Elze immer noch unzulänglich untersuchte Institution.1 Wenn im
Rahmen dieses Bandes nach institutionellen Veränderungen in der
lateinischen Kirche gefragt wird, speziell nach den Formen des Kirchenregi-
mentes und der päpstlichen Jurisdiktion, so kommt der Kapelle dabei eine
nicht unwesentliche Rolle zu – und man möchte erwarten, dass das auch auf
den vierten Kreuzzug und das in Folge dieses Kreuzzugs entstandene latei-
nische Patriarchat von Konstantinopel zutrifft.2 Der Beitrag gliedert sich in

1
  Reinhard Elze, Die päpstliche Kapelle im 12. und 13. Jahrhundert, in «Zeitschrift
der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte, kanonistische Abteilung», XXXVI (1950),
pp. 145-204; repr. in id., Päpste – Kaiser – Könige und die mittelalterliche Herrschaftssymbolik.
Ausgewählte Aufsätze, edd. Bernhard Schimmelpfennig, Ludwig Schmugge, London, Ashgate
Publishing Limited, 1982 (Variorum Collected Studies Series, 152), t. II, pp. 145-204; cfr.
jüngst auch den Überblick für das 13. Jahrhundert bei Jochen Johrendt, Die päpstliche
Kapelle als Bindeglied zwischen Kurie und Kirche, in Legati e delegati papali. Profili, ambiti
d’azione e tipologie di intervento nei secoli XII-XIII, edd. Maria Pia Alberzoni, Claudia Zey,
Milano, Vita e Pensiero, 2012 (Università. Storia. Ricerche), pp. 257-278.
2
 Zum vierten Kreuzzug cfr. neben den Monographien von Donald Edward Queller,
Thomas F. Madden, The Fourth Crusade. The conquest of Constantinople, Philadelphia,
University of Pennsylvania Press, 19972, und Marco Meschini, 1204. L’incompiuta.
La quarta crociata e le conquiste di Costantinopoli, Milano, Ancora Editrice, 2004, nun vor
allem die vier Tagungsbände zum Gedenkjahr 2004: Urbs capta. The Fourth Crusade and its
consequences, ed. Laiou Angeliki, Paris, Editions Lethielleux, 2005 (Réalités byzantines, 10);
Quarta crociata. Venezia, Bisanzio, impero latino, edd. Gherardo Ortalli, Giorgio Ravegnani,
Peter Schreiner, 2 tt., Venezia, Istituto Veneto di Scienza Lettere ed Arti, 2006; The Fourth
Crusade Revisited. Atti della Conferenza Internazionale nell’Ottavo Centenario della IV
Crociata, 1204-2004; Andros, Grecia, 27-30 maggio 2004, ed. Pierantonio Piatti, Città del
Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2008 (Atti e documenti. Pontificio Comitato di Scienze
Storiche, 25); The Fourth Crusade. Event, Aftermath, and Perceptions. Papers from the Sixth
Conference of the Society for the Study of the Crusades and the Latin East; Istanbul, Turkey,

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 51-114
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103486
52 Jochen Johrendt

zwei Schritte. Zunächst möchte ich neben einigen einleitenden Bemerkungen


zur päpstlichen Kapelle ihren personellen Umfang unter Innozenz III. und
den unterschiedlichen Einsatz der päpstlichen Kapläne und Subdiakone dar-
stellen. In einem zweiten Schritt werde ich die Tätigkeit der Kapläne für die
Organisation des Vierten Kreuzzugs skizzieren und damit verbunden danach
fragen, in welchem Maße oder ob das päpstliche Herrschaftsinstrument der
Kapelle überhaupt auch auf die Kirchenorganisation des lateinischen Kaiser-
reichs übertragen wurde. Die Quellengrundlage für die Erfassung der päpst-
lichen Kapelle unter Innozenz III. waren die Registerbände dieses Papstes3
sowie dessen Gesta, an deren Ende ein eigenes Kapitel über die Promotion
von 22 Kaplänen berichtet. Immerhin acht wurden zu Kardinälen erho-
ben, vier zu Erzbischöfen, neun zu Bischöfen und ein Kaplan zum Abt von
S. Eufemia in Kalabrien. Dabei ist diese beeindruckende Liste nicht einmal
vollständig.4 Ergänzt wurde diese Zusammenstellung um Hinweise aus dem
Nachlass Norbert Kamps, der sich im Archiv des Deutschen Historischen
Insituts in Rom befindet.5 Zu einem besseren Überblick über die perso-
nelle Zusammensetzung der Kapelle befindet sich am Ende des Beitrags ein
Anhang, der die päpstlichen Kapläne in Kurzbiogrammen erfasst.

25-29 August 2004, ed. Thomas F. Madden, Aldershot, Ashgate Publishing Limited, 2008
(Crusades subsidia, 2); cfr. zu den genannten Sammelbänden auch die ausführliche Rezension
durch Rudolf Pokorny, Viermal der Vierte Kreuzzug. Die Tagungsbände zum Gedenkjahr
2004, in «Deutsches Archiv für Geschichte des Mittelalters», LXVI (2010), pp. 569-592.
Stefan Burkhardt (Heidelberg), einem Kenner der Materie, dessen Habilitationsschrift mit
dem Titel ‘Mediterranes Kaisertum und imperiale Ordnungen. Das lateinische Kaiserreich
von Konstantinopel im Geflecht von Raum und Zeit’ gerade angenommen wurde, danke ich
für wertvolle Hinweise.
3
 Die Registerbände werden – sofern sie bereits in der kritischen Edition vorliegen –
nach diesen unter der Siegle Reg. Inn. III. und daran anschließend das Pontifikatsjahr und
die Briefnummer der Edition wie beispielsweise I/353 zitiert. Das gilt für die Bände 1-11,
die restlichen Registerbände werden nach Migne zitiert, wobei dann der Druck bei Migne
explizit ausgewiesen ist. Die Registerbände 3 und 4 sind nicht überliefert.
4
 Cfr. The Gesta Innocentii III. Text, introduction and commentary, ed. David Gress-Wright,
Diss. masch., Ann Arbor, Bryn Mawr College, 1981, p. 352 seqq.; Elze, Die päpstliche Kapelle,
p.  184 seq. In der Aufzählung der Gesta Innocentii fehlt mindestens der Kardinaldiakon
Angelus von S. Adriano, der zuvor als päpstlicher Subdiakon und Kaplan tätig war, siehe das
Kurzbiogramm im Anhang.
5
 Norbert Kamp sammelte über Jahrzehnte Material. Zum Teil finden sich dort auch
Hinweise auf Archivalia, die (damals) noch nicht publiziert waren bzw. sind, cfr. Roma,
Deutsches Historisches Institut in Rom, Archiv, N 13, Nachlass Norbert Kamp (1927-1999),
I.10.2.
Der vierte Kreuzzug 53

Die päpstliche Kapelle war auf der einen Seite ein Sammelbecken für eine
Funktionselite, die aus fast allen Teilen der christianitas stammte und zum
anderen der Ort, an dem es dem Papst möglich war, durch die Aufnahme von
Personen in sein persönliches Umfeld, herausragende Familien Roms und
dessen Umgebung an sich zu binden beziehungsweise diesen Personenkreis
in seine Herrschaft zu integrieren.6 In der sich im Laufe des 12. Jahrhun-
derts ausdifferenzierenden Kurienhierarchie standen die päpstlichen Kapläne
klar unter den Kardinälen, doch sicherlich über einfachen Schreibern, da sie
durch den täglichen liturgischen Dienst oder die Weihe durch den Papst
eng mit diesem verbunden waren.7 Bereits Bernhard von Clairvaux wid-
mete der päpstlichen Kapelle in seinem Papstspiegel De consideratione einige
Bemerkungen und stellte fest, dass es sich um ehrbare Männer handeln sollte,
denen jeder zu dienen habe – was ihre herausgehobene Stellung innerhalb
der kurialen Hierarchie deutlich macht –, dass sie direkt vom Papst zu ver-
sorgen seien und anderes.8 Innozenz  III. sollte schließlich auch eine Ord-
nung für die päpstliche Kapelle erlassen.9 Doch bereits die Ausführungen

6
 So bereits Elze, Die päpstliche Kapelle, pp.  192-194; zur verbindenden Funktion der
päpstlichen Kapelle zwischen der Kurie und den Kirchen des orbis cfr. jüngst Johrendt, Die
päpstliche Kapelle als Bindeglied.
7
 Zu den päpstliche Schreibern cfr. für die zweite Hälfte des 13. Jahrhunderts die v.
a. prosopographische Studie von Gerd Friedrich Nüske, Untersuchungen über das
Personal der päpstlichen Kanzlei 1254-1304, in «Archiv für Diplomatik, Schriftgeschichte,
Siegel- und Wappenkunde», XX (1974), pp. 39-240, und XXI (1975), pp. 249-431; zu den
päpstlichen Behörden allg. Borwin Rusch, Die Behörden und Hofbeamten der päpstlichen
Kurie des 13. Jahrhunderts, Königsberg i. Pr. – Berlin, Ost-Europa-Verlag, 1936 (Schriften der
Albertus-Universität, 3); sowie Walther von Hofmann, Forschungen zur Geschichte der
kurialen Behörden. Vom Schisma bis zur Reformation, 2 voll., Roma, Bottega d’Erasmo, 1914
(Bibliothek des königlich preußischen Instituts in Rom 12 u. 13) (repr. Torino 1971). Zu den
Schreiberkollegien cfr. Brigide Schwarz, Die Organisation kurialer Schreiberkollegien von
ihrer Entstehung bis zur Mitte des 15. Jahrhunderts, Tübingen, Niemeyer, 1972 (Bibliothek
des Deutschen Historischen Instituts in Rom 37).
8
 De consideratione, Bernhard von Clairvaux. Sämtliche Werke lateinisch/deutsch, ed.
Gerhard Bernhard Winkler, 10 voll., Innsbruck 1990-1998, I (1990), pp. 611-841: p. 770. Cfr.
zu diesem Werk Bernhards den Überblick bei Elizabeth Kennan, The ‘De Consideratione’
of St. Bernard of Clairvaux and the Papacy in the Mid-Twelfth Century, in «Traditio», XXIII
(1967), pp.  73-115; sowie Peter Dinzelbacher, Bernhard von Clairvaux. Leben und
Werk des berühmten Zisterziensers, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1998
(Gestalten des Mittelalters und der Renaissance), p. 347 seqq.
9
 Cfr. Le Liber censuum de l’Église romaine, ed. Paul Fabre, 3 voll., Paris, Ernest Thorin
Éditeur, 1889-1905 (Bibliothèque des Écoles françaises d’Athènes et de Rome. 2e série, 6/I),
I (1889), p. 306. Cfr. dazu Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 173 seqq.
54 Jochen Johrendt

Bernhards von Clairvauxs zeigen, dass die Kapelle bereits in der Mitte des 12.
Jahrhunderts ein in der Kirche allgemein bekanntes Herrschaftsinstrument
des Papstes war, zumal das Phänomen einer an den Amtsträger gekoppelten
Kapelle auch bei Königen, Herzögen oder Bischöfen bekannt war.10
Doch mit welchem personellen Umfang haben wir bei der päpstlichen
Kapelle im Pontifikat Innozenz’ III. zu rechnen? Dazu ist zunächst nochmals
zu betonen, dass die Register bei weitem nicht alle Schreiben des Papstes ent-
halten. Lediglich bis zu 20 % der Schreiben dürften in die Register Eingang
gefunden haben.11 Das bedeutet, dass der systematische Zugriff auf die Über-
lieferung, der nun durch die Register möglich wird, nicht das gesamte Material
erfasst, auch wenn durch die Register eine wesentlich bessere Vergleichbarkeit
der päpstlichen Aktivitäten in den unterschiedlichen Regionen der christani-
tas gegeben ist – die für die Zeit zuvor einerseits durch die unterschiedlichen
Bedingungen der Empfängerüberlieferung und andererseits durch die unter-
schiedliche wissenschaftliche Aufarbeitung des Materials verzerrt ist.12 Das so

10
 Cfr. die Bemerkungen bei Johrendt, Die päpstliche Kapelle als Bindeglied, p.  260. In
die Register Innozenz  III. ist beispielsweise im Brief  XIV/164 eine Urkunde des Herzogs
von Burgund inseriert, in welcher sich der Herzog näher über die Organisation und die
Versorgung seiner Kapelle äußert.
11
 Cfr. Othmar Hageneder, Probleme des päpstlichen Kirchenregiments im hohen
Mittelalter (Ex certa scientia, non obstante, Registerführung), in «Lectiones eruditorum
extraneorum in Facultate philosophica Universitatis Carolinae Pragensis factae», IV (1995),
pp. 49-77: p. 53.
12
  Für die päpstlichen Register vor 1198 Cfr. jüngst zusammenfassend Rudolf Schieffer,
Die päpstlichen Register vor 1198, in Das Papsttum und das vielgestaltige Italien. Hundert
Jahre Italia Pontificia, edd. Klaus Herbers, Jochen Johrendt, Berlin – New York, Walter de
Gruyter, 2009 (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Neue Folge,
phil.-hist. Kl., 5), pp.  261-273. In den Regionen Europas ist zum einen die Überlieferung
sehr unterschiedlich – in England etwa ist der Überlieferungsverlust auch dadurch so hoch,
dass Heinrich  VIII. Papsturkunden als Beweismittel vor Gericht verwarf, cfr. Walther
Holtzmann, Papsturkunden in England, 3 voll., Berlin – Göttingen, Weidmannsche
Buchhandlung – Vandenhoecken und Ruprecht, 1930-1952 (Abhandlungen der Gesellschaft
der Wissenschaften in Göttingen, phil.-hist. Kl. Neue Folge 25/1; Dritte Folge 14, 33), I (1930),
in partic. p.  10 seq. Das italienische Material ist – zumindest was die Diözesen anbelangt
– in Hinblick auf die Papsturkunden praktisch komplett aufgearbeitet, cfr. dazu Rudolf
Hiestand, Die unvollendete Italia Pontificia, in Hundert Jahre Papsturkundenforschung.
Bilanz – Methoden – Perspektiven. Akten eines Kolloquiums zum hundertjährigen Bestehen
der Regesta Pontificum Romanorum vom 9.-11. Oktober 1996 in Göttingen, ed. Rudolf
Hiestand, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 2003 (Abhandlungen der Gesellschaft der
Wissenschaften. 3. Folge; Phil-hist. Kl., 261), pp. 47-57, zu den strukturellen Lücken in den
Bänden 1-4 ibid., p. 50 seq. Als Einzelband steht für die Italia Pontificia neben den Nachträgen
Der vierte Kreuzzug 55

charakterisierte Material konnte ich nur sporadisch um weitere Nachrichten


zu Kaplänen ergänzen.13
Die Päpstliche Kapelle unterteilt sich in der Zeit Innozenz’ III. in
päpstliche Kapläne und päpstliche Subdiakone, terminologisch klar von
einander getrennt. In den päpstlichen Schreiben tauchen sie entweder als
subdiaconus noster oder als subdiaconus et capellanus noster oder capellanus
noster auf, doch ebenso als subdiaconus et notarius14 oder in vier Fällen als
acolithus et capellanus noster.15 Diese Titulaturen, können wir – da sie in den
päpstlichen Schreiben erscheinen – als die offizielle Titulatur der Personen
bezeichnen, zumal sie erstaunlich konstant sind. Es gibt kaum Abweichun-
gen. Auch wenn die Bezeichnung als subdiaconus et notarius nicht bedeutet,
dass es sich dabei um keine Kapläne handelt,16 so erleichtert die Titulatur
die prosopographische Aufschlüsselung der Kapelle, da es aufgrund ihrer
starken Konstanz äußerst unwahrscheinlich ist, dass es sich beispielsweise bei
G. capellanus noster und G. subdiaconus noster um dieselbe Person handelt.17
Rein quantitativ betrachtet besteht die päpstliche Kapelle zu etwas mehr als
der Hälfte aus reinen Subdiakonen. Über 70 Personen werden ausschließlich
als subdiaconus noster bezeichnet und rund 20 ausschließlich als capellanus
noster, während wohl 24 als subdiaconus et capellanus noster erscheinen. Dass
immerhin neun Kapläne als subdiaconus et notarius noster in Erscheinung
treten, macht die engen Beziehungen der Kapelle zum päpstlichen Verwal-
tungsapparat deutlich. Zusammen erschließt sich damit allein für den Ponti-
fikat Innozenz’ III. eine Personengruppe von wohl über 130 Personen,18 die
teilweise zu den engsten Mitarbeitern des Papstes gehörten, teilweise eine Art

allein noch der Band Italia Pontificia XI: reges et imperatores aus. Derartige Ungleichheiten
durch unterschiedliche Überlieferungslage und Aufarbeitung des Materials entfallen bei einer
Orientierung an den päpstlichen Registern.
13
  Für Hinweise danke ich Maria Pia Alberzoni, Barbara Bombi, Werner Maleczek und Jean-
Marie Moeglin.
14
 Siehe die Biogramme im Anhang dieses Beitrags. Als subdiaconus et notarius werden
folgende Personen gekennzeichnet: Britius, Blasius, Centius, Johannes, Johannes Ferentinus,
Maximus Petrus Girau, Petrus Marcus (et corrector litterarum nostrorum). Siehe auch die
Bemerkungen in nt. 16.
15
  Odo und Rainald.
16
  Elze, Die päpstliche Kapelle, pp.  175-177, betont ausdrücklich, dass es sich in etlichen
Fällen um Kapläne gehandelt hat, die ansonsten als capellanus noster erscheinen.
17
 Siehe den Anhang dieses Beitrags.
18
 Die Zahl kann nicht exakt angegeben werden, da getrennt gezählte Personen eventuell
identisch sind. Bei der abgekürzten Nennung P. subdiaconus noster ist es schwer, diesen
Subdiakon in ein konzises Biogramm zu integrieren und ihn eindeutig zu identifizieren.
56 Jochen Johrendt

Funktionselite des Papstes vor Ort bildeten. Funktional gehören beide Grup-
pen in ihrer weiteren Entwicklung zusammen, wie schon Elze bemerkte.
Beide waren aufs engste mit dem Papst verbunden, was auch der Aufstieg
etlicher ihrer Angehörigen auf Bischofsstühle – interessanterweise vorrangig
in Unteritalien – oder bis hinauf ins Kardinalat deutlich macht. Die Subdi-
akone waren insofern sehr eng mit dem Papst verbunden, als sie von diesem
persönlich geweiht wurden und höhere Weihen nur von ihm oder mit des-
sen Erlaubnis erhalten durften. Das enge Verhältnis von Papst und Subdi-
akonen beziehungsweise Kaplänen kommt auch darin zum Ausdruck, dass
Innozenz III. sich mehrfach und vehement für die Belange seiner Kapläne
einsetzte. Als beispielsweise 1204 in Modena neben etlichen anderen für den
Papst inakzeptablen Verletzungen kirchlichen Rechtes nun auch noch der
päpstliche Subdiakon Guido de Manfredo gefangen genommen wurde und
der Podestà von Modena für die Freilassung des Subdiakons ein Lösegeld von
dessen Familie forderte, war für Innozenz III. das Fass offenbar übergelaufen.
Umgehend forderte er den Erzbischof von Ravenna auf, mit geistlichen Stra-
fen gegen den Podestà vorzugehen.19 Ein wesentlich bekannterer Fall dürfte
der Magister David von Dinant sein, ein Naturphilosoph und Mediziner, der
vor allem durch seine Übertragungen des Aristoteles auf sich aufmerksam
gemacht hatte. Seine Quaternuli, eine Verbindung aristotelischen und medi-
zinischen Wissens, wurden 1210 von einer Pariser Synode verurteilt – doch
im Gegensatz zu allen anderen in dem Verurteilungsdekret genannten und
als Häretiker gebrandmarkten Personen wurde er nicht degradiert, sondern
allein die Verbrennung seiner Quaternuli angeordnet. Es mag ihm dabei
durchaus zugute gekommen sein, dass er ein päpstlicher Kaplan war.20
Die unterschiedlichen Aufgaben der Subdiakone und Kapläne beziehen
sich in der Regel auf die Ausübung des Kirchenregimentes, doch ebenso
auf politische Unternehmen. In den päpstlichen Registern werden sie mit
Abstand am häufigsten als Exekutoren von Mandaten des Papstes einge-
setzt, in der Regel handelt es sich hier um die Exekution einer Provision.
Die päpstlichen Kapläne und Subdiakone sollten den Providierten zu ihrer

19
 Reg. Inn. III., VII, doc. 41. Weitere Beispiele päpstlicher Interventionen wären Martin de
Summa, Noradus und Petrus Girau.
20
 Zu ihm und seinen Schriften cfr. I testi di David di Dinant. Filosofia della natura e
metafisica a confronto col pensiero antico, ed. Elena Casadei, Spoleto, CISAM, 2008 (Testi,
studi, strumenti, 20), zu seiner Vita ibid., pp.  58-60; cfr. auch Agostino Paravicini
Bagliani, Medicina e scienze della natura alla corte dei papi nel duecento, Spoleto, CISAM,
1991 (Biblioteca di Medioevo Latino, 4), p. 13 seq. u. 69-71.
Der vierte Kreuzzug 57

Pfründe verhelfen und – wenn notwendig auch mit geistlichen Strafmitteln


zu denen sie der Papst in der Regel auch ausdrücklich berechtigt – für die
Kollatur des Providierten sorgen. Aus dem ius ad rem sollte für den Provi-
dierten ein ius in rem werden.21 Auffällig ist zudem, dass päpstliche Kapläne
und Subdiakone oftmals mit Exekutionsprozessen zugunsten eines ande-
ren päpstlichen Kaplans oder Subdiakons betraut wurden – gleichsam eine
Amtshilfe von Kollege zu Kollege. Denn ebenso häufig wie die päpstlichen
Kapläne und Subdiakone in den päpstlichen Registern als Exekutoren eines
Provisionsmandates erscheinen, sind sie auch als Empfänger von Pfründen
zu fassen. Aus der Perspektive der betroffenen Kapitel mussten die Provisio-
nen von päpstlichen Kaplänen und Subdiakonen in ihr Kapitel nicht immer
auf Ablehnung stoßen. Denn dadurch, dass die Kapitel nun eine päpstlichen
Kaplan oder Subdiakon in ihren Reihen hatten, mochte sich bisweilen auch
die Kommunikation nach und mit Rom vereinfachen.22 Das dürfte sich wohl
auch hinter dem Hinweis Innozenz’ III. an das Domkapitel von Toledo ver-
bergen, dass die Aufnahme des päpstlichen Kaplans Andreas de Gabiniano
‘Euch und Eurer Kirche in vielerlei Hinsicht wird nützlich sein.’23

21
 Cfr. dazu Thomas Willich, Wege zur Pfründe. Die Besetzung der Magdeburger
Domkanonikate zwischen ordentlicher Kollatur und päpstlicher Provision 1295-1464,
Tübingen, Niemeyer, 2005 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom,
102), pp.  210-217; Harald Müller, Benefizienversprechen normannischer Abteien in
Prozessen vor päpstlichen Delegaten (12. - Anfang 13. Jahrhundert), in Proceedings of the Tenth
International Congress of Medieval Canon Law. Syracuse-New York; 13-18 August 1996,
edd. Kenneth Pennington, Stanley Chodorow, Keith Harold Kendall, Città del Vaticano,
Biblioteca Apostolica Vaticana, 2001 (Monumenta iuris canonici. Series C: Subsidia, 11),
pp. 331-360: p. 335 seq.; zum kanonistischen Hintergrund cfr. Harry Dondorp, Ius ad
rem als Recht, Einsetzung in ein Amt zu verlangen, in «Tijdschrift voor rechtsgeschiedenis»,
LIX (1991), pp. 285-318, dort auch die ältere Literatur bis zu Karl Gross, Das Recht an der
Pfründe. Zugleich ein Beitrag zur Ermittlung des Ursprunges des Ius ad rem, Graz, Leuschner
& Lubensky, 1887.
22
 Cfr. zum Potential der päpstlichen Kapläne für die Lösung von Konflikten mit der Kurie
beispielhaft die Hinweise auf die Rolle der päpstlichen Kapläne bei Robert Gramsch,
Kommunikation als Lebensform. Kuriale in Thüringen vom 13. bis zum 16. Jahrhundert, in
Kurie und Region. Festschrift für Brigide Schwarz zum 65. Geburtstag, edd. Brigitte Flug,
Michael Matheus, Andreas Rehberg, Stuttgart, Franz Steiner Verlag, 2005 (Geschichtliche
Landeskunde, 59), pp. 417-434, bes. pp. 418-423.
23
 So in Reg. Inn. III., XIII/9 vom 1.3.1210: ... idem subdiaconus, qui vobis et ecclesie vestrae
in multis esse poterit fructuosus, ad dilectionem vestram ferventius possit astringi, PL, CCXVI
(1891), col. 205A (Potthast R, n. 3921).
58 Jochen Johrendt

Doch nicht nur als Vermittler in Hinblick auf Informationen fungier-


ten die päpstlichen Kapläne, auch als Auditoren traten sie mehrfach in
Erscheinung.24 Dabei ist jedoch auffällig, dass hier in der Regel nur die als
subdiaconus et capellanus noster beziehungsweise allein als capellanus noster
bezeichneten Personen eingesetzt wurden, nur in drei Fällen kann man über
die Register auch päpstliche Subdiakone fassen.25 Das spricht für eine ter-
minologische Differenzierung der beiden Gruppen in eine auf die Tätigkeit
an der Kurie ausgerichtete Gruppe, die als capellani bezeichnet werden, und
eine ‘auswärtige’ Gruppe, die als subdiaconi bezeichnet werden.26
Für die symbolische Kommunikation zwischen der römischen Zen­
trale und der kirchlichen Peripherie spielten die Kapläne und Subdiakone
als Mittler zwischen dem Fels, auf den die gesamte Kirche nach Auffassung
der lateinischen Kirche aufgebaut war, und den Einzelkirchen eine durchaus
gewichtige Rolle. Denn Sie brachten den Fels auch direkt zu den Kirchen vor
Ort – und das nicht im übertragenen Sinne, sondern ganz konkret, wenn die
päpstlichen Kapläne und Subdiakone die Pallien überbrachten,27 sofern der
Palliumsempfänger dieses nicht persönlich in Rom in Empfang nahm.28 Die

24
 Cfr. dazu auch die lückenhafte Zusammenstellung von Dokumenten in dem teleologisch
auf die Entwicklung der Rota ausgerichteten Werk von Emmanuele Cerchiari, Capellani
pape et apostolicae sedis. Auditores causarum sacri palatii apostolici seu sacra Romana rota ab
origine ad diem usque 20 Septembris 1870, 4 voll., Roma, Typis polyglottis Vaticanis, 1919-
1921, III (1919), pp. 6-15.
25
 So bei Lotharius, Raynerius und Wilhelm Alboni.
26
 Diese Differenzierung der Bezeichnung wird auch bis über die Mitte des 13. Jahrhunderts
beibehalten, so die Durchsicht der Funde bei Roma, Deutsches Historisches Institut in Rom,
Archiv, N 13, Nachlass Norbert Kamp (1927-1999), I.10.2. In ihrer Tätigkeit sind die beiden
Gruppen der capellani und subdiaconi jedoch bereits unter Innozenz  III. nicht immer klar
zu trennen, da sich nach Elze beispielsweise die fünf Vizekanzler der päpstlichen Kanzlei
zwischen 1198 und 1204 alle nur subdiaconus et notarius nennen, obwohl sie doch sicherlich
Kapläne waren, so Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 175 seq., sowie weitere Bemerkungen ibid.,
p. 176 seq. Vielleicht sind die Vizekanzler jedoch auch eine Ausnahme, denn sonst ist in den
Papsturkunden des Registers eine erstaunliche Konstanz in der Bezeichnung der Kapläne bzw.
Subdiakone zu fassen, mithin eine terminologisch scharfe Trennung der beiden Gruppen.
27
 Zu Form und Genese des Palliums cfr. Josef Braun, Die liturgische Gewandung im
Occident und Orient. Nach Ursprung und Entwicklung, Verwendung und Symbolik, Freiburg i.
Br., Herder, 1907 (repr. Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1964), pp. 620-664,
mit Abbildungen ibid., p. 649.
28
 Als Beispiele dieser Überbringung oder Instruktionen in Hinblick auf das Palliums durch
päpstliche Kapläne/Subdiakone siehe die Biogramme von Albert, Johannes von Casamari,
Petrus Marcus, R., Rainald von Celano/Capua, Rainer und Symon im Anhang. Zur
Verleihung des Palliums cfr. Curt-Bogisav Graf von Hacke, Die Palliumverleihungen
Der vierte Kreuzzug 59

Pallien wurden von den Kanonikern des Peterskapitels auf das Grab Petri
gelegt und saugten sich dadurch als Sekundärreliquie mit der Wirkkraft des
Apostelfürsten voll. Sie wurden damit nicht nur zu einem Symbol erzbischöf-
licher Würde, sondern – zugespitzt formuliert – zu einem Stück Petrus.29
Indem der Papst das Pallium an die Metropoliten verlieh, gab er folglich
nicht nur den Metropoliten ein äußeres, von Rom verliehenes Zeichen ihrer
Würde, das seit Paschalis II. zudem die Voraussetzungen für Weihehandlun-
gen und die Abhaltung von Provinzialsynoden durch den Metropoliten war,
sondern er gab ihnen ein Stück von der Wirkkraft Petri. Die Metropolitan-
gewalt war in dieser Sichtweise nicht nur eine Delegation päpstlicher Gewalt
an die Erzbischöfe, sondern das Pallium war damit auch eine Weitergabe
der Wirkkraft des Apostelfürsten.30 Und diese Wirkkraft wurde durch die
päpstlichen Kapläne und Subdiakone übergeben. Hier lässt sich keine Diffe-

bis 1143. Eine diplomatisch-historische Untersuchung, Göttingen, s.e., 1898; José Marti
Bonet, Roma y las Iglesias particulares en la concesión del palio a los obispos y arzobispos de
Occidente. Año 513-1143, Barcelona, Consejo superior de investigaciones científicas, 1976
(Colectanea San Paciano, 21); sowie demnächst die noch unveröffentlichte Dissertation von
Stephan A. Schoenig, The papacy and the use and understanding of the pallium from the
Carolingians to the early twelfth century, [Columbia University] 2009.
29
 Cfr. dazu Jochen Johrendt, Die Diener des Apostelfürsten. Das Kapitel von St. Peter
im Vatikan (11.-13. Jahrhundert), Berlin-New York, Walter de Gruyter, 2011 (Bibliothek
des Deutschen Historischen Instituts in Rom, 122), pp.  302-309; zum Reliquiencharakter
der Pallien cfr. Peter Brown, Die Heiligenverehrung. Ihre Entstehung und Funktion in
der lateinischen Christenheit, Leipzig, St. Benno Buch- und Zeitschriftenverlagsgesellschaft,
1991, p.  88 seq.; Alan Thacker, Rome of Martyrs: Saints, Cults and Relics, Fourth to
Seventh Centuries, in Roma felix. Formation and reflections of Medieval Rome, edd. Éamonn Ó
Carragáin, Carol Neuman de Vegvar, Aldershot, Ashgate Publishing Limited, 2008 (Church,
faith, and culture in the Medieval West), pp. 13-49: p. 46 seq.; allg. Arnold Angenendt,
Heilige und Reliquien. Die Geschichte ihres Kultes vom frühen Christentum bis zur Gegenwart,
München, C. H. Beck, 1994, pp. 155-158.
30
 Cfr. zur rechtlichen Bedeutung des Palliums Rainer Murauer, Papst, Metropolit,
Bischof um 1200. Zur Verzögerung der Weihe des Elekten Heinrich von Straßburg, in
«Römische Historische Mitteilungen», XLIII (2001), pp.  257-310: pp.  274-280; die
Regelungen Paschalis’ II., dass ein Metropolit ohne Palliums Weihegewalt nicht ausüben
und Provinzialsynoden nicht einberufen darf, fanden auch Eingang in den Liber Extra
cfr. X 1.6.4, Corpus Iuris Canonici, ed. Aemilius Friedberg, 2 voll., Leipzig, Bernhard
Tauchnitz, 1879-1881, II (1881) (repr. Graz 1959), col. 49. Zur historischen Entwicklung
im Zeitalter der papstgeschichtlichen Wende cfr. Matthias Schrör, Metropolitangewalt
und papstgeschichtliche Wende, Husum, Matthiesen Verlag, 2009 (Historische Studien, 494),
pp. 39-44, 76-80, 140-143 u. 199-204.
60 Jochen Johrendt

renzierung von Kaplänen und Subdiakonen erkennen – beide erledigen die


selben Aufgaben und beide in ähnlichem Umfang.
Bereits durch das bisher dargestellte, wird deutlich, dass die päpstlichen
Kapläne und Subdiakone kein allein auf ein Gebiet beschränktes Instrument
der Päpste waren. Pallien erstrebte man an allen Orten, an denen es Erzbi-
stümer gab, so dass die Kapläne und Subdiakone in der gesamten lateini-
schen Kirche unterwegs waren, um die Pallien zu überbringen – sogar bis
ins ferne Bulgarien.31 Mit anderen Worten, die päpstliche Kapelle durch-
drang die gesamte lateinische Kirche, und zwar in doppelter Hinsicht: Zum
einen wurden Kapläne aus der Zentrale bis in entfernte Regionen geschickt
und dienten damit als Transportriemen päpstlichen Wollens bis in den hin-
tersten Winkel. Doch umgekehrt standen Innozenz  III. in beachtlichem
Umfang auch päpstliche Subdiakone in den unterschiedlichen Regionen
Europas zur Verfügung, die als Verbindungsglied dieser Regionen zu Rom
wirkten. Zwar sind die meisten Subdiakone in Italien sowie Frankreich
nachzuweisen, doch auch zu Deutschland, Spanien und England weisen die
päpstlichen Register Subdiakone aus. Sie waren damit gleichsam ein Stück
Auge und Ohr Roms vor Ort:32 So kann man den Briefen Innozenz’ III.
immer wieder entnehmen, dass er durch päpstliche Subdiakone und Kapläne
von bestimmten Dingen unterrichtet wurde. Sie führten in Rom nicht nur
wie andere Geistliche auch Klagen gegen Mitkonkurrenten um Pfründen
oder ähnliches. Sie scheinen den Papst auch immer wieder über die Situation
vor Ort unterrichtet zu haben. Wer sich im Einzelnen hinter der häufig
verwendeten Formel sicut ad aures nostras pervenit verbirgt, ist nicht klar,
doch ist es gut vorstellbar, dass die päpstlichen Subdiakone, in der gesam-
ten Kirche verteilt, ihren Teil zu den nach Rom fließenden Informationen
beitrugen. Bisweilen taten sie das sicherlich auch ganz im eigenen Interesse,
speziell wenn es um Pfründen ging.33

31
 Cfr. die Legation von Johannes und Symon.
32
 Darin sind sie den päpstlichen Legaten durchaus vergleichbar, cfr. zum Legatenaspekt
Claudia Zey, Die Augen des Papstes. Zu Eigenschaften und Vollmachten päpstlicher Legaten,
in Römisches Zentrum und kirchliche Peripherie. Das universale Papsttum als Bezugs­punkt
der Kirchen von den Reformpäpsten bis zu Innozenz  III., edd. Jochen Johrendt, Harald
Müller, Berlin – New York, Walter de Gruyter, 2008 (Neue Abhandlungen der Akademie
der Wissenschaften zu Göttingen, 2), pp.  77-108; cfr. auch die Bemerkungen zu dieser
funktionalen Parallelität bei Johrendt, Die päpstliche Kapelle als Bindeglied, pp. 257-259
u. 271-274.
33
 Cfr. dazu aus der Perspektive des Spätmittelalters Brigide Schwarz, Römische Kurie
und Pfründenmarkt im Spätmittelalter, in «Zeitschrift für historische Forschung», XX
Der vierte Kreuzzug 61

Die Informationen, die durch die Subdiakone nach Rom gelangten,


waren bereits durch die Personen, welche die Informationen an Rom über-
mittelt hatten, als vertrauenswürdig ausgewiesen. So berichtete etwa der
päpstliche Subdiakon und Kaplan Roland, der im November 1206 in der
Massa Trabaria Rektor und apostolischer Legat war, über die Wahl des Dia-
kons Rainald zum Bischof von Gubbio. Und Innozenz  III. vertraute den
Informationen Rolands, denn er kassierte die Wahl Rainalds.34 In diesem Fall
wissen wir, dass es ein päpstlicher Kaplan war, der die Informationen, die zur
Kassierung der Wahl führten, nach Rom brachte. In etlichen anderen Fällen
können wir es vermuten.
Doch die päpstlichen Kapläne und Subdiakone dienten nicht nur als
Informanten Roms vor Ort, sondern in besonders gewichtigen Fällen auch
als Überbringer päpstlicher Schreiben. Und dabei ist klar zu erkennen, dass
die päpstlichen Kapläne als Personen des päpstlichen Umfeldes fungierten,
als mit dem Papst in Verbindung stehend und diesen vertretend.
So wurde beispielsweise im Mai 1205 der päpstliche Subdiakon Bon­
giovanni zusammen mit dem Bischof Obizzio von Tortona damit beauf-
tragt, für das mit Acqui vereinigte Bistum Alessandria einen neuen Bischof

(1993), pp. 127-152, bes. p. 135 u. 140 seq.; die prosopographischen Studien zur Versorgung
Kurialer – und zu diesen zählen im 13. Jahrhundert sicherlich auch die Mitglieder der
päpstlichen Kapelle – in partibus beziehen sich, aufgrund der Masse der Überlieferung sowie
der Verbreitung des Phänomens vor allem auf das 14. und 15. Jahrhundert. Cfr. etwa die Studie
von Andreas Meyer, Zürich und Rom. Ordentliche Kollatur und päpstliche Provisionen am
Frau- und Grossmünster 1316-1523, Tübingen, Niemeyer, 1986 (Bibliothek des Deutschen
Historischen Instituts in Rom, 64); sowie aus jüngerer Zeit zur Frage des Provisionswesens
im Reich insgesamt auch die Dissertation von Jörg Erdmann, ‘Quod est in actis, non est
in mundo’. Päpstliche Benefizialpolitik im ‘sacrum imperium’ des 14. Jahrhunderts, Tübingen,
Walter De Gruyter Incorporated, 2006, (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in
Rom, 113); zu Beispielen des systematischen Pfründenerwerbs bereits im 13. Jahrhundert
durch die Vermittlung der Kurie cfr. für das Kapitel von S. Giovanni in Laterano und S. Maria
Maggiore vereinzelt auch zum 13. Jahrhundert etwa Andreas Rehberg, Die Kanoniker von
S. Giovanni in Laterano und S. Maria Maggiore im 14. Jahrhundert. Eine Prosopographie,
Niemeyer, Tübingen 1999 (Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, 89), in
den Biogrammen, sowie zu den Kanonikern von St. Peter im Vatikan für das 13. Jahrhundert,
Johrendt, Die Diener des Apostelfürsten, pp. 205-217.
34
 Reg. Inn. III., IX, n. 184, Innozenz III. teilt dem Kapitel von Gubbio mit, dass dilectus
filius R(olandus), subdiaconus et capellanus noster, apostolice sedis legatus, rector Massanus, per
suas nobis litteras intimavit, quod ..., und legt den Kanonikern damit dar, dass die ihm durch
Roland übermittelten Informationen die Grundlage seiner Entscheidung bilden. Roland
hatte vor Ort eine Untersuchung durchgeführt, deren Ergebnisse er an den Papst übermittelt
hatte.
62 Jochen Johrendt

zu finden.35 Im Frühjahr 1206 sind in derselben Sache der päpstliche Sub-


diakon Aripertus Visconti und Wilhelm, der Archipresbyter des Mailänder
Domkapitels, tätig.36 Das Ergebnis ihrer Vermittlungen beziehungsweise die
Anliegen der Kommune von Alessandria überbringt der päpstliche Subdia-
kon Johannes Torniellus zusammen mit drei Abgesandten Alessandrias in
Briefform an Papst Innozenz III.37 An jedem der Schritte war ein päpstlicher
Subdiakon beteiligt. Und bei der Intervention der Kommune vor dem Papst
begleitete die Abgesandten ein päpstlicher Subdiakon als Teil des päpstli-
chen Apparates.
Dass die päpstlichen Subdiakone besonders bei entscheidenden Informa-
tionsvermittlungen zum Zuge kamen, wird an zwei weiteren – rein politi-
schen – Beispielen deutlich. Denn in der angespannten Lage des Jahres 1198,
als sich die Kaiserin Konstanze und der kleine Friedrich II. in Unteritalien der
Angriffe Markwards von Anweilers erwehren mussten, war es ein päpstlicher
Subdiakon, der den Briefverkehr zwischen dem Papst und der Kaiserin samt
ihrem Sohn bewerkstelligte.38 Der päpstliche Subdiakon Berardus stellte dabei
insofern auch eine Sonderheit dar, als dass er von beiden Seiten Vertrauen
besaß, da er sowohl päpstlicher Kaplan war, als auch seit 1195 Kaplan am Hof
Konstanzes. Und auch als Sprachrohr nach Konstantinopel fungierte nach den
Gesta Innocentii im Jahre 1198, als sich Innozenz III. und der byzantinische

35
 Reg. Inn. III., VIII, n. 53. Als erster Bischof Alexandrias war 1175 der päpstliche
Subdiakon Arduin von Alexander III. eingesetzt worden, auch dies sicherlich ein Zeichen für
die enge Anbindung Alexandrias an den Papst, denn er musste als päpstlicher Subdiakon dann
auch seine Bischofsweihe vom Papst erhalten. Zur Bedeutung der Weihen cfr. Robert L.
Benson, The Bishop-elect. A Study in Medieval Ecclesiastical Office, Princeton N. J., Princeton
University Press, 1968, p. 96 seq.; die Weihen waren ein Mittel der persönlichen Bindung
und konnte damit auch zur Festigung der Oboedienz eingesetzt werden, so am Beispiel
des Innozenzianischen Schismas Franz-Josef Schmale, Studien zum Schisma des Jahres
1130, Köln – Graz, Böhlau, 1961 (Forschungen zur kirchlichen Rechtsgeschichte und zum
Kirchenrecht, 2), p. 212 seq.
36
 Reg. Inn. III., IX, n. 93.
37
 Reg. Inn. III., IX, n. 93 und das Schreiben Innozenz’ III. an den Podestà von Alessandria
Reg. Inn. III., IX, doc. 94.
38
 Reg. Inn. III., I/1, n. 554 und n. 559. Zur Situation cfr. Friedrich Baethgen, Die
Regentschaft Papst Innozenz  III. im Königreich Sizilien, Heidelberg, C. Winter, 1914
(Heidelberger Abhandlungen zur mittleren und neueren Geschichte, 44), pp.  1-13;
Wolfgang Stürner, Friedrich  II., Darmstadt, Primus Verlag, 20093 (Gestalten des
Mittelalters und der Renaissance), pp.  85-105; sowie substanziell wenig darüber hinaus
gehend John Clare Moore, Pope Innocent III (1160/61-1216). To root up and to plant,
Leiden – Boston, Brill, 2003 (The medieval Mediterranean, 47), pp. 65-68.
Der vierte Kreuzzug 63

Kaiser Alexios III. austauschten, ein päpstlicher Kaplan: Johannes.39 Er sollte


offenbar auch mit dem Patriarchen von Konstantinopel über ein Unions-
konzil verhandeln.40 Im selben Jahr war auch der päpstliche Subdiakon und
Kaplan Albert zu Unionsverhandlungen und wegen der Sarazenen von Inno-
zenz  III. zu Alexios  III. geschickt worden.41 Innozenz  III. gab dem Kaiser
gegenüber zu, dass er auch maiores nuntios hätte schicken können – gemeint
sind hier sicherlich Kardinäle oder zumindest Bischöfe – doch ihm schien
eine Lösung mit den von ihm ausgewählten niedrigeren Kurialen einfacher,
da sie sicherlich auch weniger fordern würden.42 Genau dies machte die
päpstlichen Subdiakone und Kapläne aus Sicht des Papstes für bestimmte
Mission besonders geeignet. Sie sollten zunächst die Wogen glätten und die
weitere Kommunikation inhaltlich vorbereiten, bevor anschließend ein Kar-
dinal mit wesentlich größeren Handlungsvollmachten – jedoch auch mit
einer vom Verhandlungsgegenüber stärker zu respektierenden Position – die
Angelegenheit fortsetzen konnte.

39
  The Gesta Innocentii III, p. 85 seq.
40
  Elze, Die päpstliche Kapelle, p.  181 seq., jedoch zu 1198; cfr. auch Heinrich
Zimmermann, Die päpstliche Legation in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts. Vom
Regierungsantritt Innocenz’ III. bis zum Tode Gregors IX. (1198-1241), Paderborn, Schöningh,
1913 (Görres-Gesellschaft zur Pflege der Wissenschaft im katholischen Deutschland.
Veröffentlichungen der Sektion für Rechts- und Sozialwissenschaft, 17), p.  52. Zum
Zusammenhang von Kreuzzug und Reunionsbemühungen Innozenz’ III. cfr. auch James
Matthew Powell, Innocent III and Alexius III: a crusade plan that failed, in The Experience
of Crusading, edd. Marcus Graham Bull, Norman J. Housley, 2 voll., Cambridge, Cambridge
University Press, 2003, I, pp. 96-102; repr. in James Matthew Powell, The Crusades, The
Kingdom of Sicily, and the Mediterranean, Aldershot – Burlington, Ashgate Variorum, 2007
(Variorum Collected Studies Series, 871), t. VI, pp. 96-102; Otto Kresten, Diplomatische
und historische Beobachtungen zu den in den Kanzleiregistern Papst Innocenz III. überlieferten
Auslandsschreiben byzantinischer Kaiser, in «Römische Historische Mitteilungen», XXXVII
(1995), pp. 41-79.
41
 Reg. Inn. III., I/1, n. 353. Zum Schriftverkehr zwischen Innozenz  III. und Alexios  III.
cfr. Christian Gastgeber, Zum Einsatz der Rhetorik in der Korrespondenz vor dem 4.
Kreuzzug, in The Fourth Crusade Revisited, pp. 54-94: pp. 91-93; zum Briefverkehr zwischen
Innozenz III. und Alexius III. cfr. auch Gerd Hagedorn, Papst Innozenz III. und Byzanz
am Vorabend des vierten Kreuzzugs (1198-1203), in «Ostkirchliche Studien», XXIII
(1974), pp. 3-20, 105-136: pp. 7-14, 18 seq., 119 seq. u. 126-128, zu Alberts Legation p. 8;
allgemein, Rainer Murauer, Papst Innocenz III., der Vierte Kreuzzug und die Eroberung
Konstantinopels, in Krieg und Wirtschaft. Von der Antike bis ins 21. Jahrhundert, edd. Wolfram
Dornik, Johannes Gießauf, Walter M. Iber, Innsbruck, Studienverlag, 2010, pp.  193-204:
p. 196.
42
 Reg. Inn. III., I/1, n. 353, p. 528, ll. 9-11.
64 Jochen Johrendt

Dass die Kompetenzen und Handlungsspielräume der päpstlichen Sub-


diakone und Kapläne unter Innozenz  III. jedoch durchaus erheblich sein
konnten, wird mit einem Blick auf deren Tätigkeit in Zusammenhang mit
der Organisation der Kirchenstruktur deutlich. Das Beispiel des Bistums
Alessandria hat bereits deutlich gemacht, dass der Papst den Kaplänen bei
der Verlegung dieses Bistums offenbar vertraute.43 Bei der Suche nach einem
neuen Ort für eine mögliche Verlagerung des Bistums Fiesole war unter
anderem auch der päpstliche Subdiakon Gualandus involviert,44 der päpst-
liche Subdiakon und Kaplan T. sollte die Möglichkeit der Errichtung eines
Metropolitansitzes in Böhmen überprüfen45 und der päpstliche Kaplan
Johannes von Casamari zusammen mit dem päpstlichen Subdiakon Symon
die Metropolitanrechte Antivaris.46 Dies sind weitereichende Veränderun-
gen der kirchlichen Struktur, in die päpstliche Subdiakone und Kapläne teils
nur involviert waren, die jedoch teilweise maßgeblich durch diese herbeige-
führt wurden.
Die Kapläne und Subdiakone wurden immer wieder mit politischen
Aufgaben betraut. Entweder mit der Unterstützung von Kardinälen, wie
etwa im Falle der schon erwähnten Auseinandersetzungen Innozenz’ III. mit
Markward von Annweiler. Innozenz III. war mit dem Tod der Kaiserin Kons-
tanze der Vormund des minderjährigen Friedrich II. geworden. Bereits Ende
Januar 1199, etwa drei Monate nach dem Tod der Kaiserin, setzte er den Kar-
dinal Jordanus von S. Pudenziana sowie den päpstlichen Subdiakon Okta-
vian, einen Verwandten Innozenz’ III., nach Unteritalien beziehungsweise
in den Kirchenstaat in Bewegung. Beide sollten Geldmittel in die Marken
bringen, damit der Kampf gegen Markward fortgesetzt werden konnte.47
Zunächst einzeln und dann im Frühjahr 1197 als Gespann machten sich auch
ein Kardinallegat und päpstlicher Subdiakon im Auftrag Cölestins III. zum
französischen König Philipp II. August auf, um dessen Eheangelegenheiten
näher zu untersuchen.48 Die Angelegenheit war für den Kardinalpresbyter

43
 Siehe oben bei nt. 35.
44
 Reg. Inn. III., VIII, n. 166.
45
 Reg. Inn. III., VII, n. 53.
46
 Reg. Inn. III., I/1, n. 533.
47
 Reg. Inn. III., I/1, n. 554 u. 55; zur Sache cfr. Baethgen, Die Regentschaft Papst
Innozenz III., p. 11.
48
 Reg. Inn. III., I/1, n. 171; es handelte sich um den Kardinalpriester Melior von SS.
Giovanni e Paolo und um den päpstlichen Subdiakon Cencius, cfr. dazu Wilhelm Janssen,
Die päpstlichen Legaten in Frankreich vom Schisma Anaklets II. bis zum Tode Coelestins III.
(1130-1198), Köln – Graz, Böhlau-Verlag, 1961 (Kölner historische Abhandlungen, 6),
Der vierte Kreuzzug 65

Melior von SS. Giovanni e Paolo sowie den päpstlichen Subdiakon Centius
zwar kirchenrechtlich nicht besonders kompliziert, diplomatisch aber ohne
Frage eine delikate Angelegenheit, denn Philipp hatte 1193 zwar Ingeborg
von Dänemark geheiratet, diese jedoch unmittelbar danach wieder versto-
ßen und sich 1196 mit Agnes von Meran verheiratet, wofür er von Papst
Innozenz III. schließlich gebannt worden war. Was Kardinal und Subdiakon
1197 noch gemeinsam aufgetragen worden war, übertrug Innozenz III. ab
1198 verschiedenen Kardinallegaten, doch ab 1205 dann allein dem päpstli-
chen Subdiakon und Kaplan Magister Peregrinus.49
Man sieht, die päpstlichen Kapläne treten auch bei heiklen und wichti-
gen Unternehmungen alleine auf. Das gilt auch für den im Jahre 1204 erteil-
ten Auftrag an Petrus de Sasso, der in einem Streit zwischen der Familie der
Frangipane und der Kommune von Terracina vermitteln sollte.50 Fiel diese
Mission des Petrus de Sasso, der 1206 Kardinalpresbyter von S. Puden­
ziana wurde,51 noch nicht in den Bereich der herausragenden europäischen
Politik, so gilt das zweifelsohne für die bedeutsame Bulgarenlegation des
päpstlichen Kaplans Johannes von Casamari, der dabei von dem päpstlichen
Subdiakon Symon unterstützt wurde. Anfang Januar 1199 wurden beide
von Innozenz III. zu den Bulgaren entsandt, wobei sie ihr Reiseweg auch zu

pp. 149-151; Werner Maleczek, Petrus Capuanus. Kardinal, Legat am Vierten Kreuzzug,


Theologe († 1214), Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaft, 1988
(Publikationen des Historischen Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in Rom.
Abt., 1/8), p.  100; zur gesamten Eheangelegenheit cfr. Raymonde Foreville, Le pape
Innocent III et la France, Stuttgart, A. Hiersemann, 1992 (Päpste und Papsttum, 26), pp. 295-
305.
49
 Reg. Inn. III., VIII, n.114; zur Sache cfr. auch Maleczek, Petrus Capuanus, p. 107 seq.;
Moore, Pope Innocent III (1160/61-1216), pp. 58-63 u. 155.
50
 Reg. Inn. III., VI, doc. 204; zu den Hintergründen des Konfliktes zwischen den Frangipane
und der Stadt Terracina um die Festung Traversa cfr. Matthias Thumser, Die Frangipane.
Abriß der Geschichte einer Adelsfamilie im hochmittelalterlichen Rom, in «Quellen und
Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», LXXI (1991), pp.  106-163:
pp. 147-149.
51
 Cfr. Werner Maleczek, Papst und Kardinalskolleg von 1191 bis 1216. Die Kardinäle
unter Coelestin  III. und Innocenz  III., Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der
Wissenschaft, 1984 (Publikationen des Historischen Instituts beim Österreichischen
Kulturinstitut in Rom. 1. Abteilung: Abhandlungen, 6), p. 163 seq.; Werner Maleczek,
Zwischen lokaler Verankerung und universalem Horizont. Das Kardinalskollegium unter
Innocenz III., in Innocenzo III. Urbs et orbis. Atti del Congresso Internazionale; Roma, 9-15
settembre 1998, ed. Andrea Sommerlechner, 2 voll., Roma 2003 (Miscellanea della Società
Romana di storia patria, 44; Nuovi Studi Storici, 55), I, pp. 102-174: p. 153 n. 18.
66 Jochen Johrendt

König Vukan von Dalmatien und Dioklitien führte. Ziel der Legation war
die Aufrechterhaltung diplomatischer Kontakte und die Überreichung des
Palliums an Erzbischof Johannes von Antivari, dem heutigen in Montene-
gro an der Küste gelegenen Bar.52 Zuvor sollten beide Kapläne jedoch die
Rechtmäßigkeit der Position Antivaris überprüfen, den Rang einer Metro-
pole beanspruchen zu können.53 Das Ergebnis der Prüfung fiel positiv aus,
anschließend hielten Johannes und Symon in Bar auch eine Synode ab, deren
Unterschriftenliste sie anführten.54
Den Kaplänen wurden damit erneut erhebliche Kompetenzen im Bereich
der Kirchenorganisation zugesprochen. Drei Jahre später erhielten die
Kapläne schließlich den Auftrag, zusammen mit dem Erzbischof von Split
die Rechtgläubigkeit des Herrschers in Bosnien sowie des bosnischen Volkes
zu überprüfen.55 Zudem wurde Johannes von Casamari zum apostolice sedis
legatus ernannt und beauftragt, dem Metropoliten Basilius von Trnovo, im
heutigen Bosnien und Herzegowina gelegen, das Pallium zu überbringen.
Parallel wurde er mit einer weitreichenden politischen Mission betraut, da
er überprüfen sollte, ob der Zar der Bulgaren sein Reich von der Römischen
Kirche erhalten hatte und ob daher der momentan regierende Zar Kalo-
jan sein Reich aus den Händen der römischen Kirche empfangen könne.56
Johannes von Casamari agierte erfolgreich in Bulgarien, nahm Kontakt mit
dem ungarischen König Heinrich/Imre auf, der wiederum an Innozenz III.
berichtete.57 Zwei Jahre, nachdem Johannes von Casamari seinen Auftrag
erhalten hatte, war es so weit, dass der Zar, wie er es in einem Schreiben an
Innozenz III. selbst ausdrückte, sein Reich in die Hände des hoch verehrten
Herren Johannes legte, Legat der heiligen Römischen Kirche und Kaplan

52
 Reg. Inn. III., I, n. 526.
53
 Reg. Inn. III., I, n. 533.
54
 Cfr. zu Synode von 1199 in Bar, Lothar Waldmüller, Die Synoden in Dalmatien,
Kroatien und Ungarn. Von der Völkerwanderung bis zum Ende der Arpaden (1311),
Paderborn – München – Wien – Zürich, Schöningh, 1987 (Konziliengeschichte. Reihe A.
Darstellungen, 4), pp. 158-161; Moore, Pope Innocent III (1160/61-1216), p. 74 seq.
55
 Reg. Inn. III., V/1, n. 109.
56
 Reg. Inn. III., V/1, n. 115. Zu der gesamten Legation des Johannes de Casamaris cfr. auch
Dietmar Hintner, Die Ungarn und das byzantinische Christentum der Bulgaren im Spiegel
der Register Papst Innozenz’ III., Leipzig, St.-Benno-Verlag, 1976 (Erfurter Theologische
Studien, 35), pp. 43-86.
57
 Reg. Inn. III., VI, n. 211; zum Informationsschreiben Johannes’ de Casamari über die
ungariesche Situation cfr. Hintner, Die Ungarn und das byzantinische Christentum der
Bulgaren, pp. 64-73.
Der vierte Kreuzzug 67

des Herrn Papstes.58 Ferner erhob der Kaplan Johannes von Casamari einen
Patriarchen Bulgariens und der Walachei – erneut ein kirchenorganisatori-
scher Eingriff von erheblicher Tragweite. Und nicht ein Kardinal hatte die
Angelegenheit untersucht und schließlich das Reich Kalojans entgegenge-
nommen, sondern ein päpstlicher Kaplan.
Fast dasselbe gilt auch für den Westen Europas, für England. Nachdem
sich Johann Ohneland dort geweigert hatte, den 1206 gewählten und 1207
von Innozenz III. persönlich geweihten neuen, Erzbischof von Canterbury,
Stephan Langton, anzuerkennen, hatte, der Papst über England das Interdikt
verhängt.59 Erst fünf Jahre später, 1213, kam es zur Aufhebung des Interdikts.
Dazu entsandte Innozenz III. 1211 den zum Legaten ernannten päpstlichen
Subdiakon Pandulph, in dessen Hände der König Abbitte leisten sollte. Pan-
dulph erreichte die Insel, traf mit Johann Ohneland zusammen und über-
brachte die Bedingungen Innozenz’ III. für die Aufhebung der inzwischen
erfolgten Exkommunikation des Königs sowie des Interdikts, doch dazu
kam es zunächst nicht.60 Erst als sich die politische Situation des Königs
verschlechterte, war er bereit, auf die von Pandulph übermittelten Bedin-
gungen einzugehen.61 Nun erhielt Johann die Absolution, doch er musste
am 15. Mai 1213 in eine Position der politischen Schwäche der Römi-

58
 Reg. Inn. III., VII, n. 4; dazu wurde Kajolan von Innozenz III. mit einer Wappenfahne
belehnt, cfr. dazu Christoph Friedrich Weber, Frühheraldische Fahnenbilder. Die
Entstehung eines neuen Zeichentyps als Medium der hochmittelalterlichen Kommunikations-
und Wissenskultur, in La comunicazione del sacro (secoli IX-XVIII), edd. Agostino Paravicini
Bagliani, Antonio Rigon, Roma, Herder, 2008 (Italia Sacra, 82), pp. 143-193: pp. 167-176; cfr.
auch Moore, Pope Innocent III (1160/61-1216), pp. 113 seq., 123 seq. u. 126-128. Zur den
Hintergründen und der Frage, ob sich Kalojan bereits vor der Erhöhung durch Innozenz III.
imperator nannte, Günter Prinzing, Die Bedeutung Bulgariens und Serbiens in den Jahren
1204-1219 im Zusammenhang mit der Entstehung und Entwicklung der byzantinischen
Teilstaaten nach der Einnahme Konstantinopels infolge des 4. Kreuzzugs, München, Institut für
Byzantinistik und Neugriechische Philologie der Universität München, 1972 (Miscellanea
Byzanina Monacensia, 12), pp. 33-35.
59
 Cfr. Christopher Robert Cheney, Pope Innocent  III and England, Stuttgart,
Hiersemann, 1976 (Päpste und Papsttum, 9), pp.  147-154; Moore, Pope Innocent  III
(1160/61-1216), pp. 191-196; einen knappen Überblick über die Beziehungen Richards I.
und Johann Ohnelands zur Kurie bietet Brenda M. Bolton, The relations of Richard I and
John Lackland with the Papacy, in Richard Coeur de Lion, roi d’Angleterre, duc de Normandie
(1157-1199). Actes du colloque international tenu à Caen, 6-9 avril 1999, ed. Louis Le Roch
Morgère, Caen, Archives départementales du Calvados, 2004, pp. 123-131.
60
 Cfr. Cheney, Pope Innocent III and England, pp. 323-325.
61
 Cfr. Cheney, Pope Innocent III and England, pp. 326-329.
68 Jochen Johrendt

schen Kirche auch sein Königreich als Lehen auftragen: Johann Ohneland
übertrug sein Königreich Innozenz III. durch einen Eid in Gegenwart Pan-
dulphi domini papae subdiaconi, das homagium wollte er dem Papst persön-
lich leisten, ließ der König Innozenz III. in einem Brief wissen.62 Erst nach
der eidlichen Lehnsnahme seines Königreichs über den Kaplan Pandulph
und die Zusicherung eines jährlichen Rekognitionszins in Höhe von 1000
Mark Sterling, kündigte Innozenz  III. Johann Ohneland nun die Entsen-
dung eines Kardinallegaten an, der nach Bezahlung von 100.000 Silbermark
in die Hände des Legaten, des Kaplans Pandulph, sowie des Erzbischofs
von Canterbury dann auch das Interdikt aufheben werde.63 Dem entsand-
ten Kardinalbischof Nikolaus von Tusculum trug er zudem auf, in England
zusammen mit Pandulph den Peterspfennig einzutreiben.64
Mit der Eintreibung von Geldern war auch der päpstliche Subdiakon
Magister Petrus Marcus betraut. Petrus Marcus wurde nach Südfrankreich
entsandt, um dort Gelder für die Kurie einzusammeln, wozu der Papst auch
Simon IV. von Montfort – die maßgebliche Herrscherpersönlichkeit dieses
Raumes – um Unterstützung gebeten hatte.65 Von diesem sollte Petrus Mar-
cus zudem 1.000 Silbermark, von Raimund und Elia 1.000 Pfund sowie vom
Bischof von Maguelone 50 Silbermark entgegennehmen.66 Die Zahlungen
sollten an Amarius, den Thesaurar der Pariser Templerordenkommende
übertragen werden, um auf diesem Wege an die Kurie zu gelangen.67
Wie gesehen war die päpstliche Kapelle ein für die unterschiedlichsten
Aktivitäten des Papstes genutztes Instrument. Neben Alltäglichem wie der
Exekution von Provisionen oder päpstlichen Mandaten agierten die päpst-
lichen Subdiakone und Kapläne vor allem bei der Überbringung von Pal-
lien, bei der Überprüfung der kirchlichen Organisationsstruktur, wobei
sie hier durchaus mit weitreichenden Handlungskompetenzen ausgestattet
waren, sowie im politischen Bereich – und das auf höchster Ebene und mit

62
 XVI/77, PL, CCXVI (1891), col. 879A; zu den Umständen der Lehnsnahme cfr.
Cheney, Pope Innocent III and England, pp. 332-337.
63
 XVI/164, PL, CCXVI (1891), col. 953, cfr. dazu insgesamt auch Moore, Pope
Innocent III (1160/61-1216), pp. 213-215.
64
  XVI/173, PL, CCXVI (1891), col. 960B.
65
  XV/167, PL, CCXVI (1891), col. 690C.
66
  XV/171, 173 u. 174, PL, CCXVI (1891), coll. 693B, 693D u. 694A.
67
 Innozenz  III. hatte den Templern keine besondere Rolle im Unternehmen des Vierten
Kreuzzugs zugewiesen, cfr. dazu Barbara Frale, La quarta crociata e il ruolo dei templari
nei pregetti di Innocenzo III, in Quarta crociata. Venezia, t. I, pp. 447-484.
Der vierte Kreuzzug 69

weitreichenden Folgen, wie die Beispiele des Bulgarischen Zaren oder des
englischen Königs deutlich gemacht haben.
Obwohl die päpstliche Kapelle unter Innozenz  III. in einer enormen
Breite in das Kirchenregiment des Papstes einbezogen war, lassen sich –
zumindest aufgrund des hier verwendeten Quellenkorpus – nur wenige
Belege für eine Tätigkeit von päpstlichen Subdiakonen und Kaplänen fest-
machen, die sich direkt auf die Organisation des Vierten Kreuzzuges bezie-
hen.68 Das verwundert umso mehr, als die päpstlichen Kapläne wie gesehen
bereits am Beginn des Pontifikates Innozenz’  III. in engem Kontakt zum
byzantinischen Kaiser Alexios III. sowie dem Patriarchen von Konstantino-
pel standen, an die sie nicht nur Briefe überbrachten, sondern ebenso über
ein gemeinsames Vorgehen gegen die Sarazenen verhandelten.69 Doch las-
sen sich keine weiteren Spuren dieser Art fassen. Auch bei der Finanzierung
des Kreuzzuges ist lediglich in einem einzigen Fall ein päpstlicher Kaplan
zu fassen, Raimund de Capella, der Ende 1198 von Innozenz  III. nach
Südfrankreich geschickt wurde, um dort die Erzbischöfe und Bischöfe der
Region dabei zu unterstützen, Truppen und Geld für den Kreuzzug bereit-
zustellen. Innozenz  III. empfahl ihnen, alles gemeinsam mit Raimund de
Capella zu beraten.70 Das war in gewisser Weise auch eine Kontrolle der süd-
französischen Bischöfe, denn Raimund war in ihren Augen sicherlich Rom
vor Ort, ein direkter Kommunikationskanal zum Papst. Doch Raimund war
auch noch anderweitig in Südfrankreich tätig. So sollte durch ihn Graf Wil-
helm von Forcalquier aus der Exkommunikation gelöst werden, falls er in die
Hände des päpstlichen Subdiakons ein Kreuzzugsgelübde abgab.71

68
 Cfr. die allgemeinen Bemerkungen bei Rusch, Die Behörden und Hofbeamten der
päpstlichen Kurie, p.  87 seq.: ‘So führte 1220 ein päpstlicher Subdiakon und Kaplan
Verhandlungen in Deutschland über den Kreuzzug und die Königswahl des jungen Heinrich’,
mit einem Verweis auf Augustin Theiner, Codex diplomaticus dominii temporalis S.
Sedis, Recueil de documents pour servir à l’histoire du gouvernement temporel des États du
Saint-Siège, 3 voll., Roma, Imprimerie du Vatican, 1861-1862, I (1861), p. 81.
69
 Zur Rolle Innozenz’ III. beim Vierten Kreuzzug cfr. jetzt Werner Maleczek,
Innocenzo  III e la quarta crociata. Da forte ispiratore a spettatore senza potere, in Quarta
Crociata. Venezia, t. I, pp. 389-422, weitere Literatur p. 392 nt. 8.
70
 Reg. Inn. III., I/1, n. 406; zur allgemeinen Vorbereitung Innozenz’ III. sei auf sein
Schreiben Reg. Inn. III., II, n. 258 verwiesen, das an Erzbischof Ludolf von Magdeburg, sowie
als Parallelschreiben nach ganz Deutschland, Tuszien, die Lombardei, Frankreich, England
Ungarn, Slowenien, Irland, Schottland und vermutlich weitere Regionen der Christianitas
ging.
71
 Reg. Inn. III., I/1, n. 407 u. 408.
70 Jochen Johrendt

Dies sind fast alle Belege, die unter der Rubrik ‘Päpstliche Kapelle und
der Vierte Kreuzzug’ verbucht werden können. Konnte Christian Grasso
2010 bei einer Tagung in der Villa Vigoni herausarbeiten, dass sich unter den
von Honorius III. beauftragten Kreuzzugspredigern auch etliche päpstliche
Kapläne befanden,72 so muss man für Innozenz III. bis auf zwei Ausnahmen
Fehlanzeige erstatten: 1213 lässt sich der päpstliche Subdiakon Nicolaus fas-
sen, der in der Kirchenprovinz Mainz das Kreuz predigen sollte. Dabei steht
Nicolaus in der Liste der Empfänger von Quia maior nicht an erster Stelle,
denn im Register ist zunächst ein gleichlautender Brief an den Abt von Neu-
burg, den Dekan von Speyer sowie den Propst von Augsburg eingetragen.
Dass ein gleichlautendes Schreiben auch an den päpstlichen Subdiakon
Nicolaus ging, ist nur dem Eintrag in eumdem modum zu entnehmen.73 Er
ist wohl identisch mit dem 1215 am Hofe Friedrichs II. weilenden Magister
Nicolaus de Cremona, der dort ebenfalls das Kreuz predigte.74
Verglichen mit den Aktivitäten der päpstlichen Kardinallegaten muss
man den Beitrag der Kapelle für die Organisation des Kreuzzugs unter
Innozenz III. als äußerst gering bezeichnen, auch wenn die Vorbreitungen
zum Vierten Kreuzzug durch die Kurie allgemein wohl als nicht angemes-
sen bezeichnet werden dürfen, denn auch von Seiten der Kardinallegaten
blieben die organisatorischen Tätigkeiten für den Kreuzzug in einem aus
der Perspektive späterer Kreuzzüge eher bescheidenen Rahmen.75 Das mag

72
 Cfr. Christian Grasso, Ad Promovendum Negotium Crucis. Gestione finanziaria
e promozione pubblica della crociata durante il pontificato di Onorio III (1216-1227), in Die
Ordnung der Kommunikation und die Kommunikation der Ordnungen. Band 2. Zentralität:
Papsttum und Orden im Europa des 12. und 13. Jahrhunderts, edd. Cristina Andenna, Gordon
Blennemann, Klaus Herbers, Gert Melville, Stuttgart, Franz Steiner Verlag, 2013 (Aurora –
Schriften der Villa Vigoni, I/2), pp. 99-132.
73
  XVI/29, PL, CCXVI (1891), col. 823D. Zu den Kreuzzugspredigten unter Innozenz III.
cfr. Penny J. Cole, The preaching of the crusades to the Holy Land: 1095-1270, Cambridge,
Mass., Medieval Academy of America, 1991 (Medieval academy books, 98), pp. 80-141, zu
den Predigten in Zusammenhang mit dem Vierten Kreuzzug pp. 98-141, zur Ausfertigung
für Nikolaus ibid., p. 107 seq. Allgemein auch Donald Edward Queller, Thomas F.
Madden, The Fourth Crusade. The conquest of Constantinople, Philadelphia, University of
Pennsylvania Press, 19972, pp. 1-8.
74
 Siehe die Biogramme im Anhang. Zu den von Innozenz III. beauftragten Kreuzzugspredigern
cfr. Helmut Roscher, Papst Innocenz III. und die Kreuzzüge, Göttingen, Vandenhoeck &
Ruprecht, 1969 (Forschungen zur Kirchen- und Dogmengeschichte, 21), pp. 65-68.
75
 Cfr. dazu die Bemerkungen von Maleczek, Petrus Capuanus, pp.  58-99, sowie auch
Petar Vrankić, Innocenz  III., der vierte Kreuzzug und die Eroberung Zadars, in Vom
Schisma zu den Kreuzzügen, edd. Peter Bruns, Georg Gresser, Paderborn – München – Wien
Der vierte Kreuzzug 71

daran liegen, dass die flächendeckende Organisation des Kreuzzugs durch


die Kurie noch nicht eingespielt war, man in Rom noch zu wenig Erfahrung
hatte.76
Kann dies den geringen Anteil der päpstlichen Kapelle bei der Organi-
sation der Kreuzzüge erklären, so erstaunt jedoch, dass sie auch nach der
Gründung des lateinischen Kaiserreiches dort nach Ausweis der Register
nicht weiter in Erscheinung trat. Bedenkt man, dass die päpstlichen Kapläne
häufig mit Fragen der Kirchenorganisation, der Gründung oder Verlegung
von Bistümern, der Überprüfung von Metropolitanrechten und ähnlichem
beauftragt waren, so verwundert es umso mehr, dass sie im lateinischen Kai-
serreich weder mit Aufträgen noch als Prüfendeninhaber oder gar Bischöfe
in Erscheinung treten. Päpstliche Kapläne hatten die Möglichkeit der
Errichtung eines Erzbistum in Böhmen überprüft, die Metropolitanrechte
Antivaris, die Patriarchenstellung des Erzbischofs von Trnovo für Bulgarien
und die Walachei, die Verlegung des Bistums Fiesole und die Lebensfähigkeit
des Bistums Alessandria. Lag es da nicht nahe, dieses Instrument auch für die
Organisation der neuen, lateinischen Kirche in Griechenland zu nutzen?77
Doch konkrete Handlungsanweisungen an päpstliche Subdiakone oder
Kapläne lassen sich in den Registern – abgesehen von der Entsendung des
Magisters Maximus zur Kontrolle der Wahl eines neuen Patriarchen von
Konstantinopel im Jahre 1212 – nicht nachweisen, was sicherlich kein
Quellenproblem ist, das sie für fast alle anderen Regionen der Christen-
heit zu fassen sind. Die päpstliche Kapelle blieb bei der Organisation des
Kreuzzugs zwar nicht komplett außen vor, doch bei der Errichtung und
Ausgestaltung der lateinischen Kirche im neu entstandenen lateinischen
Kaiserreich. Und auch für den für 1217 von Innozenz III. geplanten und auf
dem Vierten Laterankonzil verabredeten Kreuzzug scheinen die Kapläne
offiziell keine Rolle gespielt zu haben. Im Kanon 71 der Beschlüsse des
Konzils heißt es zu den Personen, die aus dem engeren Bereich der Kurie

– Zürich, Schöningh, 2005, pp. 235-271: pp. 241-245. Diese wenig ausgebildete Seite – man
könnte in Hinblick auf das Unternehmen auch von der praktischen sprechen – erstaunt um
so mehr, als es unter Innozenz III. offenbar zur Ausprägung einer Kreuzzugsideologie kam,
so Michael Menzel, Kreuzzugsideologie unter Innocenz III., in «Historisches Jahrbuch»,
CXX (2000), pp. 39-79: pp. 48-70.
76
 Cfr. dazu auch die Bemerkungen bei Murauer, Papst Innocenz III., der Vierte Kreuzzug,
p. 194 seq.
77
 Zur lateinischen Kirche im lateinische Kaiserreich cfr. Giorgio Fedalto, La chiesa
latina in Oriente, 3 voll., Verona, Mazziana, 1973-1978 (Studi religiosi, 3).
72 Jochen Johrendt

das Kreuzzugsunternehmen begleiten: ad consilium et auxilium legatum


idoneum de nostro latere concedamus.78
Doch zurück zum Vierten Kreuzzug. Auch die prosopographische
Herangehensweise offenbart, dass die päpstliche Kapelle im lateinischen
Kaiserreich keine Rolle spielte. Weder als Inhaber von Pfründen noch auf
Bischofstühlen lassen sich dort nach Ausweis der päpstlichen Register außer-
halb von Konstantinopel päpstliche Kapläne nachweisen. Das erstaunt umso
mehr, als der 1204 in seiner Abwesenheit erhobene lateinische Patriarch
von Konstantinopel, Thomas Morosini, ein päpstlicher Kaplan war.79 Des-
sen Wahl durch das von Venezianern dominierte Domkapitel hatte Inno-
zenz  III. zwar zunächst kassiert, doch schließlich anerkannt und Thomas
Morosini selbst geweiht.80 In einem Brief vom April 1208 legte der Papst
rückblickend nochmals die Gründe dar, die ihm diese Entscheidung erleich-
tert hatten. Dabei führt er aus, dass Thomas Morosini bisher untadelig gelebt
habe, in Abwesenheit gewählt und von seiner Nominierung nichts gewusst
habe. Doch an erster Stelle führt er aus: cum subdiaconus noster esses, ‘weil
du einer unserer Subdiakone warst’.81 Doch abgesehen von dem Venezia-
ner Thomas Morosini lassen sich über die päpstlichen Register keine wei-
teren päpstlichen Subdiakone oder Kapläne auf den fast 90 Bischofsstühlen
der lateinischen Kirche innerhalb des lateinischen Kaiserreichs fassen.82

78
 C. 71 Laternum  IV, Constitutiones concilii quarti Lateranensis una cum commentariis
glossatorum, ed. Antonio García y García, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana,
1981 (Monumenta iuris canonici. Series A. Corpus glossatorum, 2), p. 110 l. 12.
79
 Zu seiner Erhebung cfr. Rainer Murauer, Papst Innozenz III. und die Wahl des ersten
lateinischen Patriarchen von Konstantinopel Thomas Morosini (1204-1205), in «Römische
historische Mitteilungen», L (2008), pp.  179-195; Maleczek, Innocenzo  III e la quarta
crociata, pp.  416-418. Zu Thomas Morosini cfr. auch Serban Marin, The First Venetian
on the Patriarchal Throne of Constantinople. The Representation of Tommaso Morosini in the
Venetian Chronicles, in «Quaderni della Casa Romena di Venezia», II (2002), pp.  49-90,
der den historiographisch artikulierten Gründen nachspürt, warum es für die Venezianer
entscheidend war, dass ein Venezianer Patriarch von Konstantinopel wurde – zugleich
verschwindet die Bedeutung dieser Erhebung in der jüngeren venezianischen Historiographie.
Zu den Beziehungen zwischen dem Patriarchen Thomas Morosini und Innozenz III. cfr. auch
Filip Van Tricht, The Latin Renovatio of Byzantium. The Empire of Constantinople (1204-
1228), Leiden – Boston, Brill, 2011 (The Medieval Meiterranean, 90), pp. 312-315.
80
  Murauer, Papst Innozenz III. und die Wahl, p. 185.
81
 Reg. Inn. III., XI, n. 72, hier p. 94 ll. 13-20.
82
 Eine Auflistung der Bistümer auf dem Stand des Provinciale Romanum von 1228 findet
sich bei Fedalto, La chiesa latina in Oriente, I, pp. 229-231; eine tabellarische Übersicht
auch bei Van Tricht, The Latin Renovatio of Byzantium, pp. 322-328.
Der vierte Kreuzzug 73

Die päpstlichen Legationen in das lateinische Kaiserreich scheinen dies


nicht verändert zu haben, auch wenn der nach Konstantinopel entsandte
Kardinalpresbyter Benedikt von S. Susanna von Innozenz III. ausdrücklich
die Kompetenz zugewiesen bekommen hatte, innerhalb der neu entstande-
nen lateinischen Kirche Bischöfe zu transferieren oder sie zur Resignation
zu zwingen – und dabei thematisierte der Papst sogar explizit den Mangel
an geeigneten Kandidaten vor Ort.83 Auch Petrus Capuanus und der weni-
ger aktive Soffredus veränderten die Situation nicht, wie auch die im August
1213 begonnene Legation des Kardinalbischofs Pelagius von Albano, deren
Ziel neben der Regelung einer Nachfolge für den 1211 verstorbenen Thomas
Morosini84 auch eine Union der griechischen mit der lateinischen Kirche
war.85
Wie bereits in den Märzverträgen von 1204 vor der Eroberung Konstan-
tinopels vorgesehen, hatten die Venezianer nicht nur das komplette Kapitel
der Hagia Sophia besetzt, sondern die Serenissima hatte Thomas Morosini
zudem die Zusage abgepresst, allein Venezianer auf Erzbistümer zu promo-
vieren.86 Zwar bemühte sich sowohl Petrus Capuanus als auch der 1205 in
Konstantinopel eingetroffene Benedikt von S. Susanna um eine Stärkung der
nichtvenezianischen Kräfte – und vor allem Petrus Capuanus hatte dabei
etliche ‘fränkische’ Kleriker mit Pfründen in Patriarchat ausgestattet, darun-
ter auch seinen Familiaren, den Magister Clemens.87 Doch ist zum einen die
reale Kollatur dieser Provisionen in einigen Fällen fraglich, und zum anderen
blieb die Dominanz der Venezianer dadurch dennoch bestehen.88

83
 Reg. Inn. III., VIII, n. 63, cfr. auch Fedalto, La chiesa latina in Oriente, I, p. 188.
84
 Der Nachfolger wurde der ebenfalls aus Venedig stammende ehemalige Erzbischof
von Herakleia, Gervaisus, der noch von Innozenz  III. erhoben wurde, zu ihm cfr. Leo
Santifaller, Beiträge zur Geschichte des Lateinischen Patriarchats von Konstantinopel
(1204-1261) und der venezianischen Urkunde, Weimar, Hermann Böhlaus Nachfolger, 1938
(Historisch-diplomatische Forschungen, 3), p. 31 seq.
85
 Zu dieser Legation cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, p. 167 seq.
86
 Cfr. dazu Maleczek, Petrus Capuanus, p. 198.
87
  Maleczek, Petrus Capuanus, p. 199, zu den ‘fränkischen’ Klerikern, die Petrus Capuanus
in das Kapitel der Hagia Sophia zu bringen suchte, ibid., nt. 116.
88
 Durch die Provision erhielt der Providierte lediglich ein ius ad rem. Die Kollatur erfolgte
bei Widerständen vor Ort erst durch einen Exekutionsprozess, der dann zu einem ius in rem,
also der tatsächlichen Kollatur und damit dem Besitz der Pfründe führte, siehe die Literatur
oben bei nt. 21. Mit anderen Worten, eine Provision musste nicht automatisch zur Kollatur
führen, die Provisionen sind damit auch kein Nachweis dafür, dass der Providierte die
entsprechende Pfründe auch tatsächlich erhielt.
74 Jochen Johrendt

Dass etliche Posten von Venezianer besetzt worden waren, musste die
päpstliche Kapelle nicht ausschließen, da etwa der päpstliche Subdiakon
Petrus Pinus Kanoniker an San Marco war.89 Doch im lateinischen Kaiser-
reich ist er nicht zu fassen. Aus den Registern lassen sich nicht einmal ein-
zelne Pfründen nachweisen, mit denen die päpstlichen Subdiakone und
Kapläne sonst in der gesamten lateinischen Kirche bedacht wurden. Waren
die Verbindung zwischen Rom und der lateinischen Kirche des lateinischen
Kaiserreichs auf dieser Ebene bereits wesentlich weniger intensiv als in der
restlichen lateinischen Kirche, so kam noch hinzu, dass Innozenz III. durch
die Privilegierung des Patriarchen von Konstantinopel ein Instrument aus
der Hand gegeben hatte, durch das sich eine deutliche Nähe zu Rom her-
stellen ließ und dessen Ausführung oftmals in Händen der päpstlichen Sub-
diakone und Kapläne lag: Die Verleihung des Palliums. Ende März 1205
verlieh Innozenz  III. Thomas Morosini das Recht, an die Erzbischöfe, die
seinem Patriarchat unterstanden, das Pallium zu vergeben, den usum pallei.90
Der genaue Ablauf der Pallienübergabe in der lateinischen Kirche des latei-
nischen Kaiserreichs ist unklar. Sie mussten vermutlich zunächst von Rom
nach Konstantinopel gebracht werden, um dann vom Patriarchen an seine
Erzbischöfe vergeben zu werden. Den Transport nach Konstantinopel könn-
ten päpstliche Kapläne erledigt haben, doch die Weitervergabe dürfte durch
Vertraute des Patriarchen erfolgt sein. Innozenz III. gab durch die Übertra-
gung der Palliumsrechte nicht nur die Weitergabe der Sekundärreliquie Pal-
lium aus der päpstlichen Verfügung. Mit der Übergabe war auch ein Treueid
dem Papst gegenüber verbunden, ein abschließendes Moment der Kontrolle,
an dem die päpstliche Kapelle mitwirkte.91
So sehr man für eine bedeutende Rolle der päpstlichen Kapelle für die
Kreuzzüge – zumindest für den Pontifikat Innozenz’ III. – Fehlanzeige
erstatten muss, so hat sich für die Frage nach der Organisation der Kreuzzüge
und die Ausweitung der päpstlichen Jurisdiktion sowie möglichen Rückwir-
kungen auf das eingespielte System der lateinischen Papstkirche im Westen
ein Blick auf die päpstliche Kapelle gelohnt. Dabei sind nicht die wenigen
Belege für die Sammlung von Geldern für das Kreuzzugsunternehmen oder
die Kreuzzugspredigt in der Kirchenprovinz Mainz und im Königreich
Sizilien von Gewicht – derartige Aufträge gingen mehrfach auch an andere

89
  XV/200, PL, CCXVI (1891), col. 730B.
90
 Reg. Inn. III., VIII, n. 19, p. 33 ll. 19-21. Cfr. dazu auch Murauer, Papst Innozenz III.
und die Wahl, p. 186.
91
 Reg. Inn. III., VIII, n. 19, p. 33 l. 21 seq.
Der vierte Kreuzzug 75

Personen, römische Kleriker oder schlicht Kleriker aus der Region, die im
päpstlichen Sinne bearbeitet werden sollte. Vielmehr ist der Ausfall der
päpstlichen Kapelle im lateinischen Kaiserreich aussagekräftig, da sie sonst
von Innozenz  III. intensiv als Instrument des Kirchenregimentes genutzt
wurde. Dass das lateinische Kaiserreich von päpstlichen Abgesandten und
Vertrauten intensiv bereist wurde und Innozenz  III. sich hier Geltung zu
schaffen versuchte, steht außer Frage. Auch wenn der Erfolg dieser Lega-
tionen gerade in Hinblick auf die Schaffung einer lateinischen Hierarchie
angesichts der Dominanz der Venezianer, welche schlicht Fakten geschaffen
hatten, die weder die Legaten des Papstes noch dieser selbst aus der Welt
schaffen konnten, als eher bescheiden bezeichnet werden muss.92 Doch trotz
oder vielleicht gerade wegen dieser Misserfolge griff Innozenz  III. bei sei-
nen Bemühungen um die Errichtung eines päpstlichen Kirchenregimentes
über die Kirchen des lateinischen Kaiserreiches – anders als in der westlichen
lateinischen Kirche – nicht auf die päpstliche Kapelle zurück.
Die mangelnde Einbindung der päpstlichen Kapelle in den Aufbau der
lateinischen Kirche war innerhalb des lateinischen Kaiserreichs sicherlich
kein Problem der Peripherie. Das Beispiel Bulgariens zeigt, dass Distanz und
bislang geringe Einbindung in die Strukturen der lateinischen Papstkirche
kein Hinderungsgrund waren. Doch Bulgarien liefert zugleich den Schlüssel
für die Erklärung, wieso die päpstliche Kapelle im lateinischen Kaiserreich
nicht eingesetzt wurde. Denn in Bulgarien war von Seiten der herrschafts-
ausübenden Gewalt (= Zar) die Bereitschaft zu einer Öffnung nach und für
Rom vorhanden. Das war im lateinischen Kaiserreich offenbar nicht der Fall.
Mit anderen Worten, das Problem war nicht die scheinbare Peripherie, es
waren die Venezianer.93
Zudem setzte der kontinuierliche Einsatz der päpstlichen Kapelle gut funk-
tionierende Strukturen voraus. Das kommt auch darin zum Ausdruck, dass die
Kapläne für das lateinische Kaiserreich auch nicht als Auditoren in Erschei-
nung traten, was die besondere, die unnormale Lage in der lateinischen Kirche
dieses Herrschaftsraumes widerspiegelt. Für Konfliktlösungen war offenbar
das Gewicht eines Kardinals von Nöten, sollte die lateinische Kirche des Pa­­
triarchats von Konstantinopel an Rom angebunden werden und nicht völlig
unter die Kontrolle der Venezianer geraten. Dass eine funktionierende kirchli-

92
  Maleczek, Petrus Capuanus, zusammenfassend p. 212.
93
 Cfr. dazu besonders in Hinblick auf die Ausbildung der Kirche Giorgio Fedalto, La
chiesa latina in oriente. II: Hierarchia latina orientis, Verona, Casa Editrice Mazziana, 2006
(Studi religiosi, 3), pp. 277-298.
76 Jochen Johrendt

che Organisation Voraussetzung für die Wirkungsmöglichkeit der Kapelle und


damit ihren gezielten Einsatz durch die Päpste war, entspricht letztlich auch
der historischen Genese der päpstlichen Kapelle. Erst nachdem in einer ersten
Welle Kardinäle als Legaten seit der Mitte des 11. Jahrhunderts eine wesent-
lich stärkere Ausrichtung der Ortskirchen auf Rom bewirkt hatten konnten
die päpstlichen Kapläne in einer zweiten Welle ab dem 12. Jahrhundert Aufga-
ben übernehmen, die zuvor allein von Kardinälen ausgeführt worden waren.94
Der mangelnde Einsatz der Kapelle in der Kirche des lateinischen Kaiserreichs
offenbart in dieser Perspektive den mangelnden Einfluss des Papstes auf diese
Kirchen und die fragile Situation vor Ort, die noch das volle Gewicht eines
Kardinallegaten erforderte, um die Situation beeinflussen zu können

Päpstliche Kapläne Innozenz’ III.

Die päpstlichen Kapläne und Subdiakone in dieser Liste sind alphabe-


tisch angeordnet. Sie beruht auf einer Auswertung der päpstlichen Register,
der Gesta Innocentii III pape sowie Hinweisen im Nachlass Kamp.95 Direkt
hinter dem Namen der Kapläne findet sich die Kennzeichnung der Person
in den Schreiben Innozenz’  III. oder anderen Quellen, gleichsam deren
offizielle Titulatur. Sie wird nicht bei jeder einzelnen Nennung wiederholt,
es sei denn, die Titulatur weicht – abgesehen von der Kennzeichnung der
Kapläne und Subdiakone als Magister – in einem konkreten Fall von der
zunächst genannten Angabe ab. Wertvolle Hinweise zur Identifikation der
päpstlichen Kapläne lieferte neben der Arbeit von Elze vor allem die gute
Kommentierung in der kritischen Edition der päpstlichen Register, auf die
an dieser Stelle generell verwiesen sei, auch wenn sie bei den Biogrammen
nicht immer einzeln ausgewiesen sind.
Adenulfus (subdiaconus domini pape)
25. April 1214: Die Konsuln von Toulouse schwören vor Kardinaldiakon
Petrus Collivaccinus von S. Maria in Aquiro aller Häresie und allen Sekten ab,

94
 Cfr. zu diesem Aspekt Johrendt, Die päpstliche Kapelle als Bindeglied, p. 258 seq. Zur
Zentralisation der lateinischen Kirche cfr. jetzt auch den Band Rom und die Regionen. Studien
zur Homogenisierung der lateinischen Kirche im Hochmittelalter, edd. Jochen Johrendt, Harald
Müller, Berlin – New York, Walter de Gruyter, 2012, (Abhandlungen der Akademie der
Wissenschaften zu Göttingen. Neue Folge, phil.-hist. Kl., 19).
95
  Roma, Deutsches Historisches Institut in Rom, Archiv, N 13, Nachlass Norbert Kamp
(1927-1999), I.10.2.
Der vierte Kreuzzug 77

in Anwesenheit von Bischöfen, Kanonikern, Mönchen und anderen sowie Ade-


nulfo subdiacono domini pape ..., Histoire générale de Languedoc, edd. Claude de
Vic, Joseph Vaissète, Toulouse, J.-B. Paya, 1879, col. 647-651 n. 174 (alt 112).
Aicard von Burolo (Romane ecclesie subdiaconus)
5. März 1198: Er ist unter Cölestin  III. mit einem Exekutionsprozess in
einer Pfründenangelegenheit in Novara betraut worden, Reg. Inn. III., I/1, n. 40.
Alatrinus (subdiaconus et capellanus noster)
(Ca. 21. Juli 1208): A. wurde von Innozenz  III. zum Auditor in der
Auseinandersetzung zwischen dem Priorat SS. Giovanni e Paolo in Todi
und dem Abt von S. Pietro in Montemartano eingesetzt. Die Identifikation
ist unklar, doch es könnte sich um Alatrinus handeln, Reg. Inn. III., XI, n.
122. (1207-1209): A. war auch als Auditor im Falle des Hospitals Sant’Al-
lucio tätig – die Identifikation mit Alatrinus ist wiederum unklar –, Reg.
Inn. III., XI, n. 264. 26. Mai 1209: Innozenz III. hatte den A. als Auditor
in einem Prozess mit S. Vincent in Metz eingesetzt, XII/44, PL, CCXVI
(1891), col. 52B, es ist jedoch fraglich, ob es sich dabei um Alatrinus oder
Andreas handelt. 19. Juni 1209: Alatrinus war Auditor im Streit zwischen S.
Lorenzo in Capranica und S. Cristina in der Diözese von Sutri, XII/53, PL,
CCXVI (1891), col. 59C. 16. November 1210: Alatrinus wird als Auditor
mit einem Fall betraut, den zuvor bereits der päpstliche Kaplan Zenobius
untersucht hatte, XIII/178, PL, CCXVI (1891), col. 347D. 21. Dezember
1210: Innozenz III. setzt A(latrinus) zum Auditor in einem Streit zwischen
dem Ökonomen von S. Stefano in Alatri und dem miles Gimundo aus Alatri
ein, XIII/194, PL, CCXVI (1891), col. 362C.
Zu Alatrinus cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 179 mit nt. 206; sowie
Raoul Manselli, in DBI, I (1960), pp. 587-588: p. 587 seq, s.v. Alatrino.
Albert (subdiaconus noster)
8. Juni (1198): Innozenz III. providiert Albert für das Domkapitel von
Benevent, Reg. Inn. III., I, n. 258. Vielleicht auch identisch mit: 18. Novem-
ber (1203): Innozenz  III. beauftragt Albert damit, den neuen Erzbischof
Otto von Genua über den Gebrauch des Palliums zu instruieren, das er ihm
übersendet. Dabei wird Albert als magistrum scolarum Ianuen(sem), Parmen-
sem archidiaconum subdiaconum nostrum bezeichnet, Reg. Inn. III., VI, n. 169.
Albert (ecclesiae Romanae subdiaconus)
(1200): Innozenz III. stellt in einem Brief an den Bischof von Modena
und den Magister Hubert, Kanoniker in Modena, fest, dass der Elekt von
Imola, der unkanonische zugleich zum Diakon und Presbyter geweiht
78 Jochen Johrendt

worden war, ehemals ein Subdiakon der römischen Kirche war, III/32, PL,
CCXIV (1890), col. 916A.
Albert (subdiaconus et capellanus noster)
(August/September 1198): Innozenz III. wendet sich an den byzanti-
nischen Kaiser Alexios III. bezüglich einer Union der römischen und der
griechisch-orthodoxen Kirche sowie der Lage im Heiligen Land. Zu wei-
teren Verhandlugen entsandte er den Subdiakon und Kaplan Albert, einen
päpstlichen Familiaren, zusammen mit dem Kammernotar Albertinus, Reg.
Inn. III., I, n. 353. The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos
promovit ad dignitates: ... Albertum in episcopum Ferentinum (Ferentino).
Für die Identität des 1198 nach Byzanz entsandten Albert und des gleich-
namigen späteren Bischofs spricht sich Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 184
nt. 255 aus, cfr. auch p. 181; zu dieser Legation auch Zimmermann, Die
päpstliche Legation in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 51.
Aliprand/Ariprand Visconti (subdiaconus noster)
19. Januar (1203): Innozenz  III. verleiht dem päpstlichen Subdiakon
Aliprand eine vakante Pfründe am Domkapitel von Novara, Reg. Inn. III.,
V/1, n. 143. (Frühjahr 1206): Aripert und Wilhelm, der Archipresbyter des
Mailänder Domkapitels, wenden sich an den Papst und berichten über ihre
Vermittlungen hinsichtlich der causa Alessandria, Reg. Inn. III., IX, n. 93.
Aliprand Visconti ist vermutlich mit dem Ende September 1203 belegten
Kanoniker von S. Maria in Novara identisch, der 1208 zum Bischof von Ver-
celli aufstieg, in seinem Sterbejahr 1213 war er noch als Legat tätig, cfr. den
Editionskommentar zu Reg. Inn. III., V/1, n. 143 p. 283 nt. 3 mit dem Hinweis
u. a. auf Gli antichi vescovi d’Italia dalle origini al 1300 descritti per regioni, ed.
Carlo Fedele Savio, 4 voll., Torino, Fratelli Bocca, 1898-1971, I (1898), p. 488.
Alkerius (subdiaconus noster)
7. November 1213: Innozenz III. wendet sich an das Domkapitel von
Mailand und bestätigt ihm die Wahl des neuen Erzbischofs Heinrich, dessen
Wahl das Domkapitel Innozenz III. durch einen Brief angezeigt hatte, den
der päpstliche Subdiakon Alkerius sowie die beiden Kanoniker Stephanus
Balbus und Willelmus vor den Papst gebracht hatten, XVI/141, PL, CCXVI
(1891), col. 932C.
Andreas (subdiaconus et capellanus noster)
27. Januar 1208: Andreas war zusammen mit dem päpstlichen Kaplan
Rainald als Auditor im Prozess um die Teilung des Dekanats von Thouars
in ein Dekanat Thouars und ein Dekanat Bressuire eingesetzt worden, Reg.
Inn. III., X, n. 197. 10. Februar 1208: Andreas war Auditor in der Causa des
Kaplans Gregor gegen den Abt Arnold von Middelburg, Reg. Inn. III., X,
Der vierte Kreuzzug 79

n. 207. 27. März 1208: Andreas wird zum Auditor im Falle des Streits zwi-
schen Hugo und dem Kapitel von Saint-Georges in Faye-la-Vineuse sowie
G. von Marany eingesetzt, Reg. Inn. III., XI, n. 42. 26. April 1208: Andreas
war Auditor in der Auseinandersetzung zwischen S. und dessen Frau Elisa-
beth, Reg. Inn. III., XI, n. 66. (Ende August 1209): Otto IV. unterrichtet
den Papst vom Übergang seines Heers über den Po und bedankt sich beim
Papst für die Boten, die dieser ihm gesandt hatte, namentlich Andrea, subdi-
acono et clerico vestro, sowie den Thurandus, einen Mönch vom Hospital von
S. Giovanni, Regestum Innocentii III papae super negotio Romani imperii, ed.
Friedrich Kempf, Roma, Pontificia Università Gregoriana, 1947 (Miscella-
nea historiae pontificiae, 12; Collectionis totius, 21), n. 190 p. 404.
Ob es sich beim Boten an Otto IV. um denselben Andreas handelt wie
in den Nennungen zu 1208 ist unklar. Cfr. ohne diesen Hinweis Elze, Die
päpstliche Kapelle, p. 179 mit nt. 203.
Andreas de Celano (subdiaconus et capellanus domini pape)
(16. Dezember 1215): Andreas de Celano, domini pape subdiaconus et cap-
pellanus sowie Archidiakon in Capua und Elekt von Bari macht bekannt, das
Papst Innozenz III. in cause que olim vertebatur inter monasterium s. Iohan-
nis in Tructal ex parte una et fratres hospitalis Ierosolimitani in Bovincon ex
altera ... sich einigten, und der Papst dann diese Einigung bestätigte. Johann
Jakob Escher, Paul Schweizer, Urkundenbuch der Stadt und Land-
schaft Zürich, 13 voll., Zürich, S. Höhr, 1888-1957, I (1888), p. 262 n. 378.
Andreas wirkte von Januar 1216 bis September 1225 als Erzbischof von
Bari. Zu ihm cfr. Norbert Kamp, Kirche und Monarchie im staufischen
Königreich Sizilien, 4 voll., München, W. Fink, 1973-1982 (Münstersche Mit-
telalter-Schriften, 10), II (1975), pp. 582-584, bes. p. 582, vermutet eine Iden-
tität mit dem ohne den Beinamen de Celano bezeichneten Andreas, der 1208
als Auditor tätig war und Ende August 1209 zu Otto IV. gesandten Andreas.
Andreas de Gabiniano (subdiaconus et capellanus noster)
1. März 1210: Innozenz III. providiert seinen Kaplan Andreas de Gabi-
niano zum Kanoniker in Toledo, XIII/9, PL, CCXVI (1891), col. 204D.
1. März 1210: Innozenz  III. verkündet der spanischen Kirche, dass der
Erzbischof von Toledo und das Kapitel von Toledo den päpstlichen Kaplan
Andreas de Gabiniano in das Kapitel von Toledo aufzunehmen zugestimmt
haben, XIII/10, PL, CCXVI (1891), col. 205B.
Zu ihm cfr. der kurze Hinweis bei Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 186 seq.
Andreas de Gavigano (subdiaconus et capellanus noster)
24. März 1210: Andrea de Gavigano fungiert als Auditor in einem
Streit zwischen Bischof und Kapitel von Spoleto, Le pergamene dell’Archivio
80 Jochen Johrendt

del Capitolo della Chiesa Cattedrale di S. Maria di Spoleto dalle origini alla
fine del pontificato di Innocenzo III, Spoleto, Centro Ricerche e Studi, 1984,
(Archivio storico ecclesiastico spoletino-nursino, 2), p. 165 seq. n. 69. Dass
er ein päpstlicher Kaplan ist, geht aus diesem Dokument nicht hervor, doch
aus einem Schreiben Innozenz III., das sich erneut mit der Angelegenheit
in Spoleto beschäftigt, denn hier spricht der Papst mit Bezug auf die Audi-
torentätigkeit des Andreas von dilectum filium A(ndream) subdiaconum et
capellanum nostrum, ibid., p. 172 seq. n. 73.
Angelus (tunc subdiaconus et capellanus noster)
16.11.1210: Innozenz III. berichtet, dass er zu einem früheren Zeitpunkt
Angelus als Auditor in einer Auseinandersetzung um die Kirche S. Genesii
de Beollio, beauftragt hatte, XIII/178, PL, CCXVI (1891), col. 347B. 11.
April 1213: Innozenz III. erwähnt in einem Brief an den Bischof von Agri-
gent und andere, dass einst in einem Prozess Angelus, damals Subdiakon und
Kaplan, nun Kardinaldiakon von S. Adriano, als Auditor tätig war, XVI/18,
PL, CCXVI (1891), col. 803B.
Angelus wurde 1212 zum Kardinaldiakon von S. Adriano erhoben, zu
ihm cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, p.  169 seq.; Maleczek,
Zwischen lokaler Verankerung und universalem Horizont, p. 156 n. 21.
B. (subdiaconus noster)
5. August (1198): B. wird zum Propst des Kapitels von Treviso provi-
diert, Reg. Inn. III., I, n. 337.
B. (subdiaconus noster)
3. April (1199): Innozenz III. überträgt ihm kraft Devolutionsrecht eine
Pfründe in Treviso, Reg. Inn. III., II/1, n. 26. 9. Juli (1202): Innozenz III.
entscheidet einen Pfründenprozess in Tortona zugunsten des Kaplans B.,
Reg. Inn. III., V/1, n. 71.
B. (subdiaconus noster)
27. Oktober (1200): Innozenz  III. hatte dem päpstlichen Subdiakon
B. die Kirche de Gallinzin übertragen, doch Abt und Konvent des Klosters
Lorch beanspruchen die Kirche für sich und verweigern sie B. wofür sie vom
Papst mit geistlichen Strafen bedroht werden, III/4, PL, CCXIV (1890),
col. 873B.
Bartholomeus (subdiaconus et capellanus noster)
27. April 1207: In seinem Schreiben bezeichnet Innozenz III. Bartho-
lomeus, den Erzbischof von Trani, in Bezug auf seine frühere Tätigkeit als
Auditor als tunc subdiaconum et capellanum nostrum, Reg. Inn. III., X, n.
Der vierte Kreuzzug 81

57. The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Bartholomeum in archiepiscopum Tranensem (Trani).
Bartholomeus war spätestens im Januar 1203 zum Erzbischof von Trani
erhoben worden, zu ihm cfr. Kamp, Kirche und Monarchie, II, pp. 552-554.
Kamp hält eine Identität mit dem päpstlichen Skriptor Magister Bartholo-
meus für möglich.
Benedictus (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Benedictum in episcopum Fundanum (Fondi).
Zu dem um 1200 zum Hirten des exemten Bistums Fondi erhobenen
Benedikt cfr. Kamp, Kirche und Monarchie, I, p. 77 seq. Unter Cölestin III.
war er als Auditor tätig.
Berardus (subdiaconus noster)
25. Januar (1199): Berard überbrachte einen Brief der Kaiserin Kons-
tanze und Friedrichs  II. an Innozenz  III., Reg. Inn. III., I, n. 554. (Ca. 8.
Februar 1199): Innozenz  III. bezeichnet Berard in einem Brief an Fried-
rich II. zusammen mit dem Richter Leo als nuncios tuos, viros peritos, providos
et discretos, Reg. Inn. III., I, n. 559.
Berard war bereits 1993 Kaplan Heinrichs  VI. gewesen sowie dessen
Arzt, seit April 1195 ist er als Archidiakon in Ascoli belegt und seit Juli
dieses Jahres als Kaplan der Kaiserin Konstanze, zu ihm cfr. Hans Mar-
tin Schaller, Die staufische Hofkapelle im Königreich Sizilien, in «Deut-
sches Archiv für Erforschung des Mittelalters», XI (1955), pp. 462-505;
repr. in Id., Stauferzeit. Ausgewählte Aufsätze, Hannover, Hahn, 1993,
pp. 479-523 (Monumenta Germaniae Historica. Schriften, 38), p. 513 n.
9. Er ist jedoch nicht identisch mit dem gleichnamigen späteren Erzbi-
schof von Messina.
Britius, Magister (subdiaconus et notarius noster)
13. Dezember 1210: Innozenz III. erwähnt, dass einst dem bonae memo-
riae Magister Britius die Kirche de Hesel zugewiesen worden sei, XIII/208,
PL, CCXVI (1891), col. 374D.
Zu Britius cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 197.
Blasius/Biagio, Magister (subdiaconus et notarius noster)
27. Februar 1202: Blasius unterfertigt als sancte Romane ecclesie subdia-
conus et notarius eine päpstliche Urkunde, Reg. Inn. III., V/1, n. 2; ebenso am
4. November 1202 in Reg. Inn. III., V/1, n. 104; ebenso am 1. Dezember
1202 in Reg. Inn. III., V/1, n. 129. (Ca. 1.-15. November 1202): Blasius
erscheint als dilectus filius magister Blasius, subdiaconus et notarius noster,
82 Jochen Johrendt

Turritanus electus, utilis fuerit ecclesie Niuernensi ..., Blasisus war offenbar dem
Bischof Johannes von Nevers behilflich gewesen und hatte dafür eine ‘Geld­
rente’ erhalten (benefitium trium marcarum argenti ad pondus Trecense),
Reg. Inn. III., V/1, n. 130. 24. Februar 1203: Blasius verfertigt ein päpst-
liches Schreiben, in dem er bereits als Turritani electi bezeichnet wird, Reg.
Inn. III., VI, n. 1. The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos
promovit ad dignitates: ... Blasium in archiepiscopum Turritanum (Torres).
Blasius von 1200 bis 1203 Vizekanzler der päpstlichen Kanzlei, cfr.
Elze, Die päpstliche Kapelle, p.  175 seq. zu seiner weiteren Karriere cfr.
Francesco Artizzu, in DBI, X (1968), pp. 1-3, s.v. Biagio.
Boniiohannis (subdiaconus noster)
26. August (1198): Innozenz III. providierte Bongiovanni in das vakante
Archidiakonat des Domkapitels von Ivrea, Reg. Inn. III., I/1, n. 339. Die
Einweisung soll ob apostolice sedis reverentiam erfolgen.
Der genannte Bongiovanni dürfte nicht mit dem 1204 genannten Bon-
giovanni, der ebenfalls päpstlicher Subdiakon war, identisch sein, da er sonst
Archididakon von S. Maria Maggiore in Vercelli und am Domkapitel in
Ivrea gewesen wäre.
Bonusiohannes (subdiaconus noster)
24. Juni (1204): Innozenz  III. beauftragt Bongiovanni zusammen mit
Tiso (ebenfalls päpstlicher Kaplan) und Donisius mit der Exekution der
Provision für Nikolaus, einen päpstlichen Kaplan, in Vicenza, Reg. Inn. III.,
VII, n. 98. Vielleicht identisch mit dem gleichnamigen Subdiakon: 13. Mai
(1205): Wird von Innozenz III. zusammen mit dem Bischof Obizzio von
Tortona damit beauftragt, für das Bistum Alessandria (vereinigt mit Acqui)
einen neuen Bischof zu finden, Reg. Inn. III., VIII, n. 53.
Die Identität der beiden genannten Bongiovannis ist fraglich, doch
könnte es sich beide Male um den 1191 als Kanoniker von S. Maria Mag-
giore in Vercelli sowie 1205 in Potthast R, n. 2440 bezeugten päpstlichen
Subdiakon handeln. Dieser war 1207 bis 1210 Archidiakon in Vercelli, cfr.
den Hinweis in der Registeredition zu Reg. Inn. III., VIII, n. 53 p. 90 nt. 2.
Bornus, Magister (subdiaconus noster)
(6. April 1198): Innozenz III. ernennt Bornus zum delegierten Richter
in einem Prozess um die Rechte der Ernennung des Abtes von Favernay, Reg.
Inn. III., I, n. 101.
Bruno von Vienne/von Lemps (subdiaconus noster)
5. November (1205): Innozenz  III. gewährt dem zum Bischof von
Viviers gewählten päpstlichen Subdiakon Bruno von Vienne die Einkünfte
Der vierte Kreuzzug 83

aus seinen bisherigen Pfründen für drei weitere Jahre, sowie die Weihe durch
den zuständigen Metropoliten, Reg. Inn. III., VIII, n. 153.
Bruno stieg von seinem Bistum Viviers 1216 bis zum Erzbischof von
Vienne auf, resignierte jedoch bereits Ende 1217 und starb 1219, zu ihm cfr.
den Hinweis in der Registeredition zu Reg. Inn. III., VIII, n. 153 p. 269 nt.
1 auf Bruno Galland, Deux archevêchés entre la France et l‘Empire. Les
archevêques de Lyon et les archevêques de Vienne. Du milieu du XIIe siècle au
milieu du XIVe siècle, Roma, École française de Rome, 1994 (Bibliothèque
des Écoles françaises d’Athènes et de Rome, 282), pp. 130-134.
Carsendinus (subdiaconus noster)
15./28. Februar 1198: Carsendinus wird in das Exarchat von Ravenna
und die Grafschaft Bertinoro als Legat entsandt, cfr. das Begleitschreiben an
den Erzbischof Wilhelm von Ravenna, Reg. Inn. III., I, n. 27.
Zur Legation des Crasendinus cfr. Zimmermann, Die päpstliche Lega-
tion in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 51.
Centius (subdiaconus et notarius noster)
17. Mai (1198): Er war ebenso wie der Kardinalpresbyter Melior von
SS. Giovanni e Paolo zu König Philipp II. von Frankreich geschickt worden,
um über Philipps Eheangelegenheiten zu verhandeln, Reg. Inn. III., I/1, n.
171. (Ca. 1.-10. Dezember 1199): Centius war 1199 offenbar Rektor von
Benevent und in dieser Eigenschaft wendet sich Innozenz III. an ihn sowie
die iudices und Konsuln von Benevent, Reg. Inn. III., II/1, n. 216.
Centius war bereits 1196 von Cölestin III. zur Untersuchung der Ehe-
angelegenheiten zu Philipp II. August geschickt worden, zu dem dann 1197
Melior hinzutrat, der bereits vor Centius in der Angelegenheit tätig war, cfr.
Wilhelm Janssen, Die päpstlichen Legaten in Frankreich vom Schisma
Anaklets  II. bis zum Tode Coelestins  III. (1130-1198), Köln – Graz, Böh-
lau-Verlag, 1961 (Kölner historische Abhandlungen, 6), pp. 149-151.
David, Magister (capellanus noster)
6. Juni 1206: Innozenz  III. verwendet sich zugunsten des Neffen
Davids, R., bei Abt von Notre-Dame in Dinant. David wird dabei bezeich-
net als: dilectus filius magister Davi, capellanus noster, Reg. Inn. III., IX, n.
85. Schriften des Naturphilosophen und Mediziners David von Dinant
wurden 1210 auf der Pariser Synode verurteilt und sollten verbrannt
werden, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, ed. Joannes Domi-
nicus Mansi, 53 voll., Paris, H. Welter, 1901-1927, XXII col. 811 seq., das
Urteil wurde 1215 durch die Pariser Universität wiederholt.
Zu ihm cfr. auch Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 187; zu seiner Person cfr.
zusammenfassend I testi di David di Dinant, pp. 58-60; zur Rezeption seiner
84 Jochen Johrendt

Schriften cfr. jüngst Andreas Speer, Plato sive Aristoteles. Die Quaternuli
des David von Dinant und die Rezeption der libri naturales in Paris in der
ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, in Persistenz und Rezeption. Weiterverwen-
dung, Wiederverwendung und Neuinterpretation antiker Werke im Mittelal-
ter, edd. Dietrich Boschung, Susanne Wittekind, Wiesbaden, L. Reichert,
2008 (Schriften des Lehr- und Forschungszentrums für die antiken Kulturen
des Mittelmeerraumes - Centre for Mediterranean Cultures, 6), pp. 15-31.
Egidius (capellanus)
( Juni-Anfang Juli 1200): Egidius wird von Innozenz  III. aufgrund
des Thronstreits nach Deutschland geschickt, um die Position des Papstes
darzulegen, dabei wird er als acolitus noster bezeichnet, Regestum Innocen-
tii III papae, n. 21 p. 63 l. 32, im Thronstreitregister finden sich noch weitere
Belege für seine Tätigkeit. Den Höhepunkt seiner zweiten Deutschlandreise
bildete sicherlich der Eid Ottos IV.: 8. Juni 1201: In Gegenwart des Egidius,
sowie des päpstlichen Notars Philipp und dem päpstlichen Skriptors Riccar-
dus leistet Otto IV. den berühmten Eid, durch welchen er als Gegenleistung
für seine Kaiserkrönung unter anderem auch die Rechte der römischen Kir-
che auf das Königreich Sizilien garantiert, Regestum Innocentii III papae, n.
77, p. 211 Z. 17. The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos
promovit ad dignitates: ... Egidium in episcopatum Caietanum (Gaeta).
Egidius ist seit Februar 1203 als Bischof von Gaeta nachzuweisen. Zu
ihm cfr. Kamp, Kirche und Monarchie, I, p. 82-84.
F. (subdiaconus noster)
31. Oktober (1203): Innozenz III. wendet sich an das Domkapitel von
Augsburg und erwähnt dabei auch einen F., subdiaconus noster, concanonicus
vester, über den offenbar nichts weiter bekannt ist. Er ist neben dem Archidi-
akon R. und einem Magister L. der einzige Kanoniker aus dem Domkapitel,
der erwähnt wird, und der für die gehorsame Aufnahme des neuen Bischofs
Hartwig sorgen soll, Reg. Inn. III., VI, n. 157.
G. (subdiaconus noster)
10. Mai (1202): Innozenz III. spricht dem päpstlichen Subdiakon und
Peterskanoniker G. das Archidiakonat in Verona zu, Reg. Inn. III., V/1, n.
31. (Ca. 10. Mai 1202): Innozenz  III. bestätigt einen Schiedsspruch im
Streit zwischen dem Peterskanoniker G. und dem Adelard von Verona, der
bis 1188 Kardinalpresbyter von S. Marcello war, um das Archidiakonat in
Verona zugunsten des G., Reg. Inn. III., V/1, n. 34. 31. Oktober 1202:
Nachdem das Kapitel von Verona sich weigerte, G. als Archidiakon zu akzep-
tieren, fordert Innozenz III. den Bischof auf, die Verantwortlichen des Kapi-
tels zu exkommunizieren und nach Rom zu laden, Reg. Inn. III., V/1, n. 96.
Der vierte Kreuzzug 85

Der Peterskanoniker G. ist nicht mit dem am 19. Dezember 1202


genannten päpstlichen Subdiakon G. identisch. Zu dem Peterskanoniker cfr.
Johrendt, Die Diener des Apostelfürsten, p. 414 f. n. 84.
G. (subdiaconus noster)
19. Dezember (1202): Innozenz  III. beauftragt den Bischof Heinrich
von Saintes und den päpstlichen Kaplan G., Archidiakon von Aunis, durch
die Anwendung von geistlichen Strafen zu erreichen, dass Wilhelm Brunate-
rii ein Kanonikat in Angoulême erhält, Reg. Inn. III., V/1, n. 132. 7. Okto-
ber (1204): Wilhelm hat seine Pfründe offenbar immer noch nicht erhalten,
sodass Innozenz III. nochmals interveniert und dabei auch die Handlungen
durch G. nennt, Reg. Inn. III., VII, n. 132.
G. (subdiaconus et capellanus noster)
16. November 1210: G. greift offenbar in den vom Prior von S. Fre­
diano in Lucca sowie dem Magister Zenobius, der Kanoniker an S. Frediano
ist, mit der Untersuchung eines Streites um die Kirche S. Genesii de Beol-
lio beauftragten Prozess ein (ad impugnandam supradictam sententiam),
XIII/178, PL, CCXVI (1891), col. 348A. 13. Juni 1212: Innozenz  III.
setzte G. als Auditor in einem Prozess zwischen dem Bischof von Fermo und
dem in seiner Diözese gelegenen Kloster S. Angelo de Plano ein, XV/117,
PL, CCXVI (1891), col. 628C. 14. Juli 1212: Innozenz  III. hatte vom
Bischof von Orange sowie von G. etwas zur Ehe einer bigamistischen Dame
gehört. Schließlich ernannte der Papst G. zum Auditor in der Angelegen-
heit, XV/140, PL, CCXVI (1891), col. 652A.
Es ist nicht klar, ob es sich bei den drei Nennungen wirklich um ein und
dieselbe Person handelt. Aufgrund der Titulatur ist sie jedoch von dem nur
als subdiaconus noster bezeichneten G. zu unterscheiden.
G. de Labro (subdiaconus noster)
21. September (1198): G. de Labro wird als apostolischer Legat sowie
Rektor in der Massa Trabaria bezeichnet, Reg. Inn. III., I/1, n. 365.
Zu ihm cfr. Zimmermann, Die päpstliche Legation in der ersten Hälfte
des 13. Jahrhunderts, p. 63.
Giselin, Magister (subdiaconus noster)
4. Mai (1198): Innozenz III. bestätigt die Übertragung einer Pfründe an
der Kollegiatkirche St. Marien in Brügge an Giselin, Reg. Inn. III., I/1, n. 154.
Gualandus, Magister (subdiaconus noster)
3. Juli (1203): Innozenz III. erteilt dem päpstlichen Subdiakon Gualan-
dus und B. Vitalis, beide Domkanoniker in Pisa, eine Rechtsauskunft, die sie
über Wucherforderungen informiert, die beim Verkauf von Weingärten ent-
86 Jochen Johrendt

stehen könnten, D Reg. Inn. III., VI, n. 110. 16. Dezember (1205): Inno-
zenz III. beauftragt den Magister Gualandus zusammen mit dem Abt von
Alobrosa und dem Bischof von Giesole sowie anderen, einen geeigneten Sitz
für die Transferierung des Bischofssitzes von Fiesole zu suchen, Reg. Inn. III.,
VIII, n. 166.
Zu seinem Domkanonikat in Pisa, in dem er von 1190 bis 1205 bezeugt
ist, cfr. den Kommentar in der Registeredition zu Reg. Inn. III., VIII, n. 166
p.  203 nt. 2 mit dem Hinweis auf It. Pont. 3 p.  345 n. 75 sowie Gioac-
chino Volpe, Studi sulle istituzioni comunali a Pisa. Città e contado, consoli
e podestà (secoli XII–XIII), ed. Cinzio Violante, Firenze, Sansoni, 1970
(Biblioteca storica Sansoni. Nuova serie, 48), p. 83.
Guido (subdiaconus et capellanus noster)
20. Juli 1209: Innozenz  III. bestätigt Guido die Kirche S. Laurentii
posita in territorio civitatis Novinae, XII/84, PL, CCXVI (1891), col. 89B.
Guido de Bauco (domini pape subdiaconus)
28. August 1206: Innozenz III. inseriert einen Vergleich zwischen Pri-
verno (Kommune) und der Abtei Fossanova, die Robertus Sitinus, sancte
Romane ecclesie iudex auf Anweisung des domini Guidonis de Babuco, domini
pape subdiaconi, Reg. Inn. III., IX, n. 149.
Guido stammt offenbar aus Bauco (Bocille Ernica), das südöstlich von
Rom in der Provinz Latina liegt.
Guido/Guidotto de Manfredo (subdiaconus noster)
(Ca. 12. April 1204): Der Podestà von Modena hat diverse Steuern von
Klerikern erhoben und der päpstliche Kaplan Guido aus der Familie der
Manfredini weigerte sich, dem Podestà Folge zu leisten, woraufhin er ein-
gesperrt wurde, mit der Forderung an seine Familie, dass diese 40 Pfund zu
zahlen habe, daher und aufgrund weiterer Verfehlungen des Podestà fordert
Innozenz III. den Erzbischof Albert von Ravenna auf, mit geistlichen Strafen
gegen den Podestà, die Konsuln und Rat und Volk von Modena vorzugehen,
Reg. Inn. III., VII, n. 41.
Zur aus Modena stammenden Familie der Manfredi cfr. den Hinweis in
Reg. Inn. III., VII, n. 41 p. 70 nt. 10 auf Roland Rölker, Adel und Kom-
mune in Modena. Herrschaft und Administration im 12. und 13. Jahrhun-
dert, Frankfurt a.M. – Berlin – Bern – New York– Paris – Wien, Peter Lang,
1994 (Europäische Hochschulschriften, 3/604), pp. 119-131, jedoch ohne
Hinweise auf den päpstlichen Subdiakon.
H. (subdiaconus noster)
13. November (1200): Innozenz III. wendet sich an den Podestà und
das Volk von Treviso und berichtet ihnen, dass der päpstliche Subdiakon
Der vierte Kreuzzug 87

H. und J., Kanoniker in Treviso, ihm die Botschaft übermittelt hätten, dass
sie bereit wären, die päpstlichen Bußanforderungen für die Ermordung des
Bischof von Belluno zu akzeptieren, III/39, PL, CCXIV (1890), col. 923A.
Heinrich (subdiaconus noster)
(Ca. 1.-15. Dezember 1202): Heinrich wird mit der Exekution eines
päpstlichen Mandates zugunsten des päpstlichen Subdiakons Blasius beauf-
tragt, Reg. Inn. III., V/1, n. 130; ebenso in Reg. Inn. III., V/1, 131 (identi-
sches Datum). 13. Januar (1203): Heinrich wird zusammen mit dem Abt
Raoul von Déols zum Exekutor eines päpstlichen Mandates ernannt, mit
dessen Hilfe der Neffe des päpstlichen Subdiakons Blasius, der päpstliche
Subdiakon P., in ein vakantes Kanonikat im Domkapitel von Nevers ein-
gewiesen wird, Reg. Inn. III., V/1, n. 141. 11. März (1203): Innozenz III.
beauftragt Heinrich zusammen mit dem Abt Raoul von Déols mit der Exe-
kution einer Provision zugunsten des päpstlichen Kaplans P. in ein Kanoni-
kat in Nevers, Reg. Inn. III., VI, n. 19.
Heinrich war Prior von Saint-Silvain-de-Levroux (Diöz. Bourges), so der
Hinweis der Registereditoren zu Reg. Inn. III., V/1, n. 130 p. 259 nt. 8.
Heinrich von Settala (subdiaconus noster)
(Ende April 1198): Innozenz  III. überträgt ihm das Kanzellariat der
Mailänder Domes, Reg. Inn. III., I/1, n. 120. 23. September (1198): Da der
Erzbischof Philipp von Mailand einem anderen Kanoniker die Kollatur für
das Kanzellariat erteilte, fordert Innozenz III. den Erzbischof auf, Heinrich
von Settala die nächste frei werdende Pfründe in seiner Kirchenprovinz zu
übertragen, Reg. Inn. III., I/1, 368. 19. Januar (1203): Innozenz III. beauf-
tragt Heinrich von Settala mit der Exekution einer Provision zugunsten des
päpstlichen Subdiakons Aliprand Visconti, Reg. Inn. III., V/1, n. 143. 27.
April 1207: Innozenz III. wendet sich an Heinrich von Settala und den Mai-
länder Archidiakon Guglielmo da Rizolio und beauftragt sie mit der Exeku-
tion eines Provisionsmandates, Reg. Inn. III., X, n. 57.
Heinrich von Settala wurde später Thessaurar des Erzbistums Mailand
und schließlich dessen Erzbischof (1213-1230).
Hubald (subdiaconus noster)
22. Juni (1204): Hubald wird von Innozenz III. mit einer Pfründe am
Domkapitel von Laon providiert, Reg. Inn. III., VII, n. 97.
Hugolinus (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: Hugolinum diaconum cardinalem Sancti Eustachii quem preterea
fecit episcopum Hostiensem.
88 Jochen Johrendt

Zu Hugolinus, dem späteren Gregor IX. cfr. Maleczek, Papst und Kar-


dinalskolleg, pp.  126-133; Maleczek, Zwischen lokaler Verankerung und
universalem Horizont, pp. 141-146; Ovidio Capitani, in Enciclopedia dei
papi, II (2000), pp. 363-380 s.v. Gregorio IX.
Hyacinth (subdiaconus et capellanus noster)
6. April 1210: Innozenz III. bestätigt dem Touler Kanoniker Morellus
seine bestrittene Pfründe. Als Auditor im Prozess um diese Pfründe hatte
Hyacinth gewirkt, XIII/45, PL, CCXVI (1891), col. 232C. Cfr. dazu auch
XIII/46.
I. (subdiaconus et capellanus noster)
13. Dezember 1211: Innozenz III. bestätigt der Abtei Saint-Germain-
des-Prés einen Urteilsspruch, den der Kaplan I. in seiner Tätigkeit als Audi-
tor gefällt hatte, XIV/132, PL, CCXVI (1891), col. 489C.
I. Tineosi (capellanus noster)
27. November (1199): Bei der Entscheidung in einem Streit zwischen
dem römischen Kloster S. Silvestro und der römischen Kirche S. Maria in Via
Lata berichtet Innozenz III. auch von einer Übereinkunft (arbitrium), die
unter I. Tineosi und dem Ostiar Peter getroffen worden war, Reg. Inn. III.,
II/1, n. 230.
Jacobus (subdiaconus et capellanus noster)
1. Juli 1206: J(acobus) wurde zum Auditor im Prozess zwischen der
Abtei Mozac und der Templerkommende La Tourette eingesetzt, die Ver-
handlungen wurden auch vor Jacobus geführt, Reg. Inn. III., IX, n. 111. 23.
Oktober 1208: Innozenz III. bestätigt ein Urteil, das Jacobus als Auditor in
der Sache des Orandinus von Pontecorvo gefällt hatte, beraten vom Kardi-
naldiakon Pelagius von S. Lucia in Septasolis, Reg. Inn. III., XI, n. 159.
Johannes (notarius et subdiaconus noster)
(Ca. 5.-10. April 1198): Wird erwähnt in Reg. Inn. III., I/1, 68. The
Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad dignita-
tes: Johannem in presbyterum cardinalem Sancte Marie in Cosmedin, quem
postea fecit Romane Ecclesie cancellarium.
Johannes war ein Verwandter Innozenz III. und stieg bereits 1200 zum
Kardinal auf, ab dem 3. Februar 1201 ist er schließlich durch seine Unter-
schriften als Kardinaldiakon von S. Maria in Cosmedin zu fassen, zwischen
1205 und 1213 auch als Kanzler der römischen Kirche, cfr. zu ihm Malec-
zek, Papst und Kardinalskolleg, p. 136 seq.; Maleczek, Zwischen lokaler
Verankerung und universalem Horizont, p. 147 seq. n. 5; zu seiner Tätigkeit
als Kaplan Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 175 seq.
Der vierte Kreuzzug 89

Johannes (capellanus noster)


5./7. Februar (1204): Innozenz  III. erhebt seinen ehemaligen Kaplan
Johannes (quondam capellanus noster) zum Abt des Klosters S. Eufemia und
bezeichnet Johannes, der zugleich auch Mönch von La Cava war, dabei als
ehemaligen päpstlichen Kaplan, Reg. Inn. III., VI, n. 233. The Gesta Innocen-
tii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad dignitates: ... Joannem in
abbatem Sancte Euphemie.
Johannes ist nicht identisch mit Johannes von Casamari, Kamp, Kirche
und Monarchie, I, p. 19 nt. 20.
Johannes (subdiaconus noster)
12. Februar 1209: Johannes wird in dem Schreiben Innozenz’ III. als ver-
storben bezeichnet. Johannes war Thesaurar in Lisieux und hatte dort eine
Pfründe inne (thesaurariam pariter et prebendam, quas bone memorie I[ohan-
nes] subdiaconus noster, in ecclesia vestra tenuit ...), Reg. Inn. III., XI, n. 248.
Zu dem Prozess in Lisieux, welche die Verwandten des Johannes nun
anstrengten cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, p.  83 nt. 150.
Johannes war ein Neffe des Kardinalbischofs Oktavian von Ostia und Dom-
kanoniker in Beauvais. Zum Streit um die Einkünfte des Verstorbenen cfr.
Harald Müller, Päpstliche Delegationsgerichtsbarkeit in der Normandie
(12. und frühes 13. Jahrhundert), 2 voll., Bonn, Bouvier, 1997 (Studien und
Dokumente zur Gallia Pontificia, 4), II, p. 340 seq. n. 199 und p. 342 seq.
n. 200.
Johannes (capellanus noster)
The Gesta Innocentii III, p. 85 seq.: Innozenz III. und der byzantinische
Kaiser Alexios tauschen im Jahre 1198 Briefe aus. Als Überbringer des Brie-
fes an den Kaiser wählt Innozenz III. einen seiner Kapläne aus: qualiter ad
eius responsum dominus papa rescripserit per Joannem, capellanum suum ...
Offenbar war Johannes mit Verhandlungen zu einem Unionskonzil
betraut worden, cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 181 seq.
Johannes von Bergamo, Magister (subdiaconus apostolice sedis)
21. Mai (1198): Er war unter Urban III. delegierter Richter im Prozess
zwischen Bischof Petrus von Coimbra und dem Templerorden um Pfarreien,
Reg. Inn. III., I/1, n. 221.
Johannes von Bergamo war 1186 ursprünglich zum delegierten Rich-
ter in einer Auseinandersetzung zwischen den Erzbischöfen von Braga und
Santiago ernannt worden, doch verstarb er, bevor der Prozess begann, cfr.
neben Gerhard Säbekow, Die päpstlichen Legationen nach Spanien und
Portugal bis zum Ausgang des 12. Jahrhunderts, Berlin, Ebering, 1931, p. 55;
jüngst auch Ingo Fleisch, Rom und die Iberische Halbinsel. Das Personal
90 Jochen Johrendt

der päpstlichen Legationen und Gesandtschaften im 12. Jahrhundert, in Römi-


sches Zentrum und kirchliche Peripherie, pp. 135-189, p. 178 seq. u. 186.
Johannes von Casamari (capellanus noster)
8. Januar (1199): Innozenz III. entsendet Johannes zusammen mit dem
subdiaconus noster Symon als Legaten zu König Vukan von Dalmatien und
Dioklitien, Reg. Inn. III., I/1, n. 525. (8. Januar 1199): Innozenz III. verlangt
von König Vukan und anderen weltlichen Großen die Befolgung der Anord-
nung der beiden Legaten Johannes und Symon, die offenbar auch das Pallium
für den Erzbischof Johannes von Antivari überbringen sollen, Reg. Inn. III.,
I/1, n. 526. 26. Januar (1199): Innozenz III. beauftragt Johannes und Symon
damit, die Rechtmäßigkeit der Metropolitanrechte von Antivari zu überprü-
fen und bei einem positiven Ergebnis dem Erzbischof Johannes das Pallium zu
überreichen, Reg. Inn. III., I/1, n. 533. 12. November (1199): Innozenz III.
wendet sich an den Patriarchen Johannes Kamateros von Konstantinopel und
unterrichtet ihn, dass er ihm zu Verhandlungen über die Union zwischen der
griechischen und der lateinischen Kirche auch seinen Kaplan und Familia-
ren I(ohannes) geschickt hat, Reg. Inn. III., II/1, 200. 5. Dezember (1200):
Innozenz III. wendet sich an den Erzbischof von Antivari und berichtet ihm
über die weitere Legation des Johannes sowie des Subdiakon Simon, III/37,
PL, CCXIV (1890), col. 919B. 21. November 1202: Beauftragt den Erzbi-
schof Bernhard von Split sowie Johannes von Casamari mit der Überprüfung
der Rechtgläubigkeit des Banus Kulin von Bosnien, seiner Frau sowie seines
Volkes, Reg. Inn. III., V/1, n. 109. 27. November (1202): Johannes (capel-
lanus et familiaris noster) wird von Innozenz  III. zum apostolice sedis legatus
ernannt, um dem Erzbischof Basilius von Trnovo das Pallium zu überbringen
und beim Zaren Kalojan der Bulgaren und Walachen Nachforschungen anzu-
stellen, ob die Vorfahren des Zaren ihre Krone tatsächlich von der römischen
Kirche erhalten hätten, Reg. Inn. III., V/1, n. 115. 27. November (1202):
Innozenz III. wendet sich an den Erzbischof Basilius von Trnovo, und fordert
ihn auf, den Kaplan Johannes als päpstlichen Legaten ehrenvoll zu empfangen,
Reg. Inn. III., V/1, n. 118 (cfr. auch V/119 an den Fürsten Bellotta). 8./30.
April 1203: Die bosnischen Mönche erkennen den römischen Primat an.
Dieses Anerkennungsschreiben ist in die Register inseriert. Die Anerkennung
vollzog sich in presentia domini I(ohannis) de Casam(ario), cappellani summi
pontificis a Romana ecclesia in Bosn(a) propter hoc delegati, ... Reg. Inn. III.,
VI, n. 141. 10. September (1203): Innozenz III. informiert den Erzbischof
Basilius von Trnovo über die Legation des päpstlichen Kaplans Johannes von
Casamari an den Bulgarenzar. Dabei wir Johannes als dilectum filium I(ohan-
nem), capellanum nostrum, ecclesie Romane legatum bezeichnet (p. 237 Z. 2),
Reg. Inn. III., VI, n. 143. (Ca. September 1203): König Heinrich von Ungarn
Der vierte Kreuzzug 91

schreibt an Innozenz III. und teilt diesem mit, dass Johannes von Casamari
zu ihm gekommen sei und dass er Vertreter der bosnischen Mönche die von
ihm verkündeten Konstitutionen habe beschwören lassen, Reg. Inn. III., VI,
n. 211. (September) 1203: Zar Kalojan der Bulgaren schreibt einen Brief an
Innozenz III., in dem er berichtet: imperium meum in manibus reverentissmi
viri Johannis, sacrosancte Romane sedis legati et domini pape capellani, ... subsig-
navit imperium Reg. Inn. III., VII, n. 4. (Ca. 25. Februar 1204): Innozenz III.
übersendet dem Erzbischof Basilius von Trnovo die Pontifikalinsignien durch
den Kaplan Johannes, Reg. Inn. III, VII, n. 3. (Nach 8. September 1203): Erz-
bischof Basilius von Trnovo dankt Innozenz III. für das Pallium, das Johannes
überbracht hat, und bittet um Auskünfte, Reg. Inn. III., VII, n. 5. (Nach 8.
September 1203): Kalojan, Zar der Bulgaren und der Walachei, schreibt an
Innozenz III. und berichtet darin: ... venit ad me presens nuncius apostolice cathe-
dre et prime sedis principus apostolorum et sancte et universalis ecclesie Romane,
Johannes capellanus, et detulit michi palleum ex precepto sanctitatis tue et aposto-
lice sedis et palleavit dictum archiepiscopum et fecit eum primatem et archiepis-
copum totius Bulgarie et Blachie et portavit imperio meo litteras sanctitatis
tue ..., Reg. Inn. III., VII, n. 6 – die eigentliche Krönung etc. wird dann jedoch
durch einen Kardinallegaten durchgeführt (cfr. Reg. Inn. III., VII, n. 8). (Ca.
25. Februar 1204): Innozenz III. schreibt an Kalojan von Bulgarien und der
Walachei, dass Johannes unter anderem auch das Pallium an den Erzbischof
von Trnovo ausgehändigt hat, Reg. Inn. III., VII, n. 8. (Ca. 15. September
1204): Johannes wird als ehemaliger Kaplan bezeichnet: Johannes, tunc capel-
lanus noster, nunc Furconensis episcopus ... (Bischof von Forcone = ab 1256
L’Aquila) Reg. Inn. III., VII, n. 126. The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de
capellanis suis hos promovit ad dignitates: ... Iohannem in episcopum Furconen-
sem (Forcone), quem postea transtulit in episcopum Perusinum (Perugia). Zur
Legation zu Zar Kajolan cfr. auch The Gesta Innocentii  III, p.  111 ff. Dort
heißt es auch, dass der Papst den Kaplan zusammen mit dem Bischof Blasius
wieder benigne suscepit, als sie von ihrer Legation zurückkamen (ibid. p. 128).
Johannes von Casamari stieg über das Bistum von Forcone (1204-1205)
zum Bischof von Perugia auf (seit 1207 bezeugt), cfr. dazu Kamp, Kirche
und Monarchie, I, p. 18-20; sowie Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 181 seq.
Zu den Legationen cfr. auch Zimmermann, Die päpstliche Legation in der
ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 52 u. 55 seq.; Weber, Frühheraldische
Fahnenbilder, p. 168 seq. mit nt. 61.
Johannes Ferentinus (sancte Romane ecclesie subdiaconus et notarius)
(Ca. 3.-6. Mai 1203): Johannes verfertigt ein Schreiben Innozenz’ III.,
Reg. Inn. III., VI, n. 58. Ebenso am 27. Mai 1203, Reg. Inn. III., VI, n. 75.
Ebenso in Reg. Inn. III., VI, n. 76. Ebenso am 13. Juni 1203 in Reg. Inn. III.,
92 Jochen Johrendt

VI, n. 88. Ebenso am 9. Dezember 1203 in Reg. Inn. III., VI, n. 178. Ebenso
am 13. Januar 1204 in Reg. Inn. III., VI, n. 206. Ebenso am 26. Januar 1204
in Reg. Inn. III., VI, n. 212. Ebenso am 25. Februar 1204 in Reg. Inn. III., VII,
n. 1. Ebenso am 8. April 1204 in Reg. Inn. III., VII, n. 39. Ebenso am 28. April
1204 in Reg. Inn. III., VII, n. 60. Ebenso am 18. Juni 1204 in Reg. Inn. III.,
VII, n. 95. Ebenso am 1. Juli 1204 in Reg. Inn. III., VII, n. 115. Ebenso am 15.
Oktober 1204 in Reg. Inn. III., VII, n. 145. Ebenso am 3. November 1204
in Reg. Inn. III., VII, n. 149. Ebenso am 29. November 1204 in Reg. Inn. III.,
VII, n. 162. The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promo-
vit ad dignitates: ... Johannem in diaconem cardinalem sancte Marie in Via Lata.
Johannes Ferentinus war der Leiter der Kanzlei unter Innozenz III. und
wurde im Dezember 1204 zum Kardinaldiakon von S. Maria in Vialata
kreiert und 1212 zum Kardinalpresbyter von S. Prassede promoviert, cfr.
Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, p. 146 seq.; Maleczek, Zwischen
lokaler Verankerung und universalem Horizont, p. 150 n. 10.
Johannes Tornielli (subdiaconus noster)
5. März 1198: Johannes Tornielli hatte offenbar unter Cölestin III. eine
Pfründe am Domkapitel von Novara, Reg. Inn. III., I/1, n. 40. (Frühjahr
1206): Der päpstliche Subdiakon Ariprandus Visconti und der Archipresby-
ter des Mailänder Domkapitels, Wilhelm, berichten in einem Schreiben an
Innozenz III., dass ihr Brief (zur causa Alessandria) durch Johannes Torniellus
und einen Boten aus Alessandria überbracht wird, Reg. Inn. III., IX, n. 93 (cfr.
dazu auch den Auftrag an Bongiovanni). 21. Juni 1206: Innozenz III. schreibt
an Podestà und Volk von Alessandria und berichtet darin, dass der Subdiakon
Johannes Tronielli sowie die nun namentlich genannten drei Abgesandten Ales-
sandrias dem Papst deren Anliegen übermittelt haben, Reg. Inn. III., IX, n. 94.
Johannes Torinelli entstamte einer der führenden Familien in Novara,
die auch an den unterschiedlichen Kapiteln Novaras deutlich repräsentiert
waren. Er stieg schließlich 1211 zum Bischof von Bergamo auf, cfr. den Edi-
tionskommentar zu Reg. Inn. III., IX, n. 93 p. 175 nt. 8 mit dem Hinweis
auf Thomas Behrmann, Domkapitel und Schriftlichkeit in Novara (11.-
13. Jahrhundert). Sozial- und Wirtschaftsgeschichte von S. Maria und S. Gau-
denzio im Spiegel der urkundlichen Überlieferung, Tübingen, Niemeyer, 1994
(Bibliothek des Deutschen Historischen Instituts in Rom, 77), p. 55 u. 297,
ein Stammbaum der Familie Tornielli findet sich auf p. 308 seq.
L. (capellanus noster)
14. Juli 1211: Innozenz III. hatte den Kaplan L. zum Auditor in der Aus-
einandersetzung um die Benediktinerabtei Fontaine-Géhard (Diöz. Mans)
eingesetzt, XIV/87, PL, CCXVI (1891), col. 449D.
Der vierte Kreuzzug 93

Leo (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Leonem in persbyterum cardinalem sancte Crucis.
Leo Brancaleone wurde 1200 zum Kardinaldiakon von S. Lucia in Sep-
tasolio erhoben und 1202 zum Kardinalpresbyter von S. Croce in Geru-
salemme promoviert, zu ihm cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg,
pp.  137-139; Maleczek, Zwischen lokaler Verankerung und universalem
Horizont, p. 148 n. 7.
Lotharius (subdiaconus noster)
9. Juli (1198): Er wirkte offenbar als Auditor in einem Prozess um Ein-
künfte der Pfarrkirche von Mestre zusammen mit den Kardinälen Petrus von
Piacenza, Kardinalpresbyter von S. Cecilia, und Petrus Capuanus, Kardinal-
diakon von S. Maria in Vialata. Alle drei werden als iuris periti bezeichnet,
Reg. Inn. III., I/1, n. 314.
Marescottus, Magister (subdiaconus noster)
5. März (1198): Marescottus ist unter Cölestin III. als Romane ecclesie
subdiaconus mit einem Exekutionsprozess in einer Pfründenangelegenheit
in Novara betraut worden, Reg. Inn. III., I/1, n. 40. 24. April 1198: Er ist
erneut mit der Exekution einer Pfründenvergabe beauftragt, Reg. Inn. III.,
I/1, n. 116. 27. Oktober (1198): Innozenz III. beauftragt Marescottus als
delegierten Richter zusammen mit anderen mit dem Pfründenprozess zwi-
schen Carnelus und dem Augustinerchorherrenstift S. Juvenzio in Pavia,
Reg. Inn. III., I/1, n. 405.
Marsicanus (subdiaconus et capellanus noster)
19. Juni (1198): Marsicanus war als delegierter Richter in einem Prozess
zwischen Abt Hugo von S. Zeno und dem Archipresbyter Musero von S. Pro-
colo bei Verona eingesetzt worden, Reg. Inn. III., I/1, n. 283. (Ca. 20. Sep-
tember 1198): Innozenz III. beauftragt Marsicanus zusammen mit seinem
Familiaren Johannes, die Treueide der Konsuln und des Volkes von Città di
Castello entgegenzunehmen, Reg. Inn. III., I/1, 369. 14. Juli (1199): Mar-
sicanus hatte als capellanus et subdiaconus noster offenbar bei einem Geld-
geschäft zwischen einem Bürger aus Anagni und dem Erzbischof Petrus III.
Suárez de Deza von Compostela vermittelnd gewirkt, was in diesem Schrei-
ben berichtet wird, Reg. Inn. III., II/1, n. 128. 24. Juni (1202): Innozenz III.
beauftragt den Bischof von Bitonto sowie Marsicanus mit der Überprüfung
der Wahl des Erzbischofs Gregor von Trani. Zwar hatte bereits der päpstli-
che Legat für das Königreich Sizilien, Petrus Gallocia, eine Untersuchung
angeordnet, doch wandten sich die Betroffenen direkt an Innozenz  III.,
94 Jochen Johrendt

weshalb nun der namentlich nicht bekannte Bischof von Bitonto sowie der
Subdiakon Marsicanus mit der Angelegenheit betraut wurden Reg. Inn. III.,
V/1, n. 67. 16. September (1202): Die Untersuchung der Wahl in Trani
ist offenbar zugunsten Gregors abgeschlossen, denn Innozenz  III. fordert
nun das Domkapitel auf, Gregor als Erzbischof anzuerkennen, Reg. Inn. III.,
V/1, n. 87. 9. Oktober (1204): Innozenz III. berichtet in der Retrospektive
bei der Übertragung von Gütern an seinen Bruder Richard Conti über die
Rolle des Marsicanus bei der Prüfung von Rechten des Klosters SS. Andrea e
Gregorio sul Celio als Richter, Reg. Inn. III., VII, n. 133.
Aufgrund seines Namens dürfte Marsicanus seiner Abstammung her aus
der Marsia kommen, zu ihm cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 183 seq.
Martin de Summa, Magister (subdiaconus noster)
24. September 1202: Die durch den Bischof Saveric von Bath dem päpst-
lichen Subdiakon geraubten Besitzungen sind unverzüglich zurückzugeben
und dafür Buße zu leisten. Dazu beauftragt Innozenz III. Bischof Eustach
von Ely, den Abt Samson von Bury St. Edmunds und den Prior Gottfried
von Canterbury, Reg. Inn. III., V/1, n. 89; ebenso in Reg. Inn. III., V/1, n.
91 vom 28. September (1202).
Der Magister Martin de Summa entstammte einer Mailänder Familie, zu
ihm cfr. die Hinweise der Registereditoren zu Reg. Inn. III., V/1, n. 89 p. 180
nt. 28.
Matheus, Magister
April 1205: Matheus weilt in England, cfr. Helene Tillmann, Die
päpstlichen Legaten in England bis zur Beendigung der Legation Gualas
(1218), Bonn, H. Ludwig, 1926, p. 92.
Mattheus (subdiaconus noster)
17. November 1199: Die vertragliche Wiederherstellung des Friedens
zwischen Osimo und Recanati durch den Kardinalpriester Johannes von S.
Prisca erfolgt in Gegenwart mehrerer Zeugen, darunter auch des magistri
Matthei, domini pape subdiaconi … Carte diplomatiche Osimane, ed. Giosuè
Cecconi, Ancona, Tipografia del Commercio, 1878 (Documenti storici Osi-
mani, 1; Collezione di documenti storici antichi inediti ed editi rari delle
città e terre marchigiane, 4), pp. 107-109 n. 33 (36), hier p. 109.
Maximus, Magister (notarius et subdiaconus noster)
21. August 1212: Innozenz III. entsandte den dilectum filium magistrum
Maximum notarium nostrum zur Regelung von Angelegenheiten den Patri-
archen von Konstantinopel betreffend, nach Konstantinopel und bittet den
Klerus von Konstantinopel diesen vices nostras aufzunehmen XV/154, PL,
Der vierte Kreuzzug 95

CCXVI (1891), col. 674D. 21. August 1212: Innozenz III. wendet sich an
den lateinischen Kaiser und teilt ihm mit, dass er den magistrum Maximum
notarium nostrum entsandt habe, damit dieser die päpstliche Position bei
der Wahl bzw. Postulation eines neuen Partriarchen vertritt, XV/156, PL,
CCXVI (1891), col. 675A sowie die Anweisungen zur Wahl an Maximus
in XV/157, PL, CCXVI (1891), col. 675C. 3. Januar 1213: Innozenz III.
überträgt magistro Maximo notario nostro et Venturae thesaurario Veronesi
subdiaconis nostris die Aufgabe, Angelegenheiten in Zusammenhang mit der
Wahl des Bischofs von Treviso zu überprüfen, XV/197, PL, CCXVI (1891),
col. 726C. 10. April 1213: Der Notar und Subdiakon Magister Maximus
hatten einst zusammen mit dem Thesaurar V. von Verona (auch päpstlicher
Subdiakon) eine Klageschrift gegen den Bischof von Treviso an Innozenz III.
gebracht, XVI/19, PL, CCXVI (1891), col. 805A.
Maximus war Vizekanzler der päpstlichen Kanzlei, cfr. Elze, Die päpst-
liche Kapelle, p. 177.
Montanarius (subdiaconus noster)
23. Januar (1199): Innozenz III. schreibt Montanario und entscheidet
einen Pfründenprozess um das Priorat von S. Sabino bei Spoleto zwischen
diesem und dem Kleriker Philipp Pelagalli zugunsten des päpstlichen Subdi-
akons, Reg. Inn. III., I/1, n. 531.
Nicolaus (subdiaconus noster)
24. Juni (1204): Innozenz III. providiert seinen Subdiakon Nicolaus für
die Dompropstei am Kapitel von Vicenza, Reg. Inn. III., VII, n. 98.
Nicolaus war zudem von 1213 bis 1219 Administrator des Bistums
Vicenza, cfr. den Kommentar in der Registeredition p. 158 nt. 3.
Nicolaus (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Nicolaum in episcopum Tusculanum (Tusculum).
Die Herkunft Nicolaus’ ist entgegen der Angaben bei Ciaconius unklar.
Bereits 1204 wurde er aus der päpstlichen Kapelle heraus von Innozenz III.
ins Kardinalskollegium berufen und zum Kardinalbischof von Tusculum
ernannt. Er starb 1218/19. Zu ihm cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskol-
leg, pp. 147-150; Maleczek, Zwischen lokaler Verankerung und universa-
lem Horizont, p. 150 seq. n. 11.
Nicolaus (capellanus noster)
1204: Im Beschluss des Generalkapitels der Zisterzienser von 1204 wird
beschrieben: committitur abbati de Casemarii et nonno Nicholao, domini pape
capellano, qui procurent diligenter ... Josephus Maria Canivez, Statuta
96 Jochen Johrendt

Capitulorum Generalium Ordinis Cisterciensis ab anno 1116 ad annum 1786,


8 voll., Louvain, Bureaux de la Revue d’histoire ecclésiastique, 1933-1941, I
(1933) (Bibliothèque de la Revue d’histoire ecclésiastique, 9), p. 304 § 42.
Nicolaus war offenbar Zisterziensermönch und päpstlicher Kaplan.
Nicolaus (subdiaconus noster)
(?29. April 1213): Innozenz III. wendet sich in einem in die Register
eingetragenen Brief an den Abt von Neuburg an der Donau, den Dekan
von Speyer sowie den Propst von Augsburg und beauftragt sie für die Kir-
chenprovinz Mainz mit der Kreuzzugspredigt und der Sammlung der not-
wendigen Mittel für eine Expedition ins Heilige Land. Parallele Schreiben
gehen an etliche andere Personen (in eumdem modum), darunter auch an
Nicolao subdiacono nostro, XVI/29, PL, CCXVI (1891), col. 823D.
Nicolaus de Cremona, magister (subdiaconus noster)
2. März 1215: Nicolaus predigte als päpstlicher Legat für den Kreuzzug
am Hof Friedrich  II., so die Nachricht in der Zeugenreihe einer Urkunde
Friedrichs II., MGH. D 14/II (2007), p. 232, l. 33 seq.
Nicolaus de Cremona ist vermutlich mit dem für 1213 zu fassenden Sub-
diakon Nicolaus identisch, der ebenfalls das Kreuz predigen sollte. Nicolaus
de Cremona, der auch Kanoniker in Cremona war, war zugleich Legat Fried-
richs II., zu ihm und weiteren Belegen nach dem Pontifikat Innozenz’ III. cfr.
Johannes Bernwieser, Non modo predicantis, sed quasi concionantis. Die
Friedensrede Hugolinos von Ostia und Velletri in Cremona (1218) und ihr poli-
tischer Kontext, in Rhetorik in Mittelalter und Renaissance. Konzepte – Praxis
– Diversität, edd. Georg Strack, Julia Knödler, München, Herbert Utz Verlag,
2011 (Münchner Beiträge zur Geschichtswissenschaft, 6), pp. 63-93: p. 86 seq.
Noradinus/Noradus (subdiaconus noster)
10. Juni (1198): Er führte zusammen mit Konkanonikern aus Besançon
vor Innozenz  III. persönlich Klage gegen den Erzbischof Amadeus von
Besançon, Reg. Inn. III., I/1, n. 277. 7. Februar (1204): Innozenz  III.
berichtet in der Urkunde, in der er zwei Urteile kassiert, davon, dass Noradi-
nus als Prokurator für Amalrich, den Abt von Sixt, tätig war, Reg. Inn. III.,
VI, n. 226. Vermutlich ist er identisch mit: 19. März (1204): Innozenz III.
sorgt dafür, dass der päpstliche Subdiakon Noradus den ihm zustehenden
Erbteil von seinen Brüdern erhält, Reg. Inn. III., VII, n. 22.
O. (subdiaconus noster)
1201/02: Innozenz III. überträgt dem preposito Siclunensi die Aufgabe, O.
subdiacono pape eine Pfründe an seiner Kirche zu übertragen, zu erschließen aus
den Rubriken es Registers für das 18. und 19. Ponrifikatsjahre Edition bei Monu-
Der vierte Kreuzzug 97

menta vetera Slavorum meridionalium historiam illustrantia maximam partem


nondum edita ex tabulariis Vaticanis deprompta, collecta ac serie chronologica dis-
posita ab Augustinus Theiner, 2 voll., Roma, Otto Zeller, 1863-1875, I (1863)
(repr. Osnabrück 1968), p. 63 n. 259 (= Potthast R, n. 1599, 1202 Januar).
Obizio de Castello (subdiaconus noster)
5. März 1198: Er hatte sich in einer Pfründenangelegenheit an Cöles-
tin III. gewandt, Reg. Inn. III., I/1, n. 40.
Oktavian (subdiaconus et consobrinus noster)
25. Januar (1199): Innozenz III. entsendet zusammen mit dem Kardi-
nalpresbyter Jordanus von Ceccano von S. Pudenziana auch Oktavian nach
Unteritalien, um durch sie Geld (cum non modica pecunie) in die Marken zu
bringen, das gegen Markward von Annweiler eingesetzt werden soll, Reg.
Inn. III., I/1, n. 554. (Ca. 10.-25. Januar 1199): Innozenz  III. teilt allen
Bewohnern Capuas mit, dass er Kardinal Jordanus und Oktavian mit Geld
in die Marken entsandt habe, Reg. Inn. III., I/1, 555. Zur Entsendung des
Oktavian cfr. auch The Gesta Innocentii III, p. 21.
Zu dem 1206 zum Kardinaldiakon von SS. Sergio e Bacco aufgestiege-
nen Verwandten Innozenz’ III. cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg,
p. 163. Er war 1204/5 auch päpstlicher Kämmerer, cfr. Elze, Die päpstliche
Kapelle, p. 184 mit nt. 253.
Olbertus Torniellus (subdiaconus noster)
3. März 1198: Er ist genannt in Reg. Inn. III., I/1, n. 39. 26. August
(1198): Er wird für den Fall der verweigerten Kollatur für den päpstlichen
Kaplan Bongiovanni in Ivrea mit der Exekution der Provision für diesen
beauftragt, Reg. Inn. III., I/1, n. 339.
Odo (subdiaconus et capellanus noster)
(1200): Innozenz  III. wendet sich an den Podestà und das Volk von
Fermo und kündet ihnen an, dass er O. und den päpstlichen Kammernotar
Albertinus in die Marken entsenden werde, III/28, PL, CCXIV (1890), col.
911A. (1200): Innozenz III. bestätigt dem Podestà und dem Volk von Sancti
Helpidii, dass er seinen Subdiakon und Kaplan B. sowie seinen Kammernotar
A. unter Anhörung der Boten aus Fermo dazu angehalten habe, eine Sentenz
umzusetzen, III/30, PL, CCXIV (1890), col. 914B – dabei handelt es sich
sicherlich um eine Verschreibung, gemeint ist mit B. sicherlich Odo. (1200):
Innozenz  III. entsendet O. und den päpstlichen Kammernotar Albertinus
in die Marken, um Frieden zwischen den dortigen Städten zu vermitteln,
III/31, PL, CCXIV (1890), col. 915A. 1. Februar (1201): Innozenz  III.
wendet sich an Odo und den Kammernotar Albertinus, die er aufgrund ihrer
98 Jochen Johrendt

Tätigkeit in den Marken zusätzlich als procuratores nostri bezeichnet, III/46,


PL, CCXIV (1890), col. 933B. Cfr. ferner auch die Schreiben III/48-51 u.
53, alle in derselben Sache. 3. Januar (1204): Innozenz  III. wies Odo als
Auditor die Auseinandersetzung um das Archidiakonat in Vicenza zu, Reg.
Inn. III., VI, n. 200. 7. Februar 1204: Odo war in einem Prozess als Auditor
tätig, in den auch der Bischof von Angoulême involviert war, Reg. Inn. III.,
VI, n. 244. 26. März (1205): Innozenz III. berichtet, dass Odo in einem Fall
als Auditor tätig war, den er dann auf Weisung des Papstes an den Kardinal-
diakon Gregor von S. Maria in Porticu weitergab, Reg. Inn. III., VIII, n. 29.
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Odonem in episcopum Valvensem (Valva = Sulmona).
Odo wurde am 3. Juni 1206 (Potthast R, n. 2789) zum Hirten des
abruzzesischen Bistums Valva (= Sulmona) erhoben. Dort ist er bis zum 11.
Dezember 1224 als Bischof nachzuweisen. Zu ihm cfr. Kamp, Kirche und
Monarchie, I, p. 65 seq.; Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 178 u. 185.
Odo (acolitus et capellanus noster)
8. Mai 1200: Odo acolitus noster wird von Innozenz III. als Auditor in einem
Prozess zwischen Montamiata und S. Angelo um Besitzungen am See von Perugia
eingesetzt, Fedor Schneider, Analecta Toscana, in «Quellen und Forschun-
gen aus Italienischen Archiven und Bibliotheken», XVII (1914-24), pp. 1-77:
p. 10 seq. n. 8. 21. Februar 1208: Odo fungierte als Prokurator in einem Prozess
zwischen dem Bischof von Bobbio und dem Kloster S. Colombano in Bobbio,
Reg. Inn. III., X, n. 212 (p. 379). Ebenso in Reg. Inn. III., X, n. 213.
Die Editoren des zehnten Registerbandes vermuten eine Identität mit dem
1200-1203 nachweisbaren Kastellan von Radicófani, der in Reg. Inn. III.,
V/1, n. 137 nachzuweisen ist. In jedem Fall ist dieser Odo nicht mit dem
gleichnamigen Bischof von Valva identisch, der ebenfalls der päpstlichen
Kapelle angehörte, da er noch nach der Erhebung dieses Odos in seiner
Funktion als päpstlicher Kaplan als Prokurator fungierte, cfr. bereits Kamp,
Kirche und Monarchie, I, p. 65 nt. 44.
Odo (subdiaconus et capellanus noster)
26. März (1205): Odo war von Innozenz III. – zusammen mit anderen
– als Auditor in einem Streit zwischen Matthäus von Monte Argento und
Johannes de Zita eingesetzt worden, Reg. Inn. III., VIII, n. 29.
Zu Odo cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 178 mit nt. 200.
Otto (subdiaconus noster)
8. Januar 1207: Innozenz  III. providiert den Subdiakon Otto auf
eine Pfründe am Domkapitel von Magdeburg, er wurde offenbar von
Der vierte Kreuzzug 99

Innozenz III. selbst zum Subdiakon geweiht (Cum igitur nos ipsum in subdia-
conum ecclesie Romane duxerimus assumendum ...), Reg. Inn. III., IX, n. 212;
ähnlich in Reg. Inn. III., IX, n. 213. 9. April 1210: Innozenz III. beauftragt
zwei Geistliche als delegierte Richter, die Pfründe Ottos betreffend, XIII/49,
PL, CCXVI (1891), col. 236B. 3. Oktober 2010: Innozenz III. wendet sich an
den Erzbischof und das Kapitel von Magdeburg und versucht die Wogen, die
aufgrund einer Verwerfung mit Otto entstanden sind, zu glätten, XIII/135, PL,
CCXVI (1891), col. 322B. 22. März 1211: Erneut interveniert Innozenz III.
in der causa Ottos, dessen Pfründe ein Walther für sich beansprucht (qui pro
praeposito Magdeburgensi se gerit), XIV/31, PL, CCXVI (1891), col. 407D.
Otto ist zudem von 1212 bis 1225 als Dompropst in Magdeburg nach-
zuweisen, cfr. den Kommentar der Registereditoren zu Reg. Inn., IX, n.
213 p. 386 nt. 3 mit dem Hinweis auf Das Erzbistum Magdeburg. 1,1: Das
Domstift St. Moritz in Magdeburg, edd. Gottfried Wentz (†), Berent Schwi-
neköper, Berlin-New York, Walter de Gruyter, 1972 (Germania Sacra, Alte
Folge, Abt. 1: Die Bistümer der Kirchenprovinz Magdeburg), p. 314.
P. (subdiaconus noster)
(August 1200): Innozenz  III. erteilt P. subdiacono pape, qui ad dictam
ecclesiam Salesburgensem accedens de postulatione sive electione huiusmodi
einen Auftag, zu erschließen aus den Rubriken des Registers für das 18. und
19. Pontifikatsjahre Edition bei Monumenta vetera Slavorum meridionalium,
p. 51 seq. n. 163 (= Potthast R, n. 1132).
P. (subdiaconus noster)
(Ca. 1.-15. Dezember 1202): Innozenz III. überträgt eine Geldrente an
den päpstlichen Subdiakon P., Reg. Inn. III., V/1, n. 130. 13. Januar (1203):
Der päpstliche Subdiakon Heinrich wird zusammen mit dem Abt Raoul von
Deóls zum Exekutor eines päpstlichen Mandates ernannt, mit dessen Hilfe
der Neffe des päpstlichen Subdiakons Blasius, der päpstliche Subdiakon P., in
ein vakantes Kanonikat im Domkapitel von Nevers eingewiesen wird, Reg.
Inn. III. V/1, n. 141. 11. März (1203): Innozenz III. wendet sich nochmals
an Heinrich, um erneut die Exekution des Provisionsmandates zugunsten
des P. anzumahnen, Reg. Inn. III., VI, n. 19. 17. Februar 1207: Innozenz III.
befiehlt dem Bischof (wohl von Limoges) und dem Abt von S. Martin, den
Invasor der Besitzungen des P. subdiaconi et notarii nostri zu exkommunizie-
ren, Reg. Inn. III., X, n. 247, PL, CCXV (1891), col. 1099B.
P. (subdiaconus noster)
2. Januar 1212: Innozenz  III. nimmt den päpstlichen Subdiakon
P,. der auch Propst (praepositus) in Embrun ist, mit seinem gesamten Besitz
100 Jochen Johrendt

in den päpstlichen Schutz, XIV/139, PL, CCXVI (1891), col. 502D. 2.


Januar 1212: Innozenz III. erteilt P. und dem Kapitel eine Rechtsauskunft
hinsichtlich vakanter Kanonikate, XIV/140, PL, CCXVI (1891), col. 503B.
Pandulphus (subdiaconus noster)
(27. Februar 1213): Innozenz III. entsendet an König Johann Ohneland
von England drei Boten (namentlich genannt werden Pundulphum subdia-
conum et fratrem Durandum familiares nostros), um in ihre Hände Genüge
wegen seines Verhaltens der englischen Kirche gegenüber zu leisten (Angli-
canam Ecclesiam in forti brachio de servitute tua studebimus liberare, 773D),
dem Brief ist noch ein weiteres Schreiben beigegeben, das sich direkt an Pan-
dulph und Durandus wendet, XV/234, PL, CCXVI (1891), col. 773B. 14.
Juni 1213: Innozenz  III. wendet sich an den Dekan und das Kapitel von
York, und weist sie an, Leonar, den nepos des Kardinaldiakons Johannes von
S. Maria in Cosmedin (Kanzler der römischen Kirche), als Kanoniker in das
Kapitel aufzunehmen und fordert sie auf, alles, war Pandulphus anordnet
humiliter et inviolabiliter observetis, XVI/60, PL, CCXVI (1891), col. 861A.
15. Mai 1213: König Johann Ohneland schreibt an Innozenz III. und berich-
tet darin: in praesentia prudentis viri Pandulphi domini papae subdiaconi et
familiaris fidelitatem exinde praedicto domino nostro papae Innocentio eiusque
catholicis successoribus et Ecclesiae Romanae secundum subscriptam formam
facimus et iuramus; et homagium ligium in praesentia domini papae, si coram eo
esse poterimus, eidem faciemus, XVI/77, PL, CCXVI (1891), col. 879A. 15.
Juli 1213: Innozenz III. unterrichtet den Erzbischof von Canterbury darü-
ber, dass König Johann Ohneland die Absolution durch Pandulphus erhalten
habe und kündigt ihm nun die Legation des Kardinalbischof von Tuskulum
nach England an, XVI/89, PL, CCXVI (1891), col. 890C. 23. Januar 1214:
Innozenz III. wendet sich an den Kardinalbischof Nikolaus von Tuskulum,
der sich als apostolischer Legat in England befindet, und der beauftragt wird,
das Interdikt in England aufzuheben, unter der Voraussetzung, dass Johann
Ohneland 100.000 Silbermark in seine Hände, sowie die Hände des Erzbi-
schofs von Canterbury und des päpstlichen Subdiakons Pandulphus gegeben
habe (persolverit), XVI/164, PL, CCXVI (1891), col. 953. 28. Januar 1213:
Innozenz III. wendet sich an den Kardinalbischof Nikolaus von Tuskulum
sowie den Subdiakon Pandulphus und erteilt ihnen Anweisungen für die
Sammlung des Peterspfennigs in England (singulae domus totius Angliae sin-
gulos denarios pro censu), XVI/173, PL, CCXVI (1891), col. 960B.
Zur Legation des Panduph cfr. Zimmermann, Die päpstliche Legation
in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 64; Tillmann, Die päpstlichen
Legaten in England, pp. 94-98.
Der vierte Kreuzzug 101

Parentius (subdiaconus noster)


12. Juli (1204): Innozenz  III. greift in einen Prozess zwischen dem
Archidiakon von Clermont, Gerardus von Cros, und dem Peterskanoniker
und päpstlichen Kaplan Parentius ein, Reg. Inn. III., VII, n. 117.
Zu Parentius cfr. Johrendt, Die Diener des Apostelfürsten, p. 411 n. 73.
Paulus (subdiaconus noster)
30. März 1200: Kardinalpriester Guido von S. Maria in Trastevere ent-
scheidet einen Streit zwischen der Äbtissin Maria von S. Concordia in Spo-
leto und dem Priester Francus von SS. Giovanni e Paolo in Spoleto, den er
zunächst Paulo subdiacono domini pape übertragen hatte, nun selbst, Giu-
seppe Barletta, Le carte del monastero di S. Concordia di Spoleto (1064-
sec. XIII), in «Bollettino della deputazione di storia patria per l’Umbria»,
LXXIV (1977), pp. 265-334: p. 282 seq. n. 8. 11. Januar 1207: Paulus war
als delegierter Richter in einem Streit zwischen dem Bischof von Spoleto und
den Rektoren von S. Fortunato de Primocasu tätig, Reg. Inn. III., IX, n. 210.
Das Ergebnis findet sich in einer Urkunde vom 15. November 1207, Edition
bei: Le carte dell’abbazia di S. Croce di Sassovivo, ed. Attilio Bartoli Langeli, 7
voll., Firenze, L.S. Olschki, 1973-1979, IV (1976), pp. 99-101 n. 72.
Paulus ist ferner als Prior von S. Pietro fuori Porta bei Spoleto nachzu-
weisen, cfr. den Kommentar der Registereditoren zu Reg. Inn. III., IX, n.
210 p. 384 nt. 3.
Paulus (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Paulum in Ortanum episcopum (Orte).
Pelegrinus/Pellegrinus/Peregrinus, Magister (subdiaconus et capellanus noster)
25. März (1205): Der magister P. subdiaconus et capellanus noster wird
von Innozenz III. zum Delegaten in einer Prozessangelegenheit des Petrus de
Vico hinsichtlich einer Pfründe in Bourges eingesetzt, nun berichtete er an
Innozenz III., Reg. Inn. III., VIII, n. 28. Nach Kamp, Kirche und Monarchie,
II, p. 669, handelt es sich hierbei um Peregrinus. (Ca. 9. Juni 1205?): P(ere-
grinus) capellanus noster wird zu König Philipp II. August geschickt, um den
vom König angestrebte Ehescheidung von Königin Ingeborg zu untersuchen.
Peregrinus fungiert dabei als päpstlicher Gesandter, Reg. Inn. III., VIII, n.
114. 3. September 1210: Innozenz  III. hatte seinen Verwandten Benedikt
in eine Pfründe am Pariser Domkapitel providiert. Der Papst wendet sich
an den Bischof und erklärt ihm, dass er an Stelle Benedikts nun die Kolla-
tur vice ac nomine praefati Benedicti für den Magister Peregrinus vornehmen
solle, XIII/80, PL, CCXVI (1891), col. 318B. 13. September 1210:
102 Jochen Johrendt

Innozenz III. wendet sich an Peregrinus, dem er mitteilt, dass er das Kanoni-


kat in Paris nunmehr an ihn übertragen habe, XIII/81, PL, CCXVI (1891),
col. 318C. 1. Juli 1215: Die Konsuln von Pavia geloben, sich hinsichtlich des
Friedens in der Lombardei den Anweisungen des magistri Pellegrini capellani et
legati domini pape zu fügen, Acta imperii selecta, ed. Johann Friedrich Böhmer,
Innsbruck, Wagnersche Universitätsbuchhandlung, 1870, p. 639 n. 930. 7. Sep-
tember 1215: Saliguerra de Ferrara leistet für ihm übertragene Besitzungen der
römischen Kirche einen Treueid und gelobt die Bezahlung von 40 Mark sowie
Dienste als Gegenleistung. Diese leistet er in Carpi in manibus magistri Pelegrini
domini pape capellani ad hoc specialiter delegati, in Le Liber censuum, p. 342.
Der Magister Pelegrinus/Peregrinus war zweimal als päpstlicher Gesandter
in Frankreich tätig (1205 u. 1210/1211). Am 18. Dezember 1216 – also nach
dem Tod Innozenz’ III. – wurde er Erzbischof von Brindisi. In diesem Amt ist er
bis zum 24. April 1222 nachzuweisen. Zu ihm cfr. Kamp, Kirche und Monarchie,
II, p. 667-671, zu seiner Tätigkeit als päpstlicher Kaplan ibid., p. 668 seq. Zur
Legation zu Philipp II. cfr. auch Zimmermann, Die päpstliche Legation in der
ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 65, ohne die Kennzeichnung Peregrinus’
als Subdiakon und Kaplan. Die Identifikationen der einzelnen Nennungen sind
nicht immer eindeutig. So vermutet Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 176 seq.,
nt. 184, p. 178 seq. nt. 201, hinter dem zum 25. März (1205) genannten P. den
Subdiakon und Notar Petrus Collivaccinus von Benevent, der 1212 Kardinal-
diakon von S. Maria in Aquiro wurde, zu ihm siehe unten. Petrus Collivaccinus
vermutet James Matthew Powell, Innocent III and Petrus Beneventanus:
Reconstructing a Career at the Papal Curia, in Pope Innocent III and his World,
edd. John Clare Moore, Brenda M. Bolton, James Matthew Powell, Constance
M. Rousseau, Aldershot, Ashgate Publishing Limited, 1999, pp. 51-62: p. 56
seq. u. 60 seq., hinter dem im Juni 1205 genannten P. Die Identität mit dem
am 20. Januar (1206) genannten filium nostrum P., clericum nostrum, Reg. Inn.
III., VIII, n. 194, den Innozenz III. offenbar nach Dänemark geschickt hatte, ist
fraglich. Zwar gäbe es durch die Eheverhandlungen über Ingeborg von Däne-
mark und Philipp II. einen direkten Berührungspunkt zur Mission des Peregri-
nus, zu der er im Juni 1205 entsandt wurde, doch ist die Bezeichnung als clericus
noster für einen Kaplan oder Subdiakon sehr ungewöhnlich.
Petrus (subdiaconus noster)
19. Juli (1199): Petrus war offenbar einst Mitglied der königlichen Hof-
kapelle in Sizilien, denn es heißt Petro, tunc regie cappelle canonico, subdiacono
nostro, dedimus ..., Reg. Inn. III., II/1, n. 139.
Er könnte mit dem im Mai 1189 bezeugten domini regis capellanus
Panormitanus canonicus identisch sein, cfr. Schaller, Die staufische Hofka-
pelle, p. 519 n. 48, so schon der Hinweis in der Registeredition.
Der vierte Kreuzzug 103

Petrus (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Petrum in episcopum Militensem (Mileto).
Petrus ist seit dem 25. August 1207 als Bischof des kalabrischen Mileto
nachzuweisen. Über seine Tätigkeit als päpstlicher Kaplan ist nichts bekannt,
cfr. zu ihm Kamp, Kirche und Monarchie, II, p. 818 seq.
Petrus Collivacinus/Petrus Beneventanus (subdiaconus et notarius?)
Er verbirgt sich eventuell hinter dem im März und im Juni 1205 genann-
ten päpstlichen Subdiakon P., siehe oben. Petrus Collivacinus, der auch
als Petrus Beneventanus erscheint, ist in den päpstlichen Registern nie als
päpstlicher Subdiakon gekennzeichnet. Zu Nennungen und Zuweisungen
in anderen Quellen cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 176 nt. 184, sowie
Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, p. 172 nt. 360.
Petrus Collivacinus wurde 1212 von Innozenz III. zum Kardinaldiakon
von S. Maria in Aquiro erhoben, 1216 wurde er zum Kardinalpresbyter
von S. Lorenzo in Damaso promoviert, bevor er ein Jahr später Kardi-
nalbischof von Sabina wurde. Zu ihm cfr. Maleczek, Papst und Kardi-
nalskolleg, pp.  172-174; Maleczek, Zwischen lokaler Verankerung und
universalem Horizont, p. 156 seq. n. 23; zu den unterschiedlichen Titula-
turen des Petrus Collivacinus in der Historiographie cfr. Elze, Die päpstli-
che Kapelle, p. 176 nt. 184. Powell, Innocent III and Petrus Beneventanus,
hatte sich zuletzt für eine Autorschaft des Petrus für die Gesta Innocentii
ausgesprochen.
Petrus de Corbolio (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352 seq.: Nam de capellanis suis hos promo-
vit ad dignitates: ... Petrum de Corbolio, qui fuerat doctor eius Parisiis, fecit
Cameracensem episcopum (Cambrai), et postea promovit eum in archiepisco-
pum Senonensem (Sens).
Petrus (de Firmana civitate) (subdiaconus noster)
10. Dezember 1206: Petrus fungiert als Zeuge in einer Urkunde des
Kardinaldiakon Guala von S. Maria in Porticu als domini Petri de Firmana
civitate domini pape subdiaconi, Giuseppe Cappelletti, Le chiese d’Italia
dalla loro origine sino ai nostri giorni, 21 voll., Venezia, Giuseppe Antonelli,
1844-1870, III (1845), p. 355.
Petrus Girau, Magister (subdiaconus et notarius noster)
(Ca. 18. Februar 1207): Innozenz III. berichtet in einem Schreiben vom
Tod des Magister Petrus und Übergriffen des Abtes Hugo von Solignac auf
dessen Mutter und Brüder, wofür sie exkommuniziert werden sollen, Reg.
Inn. III. IX, n. 265.
104 Jochen Johrendt

Bei dem genannten Petrus handelt es sich wahrscheinlich um Petrus


Girau von Solignac, so der Kommentar der Registereditoren zu Reg. Inn.
III., IX, n. 265 p. 452 nt. 4.
Petrus Ismahelis (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352 seq.: Nam de capellanis suis hos promo-
vit ad dignitates: ... Petrum Ismahelem, qui fuerat doctor eius in Urbe, fecit
Sutrinum episcopum (Sutri).
Petrus Ismahel war zuvor Abt eines Kloster S. Andrea und wurde von Inno-
zenz III. nach der kassierten Wahl des Domkapitels von Sutri aus dem Jahre
1200 als neuer Bischof von Sutri bestimmt, er lässt sich letztmalig 1210 nach-
weisen, zu ihm cfr. Marco Vendittelli, Sutri nel medioevo (secoli X-XIV),
in Sutri nel medioevo. Storia, insediamento urbano e territorio (secoli X-XIV), ed.
Marco Vendittelli, Roma, Viella, 2008 (Sutri nei secoli, 2), pp. 1-92: p. 73 seq.
Petrus Marcus, Magister (subdiaconus noster et corrector litterarum
nostrorum)
11. September 1212: Innozenz  III. berichtet in einem Brief an
Simon  IV. von Montfort (Graf von Leicester), dass er Petrus Marcus zur
Einsammlung für Zinsen und andere Aufgaben entsandt hatte (pro colli-
gendis Ecclesiae Romane censibus aliisque negotiis destinemus), wozu er auch
Simon von Montfort um Hilfe ersucht hatte, XV/167, PL, CCXVI (1891),
col. 690C. 11. September 1212: Innozenz III. wendet sich an den Erzbi-
schof von Narbonne sowie den Bischof von Uzès, beide päpstliche Legaten,
damit diese Petrus Marcus bei seiner Kollektorentätigkeit unterstützten,
XV/168, PL, CCXVI (1891), col. 691D. 11. September 1212: Inno-
zenz  III. wendet sich an alle Prälaten der Rom gegenüber zinspflichtigen
Kirchen in Südfrankreich, dass sie Petrus Marcus, magister Petrus Marcus
subdiaconus noster, unterstützen, XV/169, PL, CCXVI (1891), col. 692B.
11. September 1212: Innozenz III. wendet sich an den Erzbischof von Nar-
bonne, der auch päpstlicher Legat ist, sowie dessen Suffragane. Er ermahnt
diese, Petrus Marcus ehrenvoll aufzunehmen und ihm den schuldigen Zins
zu zahlen, XV/170, PL, CCXVI (1891), col. 692D. 11. September 1212:
Innozenz III. bedankt sich bei Simon von Montfort, dass er dem Heiligen
Stuhl 1.000 Mark Silber zugesagt habe und bittet ihn, diese auch dem Petrus
Marcus zu übergeben, XV/171, PL, CCXVI (1891), col. 693B. 11. Sep-
tember 1212: Innozenz  III. wendet sich an die Templerkommenden in
Südfrankreich und fordert Sie auf, das Geld, das Petrus Marcus ihnen über-
geben wird, an Aymarus, den Thesaurar des Pariser Ordenshauses, weiter-
zuleiten, XV/172, PL, CCXVI (1891), col. 693C. 11. September 1212:
Der vierte Kreuzzug 105

Innozenz III. wendet sich an den Bischof von Maguelone und fordert ihn
auf, die von ihm versprochenen 50 Mark für die Grafschaft Maguelone und
seine Kirche an Petrus Marcus zu zahlen, XV/173, PL, CCXVI (1891), col.
693D. 11. September 1212: Innozenz  III. wendet sich an Raimund und
Elia de Caturcio/Cartucio und fordert sie auf, die in Gegenwart von Simon
von Montfort versprochenen 1.000 Mark (ad pondus Trecense) an Petrus
Marcus zu zahlen, XV/174, PL, CCXVI (1891), col. 694A. 11. September
1212: Innozenz III. beauftragt Petrus Marcus, die 1.000 Pfund, die er von
Raimund und Elia de Cartucio erhält, Aymarus, dem Thesaurar der Pariser
Templerkommende zukommen zu lassen, XV/175, PL, CCXVI (1891), col.
694B. 11. September 1212: Innozenz III. wendet sich an die beiden päpst-
lichen Legaten, den Erzbischof von Narbonne und den Bischof von Uzès
und fordert sie auf, alle Unterlagen, die Zehnten betreffend, Petrus Marcus
zugänglich zu machen, XV/176, PL, CCXVI (1891), col. 694C. Ohne
Datum: Innozenz III. transferiert den Bischof von Genf (Gebennensi) auf
den Erzstuhl von Embrun. Das Pallium überbringt ihm Petrus Marcus,
XV/177, PL, CCXVI (1891), col. 695C.
Zu Petrus Marcus cfr. Zimmermann, Die päpstliche Legation in der ers-
ten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 65.
Petrus Pino (subdiaconus noster)
2. Januar 1213: Petrus Pino, der auch Kanoniker an S. Marco ist, hatte
sich an Innozenz III. gewandt, um seinen Anspruch auf eine Pfründe bestä-
tigt zu erhalten. Innozenz III. bestätigt ihm plebanatus de Rivoalto, XV/200,
PL, CCXVI (1891), col. 730B.
Petrus de Sasso (subdiaconus et capellanus noster)
19. Januar (1204): Innozenz  III. hatte Petrus de Sasso nach Terracina
entsandt, um dort in die Auseinandersetzungen zwischen den Frangipane
und der Kommune von Terracina mäßigend einzugreifen, Reg. Inn. III., VI,
n. 204. The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit
ad dignitates: ... Petrum in presbyterum cardinalem sancte Pudentiane.
Zu dem 1206 zum Kardinalpresbyter von S. Pudenziana erhobenen
Petrus de Sasso, der 1219 starb, cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskol-
leg, p. 163 seq.; Maleczek, Zwischen lokaler Verankerung und universalem
Horizont, p. 153 n. 18. Zu seiner Entsendung nach Terracina cfr. Zimmer-
mann, Die päpstliche Legation in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 57.
Petrus de Surrento (subdiaconus noster)
Zweite Hälfte August 1212: Die Stiftungsurkunde einer Kanoniker-
gemeinschaft in Amalfi unterschreiben nach dem Kardinalpresbyter Petrus
106 Jochen Johrendt

von S.  ­Marcello auch Petrus de Surrento domini pape subdiaconus, Matteo
Camera, Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, 2
voll., Salerno, Stablimento Tipografia Nazionale, 1876-1881, II (1881), p. XVIf.
Petrus Viterbiensis, Magister (capellanus noster)
19. Juni 1209: Innozenz III. berichtet in einem Schreiben an den Erzbi-
schof von Mainz und das Mainzer Domkapitel, dass dieser Petrus Viterbien-
sis aus freien Stücken eine freie Pfründe an der Mainzer Kirche zugewiesen
hatte, XII/73, PL, CCXVI (1891), col. 78D. Ebenso vom gleichen Tag in
XII/74, PL, CCXVI (1891), col. 79D.
Zu ihm cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 187.
Philippus, Magister
Philipp ist weder in den Registern noch in den Gesta Innocentii bezeugt. Er
wird in anderen Quellen sowohl als Subdiakon als auch als Kaplan bezeichnet,
wobei er selbst sich in der Regel als magister und päpstlicher notarius bezeichnet.
Philipp erschien das erste Mal bereits 1200 in England, um Geld für
den Kreuzzug zu sammeln, cfr. Cheney, Pope Innocent  III and England,
p. 41 und ad indicem; zu seiner Sammeltätigkeit Christopher Robert
Cheney, Master Philipp the Notary and the Fortieth of 1199, in «The Eng-
lish Historical Review», LXIII (1948), pp. 342-350. Für den Hinweis auf
Magister Philippus danke ich Barbara Bombi.
R. (subdiaconus noster)
16. April 1207: Der päpstliche Subdiakon R. soll dem Erzbischof Aegi-
dius von Ravenna das Pallium überbringen, Reg. Inn. III., X, n. 47.
Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 183, geht von der Identität des subdiaco-
nus R. mit dem subdiaconus et familiaris des Papstes, Rainer, aus.
Raimund (I.) de Capella (subdiaconus noster)
(Ca. 1.-10. November 1198): Innozenz  III. entsendet Raimund nach
Südfrankreich, um dort die Erzbischöfe bei der Bereitstellung von Truppen
und Geld für den geplanten Kreuzzug zu unterstützen, Reg. Inn. III., I/1,
n. 406. (Ca. 1.-10. November 1198): Raimund soll den exkommunizierten
Grafen Wilhelm von Forcalquier von der Exkommunikation absolvieren, falls
dieser das Kreuz nimmt, Reg. Inn. III., I/1, n. 407. (Ca. 1.-10. November
1198): Innozenz III. schreibt an den Edlen Raimund von Agoult, dass er Rai-
mund zu Graf Wilhelm von Forcalquier entsandt habe, damit der Graf in die
Hände Raimunds Buße tute und das Kreuz nehme, Reg. Inn. III., I/1, n. 408.
Raimund war zudem Dompropst in Marseille und in dieser Funktion
zwischen 1184 und 1203 nachzuweisen, cfr. den Kommentar der Registere-
ditoren zu Reg. Inn. III., I/1, n. 406 p. 609 nt. 10.
Der vierte Kreuzzug 107

Rainald (acolitus et capellanus noster)


27. Januar 1208: Rainald war zusammen mit dem päpstlichen Kaplan
Andreas als Auditor im Prozess um die Teilung des Dekanats von Thouars in
ein Dekanat Thouars und ein Dekanat Bressuire eingesetzt worden, Reg. Inn.
III., X, n. 197. 6. Oktober 1208: Graf Riccardo di Sora leistet dem Papst in
Gegenwart der Kardinäle und des Rainaldus domini pape acolitus den Eid
für Poli und andere Orte, Le Liber censuum, p. 9 seq.* n. 5. 16. November
1210 (subdiaconus et capellanus noster): Nachdem Innozenz  III. den Prior
von S. Frediano in Lucca sowie den Magister Zenobius, der Kanoniker an S.
Frediano ist, mit der Untersuchung eines Streites um die Kirche S. Genesii
de Beollio beauftragt hatte, der päpstliche Kaplan Angelus sowie Alatrinus
als Auditor mit der Sache betraut war und auch der päpstliche Kaplan G. in
den Streit eingegriffen hatte, wird nun der päpstliche Subdiakon und Kaplan
S. als Auditor mit der Angelegenheit betraut, bevor sie schließlich an den
Kaplan Rainald gelangt, XIII/178, PL, CCXVI (1891), col. 348B. 1. Juli
1213: Rainald fertigt eine Urkunde aus, XVI/78, PL, CCXVI (1891), col.
875A. Ebenso am 4. November 1213 in XVI/131, PL, CCXVI (1891), col.
924D. Ebenso am 15. November 1213 in XVI/146 und am 21. April 1214
in Selected letters of pope Innocent III concerning England (1198-1216), edd.
Christopher Robert Cheney, William Hugh Semple, London – Paris, Th.
Nelson, 1953, pp. 177-183 n. 67, hier p. 183.
Rainald war zudem 1213-1215 päpstlicher Vizekanzler, cfr. Elze, Die
päpstliche Kapelle, p. 176 u. 179.
Rainald (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Raynaldum in archiepiscopum Acherentium (Acerenza).
Rainald war vor seiner Erhebung zum Erzbischof von Acerenza auch
Vizekanzler der päpstlichen Kanzlei, cfr. Elze, Die päpstliche Kapelle,
p. 175. Er wurde im Juni 1199 von Innozenz III. zum Erzbischof von Ace-
renza geweiht, doch ist nicht sicher, ob er seine Diözese je betrat, da er mö­­­
glicherweise bis zum Herbst 1200 in Rom blieb und dort starb. Zu ihm cfr.
Kamp, Kirche und Monarchie, II, p. 774.
Rainald (subdiaconus noster)
13. Mai 1214: Rainald unterschreibt als Ego Rainaldus domini pape sub-
diaconus eine an diesem Tag ausgestellte Urkunde Bischof Philipps von Troia,
Archivum Fodianum, Monumenta Ecclesiae S. Mariae de Fogia, ed. Michele Di
Gioia, Foggia, Lito Leone, 1961 (Archivum Fodianum, 1), pp. 56-59 n. 30,
hier p. 59.
108 Jochen Johrendt

Rainald von Celano/von Capua (subdiaconus et capellanus noster)


(Nach 7. Dezember 1199): Rainald wird von Innozenz  III. zum Pro-
kurator des Erzbistums Capua bestellt, Reg. Inn. III., II/1, n. 265. 10.
März (1202): Es wird berichtet, dass Rainald Erzbischof Albert Oselletti
von Ravenna das Pallium überbrachte, Reg. Inn. III., V/1, n. 6. The Gesta
Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad dignitates: ...
Raynaldum in archiepiscopum Capuanum (Capua).
Rainald war der Sohn des Grafen Peter von Celano. Er fungierte zunächst
– trotz der Wahl durch das Kapitel im Jahr 1199 – noch als Prokurator, da
er das kanonische Weihealter noch nicht erreicht hatte, ab 1204 als Elekt,
bevor er 1208 als Erzbischof nachzuweisen ist. Er dürfte vor 1215 gestorben
sein, zu seiner Tätigkeit als päpstlicher Kaplan sind keine Aussagen möglich,
cfr. Kamp, Kirche und Monarchie, I, p. 112-116.
Rainer, magister (subdiaconus et familiaris noster)
1. Oktober 1207: Rainer soll Erzbischof Albéric von Reims das Pallium
überbringen, falls dieser rechtmäßig gewählt wurde, Reg. Inn. III., X, n. 133.
20. April 1213: Königin Maria von Aragon macht ihr Testament in Gegenwart
mehrerer Personen, darunter auch des magistri Rainerii domini pape subdiaconi
et familiaris, Alexandre Teulet, Layettes du trésor de chartes, 5 voll., Paris,
Henri Plon, 1863-1909, I (1863) (repr. Nendeln – Lichtenstein 1977), p. 390
seq. n. 1044.
Möglicherweise ist Rainer mit dem Subdiakon R. identisch, der im April
1207 damit beauftragt wurde, dem Erzbischof von Ravenna das Pallium zu
überbringen, so Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 183.
Rainer (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Rainerium in episcopum Tuscanum (Toscanella).
Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 184, identifiziert Tuscanum mit Viterbo.
Raynerius (subdiaconus noster)
2. Januar 1212: Innozenz III. beauftragt Rainer als Auditoren in den Aus-
einandersetzungen um die Rechtsstellung der ecclesiae Pacilianensis (Pacina
bei Castelnuovo, Pr. Siena?) XIV/137, PL, CCXVI (1891), col. 500D.
Richardus de Crero (subdiaconus noster)
Zweite Hälfte August 1212: Die Stiftungsurkunde einer Kanoniker-
gemeinschaft in Amalfi unterschreiben nach dem Kardinalpresbyter Petrus
von S. Marcello auch Riccardus de Crero domini pape subdiaconus, Camera,
Memorie storico-diplomatiche, p. XVIf.
Der vierte Kreuzzug 109

Roland, Magister (subdiaconus et capellanus noster)


3. Juni (1205): Roland hatte in seiner Eigenschaft als Rektor in der
Massa Trabaria und als päpstlicher Legat ein Urteil das Domkapitel von
Perugia betreffend gefällt, das Innozenz III. teilweise aufhebt, Reg. Inn. III.,
VIII, n. 81. 9. Januar 1206: Zu diesem Zeitpunktwar Roland offenbar Elekt
von Città di Castello, wie sich einer von ihm ausgestellten und nur noch
abschriftlich überlieferten Urkunde entnehmen lässt, in der er als Ego Ronal-
dus Dei gratia sancte ecclesie Castellane electus episcopus et sancte Romane eccle-
sie subdiaconus et capellanus rectorque Massanus et Perusine Aretine Castellane
Eugubine Montisferetane Calliensis Urbinatis et Arminensis aliarumque
plurimum diocesum domini pape legatus ... erscheint, Giovanni Maghe-
rini-Graziani, Storia di Città di Castello, 3 voll., Città di Castello, Tipo-
grafia S. Lapi, 1890-1912, II (1910), p. 36. 26. November 1206: Roland,
der zugleich apostolischer Legat und Rektor der Massa Trabaria ist, berichtet
Innozenz III. brieflich über die Wahl des Diakons Rainald zum Bischof von
Gubbio, daraufhin kassiert Innozenz III. die Wahl Rainalds, Reg. Inn. III.,
IX, n. 184. 22. April 1214: Vermutlich handelt es sich auch bei dem in Reg.
Imp. V n. 6166 genannten R., Subdiakon und Kaplan Innozenz’ III., der als
Rektor der Massa Trabaria fungiert, um Roland, so bereits Zimmermann,
Die päpstliche Legation in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 62.
S. (subdiaconus et capellanus noster)
16. November 1210: Nachdem Innozenz III. den Prior von S. Frediano
in Lucca sowie den Magister Zenobius, der Kanoniker an S. Frediano ist,
mit der Untersuchung eines Streites um die Kirche S. Genesii de Beollio
beauftragt hatte, der päpstliche Kaplan Alatrinus als Auditor mit der Sache
betraut war und auch der päpstliche Kaplan G. in den Streit eingegriffen
hatte, wurde der päpstliche Subdiakon und Kaplan S. als Auditor mit der
Angelegenheit betraut, bevor sie schließlich an den Kaplan Rainald gelangt,
XIII/178, PL, CCXVI (1891), col. 348B.
Saxo/Sasso (capellanus)
The Gesta Innocentii III, p. 352: Nam de capellanis suis hos promovit ad
dignitates: ... Saxonem in episcopum Apruntium (Teramo).
Sasso ist ab dem Februar 1207 als Bischof von Teramo nachzuweisen und
starb am 4. Februar 1214, über seine Tätigkeit als Kaplan ist nichts bekannt,
cfr. Kamp, Kirche und Monarchie, I, p. 52 seq.
Sebastianus (subdiaconus et notarius noster)
26. August 1208: Die Übergabe der Kirche S. Auxentii zum Bau eines
Hospitals der cruciferi an den Kardinalbischof Hugolino von Ostia erfolgt
110 Jochen Johrendt

in Gegenwart dominorum Sebastiani, domini pape subdiaconi et notarii ...,


Raffaele Ambrosi de Magistris, Il viaggio d’Innocenzo III nel Lazio e
il primo ospedale in Anagni, in «Studi e documenti di storia e diritto», XIX
(1898), pp. 365-378, p. 374.
Silvester (acolitus et capellanus noster)
25. Juli 1208: Innozenz  III. wendet sich an den Bischof Gentilis von
Aversa und beauftragt ihn, die nächste frei werdende Pfründe dilecto filio S.
acolytho nostro zu übertragen, Reg. Inn. III., IX, n. 131. Januar 1216: Inno-
zenz III. beauftragt das Kapitel von Aversa Silvestrum acolitum et capellanum
pape in seine Pfründe in Aversa einzuweisen und ihm den Genuss der Pfründe
zu gewähren, zu erschließen aus den Rubriken es Registers für das 18. und
19. Ponrifikatsjahre Edition bei Monumenta vetera Slavorum meridionalium
historiam illustrantia maximam partem nondum edita ex tabulariis Vaticanis
deprompta, collecta ac serie chronologica disposita ab Augustinus Theiner, 2 voll.,
Roma, Otto Zeller, 1863-1875, I (1863) (repr. Osnabrück 1968), p. 64 n. 37.
Stephan, Magister (subdiaconus et capellanus noster)
2. November 1202: Innozenz III. beauftragt den Subdiakon und Notar
Stephan zusammen mit dem Bischof Heinrich von Saintes und dem Abt
Robert von La Couronne, die angebliche Epilepsie des postulierten Bischofs
Bernhard von Lectoure zu untersuchen, Reg. Inn. III., V/1, n. 95. 25. Januar
1203: Stephan hatte an Innozenz  III. offenbar berichtet, dass in Saintes
immer noch eine Pfründe unbesetzt war, die nun dem Magister Noctantius
Natalis übertragen werden soll, Reg. Inn. III., V/1, n. 145. 20. April 1213:
Stephan erscheint im Testament der Königin Maria von Aragon als Zeuge,
presentia ... domini Stephani camerarii capellani, Teulet, Layettes du trésor
de chartes, I, p. 390 seq. n. 1044.
Vielleicht handelt es sich bei dem Magister Stephan um den späteren päpst-
lichen Kämmerer, so die Vermutung von Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 176
nt. 181 u. p. 196. Nach dem Kommentar der Registereditoren zu Reg. Inn. III.,
V/1, n. 95 p. 193 nt. 10 war Stephan zudem Domkantor von Bourges.
Symon (subdiaconus noster)
8. Januar (1199): Innozenz  III. entsendet Symon zusammen mit dem
päpstlichen Kaplan Johannes als Legaten zu König Vukan von Dalmatien
und Dioklitien, Reg. Inn. III., I/1, n. 525. (8. Januar 1199): Innozenz III.
verlangt von König Vukan und anderen weltlichen Großen die Befolgung
der Anordnung der beiden Legaten Johannes und Symon, die offenbar auch
das Pallium für den Erzbischof Johannes von Antivari überbringen sollen,
Reg. Inn. III., I/1, n. 526. 26. Januar (1199): Innozenz III. beauftragt Johan-
Der vierte Kreuzzug 111

nes und Symeon damit, die Rechtmäßigkeit der Metropolitanrechte von


Antivari zu überprüfen und bei einem positiven Ergebnis dem Erzbischof
Johannes das Pallium zu überreichen, Reg. Inn. III., I/1, 533. 5. Dezem-
ber (1200): Innozenz III. wendet sich an den Erzbischof von Antivari und
berichtet ihm über die weitere Legation des Johnnes sowie des Subdiakon
Simon, III/37, PL, CCXIV (1890), col. 919B.
Zur Legation des Symon cfr. auch Zimmermann, Die päpstliche Lega-
tion in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 52.
T. (subdiaconus et capellanus noster)
21. April (1204): Der päpstliche Kaplan T. hatte von Innozenz III. den
Auftrag erhalten, über die Errichtung eines Metropolitansitzes in Böhmen
Untersuchungen anzustrengen. Nun fordert er König Otakar Premysl dazu
auf, diesen Kaplan sicher zum Erzbischof Siegfried von Mainz zu geleiten,
Reg. Inn. III., VII, n. 53.
Zu dieser Legation cfr. Zimmermann, Die päpstliche Legation in der ers-
ten Hälfte des 13. Jahrhunderts, p. 57.
Tisonus Taruisino (Tiso da Vidor?) (subdiaconus noster)
24. Juni (1204): Innozenz  III. beauftragt Tisonus zusammen mit dem
päpstlichen Kaplan Bongiovanni und Donisius mit der Exekution der Provi-
sion für den päpstlichen Kaplan Nikolaus in Vicenza, Reg. Inn. III., VII, n. 98.
Tisonus stieg 1209 zum Bischof von Treviso auf, cfr. den Kommentar der
Registereditoren zu Reg. Inn. III., VII, n. 98 p. 159 nt. 12.
Thomas von Capua/Thomas de Ebulo (subdiaconus et notarius sancte
Romane ecclesie)
4. Juni 1215: Er datiert eine Urkunde Innozenz’ III. als sancte Romane
ecclesie subdiaconus et notarius, cfr. den Nachweis bei Maleczek, Papst und
Kardinalskolleg, p. 202.
Thomas von Capua war unter Innozenz  III. Kanzler geworden. Elze
schlussfolgert aus der engen Verschränkung von Kanzlei und Kapelle, dass
auch Thomas vor seiner Erhebung zum Kanzler Kaplan gewesen sein muss,
doch gibt es keine klaren Belege für seine Mitgliedschaft in der Kapelle, cfr.
Elze, Die päpstliche Kapelle, p. 179. Zu ihm cfr. Maleczek, Papst und Kar-
dinalskolleg, pp.  201-203; Maleczek, Zwischen lokaler Verankerung und
universalem Horizont, p. 163 seq. n. 30.
Thomas Morosini (subdiaconus noster)
21. Januar (1205): Innozenz III. erklärt die Wahl des Thomas Morosini
zum lateinischen Patriarchen von Konstantinopel für unkanonisch und erhebt
ihn durch päpstliche Weisung zum Patriarchen, Reg. Inn. III., VII, n. 203.
112 Jochen Johrendt

Zu ihm cfr. Leo Santifaller, Beiträge zur Geschichte des Lateinischen


Patriarchats von Konstantinopel, pp. 25-28; zur Wahl des Thomas Morosini
vg. jetzt Murauer, Papst Innozenz III. und die Wahl, pp. 179-195.
Tullius (subdiaconus et capellanus noster)
23. Mai (1203): Innozenz  III. bestellte T(ullius) zum Auditor in der
Auseinandersetzung um die Kirche S. Andrea de Seuitio, Reg. Inn. III., VI,
n. 78. 5. Dezember 1206: Tullius wurde von Innozenz III. zum Auditor im
Prozess zwischen den Kanonikern von S. Paterniano und der Kirche von S.
Cristina in der Valtopina eingesetzt, Reg. Inn. III., IX, n. 200. 10. Januar
1208: Tullius war von Innozenz III. als Auditor im Falle des Priesters H.,
dem Ehebruch vorgeworfen worden war, eingesetzt worden, Reg. Inn. III.,
X, n. 188. 6. August 1208: Er wurde von Innozenz III. zum Auditor in den
Auseinandersetzungen zwischen dem Magister Wilhelm und dem Kapitel
von Saint-Martin in Tours eingesetzt, Reg. Inn. III., XI, n. 124. Vor 25.
April 1209: Tullius war von Innozenz III. zum Auditor im Streit zwischen
Bertarino de Fictiliario und Bischof Oppizone von Tortona eingesetzt wor-
den, Maria Pia Alberzoni, Giacomo di Rondineto: contributo per una
biografia, in Sulle tracce degli Umiliati, edd. Maria Pia Alberzoni, Annamaria
Ambrosioni, Alfredo Lucioni, Milano, Vita e Pensiero, 1997 (Bibliotheca
erudita, 13), pp.  117-162: p.  161 seq. Nr 5. 20. Juni 1209: Tullius war
Auditor im Streit zwischen Nikolaus von S. Severina auf der einen Seite und
Thomas von S. Nicola und Martin von S. Maria auf der anderen Seite,
XII/54, PL, CCXVI (1891), col. 60D.
Zu Tullius siehe auch Alberzoni, Giacomo di Rondineto, p. 145.
Ventura (subdiaconus noster)
8. April 1213: Innozenz  III. wendet sich an den Elekten von Reggio
Emilia, den Prior von S. Gregorio in Bradia (Diöz. Verona) und Ventura, sei-
nen Subdiakon und Kanoniker in Verona, damit diese im Kloster de Vagan-­­­­
ditia eine durchgreifende Reform durchführen, XVI/16, PL, CCXVI (1891),
col. 801A. Er ist vermutlich identisch mit: 10. April 1213: Der Thesaurar
der Kirche von Verona und päpstliche Subdiakon  V. hatten einst zusam-
men mit dem Magister Maximus (auch päpstlicher Subdiakon) eine Klage-
schrift gegen den Bischof von Treviso an Innozenz  III. gebracht, XVI/19,
PL, CCXVI (1891), col. 805A. 25. September 1213: Innozenz III. richtet
sich an den Prior und den Konvent von Camalduli und berichtet, dass er
Nikolaus, den Bischof von Reggio Emilia, den Prior von S. Giorgio und Ven-
tura, den päpstlichen Subdiakon und Kanoniker in Verona, damit beauftragt
hatte, im Konvent in Camaldoli E. als Abt zu entfernen und einen neuen Abt
einzusetzen, XVI/113, PL, CCXVI (1891), col. 908B.
Der vierte Kreuzzug 113

Vitalis, Magister (subdiaconus noster)


1. Februar 1212: Innozenz III. wendet sich an den Abt von S. Salvatore
de Breda (Diöz. Girona), seinen Subdiakon Magister Vitalis sowie den Magis-
ter Arnaldus, beide Kanoniker in Lérida und beauftragt sie mit Maßnahmen
für das Kloster S. Cucufatis, Reg. XIV/152, PL, CCXVI (1891), col. 514B.
Vitellus (subdiaconus noster)
(Ca. 10.-15. Juli 1203): Innozenz III. überträgt Vitellus einen Prozess zwi-
schen N. und I. um die Kirche von S. Maria in Nemi, Reg. Inn. III., VI, n. 117.
Vitellus war zudem Kastellan von Lariano in den Albanerbergen.
Walpert (subdiaconus noster)
3. April (1199): Walpert war zusammen mit einem Kanoniker von Tre-
viso in Rom erschienen um in der Sache des päpstlichen Kaplans B. zu ver-
mitteln, Reg. Inn. III., II/1, n. 26.
Der am 18. März 1236 verstorbene Walpert ist Domdekan in Treviso, cfr.
den Kommentar der Registereditoren zu Reg. Inn. III., II/1, n. 26 p. 36 nt. 6.
Wilhelm, Magister (subdiaconus noster)
18. April 1206: W. war von Symon, dem Archidiakon von Toul zum Proku-
rator an der Kurie in einem Prozess gegen den Domdekan von Toul eingesetzt
worden. Symon hatte W. daraufhin an die Kurie geschickt, und diesen zusam-
men mit dem Presbyter T. zum Prokurator ernannt, diesen jedoch später die
Vollmacht wieder entzogen, Reg. Inn. III., IX, n. 51. 1. Februar 1207: Inno-
zenz III. erwähnt in seinem Schreiben, dass Wilhelm ihm in der causa Symon
von Toul berichtet hatte (nostris auribus intimassent …), Reg. Inn. III., IX, n. 258.
Wilhelm Alboini (subdiaconus noster)
18. Juni (1203): Wilhelm wird von Innozenz  III. mit der Exekution
eines Mandates zugunsten des Subdiakons A. Taines betraut, Reg. Inn. III.,
VI, n. 95. (Ca. 30. Juli 1204): Er fungierte offenbar in einem Prozess als
Auditor, Reg. Inn. III., VII, n. 120.
Wilhelm Alboini war Domkanoniker in Limoges, cfr. den Kommentar
der Registereditoren zu Reg. Inn. III., VI, n. 95 p. 193 nt. 8.
Wilhelm Balbo (subdiaconus noster)
26. August (1198): Er wird für den Fall der verweigerten Kollatur einer
päpstlichen Provision für den päpstlichen Kaplan Bongiovanni in Ivrea mit
der Exekution der Provision beauftragt, Reg. Inn. III., I/1, n. 339.
Wilhelm Balbo war Kanoniker und seit 1201 dann Archipresbyter des
Domkapitels, cfr. den Kommentar der Registereditoren zu Reg. Inn. III.,
I/1, n. 339 p. 509 nt. 5.
114 Jochen Johrendt

Wilhelm Rofio (subdiaconus noster)


19. Dezember (1198): Innozenz III. providiert Wilhelm, einen Familia-
ren des Kardinaldiakons Centius Savelli von S. Lucia in Orthea (clerico diletci
filii nostri Centii) und der in der Zeit Cölestins III. auch in der päpstlichen
Kammer gearbeitet hatte (in camera nostra diutius laudabiliter deservivit)
mit einem Kanonikat in Saintes, Reg. Inn. III., I/1; n. 477. 25. Januar 1203:
Erinnert in einem Schreiben an das Domkapitel daran, dass Wilhelm Rofio
einst von Cölestin III. eine Provision für Saintes erhalten hatte, Reg. Inn. III.,
V/1, n. 145.
Zenobius, Magister (subdiaconus noster)
16. November 1210: Innozenz III. beauftragt den Prior von S. Frediano
in Lucca sowie den Magister Zenobius, der Kanoniker an S. Frediano ist,
mit der Untersuchung eines Streites um die Kirche S. Genesii de Beollio,
XIII/178, PL, CCXVI (1891), col. 347B.
? (subdiaconus noster)
26. Mai 1212: Innozenz  III. gibt das Schreiben einer Provision in die
Hände mehrerer Personen, darunter auch eines päpstlichen Subdiakons, der
jedoch namentlich nicht genannt wird, XV/97, PL, CCXVI (1891), col.
610C.
Gioacchino da Fiore predicatore
della crociata

Marco Rainini

I
l 30 agosto 1198 la cancelleria di Innocenzo III emanava un documento
con il quale il vescovo di Lydda veniva incaricato di andare ‘per Siciliam
ad proponendum verbum Domini pro liberatione illius terre, in qua ste-
terunt pedes eius’.1 Il vescovo si sarebbe aggiunto a una serie di ecclesiastici,
che vi vengono elencati: fra di essi – al terzo posto, dopo l’arcivescovo di
Trani e il vescovo di Conversano, e prima del priore di Sant’Andrea de Bene-
vento citra Farum, del vescovo di Siracusa e dell’abate della Sambucina – si
trova anche l’abate di Fiore.2 Con un successivo documento, di due giorni
successivo (1 settembre 1198), il papa concedeva agli stessi incaricati la
facoltà di assolvere dalla scomunica, ‘nostra auctoritate’, coloro che ne erano
stati colpiti per aver aggredito un ecclesiastico, a condizione che prendessero
parte alla spedizione in Terrasanta.3 Anche questa volta tra i destinatari tro-

1
 Il documento è edito in Reg. Inn. III., I/1, n. 343, pp. 512-514.
2
  ‘Cum te credamus, immo teneamus pro certo, pro subventione terre nativitatis Dominice
fideliter hactenus laborasse ac certum nobis existat, quod adhuc super eodem laborare
diligenter intendas, sollicitudinem tuam venerabilibus fratribus nostris .. Tranensi
archiepiscopo, .. episcopo Cupersanensi et dilectis filiis .. abbati de Floribus, .. priori Sancti
Andree de Benevento citra Farum, venerabili vero fratri nostro .. Siracusano episcopo et
dilecto filio .. abbati de Sambucino per Siciliam ad proponendum verbum Domini pro
liberatione illius terre, in qua steterunt pedes eius et ubi Deus, rex noster, ante secula nostram
dignatus est operari salutem, venerabilibus fratribus nostris archiepiscopis, episcopis, et
dilectis filiis comitibus, baronibus, consulibus civitatum et populis per totum regnum Sicilie
constitutis immo ipsi etiam karissime in Christo filie nostre .. illustri imperatrici duximus
adiungendam, ut tanto libentius verbum vestrum recipiatur ab omnibus, quanto propositum
fuerit cum maioris devotionis affectu; et exilium tuum terre sancte detentionem et paganorum
barbariem, qui nec etati nec ordini detulerunt, mentibus omnium representando impressius
sigillabit’ (Reg. Inn. III., I/1, n. 343, pp. 512-514).
3
  ‘Eapropter, venerabilis in Christo frater, auctoritate tibi presentium indulgemus, ut eos,
qui terram sanctam in huius necessitatis articulo personaliter visitabunt, si ob manus iniectas
in clericum vinculo sint excommunicationis astricti, nostra fretus auctoritate absolvas’ (Reg.
Inn. III., I/1, n. 344, p. 514).

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 115-138
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103487
116 Marco Rainini

viamo l’abate di Fiore – l’unico tra gli ecclesiastici incaricati dal documento
precedente a non essere elencato tra coloro a cui era destinata questa ulteriore
lettera è l’abate della Sambucina.4
I documenti in questione testimoniano dunque la volontà, da parte delle
curia romana, di coinvolgere Gioacchino da Fiore nella predicazione della
crociata – per altro, si tratta delle prime testimonianze di rapporti tra la curia
di Innocenzo III e l’abate calabrese.5 I motivi per una partecipazione di Gioac-
chino all’impresa non mancavano. La storiografia degli ultimi due decenni
ha potuto verificare e sviluppare le osservazioni proposte a suo tempo già da
Herbert Grundmann, e in controtendenza rispetto all’immagine tracciata
per esempio da Enrico Buonaiuti, e ha evidenziato come l’abate calabrese
sia rimasto in realtà a stretto contatto con le gerarchie, e in particolare con
la sede apostolica, negli anni del suo abbaziato, prima a Corazzo e poi a San
Giovanni in Fiore.6

4
 Si tratta, per altro, di Luca, già monaco di Casamari e futuro arcivescovo di Cosenza, le
cui strette relazioni con Gioacchino sono bene note: il testo delle sue Memorie è fra l’altro –
con una Vita di un autore anonimo – la fonte più importante per la biografia di Gioacchino
da Fiore: un’edizione dei due testi di può consultare in Herbert Grundmann, Zur
Biographie Joachims von Fiore und Rainers von Ponza, in «Deutsches Archiv für Erforschung
des Mittelalters», XVI (1960), pp.  437-546, in partic. pp.  528-544 (ristampato in Id.,
Ausgewählte Aufsätze, 3 voll., Stuttgart, Hiersemann, 1973-1978 (Monumenta Germaniae
Historica. Schriften, 25), II (1977), pp.  255-360, e ora nella trad. it.: Id., Per la biografia
di Gioacchino da Fiore e di Raniero da Ponza, in Id., Gioacchino da Fiore. Vita e opere, ed.
Gian Luca Potestà, Roma, Viella, 1997 (Opere di Gioacchino da Fiore: testi e strumenti, 8),
pp. 101-202, in partic. pp. 183-197).
5
  È possibile che questi non siano gli unici due documenti che lo stesso abate di Fiore ricevette
a proposito della predicazione della crociata, tra la tarda estate del 1198 e la primavera
dell’anno successivo: il già citato documento al vescovo di Lydda del 30 agosto 1198 notifica
al presule che potrà avere ulteriori informazioni sull’organizzazione della spedizione ‘ex
forma litterarum communium’ che verranno inviate – o verrà inviata; la forma latina litterae
è evidentemente ambigua – ‘tibi et predictis sociis tuis’, cioè agli ecclesiastici incaricati della
predicazione, indicati più sopra (cfr. Reg. Inn. III., I/1, n. 343, pp. 512-514). Riguardo alle
relazioni fra Gioacchino e Innocenzo III, oltre agli studi indicati infra, nt. 29, si veda Gian
Luca Potestà, Il tempo dell’Apocalisse. Vita di Gioacchino da Fiore, Roma, Laterza, 2004
(Collezione Storica), pp. 360-364.
6
 Sulle diverse prospettive di Grundmann e Buonaiuti rinvio a Gian Luca Potestà,
Herbert Grundmann storico di Gioacchino da Fiore, in Grundmann, Gioacchino da Fiore,
pp. VII-XXXIII. Più in generale, per una ricca e documentata ricostruzione della figura
di Gioacchino si veda il già citato volume dello stesso Gian Luca Potestà, Il tempo
dell’Apocalisse; inoltre, soprattutto per le relazioni dell’abate con le istituzione ecclesiastiche e
secolari relativamente alla sua nuova fondazione monastica, si veda Valeria De Fraja, Oltre
Gioacchino da Fiore predicatore 117

Si aggiunga che le speculazioni storico-teologiche dell’abate calabrese, e


in particolare quelle relative alla figura dell’Anticristo – o meglio, dei diversi
anticristi che il suo sistema individuava –, assumevano l’Islam, a partire da
Maometto, come grandezza significativa. Va qui sottolineato che non si
trattava di una novità assoluta, nel panorama della produzione profetica e
teologica del cristianesimo occidentale: mi sembra tuttavia che i precedenti
– dal punto di vista della diffusione e della risonanza – non abbiano goduto
dell’attenzione che invece le idee dell’abate di Fiore suscitarono già fra i
contemporanei.7
In particolare, nel suo sistema di concordia fra Antico e Nuovo Testa-
mento Gioacchino individua una doppia serie di persecuzioni, fra loro cor-
rispondenti, le prime ai danni del popolo di Israele fino alla venuta di Cristo,
le altre ai danni della Chiesa, dagli Apostoli fino alla Parusia.8 Fra queste

Cîteaux. Gioacchino da Fiore e l’Ordine florense, Roma, Viella, 2006 (Opere di Gioacchino da
Fiore: testi e strumenti, 19).
7
  Jean Flori, L’Islam et la fin des temps. L’interpretation prophétique des invasions musulmanes
dans la chrétienté médiévale, Paris, Seuil, 2007 (L’Univers historique), in partic. pp.  160-
164, riguardo ad Alvaro di Cordova (alla metà del IX secolo); cfr. Christian Jostmann,
Sibilla Erithea Babilonica. Papsttum und Prophetie im 13. Jahrhundert, Hannover, Hahn,
2006 (Monumenta Germaniae Historica. Schriften, 54), p.  250, che in proposito avvicina
anche la Summa totius haeresis Saracenorum di Pietro il Venerabile, abate di Cluny (†1156),
e – interessante anche oltre il caso di Saladino, indicato nel titolo – Dirk Jäckel, Saladin
und Antichrist. Das andere Bild vom Ayyubidensultan im 12. Jahrhundert, in Antichrist.
Konstruktionen von Feindbildern, edd. Wolfram Brandes, Felicitas Schmieder, Berlin,
Akademie, 2010. Più in generale, si veda anche il classico Richard William Southern,
Western Views of the Islam in the Middle Ages, Cambridge (Mass.), Harvard University Press,
1962. Su Gioacchino e l'Islam si veda ora Michelina Di Cesare, Gioacchino orientalista. Il
primo secolo di storia islamica nelle opere di Gioacchino da Fiore e le sue fonti, "Annali di scienze
religiose", 5 (2012), pp. 13-41.
8
 Sulle doppie linee di persecuzione mi permetto di rinviare a Marco Rainini, Disegni
dei tempi. Il ‘Liber Figurarum’ e la teologia figurativa di Gioacchino da Fiore, Roma, Viella,
2006 (Opere di Gioacchino da Fiore: testi e strumenti, 18), pp.  85-144; più in generale,
per un’introduzione al sistema della ‘concordia’ si vedano il classico studio di Henry
Mottu, La manifestazione dello Spirito secondo Gioacchino da Fiore. Ermeneutica e teologia
della storia secondo il ‘Trattato sui quattro Vangeli’, Torino, Marietti, 1983 (Dabar. Saggi
teologici, 6), pp.  88-110 (edizione originale: La manifestation de l’Esprit selon Joachim de
Fiore, Neuchâtel-Paris, Delachaux et Niestlé, 1977), e Potestà, Il tempo dell’Apocalisse,
pp. 128-156. Sulla valenza politica di questa riflessione si veda lo studio dello stesso Gian
Luca Potestà, Apocalittica e politica in Gioacchino da Fiore, in Endzeiten: Eschatologie in
den monotheistischen Weltreligionen, edd. Wolfram Brandes, Felicitas Schmieder, Berlin - New
York, Walter de Gruyter, 2008 (Millenium-Studien. Studien zu Kultur und Geschichte des
ersten Jahrtausends n. Chr., 16), pp. 231-248.
118 Marco Rainini

persecuzioni, che per il tempo successivo all’Incarnazione vengono associate


alle sette teste del drago descritto in Apoc 12, in genere la sesta è indicata
come quella ad opera di ‘Saladinus’.9 La resa per immagini del tema del drago
apocalittico, realizzata da Gioacchino secondo la modalità diagrammatico-
simbolico per lui consueta, evidenzia inoltre una doppia tradizione.10 Da un
lato, troviamo figurae che evidenziano la preoccupazione per il confronto
fra la chiesa romana e l’imperatore tedesco: in questa versione, per altro, è
attestata l’imbarazzante identificazione fra una delle teste del drago e il santo
imperatore Enrico (indicato come ‘primus’, con riferimento alla successione
imperiale, a fronte della più consueta indicazione che lo vede come secondo
con quel nome come re tedesco).11 In questo caso, lo schema originario,

9
 Cfr. ad esempio: ‘Sextum caput draconis ille est, de quo dicitur in Daniele: Alius rex surget
post eos, et ipse potentior erit prioribus, quamvis initium sexti capitis a rege isto Turchorum
Saladino nomine sumptum putem, qui nuper calcare cepit sanctam civitatem, quique
peccatis nostris exigentibus in cervicibus Christianorum supra quam putavimus crassatus
est’ (Ioachim abbas florensis, Liber introductorius, in Id. Expositio in Apocalypsim,
Frankfurt am Main, Minerva, 1964 [Venezia, Franciscus Bindoni, Mapheus Pasini, 1527],
ff. 2v-26v: 10ra).
10
 Per quanto segue, oltre al già citato Rainini, Disegni dei tempi, pp.  113-123, si
veda Alexander Patschovsky, Der heilige Kaiser Heinrich ‘der Erste’ als Haupt des
apokalyptischen Drachens: Über das Bild des römisch-deutschen Reiches in der Tradition
Joachims von Fiore, in «Florensia», XII (1998), pp. 19-52 (= The Holy Emperor Henry ‘the
First’ as One of the Dragon’s Heads of Apocalypse: On the Image of the Roman Empire in the
Tradition of Joachim of Fiore, in «Viator», XXIX (1998), pp. 291-322).
11
 Cfr. figure 1 e 2. L’indicazione ad un ‘Henricus primus’ imperatore è inequivocabile, e
attestata univocamente, nelle diverse opere e – per quanto abbia potuto constatare dagli
apparati critici, oltre che dalle mie ricognizioni – nei diversi manoscritti: ‘Sane circa finem
surrexit rex alius in Babilone, per quem humiliata est ualde superbia Iherusalem; secundum
quod et nunc a diebus Henrici primi, imperatoris Alamannorum, quibusdam intricatis
questionibus angustatur ecclesia’ (Ioachim abbas florensis, Liber de Concordia Novi
ac Veteris Testamenti, ed. Emmett Randolph Daniel, in «Transactions of the American
Philosophical Society», nuova ser. LXXIII (1983), fasc. 8, sect. III, 2, 5, p.  301); ‘Ita in
tempore ecclesie quinto, et maxime a diebus Henrici primi imperatoris Alamanorum,
mundani principes qui christiani dicuntur et qui primo videbantur venerari clerum, deterius
pre gentibus que ignorant Deum auferre quesierunt libertatem ecclesie et quantum ad eos
pertinet abstulisse noscuntur’ (Ioachim abbas Florensis, Liber introductorius, f. 7vb);
‘Dicitur ab angelo: Quinque ceciderunt et unus est, nisi ut aperte intelligatur quod post
Herodem, qui primo tempore persecutus est Christum, post Neronem, qui pertinentem
ad secundum tempus inchoavit persecutionem paganorum, post Constantium Arrianum,
qui tertio tempore inchoavit persecutionem Arrianorum, post Moameth sive eum qui
prius regnavit in secta eius, a quo quarto tempore inchoata est persecutio Saracenorum,
post Henricum primum imperatorem Alamannorum, qui cepit quinto tempore infestare et
Gioacchino da Fiore predicatore 119

da far risalire allo stesso abate di Fiore, venne successivamente rielaborata,


verso la metà del XIII secolo, al fine di legittimare una lettura della figura di
Federico II come il grande Anticristo (figure 1 e 2).12 D’altro canto, però, la
versione della figura del drago riportata dai manoscritti del cosiddetto Liber
Figurarum, attribuibile immediatamente all’abate calabrese, mostra una
notevole attenzione alla minaccia islamica, alla quale, oltre alla sesta testa di
Saladino, vengono ricondotte anche la quarta (Maometto) e la quinta testa
(‘Mesemot’, a indicare un non meglio precisato capo degli Arabi di Maurita-
nia e della Penisola Iberica; cfr. figura 3). Anche nel lungo testo che accom-
pagna la figura del drago emerge la convinzione di trovarsi nel tempo della
sesta persecuzione, e cioè – come si ricava dalla didascalia sulla sesta testa
– di quella ad opera di Saladino.13 Non è l’ultima: la settima testa del drago,
il grande Anticristo, sarà un eretico, ad Occidente; e tuttavia la sesta testa si
trova sullo stesso collo della successiva, perché le due persecuzioni saranno

impugnare libertatem ecclesie, iste unus sextus, cui subiecti erunt illi decem reges quorum
supra fecimus mentionem, succedet sexto loco et tempore, peracturus generalem illam
tribulationem in qua soli illi evasuri sunt quos suscipiet archa’ (Ioachim abbas Florensis,
Sermones, ed. Valeria De Fraja, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 2004 (Fonti
per la storia dell’Italia medievale. Antiquitates, 18), p. 59 (sect. I.3)). D’altro canto, è tuttavia
degno di nota che nelle figure degli alberi ascendenti e discendenti del ‘libro delle Figure’
il quinto sigillo, in corrispondenza del quale Gioacchino pone la persecuzione della ‘nuova
Babilonia’ degli imperatori tedeschi, sia posto all’altezza dell’indicazione a Gregorio VII –
ciò che farebbe pensare piuttosto a Enrico IV, il cui figlio, Enrico V, è per altro esplicitamente
ricordato nel testo di queste stesse figurae: Oxford, Corpus Christi College, 255A, ff. 6v e
15r; cfr. l’edizione, Il libro delle figure dell’abate Gioacchino da Fiore, edd. Leone Tondelli,
Marjorie Reeves, Beatrice Hirsch-Reich, 2 voll., Torino, SEI, 1953², II, tavv. IV e X . Riguardo
al problema dell’impero tedesco come ‘nuova Babilonia’ si veda Herbert Grundmann,
Kirchenfreiheit und Kaisermacht um 1190 in der Sicht Joachims von Fiore, in «Deutsches
Archiv für Erforschung des Mittelalters», XIX (1963), pp.  353-396 (ristampato in Id.,
Ausgewählte Aufsätze, II, pp.  361-402; trad. it.: Id., Libertà della Chiesa e potere imperiale
intorno al 1190 nella visione di Gioacchino da Fiore, in Id., Gioacchino da Fiore, pp. 203-242).
12
 Nelle figure 1 e 2 vengono riportate due versioni, nelle quali è evidente il diverso peso
assunto dalla figura di Federico II in questo scenario apocalittico: nella figura 1, realizzata con
ogni probabilità all’interno dei circoli gioachimiti nell’orbita dei frati Minori, la settima testa,
identificata con l’imperatore svevo, assume dimensioni enormi, rispetto alle altre; ciò che non
avviene nella versione dell’altro manoscritto, riportato in figura 2 e databile dopo il 1250,
che pur mantenendo l’identificazione, sposta l’attesa su un ulteriore successore, come si può
evincere dal testo scritto della tavola: cfr. Rainini, Disegni dei tempi, p. 116.
13
  ‘Siquidem ut sub sexto signaculo percussa est vetus Babilon, it et sub VIa apertione que
nunc est percutietur nova’ (Il libro delle figure, II, tab. XIV); cfr. anche il testo alla nt. 15.
120 Marco Rainini

quasi contemporanee (figura 3 e 4).14 Inoltre, come precisa ancora il testo


scritto, rielaborando il dettato dell’Apocalisse (13,12-14) la sesta testa verrà
sconfitta una prima volta, ma la sua piaga sarà curata, e riprenderà vigore, per
perseguitare ancora la Chiesa.15
Tutto questo non rimase nelle pergamene dell’abate, nell’armarium
silano di Fiore, ma cominciò fin da subito a circolare; in particolare, le dot-
trine di Gioacchino ebbero udienza presso le personalità che dirigevano il

14
 Cfr. quanto Gioacchino afferma nella Expositio vite et regule beati Benedicti e nei Capitula
de velamine Moysi: ‘Quod ait Iohannes de capite bestie: Vidi unum de capitibus bestie <…>,
in regno isto Sarracenorum orientalium complendum est, sive factum sit, ut iam dixi, sive
adhuc forsitan faciendum. Quocumque autem modo id fiat: in ipso capite aut modo est
aut in proximo erit rex ille undecimus, qui putabit quod possit mutare tempora et leges, et
tradentur in manu eius per tempus, et tempora, et dimidium temporis. Primo autem percutiet
Babilonem, hoc est populum christianum versum in Babilonem, et ita faciet prelium adversus
sanctos; et de primo quidem exultabit Ecclesia, de secundo lugebit. […] Ex utroque vero aperte
colligitur, quod rex ille undecimus sit vicarius draconis, et quod illo divinitus interfecto draco
retrudatur in abysso et regnum detur sanctis Excelsi. In Apocalipsi autem habetur amplius,
quod cum bestia erit pseudopropheta – hoc est secta paterinorum – et reges terre, videlicet,
omnium paganorum. […] Et fortassis ille Orientalis erit quasi pater, eo quod draco ipse habitet
in eo, iste autem, quasi filius draconis, eo quod se nominet ‘filium Dei’, ut quomodo Deus
Pater operatus est in Oriente, Filius vero eius in Occidente – hoc est ille proprie in populo
Ebreorum, ille proprie in populo romano, licet in utroque uterque –, ita draco per seipsum,
ingressus cornu illud undecimum, persequatur orientalem plagam, et mox subsequatur
‘filius’ eius, operans opera patris eius in Occidente in signis et prodigiis, et principetur ipse in
pseudoprohetis quomodo draco in bestia’ (Ioachim de Flore, Tractatus in expositionem vite
et regule beati Benedicti. Cum appendice fragmenti (I) de duobus prophetis in novissimis diebus
praedicaturis, ed. Alexander Patschovsky, Roma, Istituto Storico italiano per il Medioevo,
2008 (Fonti per la storia dell’Italia medievale. Antiquitates, 29), sect. III, 6, pp. 264-269, ‘Iste
unus sextus, cui subiecti erunt illi decem reges quorum supra fecimus mentionem, succedet
sexto loco et tempore, peracturus generalem illam tribulationem in qua soli illi evasuri sunt
quos suscipiet archa, soli de quibus dicit Petrus: Novit Deus pios de temptatione eripere.
Quod autem subiunctum est: Et unus nondum venit, subauditur septimus, ad exordium sexte
tribulationis referendum est. Arbitror enim septimum istum regem contemporaneum aut fere
contemporaneum sexto, respicere autem in concordia pessimum illum Aman, qui, ut continet
Hester istoria, decrevit Iudeorum genus etiam delere de terra’ (ioachim Abbas Florensis
Sermones, sect. I.3, p. 59); a riguardo rinvio inoltra a quanto osservato in Rainini, Disegni dei
tempi, pp. 94-99.
15
  ‘Post plagam ergo istam que iam ex parte aliqua inchoata est, erit victoria Christianis,
et gaudium timentibus nomen Domini, prostrato capite illo bestie super quo regnat sextus
rex, et usque pene ad internecionem et consumptionem deducto. Deinde post paucos annos
curabitur plaga eius, et rex qui erit super illud [caput], sive sit iste Salahadinus si adhuc vivet,
sive alius pro eo, congregabit exercitum’ (Il libro delle figure, II, tab. XIV).
Gioacchino da Fiore predicatore 121

passagium della terza crociata. A riguardo, è ben nota la testimonianza del


colloquio avvenuto Messina tra Gioacchino e Riccardo Cuor di Leone, ripor-
tata da Ruggero di Howden e da Roberto di Auxerre.16 In particolare le testi-
monianze di Ruggero – al quale, oltre a quello presente nella sua Chronica, si
deve attribuire anche il resoconto contenuto nei Gesta Henrici secundi, molto
simile al primo17 – sono di grande interesse: il cronista inglese accompagnò
re Riccardo in Terrasanta, e doveva quindi essere presente a Messina, nell’in-
verno tra 1190 e il 1191, quando avvenne l’incontro con l’abate.18 Degno di
nota è l’incipit del resoconto nella Chronica:
Lo stesso anno [1190] Riccardo re di Anglia, sentendo per pubblica fama
e per relazioni di molti, che vi era un religioso in Calabria chiamato Gioac-
chino, abate di Corazzo, dell’Ordine cisterciense, che aveva spirito profetico
e prediceva al popolo le cose che sarebbero accadute, lo fece cercare, e volen-
tieri ascoltava i suoi discorsi profetici, e la sua sapienza e dottrina.19
L’iniziativa dell’incontro non è presa da Gioacchino, ma dal re d’In-
ghilterra: Riccardo manda a chiamare l’abate calabrese, che conosceva ‘per
communem famam et multorum relationem’. Già attorno al 1190, dunque,
la fama di profeta dell’abate di Fiore spinge uno dei più potenti sovrani
dell’Occidente cristiano a mandarlo a cercare – re Riccardo misit pro eo. Lo
stesso Ruggero, all’inizio del resoconto dei Gesta Henrici secundi, conferma

16
  Rogerius de Hoveden, Chronica, ed. William Stubbs, Rolls Series 51/III (1870),
pp.  75-79. Il racconto di Roberto d’Auxerre si trova in Robertus Sancti Mariani
Autissiodorensis, Chronicon, ed. Oswald Holder Egger, MGH. SS 26 (1882), p. 255.
17
  Gesta regis Henrici secundi Benedicti abbatis. The chronicle of the reigns of Henry  II and
Richard  I a.D. 1169-1192; now commonly under the name of Benedict of Peterborough, ed.
William Stubbs, Rolls Series 49/II, (1867), pp.  151-155; per la paternità del testo, già
attribuito a Benedetto di Peterborough, si veda Doris Mary Stenton, Roger of Howden
and ‘Benedict’, in «English Historical Review», LXVIII (1953), pp. 574-582. A riguardo, si
veda ora L’Anticristo, edd. Gian Luca Potestà, Marco Rizzi, Roma, Fondazione Lorenzo Valla;
Milano, Mondadori, 2012 (Scrittori greci e latini), II, pp. 483-494.
18
  Grundmann, Per la biografia, p. 162 nt. 106; cfr. inoltre gli studi indicati alla nt. 27.
19
  ‘Eodem anno [1190] Ricardus rex Angliae, audiens per communem famam, et multorum
relationem, quod quidam vir religiosus erat in Calabria, dictus Johachim, abbas de Curacio,
de ordine Cistrensi, habens spiritum propheticum, et ventura populo praedicebat, misit pro
eo, et libenter audiebat verba prophetiae illius, et sapientiam et doctrinam’ (Rog. Hoveden,
Chron., p. 75). Noto, di passaggio, che in questo testo Gioacchino è ancora definito abbas
de Curacio, de ordine Cistrensi; evidentemente, a due anni di distanza dall’abbandono di
Corazzo, la posizione dell’abate non era ancora chiara: cfr. Potestà, Il tempo dell’Apocalisse,
pp. 231-240.
122 Marco Rainini

che ‘Rex autem Angliae libenter illius audiebat prophetias et sapientiam et


doctrinam. [...] in quibus audiendis rex et sui plurimum delectabantur’.20
Il racconto del cronista inglese termina in entrambe le versioni con la notizia
della disputa su temi escatologici suscitata dalle dichiarazioni dell’abate:
Sebbene il già citato abate di Corazzo proferisse questa sentenza a proposito
dell’avvento dell’Anticristo, Gualtiero arcivescovo di Rouen, e l’arcivescovo
di Pamiers, e Gerardo arcivescovo di Auch, e Giovanni di Evreux, e Bernardo
di Bayonne, e altri ecclesiastici, che avevano studiato a fondo le divine Scrit-
ture, cercavano di provare il contrario; e sebbene molti argomenti verosimili
da una parte e dall’altra siano stati portati a sostegno, la lite rimane ad oggi
in sospeso.21
Tre arcivescovi e due vescovi, di fronte al re di Inghilterra, disputano con
l’abate di Fiore sulla sua dottrina: non ci possono essere dubbi sulla grande
notorietà che in questi anni Gioacchino e le sue speculazioni andavano
acquisendo.
La relazione di Ruggero di Howden riporta inoltre un resoconto detta-
gliato della dottrina dei sette grandi persecutori. Il particolare più interessante
è però l’elenco, che, così come viene presentato – ‘Herodes, Nero, Constan-
tius, Maumet, Melsemutus, Saladinus, Antichristus’22 –, non corrisponde ad
alcuno di quelli presenti come tali nelle opere scritte di Gioacchino: può al
limite essere ricavato, non senza difficoltà, dalla lettura di una lunga sezione
della Expositio in Apocalypsim, dove appare presupposto dalla trattazione.23
Esiste però ancora un’opera dell’abate, che presenta lo stesso elenco di Rug-
gero in modo espresso e conciso: si tratta della già citata tavola del drago del
Liber Figurarum.24 Se si aggiunge che, nel testo scritto che accompagna il

20
  Gesta regis Henrici, p. 151.
21
  ‘Et licet praedictus abbas de Curacio hanc sententiam de adventu Antichristi proferret,
tamen Walterus Rothomagensis archiepiscopus, et archiepiscopus de Appamia, et Girardus
Auxiensis archiepiscopus, et Johannes Ebroicensis, et Bernardus Baoniensis episcopi, et alii
viri ecclesiastici, in Divinis scripturis bene eruditi, nitebantur probare in contrarium; et
quamvis multa argumenta verisimilia hinc et inde proferrent, tamen adhuc sub iudice lis est’
(Rog. Hoveden, Chron., p. 79).
22
  ‘Joachim in expositione sua ponit septem principes ecclesiae persecutores, quorum nomina
haec sunt: Herodes, Nero, Constantius, Maumet, Melsemutus, Saladinus, Antichristus’
(Rog. Hoveden, Chron., pp. 76-77); cfr. il medesimo elenco nei Gesta regis Henrici, p. 152.
23
  Ioachim de Flore, Expositio in Apocalypsim, sect. II, ff. 113vb-123rb; per quanto segue
rinvio ancora a Rainini, Disegni dei tempi, pp. 122-123.
24
 Cfr. figura 3; per un’edizione del testo si veda il già citato Il libro delle figure dell’abate,
tab. XIV.
Gioacchino da Fiore predicatore 123

disegno, la persecuzione in corso, ad opera degli islamici, è indicato come la


sesta – a differenza di altri diagrammi, nei quali invece si indica come attuale
la quinta, inflitta dagli imperatori tedeschi –, e che i riferimenti nello stesso
testo fanno pensare a una situazione di imminente confronto armato con
Saladino, la cui sconfitta è per altro in qualche modo fatta balenare,25 appare
molto probabile che la tavola in questione sia stata mostrata da Gioacchino a
re Riccardo, per spiegargli le sue speculazioni – un utilizzo che pare emergere
per altre delle figurae di Gioacchino26 –, e che Ruggero di Howden, presente
ai fatti e che stese la sua relazione poco tempo dopo,27 abbia avuto modo di
copiare direttamente dalle pergamene dell’abate.
Le dottrine di Gioacchino avevano raggiunto la curia romana da molto
tempo, già negli anni di Lucio  III.28 Come hanno evidenziato Chris-
toph Egger e Fiona Robb, lo stesso Innocenzo  III mostra di conoscerle, e
le richiama in più di un’occasione, in documenti che alcuni dettagli fanno
ritenere frutto di un’elaborazione personalmente curata dal pontefice.29 Le
ragioni del mutato atteggiamento da parte di Innocenzo, con la condanna
di un trattato di Gioacchino ‘de unitate seu essentia Trinitatis’ da parte del
concilio Lateranense IV (1215), non possono essere qui approfondite.30 In

25
 Vedi il testo riportato alle ntt. 13 e 15.
26
  Rainini, Disegni dei tempi, pp. 230-231.
27
  David Corner, The ‘Gesta regis Henrici Secundi’ and ‘Chronica’ of Roger, Parson of
Howden, in «Bulletin of Institute of Historical Research», LVI (1983), pp.  126-144, in
partic. 127; Id., The Earliest Surviving Manuscripts of Roger of Howden’s ‘Chronica’, in
«English Historical Review», LXLVIII (1983), pp. 297-310; cfr. Patschovsky, Der heilige
Kaiser, p. 31 nt. 40.
28
 A riguardo si veda lo studio di Matthias Kaup, ‘De prophetia ignota’. Eine frühe Schrift
Joachims von Fiore, Hannover, Hahnsche Buchhandlung, 1998 (Monumenta Germaniae
Historica. Studien und Texte, 19), trad. it.: Ioachim de Flore, Commento a una profezia
ignota, ed. Matthias Kaup, Roma, Viella, 1999 (Opere di Gioacchino da Fiore: testi e
strumenti, 10), in partic. le pp. 1-22; inoltre, Potestà, Il tempo dell’Apocalisse, pp. 57-67.
29
  Christoph Egger, Papst Innozenz  III. als Theologe, in «Archivum Historiae
Pontificiae», XXX (1992), pp.  55-123, in partic. 100-113; Id., Joachim von Fiore, Rainer
von Ponza und die römische Kurie, in Gioacchino da Fiore tra Bernardo di Clairvaux e
Innocenzo III. Atti del 5° Congresso internazionale di studi gioachimiti; San Giovanni in Fiore,
16-21 settembre 1999, ed. Roberto Rusconi, Roma, Viella, 2001 (Opere di Gioacchino da
Fiore: testi e strumenti, 13), pp. 129-162; Fiona Robb, Did Innocent III personally condemn
Joachim von Fiore?, in «Florensia», VII (1993), pp. 77-91; Ead., Joachimist Exegesis in the
Theology of Innocent III and Rainier of Ponza, in «Florensia» XI (1997), pp. 137-152.
30
 Su questo tema rinvio a Fiona Robb, The Fourth Lateran Council’s Definition of Trinitarian
Ortodoxy, in «Journal of Ecclesiastical History», XLVIII (1997), pp. 22-43; Alessandro
Ghisalberti, Monoteismo e trinità nello ‘Psalterium decem cordarum’, in Gioacchino da Fiore
124 Marco Rainini

questa sede è invece opportuno verificare se Innocenzo conoscesse anche le


speculazioni di Gioacchino a proposito del significato storico della diffu-
sione dell’Islam, e del suo confronto armato con il mondo cristiano – ciò che
potrebbe in qualche misura aver contribuito alla scelta dell’abate calabrese
per predicare la crociata.
In proposito, è stato spesso chiamato in caso un documento del giugno
1213, dall’incipit ‘Quia maior’, indirizzato a tutti i cristiani delle diverse pro-
vincie e relativo al negotium terrae sanctae.31 In particolare, in un passaggio
l’estensore si avventura in un calcolo, nel quale confronta il numero della
bestia indicato da Apoc 13,18 (seicentosessantasei) con gli anni trascorsi dal
sorgere di Maometto, ‘dei quali ne sono trascorsi ormai quasi seicento’; il che
fa sperare all’autore che la sua fine sia vicina.32
Si tratta di una speculazione di marca gioachimita? Christian Jostmann
ha di recente proposto un’approfondita riconsiderazione, alla luce della
tradizione precedente – presa in esame anche in un recente lavoro di Jean
Flori, che dal canto suo si mostra aperto all’ipotesi.33 Jostmann ritiene che,
a fronte delle distanti o comunque labili tracce di un’identificazione fra
Maometto e l’Anticristo che si possono ravvisare negli scritti di altri autori
(segnatamente Alvaro di Cordova e Pietro il Venerabile), Gioacchino debba
essere considerato il riferimento più probabile di Innocenzo  III. A mio

tra Bernardo di Clairvaux e Innocenzo III, pp. 165-182, in partic. 177-180; si vedano inoltre


le interessanti osservazioni di Eugène Honée, Symbolik und Kontext von Joachim von Fiores
‘antilombardischen Figuren’: Zur Interpretation von Tafel  XXVI in der Faksimile-Ausgabe
des Liber Figurarum, in Pensare per figure: diagrammi e simboli in Gioacchino da Fiore. Atti
del 7º Congresso internazionale di studi gioachimiti; San Giovanni in Fiore, 24-26 settembre
2009, ed. Alessandro Ghisalberti, Roma, Viella, 2010 (Opere di Gioacchino da Fiore: testi e
strumenti, 23), pp. 137-157. Per il quadro più ampio in cui anche questo problema si iscrive
vorrei rinviare a Marco Rainini, Mutamenti del modello teologico e riflessi istituzionali: tra il
concilio di Soissons del 1121 e il Laternanense IV, in «Divus Thomas», CVIII (2005), fasc.1,
pp. 108-129.
31
 Il testo si può leggere in PL CCXVI (1891), coll. 817A-822A.
32
 ‘Et quidem omnes pene Saracenorum provincias usque post tempora beati Gregorii
Christiani populi possederunt; sed ex tunc quidam perditionis filius, Machometus
pseudopropheta, surrexit, qui per saeculares illecebras et voluptates carnales multos a veritate
seduxit; cujus perfidia etsi usque ad haec tempora invaluerit, confidimus tamen in Domino,
qui jam fecit nobiscum signum in bonum, quod finis hujus bestiae appropinquat, cujus
numerus secundum Apocalypsin Joannis intra sexcenta sexaginta sex clauditur, ex quibus jam
pene sexcenti sunt anni completi’ (ibid., col. 818).
33
  Jostmann, Sibilla Erithea Babilonica, pp.  250-254; Flori, L’Islam et la fin des temps,
pp. 162-164 e 335-337; cfr. anche L’Anticristo, II, pp. 319-320.
Gioacchino da Fiore predicatore 125

parere, si tratta di una possibilità concreta: in effetti, la modalità di esegesi


matematizzante, declinata sul piano della cronologia degli eventi, richiama i
metodi di quello che Mottu ha definito ‘l’esegeta calcolatore’.34 Si aggiunga
che almeno un passo dell’Expositio in Apocalypsim mostra elementi analoghi
a quelli richiamati nel testo di Innocenzo: si tratta del tema per cui la dot-
trina di Maometto avrebbe successo perché induce ai piaceri carnali – per
la verità, un topos medievale –, ma anche dell’individuazione di Gregorio
Magno come riferimento temporale per l’inizio della persecuzione islamica,
meno scontata.35
Non è allora improbabile che Innocenzo, a fronte dell’urgenza dell’orga-
nizzazione del passagium, nei primi mesi del suo pontificato, abbia pensato
a un personaggio di grande fama e forte carisma, che vantava conoscenze e
appoggi consolidati a Palermo e in tutto il Regno, la cui interpretazione del
confronto con l’Islam era di notevole suggestione, e ben sposava il clima apo-
calittico che tradizionalmente connotava l’impresa d’oltremare.36 L’abate

34
  Mottu, La manifestation de l’Esprit, p.  121 (trad. it. Mottu, La manifestazione dello
Spirito, p.  109); riguardo a questo tema rinvio a quanto osservato in Rainini, Disegni dei
tempi, pp. 18-21.
35
  ‘Scimus partem meridianam, quam ordo heremiticus et virgineus specialius incolebat, non
longe post obitum beati pape Gregorii primo quidem a gente Persarum, deinde a rege Arabum
occupatam fuisse. Sub eisdem namque temporibus famosa illa Sarracenorum heresis ac si vena
corrupti laticis super terram erupit, per quam multitudo hominum incolentium heremum tum
vi, tum pravis monitis a fide christiana evulsa est, precipue in regione Thebayde et Egypti, ubi
maxima illius ordinis multitudo degebat. Que videlicet heresis et versutia diabolice fraudis,
legem illam dico sacrilegam quam instituit Mahometh, eo contraria est voto virginum et
professoribus caste vite, quo et summum gaudium et summum bonum tradidit esse luxuriam,
promittens eam et post finem mundi sectatoribus suis’ (ioachim abbas florensis,
Expositio in Apocalypsim, sect. III, f. 130ra); cfr. inoltre un passo successivo: ‘Si ergo in quarto
tempore consumata est legatio ista, ego hunc angelum volantem per medium celum, qui ita
intonuit diem iudicii, sanctum papam Gregorium fore puto, cui nichil inter omnia que scribit
a Deo familiare fuisse constat, quam timorem omnipotentis Dei et diem extremi iudicii
hominibus suadere, maxime quia in diebus eius exordiri iam inceperat Mahometh telam suam,
per quam data est occasio ut bestia illa quarta, cuius superius fecimus mentionem, egrederetur
de loco suo et faceret in multis locis iudicium quod per eam omnipotens Deus faciendum
prescivit’ (ibid., f. 173ra-b); cfr. con il testo di Innocenzo III riportato alla nt. 32.
36
  Oltre al classico e discusso Paul Alphandery, Alphonse Dupront, La Chrétienté et
l’idée de croisade, 2 voll., Paris, A. Michel, 1954-1959, trad. it. Id., La cristianità e l’idea di
crociata, Bologna, Il Mulino, 1974 (Nuova Collana Storica), rinvio a André Vauchez, Les
composantes eschatologiques de l’idée de croisade, in Le concile de Clermont de 1095 et l’appel
à la croisade. Actes du colloque universitaire international de Clermont-Ferrand; 23-25 juin
1995, Rome, École française de Rome, 1997 (Collection de l’École française de Rome, 236),
126 Marco Rainini

Gioacchino, che già aveva impressionato Riccardo Cuor di Leone, poteva


ben indurre i grandi del Regnum a prendere la croce.
Gioacchino predicò effettivamente la crociata in Sicilia? Alcuni indizi
sembrano confermarlo. Il documento con il quale Innocenzo III conferiva
l’incarico al vescovo di Lydda, menzionando per l’analogo compito l’abate
di Fiore, è datato alla fine dell’agosto 1198: alcune fonti, già prese in consi-
derazione da Valeria De Fraja alcuni anni or sono,37 inducono a ritenere che
nel periodo immediatamente successivo Gioacchino fosse assente dal suo
monastero.
Va innanzitutto considerata un’indicazione presente in un inventario
delle carte di Fiore riportato in un manoscritto del XVIII secolo e conservato
presso la Biblioteca di Matera.38 L’elenco dà notizia di un documento, datato
al marzo 1198, con il quale la vedova Dulcissima donava ‘tibi abbas Rogerii
et monasterio Sancti Iohannis de Flore’ un giardino, un terreno da vigna e
una foresta.39 Si tratta di un’indicazione che presenta diverse difficoltà, e che

pp. 233-243, e al già citato Flori, L’Islam et la fin des temps, pp. 296-312; un quadro con
ulteriori indicazioni bibliografiche si trova in Giuseppe Ligato, Le vicende della crociata
lombarda. Gerusalemme o ‘regnum Babilonicum’?, in Deus non voluit. I Lombardi alla prima
crociata (1100-1101). Dal mito alla ricostruzione della realtà. Atti del Convegno; Milano, 10-
11 dicembre 1999, edd. Giancarlo Andenna, Renata Salvarani, Milano, Vita e pensiero, 2003,
pp. 31-103, in partic. pp. 46-67.
37
 Per la ricostruzione che segue mi baso soprattutto su Valeria De Fraja, Una vocazione
d’oltralpe: Iohannes de Baiona, monaco florense, in «Florensia», XI (1997), pp.  41-66; si
vedano in partic. le pp. 60-63.
38
 L’inventario settecentesco fu compilato dal padre Isacco Bongiovanni, incaricato
dall’abate cisterciense di Fiore, padre Gioacchino Carelli, e copiato da Nicola Venusio, uditore
a Cosenza e Catanzaro, durante un’indagine per la ‘ricognizione e la visita di tutti i termini
e confini’ svolta in qualità di Commissario per la Regia Sila tra il 1771 e il 1778. I risultati
dell’accurato lavoro del Venusio furono trascritti in sette volumi, tre per la ‘Sila abbadiale’,
i rimanenti per la Sila più in generale: i tre volumi della ‘Sila abbadiale’ sono recentemente
passati alla Biblioteca provinciale di Matera. Lo stesso Venusio ebbe modo di visitare l’archivio
di Fiore, al fine di verificare le effettive giacenze: cfr. lo studio e l’edizione di Pietro De
Leo, I manoscritti di Nicola Venusio e la ricostruzione del cartulario florense, in «Florensia»,
X (1996), pp. 7-107.
39
  Matera, Biblioteca Provinciale, 21/II, fasc. VIII, n. 11 («Instrumentum donationis
factae monasterio florensi forestae, pomerii et vinealis, loco dicto Canale per quandam
viduam nomine Dulcissimam, anno 1198»: cfr. De Leo, I manoscritti di Nicola Venusio,
p. 97; De Fraja, Oltre Cîteaux, p. 213, Appendice documentaria, n. 3.13, e ibid. p. 158; cfr.
inoltre Ead., Una vocazione d’oltralpe, p.  62 nt. 107). La menzione dell’abbas Rogerius si
trova solo in una nota a margine dell’indicazione a un documento di Costanza d’Altavilla del
gennaio 1198 in favore di Fiore, nello stesso inventario: ‘Nel mese di marzo di questo anno
Gioacchino da Fiore predicatore 127

tuttavia potrebbe essere significativa per il nostro problema. A fronte della


menzione all’“abate Ruggero”, va innanzitutto notato che nel 1198 abate di
Fiore era ancora Gioacchino (†1202): si potrebbe allora pensare, visti i ricor-
renti errori di datazione all’interno dell’inventario,40 ad una errata lettura
degli estremi della donazione da parte dell’estensore dell’inventario stesso.
Tuttavia, un secondo documento conferma, seppur indirettamente, la noti-
zia riportata dalla donazione di Dulcissima, per cui a Fiore, vivente ancora
Gioacchino, c’era un abbas Rogerius che svolgeva le funzioni di superiore del
monastero. Si tratta di un documento del 28 gennaio 1209, con il quale Gre-
gorio di Galgano, cardinale diacono del titolo di San Teodoro e legato per il
regno di Sicilia, conferma una precedente concessione di mezzo mulino nel
territorio di Pedace, presso il fiume Cardone, che era stata fatta in passato
ad un abbas Rogerius.41 Questa concessione, a cui il cardinale si riferisce, è
presente nell’inventario delle carte di Fiore del Venusio, e porta la data del
1198.42 È dunque evidente che in questo periodo a Fiore vi era un Rogerius
che fungeva da superiore del monastero. Del resto, nella lettera-testamento
del 1200 Gioacchino ordinava a ‘coabbates meos et priores et ceteros fratres’

1198 era forse l’abate Gioacchino tuttavia a Palermo, poiché avendo in detto mese la vedova
Dulcissima donato al munistero un giardino, un vignale ed una foresta, dice ‘tibi abbas Rogerii
et monasterio Sancti Iohannis de Flore’. Vedi la carta fasc. 8 num 11’ (Matera, Biblioteca
Provinciale, 21/I, f. 142v).
40
 Segnalo solo alcuni casi: nel fascicolo I, n. 5 il padre Bongiovanni, autore dell’inventario
riportato dal Venusio, aveva segnalato 1206 per l’anno VI di pontificato di Innocenzo  III
(indicato nel corrige del Venusio; De Leo, I manoscritti di Nicola Venusio, p. 83); nel fascicolo
II al n. 12, l’indicazione del Bongiovanni per un privilegio di Federico  II all’anno 1220 è
di nuovo corretta dal Venusio con 1222 (ibid., p. 85); nel fascicolo V ai nn. 2 e 3 trovo due
documenti di Innocenzo III datati addirittura al 1490, senza alcun corrige da parte del Venusio
(ibid., p. 91).
41
 ‘Eapropter, dilecti in Domino fratres, vestris iustis petitionibus grato concurrentes
assensu molendinum quoddam in flumine Cardonis situm, vineas, terras et quecumque
abbas Rogerius in tenimento Cusentie iustis emptionibus seu fidelium oblationibus
aquisivit, vobis et monasterio vestro auctoritate legationis qua fungimur confirmamus’
(Matera, Biblioteca Provinciale, 21/II, f. 41r; ed. in De Fraja, Oltre Cîteaux, pp.  243-
244, Appendice documentaria, n. 4.5). Su Gregorio di Galgano: Werner Maleczek, Papst
und Kardinalskolleg von 1191 bis 1216. Die Kardinäle unter Coelestin III. und Innocenz III.,
Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 1984 (Publikationen
des Historischen Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in Rom. Abteilung, 1.
Abhandlungen, 6), pp. 151-153.
42
  Matera, Biblioteca Provinciale, 21/II, fascicolo V, n. 25 (cfr. De Leo, I manoscritti
di Nicola Venusio, p.  93; De Fraja, Oltre Cîteaux, pp.  217-218, Appendice documentaria,
n. 3.18).
128 Marco Rainini

che i suoi scritti non ancora noti presso la curia fossero sottoposti al giudizio
della sede apostolica.43 Rogerius potrebbe dunque essere uno di questi coab-
bates: Gioacchino, assente, avrebbe lasciato momentaneamente a questi gli
oneri dell’abbaziato di Fiore.44
La questione più importante, per il nostro problema, è però relativa allo
stile di datazione adottato nella donazione della vedova Dulcissima. Se il
documento fosse stato vergato secondo lo stile dell’Incarnazione al modo
fiorentino – che in Calabria pare diffondersi a partire dagli anni immediata-
mente successivi45 –, ci troveremmo con buona probabilità di fronte ad un
documento da datare al marzo 1199:46 questo significherebbe spostare l’as-
senza di Gioacchino dal suo monastero all’indomani dei documenti papali
che ne attestano il coinvolgimento nella predicazione della crociata.
Ulteriori elementi, che sembrano avvalorare l’ipotesi che in questo
periodo l’abate calabrese fosse lontano da Fiore, emergono da un episo-

43
 Cfr. l’edizione di Emmett Randolph Daniel: ‘Rogo ex parte dei omnipotentis coabbates
meos et priores et ceteros fratres metuentes dominum et ea qua posse videor auctoritate
precipio, quatinus presens scriptum aut exemplar habentes secum ac si pro testamento opuscula
que hactenus confecisse videor et si quid me de nouo usque ad diem obitus mei contingerit
scriptitare quamcitius poterint collecta omnia, relictis in salua custodia exemplaribus,
apostolico examini representent recipientes ab eadem sede uice mea correctionem’
(Testamentum domini Ioachim primi Florensis abbatis, in Ioach. Flor., Liber de Concordia,
pp. 4-6: 4).
44
 Sul problema della configurazione istituzionale dell’ordo florense in questi anni si veda De
Fraja, Oltre Cîteaux, pp. 151-170.
45
 Sugli stili di datazione seguiti in Calabria in questi anni si veda Alessandro Pratesi,
Carte latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, Città del Vaticano,
Biblioteca apostolica Vaticana, 1958 (Studi e testi, 197), pp. LI-LV: fra i documenti editi da
Pratesi, che coprono un arco di tempo fra il 1065 e il 1266, il primo a presentare una datazione
secondo lo stile dell’Incarnazione al modo fiorentino è del 24 marzo 1202 (ibid., n. 66,
pp. 166-168).
46
 Nel caso fosse adottato lo stile dell’Incarnazione al modo fiorentino, e se il documento
fosse stato vergato entro i primi ventiquattro giorni del mese, sarebbe da datare al 1199 – la
probabilità che rientri nei sette ultimi giorni del mese, caso in cui sarebbe invece da datare
comunque al 1198, è evidentemente più bassa. A riguardo, va notato che in De Fraja, Oltre
Cîteaux, p. 213, Appendice documentaria, n. 3.13, la datazione è fissata come ‘1198 marzo’,
attenendosi a quanto si trova nell’elenco settecentesco, e tuttavia in alcuni passaggi del volume
(ibid., pp. 164 e 218), e soprattutto in De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, p. 62 n. 107, viene
proposta l’interpretazione secondo lo stile dell’Incarnazione al modo fiorentino, e quindi
la datazione al marzo 1199. Anche da colloqui intercorsi successivamente con la stessa De
Fraja, emerge come la questione non sia risolvibile sulla base della documentazione in nostro
possesso.
Gioacchino da Fiore predicatore 129

dio narrato nella raccolta dei Miracula di Gioacchino. Si tratti di un’opera


compilata in più fasi, a partire dall’abbaziato di Matteo, primo successore
del fondatore alla guida dell’ordo florense. La questione della genesi di questi
testi è stata affrontata da Valeria De Fraja, sulla scorta dell’edizione curata da
Antonio Maria Adorisio, e successivamente da Gian Luca Potestà.47 Il testo,
che ci è giunto in più versioni, con le Memorie di Luca di Cosenza, e la Vita,
opera di un autore rimasto anonimo, fece parte probabilmente del dossier pre-
parato per essere presentato alla curia di Avignone attorno alla metà del XIV
secolo, nel tentativo di far canonizzare l’abate calabrese. Pur tenendo conto
della natura particolare del genere agiografico, la raccolta offre comunque
elementi utili anche per la ricostruzione della biografia dell’abate calabrese.
In questo senso, è da sottolineare inoltre che alcuni dei racconti contenuti nei
Miracula possono essere fatti risalire alla prima o alla seconda generazione
dei Florensi.48 Tra questi, quello che interessa da vicino il nostro problema: si
tratta della vicenda di Giovanni di Bayona (Bayonne).49 Il testo narra di come
Giovanni, giovane pio di famiglia aristocratica, fosse solito ospitare nella sua
casa i religiosi di passaggio per la città. Un giorno, durante i sacra solemnia
nella cattedrale, avrebbe avuto la visione della maestà divina. Mentre spe-
rimentava la beatitudine della visione, una voce gli avrebbe comandato: ‘Si
vis salvari, vade ad abbatem Ioachim et quodcumque ille precipiet, fac’.50 Il
giovane, non sapendo dove trovare questo Gioacchino, si sarebbe diretto a
Roma, dove sperava di averne notizie. Là avrebbe incontrato un ‘cardinalis
aliquis de Bayona, vir bonus consanguineus eius’, che gli avrebbe fornito

47
  De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, pp.  41-66; Potestà, Il tempo dell’Apocalisse,
pp.  22-23: il problema era stato già affrontato, in maniera meno approfondita, da
Herbert Grundmann, Kleine Beiträge über Joachim von Fiore, in «Zeitschrift für
Kirchengeschichte», XLVIII (1929), pp. 137-165, in partic. pp. 163-164; cfr. l’edizione in
Antonio Maria Adorisio, La ‘legenda’ del Santo di Fiore. B. Ioachimi abbatis miracula,
Manziana, Vecchiarelli, 1989. Il testo ci è giunto in due versioni, che derivano entrambe da
un manoscritto ancora conservato a San Giovanni in Fiore tra la fine del XVI e l’inizio del
XVII secolo, quando vennero stese rispettivamente da Giacomo Greco e Cornelio Pelusio,
entrambi monaci cisterciensi a Fiore: cfr. ibid., pp.  15-26. Adorisio riporta l’edizione di
entrambi i testi: Miracula per fratrem Iacobum Graecum Syllaneum collecta, ibid., pp. 35-106;
Miracula a Cornelio Pelusio collecta, ibid., pp. 107-165, a cui va ad aggiungersi la Visio Rogerii,
ibid., pp. 167-170. Il testo della versione di Giacomo Greco si può leggere anche in ActaSS,
Maii VII (1867), pp. 110-121.
48
  De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, pp. 41-46.
49
  Miracula a Cornelio Pelusio collecta, pp.  111-113; cfr. Miracula per fratrem Iacobum
Graecum, pp. 48-50.
50
  Miracula a Cornelio Pelusio collecta, p. 111.
130 Marco Rainini

indicazioni sull’abate di Fiore, e una lettera di raccomandazione. Giovanni


partì alla volta del monastero calabrese; arrivato là, dovette attendere, ‘cum
Ioachim cominus causa necessitatis egressum non invenisset’.51 Una volta
tornato, Gioacchino ammise il giovane guascone al monastero. Circa cinque
mesi dopo l’abate manifestò l’intenzione di partire per Roma, e chiese se
prima della sua partenza i postulanti – fra i quali vi era anche lo stesso Mat-
teo, futuro successore di Gioacchino come abate di San Giovanni in Fiore
– volessero prendere l’abito: fu allora che Giovanni prestò la sua professione
monastica.52 Il narratore, come nota la De Fraja, sembra aver attinto diret-
tamente ai racconti dello stesso monaco di Bayonne.53 A riguardo, mi sem-
bra che la precisa lista dei cinque postulanti, fra i quali, oltre a Giovanni di
Bayonne e Matteo, ne vengono indicati anche due de Tuscia seniores litterati,
e infine un calabrese, abbia l’aria di un particolare raccolto di prima mano.54
Ci troviamo dunque di fronte ad una testimonianza da valutare con atten-
zione, che può rivelare particolari interessanti.
Per quanto riguarda il nostro problema, il punto da mettere a fuoco è che
all’arrivo di Giovanni l’abate calabrese non era a Fiore. L’assenza di Gioac-
chino dal proprio monastero non doveva essere di per sé un fatto straordi-
nario; nel cercare di datare l’arrivo di Giovanni da Bayonne a Fiore, la De
Fraja formula però un’ipotesi interessante.55 La studiosa rilegge l’episodio
dei Miracula alla luce della missione di Raniero da Ponza, socius di Gioac-
chino all’epoca della fondazione di Fiore e in seguito molto vicino a Inno-
cenzo  III, che nell’aprile del 1198 lo inviò in Occitania e nella Penisola

51
  Miracula a Cornelio Pelusio collecta, p. 111.
52
 Nel racconto la professione di Giovanni avviene in maniera affatto particolare: il giovane
infatti non formula la richiesta di ingresso in monastero secondo il consueto canone, come
gli altri novizi, ma dichiara a Gioacchino che è sua intenzione fare ciò che egli gli comanderà,
fosse anche sposarsi o peregrinare orationis causa. L’abate, sorpreso, chiede spiegazioni, e il
giovane rivela di aver avuto una visione, nella quale gli si comandava di fare ciò che Gioacchino
avrebbe per lui disposto (Miracula a Cornelio Pelusio collecta, p. 112).
53
  ‘Relator aliquando percutanti mihi pertulit’; ‘utor enim quanto recolo verbis eius’ (cfr.
Miracula a Cornelio Pelusio collecta, p. 111; cfr. De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, p. 49).
54
 ‘Rediit Ioachim, pulsanti dedit ingressum, eo faciliorem, quo evidentius testimonium
spiritus hic, qui ad conversionem venisse videbatur, habebat. Nam de responsione divina iste
qui hodie post Ioachim in Florem primus est donnus Mattheus, vir vita venerabilis et ultra
modernos abbas amabilis universis subditis suis, cum duobus quoque de Tuscia senioribus
litteratis et quarto calabro, novitius et factus est ipse quintus, Ioannes vero guasconus per
totum probationis tempus sic vir timens et sic operans ut iam merito videretur et monachis
imitandus’ (Miracula a Cornelio Pelusio collecta, p. 111).
55
  De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, pp. 54-62.
Gioacchino da Fiore predicatore 131

Iberica.56 Raniero ricevette un incarico che comportava poteri poco meno


che legatizi:57 i problemi di cui doveva occuparsi erano da un lato il dila-
gare dell’eresia, nel mezzogiorno della Francia; d’altro canto, l’inviato papale
aveva Il difficile compito di ristabilire la pace tra i regni cristiani della Peni-
sola Iberica, nonché di sciogliere il matrimonio incestuoso tra Alfonso IX di
León e Berengaria, figlia di Alfonso VIII di Castiglia.58 Nell’itinerario dell’ex
discepolo di Gioacchino, Bayonne doveva rappresentare una tappa impor-
tante: la città si trovava in una posizione favorevole, come base per i negozi
di Raniero nei regni di Castiglia e León.59 Si aggiunga che lo stesso vescovo di
Bayonne doveva conoscere bene l’abate calabrese: tra gli ecclesiastici che, nel
racconto di Ruggero di Howden, prendono parte alla disputa che conclude
il colloquio tra Gioacchino e Riccardo Cuor di Leone nell’inverno del 1190,
è infatti segnalato anche Bernardus Baoniensis episcopus.60 Giovanni, sempre
secondo i Miracula, ‘solus vel primus religiosos ospites colligere consueve-
rat in populo suo barbaro et regno’, ascoltando da questi la parola di Dio.61
Quello che il narratore ci offre è un dettaglio che mi sembra piuttosto rile-
vante: non è allora da escludere che il giovane di Bayonne abbia sentito par-
lare di Gioacchino proprio da Raniero.62 Partito Raniero, non sapendo dove
trovare altre informazioni sull’abate calabrese, Giovanni potrebbe aver preso
la strada per Roma, da dove sapeva che Raniero era stato inviato: lì, per avere
notizie ulteriori, si sarebbe poi rivolto a un ‘cardinalis aliquis de Bayona’.63

56
 A riguardo si veda Maria Pia Alberzoni, Raniero da Ponza e la curia romana, in
«Florensia», XI (1997), pp. 83-112.
57
 Sulla fisionomia giuridica dell’incarico si veda Alberzoni, Raniero da Ponza, pp. 92-92.
58
  Alberzoni, Raniero da Ponza, pp. 90-101.
59
 Cfr. De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, pp. 56-57.
60
 Vedi supra, testo corrispondente alla nt. 21. Bernardo di Lescarre è vescovo di Bayonne
dal 1185 al 1204 (cfr. Antoine Degert, in Dictionnaire d’Histoire et de Géographie
ecclésiastiques, VII (1934), coll. 54-59: 58, s.v. Bayonne). La sua presenza a Messina al fianco
di re Riccardo si spiega con il fatto che Bayonne e la sua contea erano possesso della corona
inglese (De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, p. 59 nt. 79).
61
  Adorisio, La ‘legenda’ del Santo di Fiore, p. 48.
62
 Un passaggio della Vita b. Joachimi fa riferimento a Raniero proprio come legatus per
Ispaniam: per la De Fraja l’autore della vita poteva aver presente la vocazione del giovane
guascone (De Fraja, Una vocazione d’oltralpe, p. 57).
63
  ‘Erat tunc in romana curia cardinalis aliquis de Bayona, vir bonus consanguineus eius, ad
quem, cum Ioannes sicut ad concivem et consanguineum fiducialis denunciasset, audivit ab
eo quod esset Ioachim vir propheta potens in opere et sermone, nec abesset longius. Venit
igitur in Florem cum litteris Cardinalis abbati Ioachim futurum quasi pro voto et desiderio
monachum commendantis’ (Miracula a Cornelio Pelusio collecta, p. 111).
132 Marco Rainini

Quanto a quest’ultimo, l’identità proposta dal racconto desta perplessità.


Fra i cardinali attivi e presenti presso la curia fra il 1198 e il 1199, e sulla base
di un’origine transalpina non meglio identificata, non riesco a trovare altri
possibili candidati che Gerardo, cardinale diacono di San Nicola in Carcere
Tulliano e poi cardinale prete di San Marcello, già abate di Pontigny – per
altro, elevato alla dignità cardinalizia solo nel dicembre 1198.64 L’identifica-
zione del cardinalis de Bayona resta quindi problematica.
Più in generale, tutta la questione della missione di Raniero riveste
un’importanza centrale nel tentativo di datare l’episodio dell’arrivo del gio-
vane guascone a Fiore: è probabile che Raniero sia passato per Bayonne già
nella primavera del 1198;65 Giovanni, partito per Roma e poi alla volta della
Calabria, potrebbe essere arrivato a Fiore tra la fine del 1198 e l’inizio del
1199. L’abate era assente: stante il documento di Innocenzo III del 30 agosto
precedente, possiamo supporre che fosse in Sicilia in seguito all’incarico per
la predicazione della crociata.

64
 Cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, in partic. pp 125-126 e 376-379. Fra gli altri
cardinali elevati alla dignità almeno entro il 30 marzo 1201, data di morte di Gioacchino, si
potrebbero in linea di principio chiamare in causa anche Pietro, cardinale prete di San Pietro
in Vincoli (ibid., pp. 92-93), del quale non si conosce l’origine e che muore però nel 1191, e
Guido de Paredo, già abate di Cîteaux e poi cardinale vescovo di Preneste dalla primavera del
1200 (ibid., p. 133-134).
65
  L’incarico è conferito a Raniero con un documento del 6 aprile 1198 (Reg. Inn. III., I/1,
n. 92, p. 132); il 21 aprile Innocenzo III scrive agli arcivescovi di Narbonne, Aix-en-Provence,
Auch, Vienne, Arles, Embrun, Tarragona, Lione e ai loro suffraganei, affinchè accolgano
benevolmente il suo inviato (ibid., n. 94, p.  136). Seguono un documento del 24 aprile
inviato da Innocenzo III a Sancho I di Portogallo, a proposito di un censo da anni non più
pagato alla sede apostolica (ibid., n. 99, pp. 145-147), ed un altro del 2 maggio a Raniero,
a proposito di beni sottratti al vescovo di Oviedo (ibid., n. 125, p.  190). Evidentemente,
l’inviato papale si stava inoltrando verso la penisola iberica: ancora, il 13 maggio il papa invia
un documento a tutti gli arcivescovi, prelati, nobili e fedeli delle regioni raggiunte da Raniero,
affinché prestino aiuto a lui, che si recava nella penisola iberica, e a frate Guido, suo compagno
nella missione, che invece sostava nel Midi (ibid., n. 165, pp. 234-235). Infine, due ulteriori
documenti – del 28 maggio ai vescovi di Burgos e Palencia, ancora a proposito del vescovo
di Oviedo (Reg 1, n. 239, pp. 338-339), e del 6 giugno a Raniero stesso, a proposito della
pacificazione tra i regni iberici (Reg 1, n. 249, p. 352) – fanno pensare che l’inviato papale
avesse già raggiunto la penisola iberica. Raniero potrebbe essere passato per Bayonne tra la
fine di aprile e l’inizio di giugno del 1198, o forse nel tardo autunno-inverno di quello stesso
anno, quando Innocenzo III scrisse all’arcivescovo di Narbonne e a Raniero per una questione
inerente il vescovo di Carcassonne, non distante da Bayonne (ibid., n. 494, pp. 722-723). Per
le missioni di Raniero in Francia e nella penisola iberica, si veda Alberzoni, Raniero da
Ponza, pp. 90-108.
Gioacchino da Fiore predicatore 133

Oltre al racconto della vocazione di Giovanni, e alla (possibile) testimo-


nianza della donazione della vedova Dulcissima, tuttavia, altri documenti
sembrano testimoniare la presenza dell’abate calabrese in Sicilia nella pri-
mavera del 1199. Si tratta di una serie di testimonianze che sembrano dise-
gnare l’itinerario percorso da Gioacchino in quei mesi. Una prima lettera di
Matteo, arcivescovo di Capua, datata a Palermo il 29 aprile e indirizzata a
Bartolomeo, arcivescovo di Palermo, ricostruisce la contesa fra i Florensi e il
monastero greco dei Tre Fanciulli a causa di alcune proprietà, e chiede al pre-
sule, sulla base di un mandato regio, di punire i monaci greci, rei di un assalto
al monastero florense di Bonum lignum.66 L’arcivescovo di Palermo emette la
sentenza il 26 maggio 1199 a Corigliano Calabro, specificando di essere stato
raggiunto da Gioacchino, ‘carissimus amicus noster’, presso Nicastro.67 La
lettera relativa, indirizzata a Bonomo, arcivescovo di Cosenza, è riportata in
un ulteriore documento datato al giugno 1199, con il quale lo stesso Bonomo
rende nota la decisione.68 In quest’ultimo documento si specifica che la let-
tera di Bartolomeo – ivi riportata – è giunta tramite Gioacchino;69 nel testo
viene inoltre ripresa anche la lettera di Matteo, arcivescovo di Capua. Il qua-
dro della documentazione induce a pensare che Gioacchino fosse presente a
Palermo alla fine di aprile, e avesse ottenuto il ‘sacrum mandatum regium’ che
richiedeva a Bartolomeo di Palermo la punizione dei monaci greci. L’abate
avrebbe lì ottenuto la lettera di Matteo di Capua che testimoniava il man-
dato regio, per recapitarla, sulla via del ritorno, allo stesso Bartolomeo, presso
Nicastro (ora nel comune di Lamezia Terme, sulla via fra la Sicilia e Fiore).
È probabile che Gioacchino abbia accompagnato l’arcivescovo palermitano
nel suo percorso sulla Sila, e, ottenuta da questi la sentenza a Corigliano, a
fine maggio, abbia infine raggiunto Cosenza, per notificarla all’arcivescovo
Bonomo, il cui documento è di una data imprecisata nel giugno successivo.
L’assenza da Fiore si prolungherebbe dunque forse fino a questo periodo, in
ogni caso almeno fino alla metà di maggio.

66
  De Fraja, Oltre Cîteaux, pp. 218-219, Appendice documentaria, n. 3.20.
67
  ‘Dilectus in Cristo frater, et carissimus amicus noster venerabilis abbas Joachim occurrens
nobis apud Neocastrum, conquestus est nobis de monachis SS. Trium Puerorum’ (De Fraja,
Oltre Cîteaux, pp. 220-222: 221, Appendice documentaria, n. 3.22).
68
  De Fraja, Oltre Cîteaux, pp. 220-224, Appendice documentaria, n. 3.22 e 3.23.
69
  ‘Veniens ad nos venerabilis abbas Joachim attulit nobis litteras domini Bartholomaei Dei
gratia venerabilis Panormitani archiepiscopi et domini regis familiaris’ (De Fraja, Oltre
Cîteaux, p. 222, Appendice documentaria, n. 3.23).
134 Marco Rainini

Queste testimonianze inducono a ritenere che, con buona probabilità,


tra l’autunno del 1198 e la primavera dell’anno successivo Gioacchino si sia
recato effettivamente in Sicilia per la predicazione della crociata. Del resto,
le frequenti relazioni con la sede apostolica, la fama di profeta, le trascorse
relazioni con i capi della precedente spedizione della terza crociata; tutto
questo lo rendeva idoneo a un compito da esercitare con ogni probabilità
soprattutto nei confronti delle personalità più in vista del Regno.
A rafforzare questo quadro va la stessa concezione che Gioacchino mos-
tra della propria speculazione e del proprio ruolo: quella dell’abate calabrese
è – per usare le parole di Potestà – un’”intenzione militante”, in cui si scorge
la preoccupazione di orientare le strategie del papato, ma anche l’azione dei
principi.70
Si capisce bene, allora, perché Gioacchino da Fiore costituisca un punto
d’osservazione privilegiato, nel più ampio scenario dell’elaborazione di
un’ideologia della crociata. Da un lato, le sue speculazioni costituiscono una
straordinaria riserva di immagini – anche, come abbiamo potuto constatare,
visive –, utili alla propaganda, e soprattutto destinate a muovere gli interlo-
cutori, ecclesiastici ma anche laici: e si tratta di immagini in qualche misura
pensate, potremmo dire, per essere efficaci in questo senso. D’altro canto,
però, sono gli interlocutori stessi – Riccardo Cuor di Leone, come poi, per
altri versi, lo stesso Innocenzo  III71 – a evidenziare come il problema non
si ponesse in termini di mera organizzazione della propaganda. La scelta di
Gioacchino da Fiore come predicatore della crociata – così come la scelta di
questo personaggio per la verifica storiografica del problema della crociata –
si giustifica allora anche sullo sfondo del significato che i contemporanei, e i
poteri ecclesiastici e laici in particolare, attribuivano agli eventi che stavano
vivendo, anche attraverso gli interpreti che accreditavano. Nelle speculazioni
apocalittiche di Gioacchino da Fiore, come nella visione e nelle attese dei
protagonisti delle spedizioni in via di organizzazione, la crociata appariva
un’impresa che andava ben aldilà delle contingenze politiche.

70
  L’Anticristo, II, pp. 485-486.
71
  Oltre agli studi indicati alla nt. 29, sono importati a questo riguardo le osservazioni nel già
citato Alberzoni, Raniero da Ponza.
Gioacchino da Fiore predicatore 135

Figura 1 – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3822,
f. 5r. © Per concessione della Biblioteca Apostolica Vaticana, ogni diritto riservato
136 Marco Rainini

Figura 2 – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 4959,
f.2v. © Per concessione della Biblioteca Apostolica Vaticana, ogni diritto riservato
Gioacchino da Fiore predicatore 137

Figura 3 – Oxford, Corpus Christi College, 255 A,


f.7r. © By permission of the President and Fellows of Corpus Christi College, Oxford
138 Marco Rainini

Figura 4 – Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 4860,
f.201r. © Per concessione della Biblioteca Apostolica Vaticana, ogni diritto riservato
La croce del legato. Conone di
Preneste, il papato e i riflessi della
Missione in Oriente

Miriam Rita Tessera

N
ell’autunno 1120 il legato papale in Francia Conone, vescovo di
Preneste/Palestrina, durante un concilio tenuto a Saint-Germain-
des-Prés, istituì solennemente una festa da celebrarsi la prima
domenica di agosto di ogni anno a Parigi per ricordare l’arrivo della preziosa
reliquia della Vera Croce di Cristo, inviata da Gerusalemme alla cattedrale
di Notre-Dame. Secondo le disposizioni del legato, pervenute in originale,
eccezionali privilegi spirituali erano garantiti ai partecipanti: essi avrebbero
infatti ottenuto la completa remissio peccatorum, dopo opportuna assolu-
zione del vescovo di Parigi.1
La rarità del documento, l’importanza storica della concessione, il legame
di fratellanza spirituale con il capitolo del Santo Sepolcro di Gerusalemme
e, non da ultimo, la rilevante personalità di Conone, uno dei più importanti
legati papali tra Pasquale  II e Callisto  II in prima linea nella lotta contro
Enrico V, hanno attirato più volte l’attenzione della storiografia su questo
avvenimento e sui suoi protagonisti.2 Tuttavia, l’esperienza che il ­cardinale

1
 Ho preferito dare in Appendice una nuova edizione del testo originale (visto a Parigi nel
2002), a cui rimando anche per le precedenti edizioni.
2
 Jean Richard, Quelques textes sur les premiers temps de l’Église latine de Jérusalem, in
Recueil des travaux offerts à M. Clovis Brunel, 2 voll., Paris, Société de l’École des Chartes,
1955, II, pp. 420-430: in partic. 423-426; Geneviève Bresc-Bautier, L’envoi de la relique
de la Vraie Croix à Notre-Dame de Paris en 1120, in «Bibliothèque de l’École des Chartes»,
CXXIX (1971), pp. 387-397 e Stefan Weiss, Die Urkunden der päpstlichen Legaten von
Leo IX. bis Coelestin III. (1049-1198), Köln-Weimar-Wien, Böhlau, 1995 (Forschungen zur
Kaiser- und Papstgeschichte des Mittelalters. Beihefte zu J.F. Böhmer Regesta Imperii, 13),
pp.  61-70. Il collegamento tra questa festa e l’importante fiera parigina del Lendit è stato
ridimensionato da Anne Lombard-Jourdain, Les foires de l’abbaye de Saint-Denis: revue
des données et révision des opinions admises, in «Bibliothèque de l’École des Chartes», CXLV
(1987), pp. 273-338, in partic. pp. 285-287. Su Conone di Preneste si veda l’ottima voce di
Charles Dereine, in Dictionnaire d’histoire et de géographie ecclésiastique, XIII (1953),

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 139-160
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103488
140 Miriam Rita Tessera

Conone maturò come legato papale in Oriente latino tra 1110 e 1111,
insieme a un intreccio di devozioni spirituali e legami personali con il movi-
mento crociato, ebbe un significativo riflesso sulla sua azione nei confronti
del papato che non è ancora stato oggetto di una rilettura complessiva.3 In
questo caso infatti, l’impresa di oltremare, che proprio in quegli anni andava
definendo il quadro istituzionale della Chiesa e del regno latino di Gerusa-
lemme, permise al legato di rafforzare e raffinare alcune concezioni ecclesio-
logiche che si risolsero a vantaggio del centralismo papale: in un certo senso,
si trattava di un gioco rovesciato di scambi reciproci tra la Chiesa latina
d’Oriente e la Curia romana che, grazie alla crociata, proseguì per tutto il
XII secolo con importanti risultati (non da ultimo la definizione di remissio
peccatorum).
Quando Pasquale  II inviò Conone di Preneste in Oriente nell’estate-
autunno 1110, il cardinale non aveva ancora svolto legazioni di rilievo per
conto della sede apostolica, ma le sue precedenti esperienze come cappel-
lano alla corte di Guglielmo il Conquistatore e fondatore dell’abbazia di
Arrouaise (dopo una fase di vita semi-eremitica) potevano essere ritenute
particolarmente utili nello svolgimento dei suoi incarichi a Gerusalemme.4
La Chiesa latina di Gerusalemme, infatti, si era strutturata inizialmente fon-
dandosi sul clero che aveva accompagnato i primi contingenti dei crociati o
su quello immigrato oltremare durante le successive spedizioni di rincalzo.5

coll. 461-471, s.v. Conon de Préneste (con datazione della lettera al 1115); Attilio Cadderi,
Conone di Preneste. Cardinale legato di Pasquale II - Gelasio II – Callisto II (?-1122), Roma,
Centro studi francescani del Lazio, 1974; Rudolf Huls, Kardinäle, Klerus und Kirchen
Roms. 1049-1130, Tübingen, Niemeyer Max, 1977 (Bibliothek des Deutschen Instituts in
Rom, 48), pp. 113 seqq.; oltre a Gustav Schoene, Kardinallegat Kuno Bischof von Präneste.
Ein Beitrag zur Geschichte der Zeit Kaiser Heinrichs  V., Weimar, Hermann Böhlau, 1857 e
Theodor Schieffer, Die päpstlichen Legaten in Frankreich vom Vertrage von Meersen
(870) bis zum Schisma von 1130, Berlin, Ebering, 1935, pp. 198-212.
3
  Fondamentale rimane Rudolf Hiestand, Legat, Kaiser und Basileus. Cuno von Praeneste
und die Krise des Papsttums von 1111-1112, in Aus Reichsgeschichte und Nordischer Geschichte.
Festschrif Karl Jordan, edd. Horst Fuhrmann, Hans Eberhard Mayer, Klaus Wriedt, Stuttgart,
Klett, 1972 (Kieler Historische Studien, 16), pp. 141-152.
4
  Oltre alla bibliografia citata, per i primordi di Arrouaise e l’iter di Conone si veda anche
il Praefacio nel cartulario di Arrouaise Amiens, Bibliothèque Municipale, ms. 1077 edito in
Monumenta Arroasiensia, ed. Benoît-Michel Tock, CCM 175 (2000), pp. 21-22.
5
  Jonathan Riley-Smith, The Latin Clergy and the Settlement in Palestine and Syria,
1098-1100, in «The Catholic Historical Review», LXXIV (1988), pp. 539-557; Rudolf
Hiestand, Der lateinische Klerus der Kreuzfahrerstaaten: geographische Herkunft und
politische Rolle, in Die Kreuzfahrerstaaten als multikulturelle Gesellschaft. Einwanderer und
La croce del legato. Conone di Preneste 141

In particolare, un discreto numero di uomini che aveva ottenuto posizioni


di preminenza in istituzioni prestigiose, come il capitolo del Santo Sepol-
cro, era originario delle diocesi di Reims, Arras e Thérouanne – le stesse in
rapporto con Arrouaise, in particolare grazie al vescovo Lamberto di Arras –
politicamente dipendenti dalla dinastia di Buglione-Ardenne che dominava
il trono della Città Santa.
Tra loro si trovavano, ad esempio, il potente arcidiacono Arnolfo di
Chocques e il suo compaesano nonché rivale per il soglio patriarcale di Geru-
salemme – e infine vescovo di Cesarea – Evremaro, educato nel capitolo di
Arras e in continuo contatto con il riformatore Lamberto di Arras.6 Un
caso particolare era rappresentato da Acardo, che le fonti sulla congregazione
di Arrouaise identificano con uno dei discepoli di Conone: particolarmente
apprezzato dal vescovo Giovanni di Thérouanne, deciso sostenitore della
riforma, ne divenne l’arcidiacono.7 Intorno al 1104-1105 Acardo partì per
la Terrasanta, dove fu nominato priore del Templum Domini, la splendida
chiesa in cui era stata trasformata la Cupola della Roccia sulla spianata del
Tempio di Gerusalemme, un’istituzione prestigiosa a tal punto che il re Bal-
dovino II (1118-1130) sembrò poterla considerare una valida alternativa ai

Minderheiten im 12. und 13. Jahrhundert, ed. Hans Eberhard Mayer, München, Oldenbourg,
1997 (Schriften des Historischen Kollegs. Kolloquien, 137), pp. 43-68.
6
 Su Arnolfo: Emil Hampel, Untersuchungen über das lateinische Patriarchat von
Jerusalem von der Eroberung der heiligen Stadt bis zum Tode des Patriarchen Arnulf (1099-
1118), Breslau, Schlesische Volkszeitungs-Buckdruckerei, 1899, pp.  8-14; Raymonde
Foreville, Un chef de la première croisade: Arnoul Malecouronne, in «Bulletin philologique
et historique du Comité des travaux historiques et scientifiques», (1953-1954), pp.  377-
390; Bernard Hamilton, The Latin Church in the Crusader States. The Secular Church,
London, Variorum, 1980, pp.  12-16, 61-64; Klaus-Peter Kirstein, Die lateinischen
Patriarchen von Jerusalem, Berlin, Duncker & Humblot, 2002 (Berliner historische Studien,
35), pp. 104-110. Per Evremaro: Kirstein, Die lateinischen Patriarchen, pp. 179-181. Una
lista elogiativa molto interessante dei partecipanti alla crociata che provenivano dalla diocesi
di Thérouanne è edita in Versus de viris illustribus dioecesis Tarvanensis qui in sacra fuere
expeditione, in Veterum scriptorum et monumentorum historicorum, dogmaticorum, moralium,
amplissima collectio, edd. Edmond Martène, Ursin Durand, 9 voll., Paris, Montalant, 1724-
1733, V (1729), pp. 539-540.
7
  Vita Johannis episcopi Teruanensis auctore Waltero archidiacono, ed. Osvald Holder-Egger,
MGH. SS 15/II (1888), pp. 1136-50, in partic. pp. 1143-1144 (dove si specifica che Acardo
non volle rientrare a Thérouanne dalla Terrasanta e che era ancora in vita al momento della
stesura della Vita Johannis). Si completino così i dati su Acardo in Miriam Rita Tessera,
Orientalis ecclesia. Papato, Chiesa e regno latino di Gerusalemme (1099-1187), Milano, Vita e
Pensiero, 2010 (Bibliotheca erudita, 32), p. 86.
142 Miriam Rita Tessera

troppo ingombranti canonici del Santo Sepolcro per il patronato regio.8 Non
va dimenticato, infine, l’interesse che sia Lamberto di Arras sia Giovanni di
Thérouanne avevano dimostrato per l’impresa di Gerusalemme lanciata da
Urbano II a Clermont: il canone 2* (8) del concilio, relativo alla crociata, è
tradìto solo dal Liber Lamberti, un registro di lettere e documenti compilato
ad uso dell’omonimo vescovo di Arras, e dalla Collezione in nove libri scritta
per Giovanni di Thérouanne.9
La rete di strette relazioni tra questi uomini e Conone risalta in uno
scambio di lettere tra Lamberto di Arras ed Evremaro di Cesarea copiate nel
Liber Lamberti. Il 3 aprile 1104 Evremaro, eletto patriarca di Gerusalemme
dopo la deposizione di Daiberto di Pisa, scriveva chiedendo preghiere che lo
sostenessero nel sopportare il gravoso incarico conferitogli; nella primavera
successiva Lamberto rispondeva rassicurando Evremaro sulla comunione spi-
rituale stabilistasi tra loro e ricordava la missione in Oriente di Acardo, ‘dilec-
tum fratrem nostrum A(chardum) Morinorum archidiaconum’; aggiungeva
poi i saluti di coloro ‘qui nobiscum sunt fratres, domnus Claremboldus,
archidiaconus noster, et Cono, vir religiosus de Arida Garamantia’.10
Questi legami personali suggerirono probabilmente a Pasquale II di sce-
gliere Conone di Preneste per la missione in Terrasanta, anche perché nel
frattempo il difficile equilibrio tra il patriarca e il re Baldovino I di Gerusa-
lemme si era pericolosamente incrinato, tanto che nella primavera del 1107 si
presentarono a Roma per discutere della legittimità della nomina patriarcale
– ma schierati su fronti opposti – sia Evremaro sia Arnolfo di Chocques e
Acardo di Thérouanne. La questione, ben riassunta nella complessa lettera
papale Ecclesiae vestrae scandalis del 4 dicembre 1107, fu risolta inviando nel
1108 a Gerusalemme il legato papale Gibelino, già arcivescovo di Arles, che

8
 Come priore del Templum Domini Acardo scrisse anche un lungo poema probabilmente
dedicato a Baldovino II: Paul Lehmann, Die mittellateinischen Dichtungen der Prioren des
Tempels von Jerusalem Acardus und Gaufridus, in Corona Quernea. Festgabe Karl Strecker zum
80. Geburtstage dargebracht, Stuttgart, Hiersemann, 1941 (MGH Schriften, 6), pp. 296-330;
Aryeh Graboïs, La fondation de l’abbaye du Templum Domini et la légende du Temple
de Jérusalem au XIIe siècle, in Autour de la première croisade. Actes du Colloque de la Society
for the Study of the Crusades and the Latin East, ed. Michel Balard, Paris, Publications de la
Sorbonne, 1996 (Byzantina Sorbonensia, 14), pp. 231-238.
9
  Robert Somerville, The Council of Clermont and the First Crusade, in «Studia
Gratiana», XX (1976) = Mélanges G. Fransen, 2 voll., Roma, Libreria Ateneo Salesiano,
1976, II, pp. 325-339, in partic. p. 327.
10
  Le registre de Lambert, évêque d’Arras (1093-1115), ed. Claire Giordanengo, Paris, CNRS
Editions, 2007, pp. 432-37 nn. E.76-77 (che non identifica Acardo).
La croce del legato. Conone di Preneste 143

depose Evremaro e lo nominò titolare della sede di Cesarea facendosi poi


eleggere patriarca e instaurando un abile rapporto di collaborazione con Bal-
dovino I e il clero a lui fedele.11
La lettura della situazione d’Oriente che Conone poteva offrire a
Pasquale  II diveniva tanto più preziosa perché fondata sulla conoscenza
diretta delle persone coinvolte: il papa infatti concepiva il rapporto tra re­­­
gnum e sacerdotium a Gerusalemme come un modello ideale per i regni della
terra perché attuato nella Città Santa, che non poteva essere messo in crisi
dallo scandalum di biblica reminescenza senza gravi conseguenze sul piano
ecclesiologico e spirituale.12 L’intervento in Terrasanta permise quindi al
cardinale di sperimentare l’applicazione pratica di principi che il papato
stava rielaborando sulla scia della riflessione ‘gregoriana’, ma anche di veri-
ficare il funzionamento di strutture – quali quella della legazione – messe a
punto per aumentare l’efficienza della comunicazione tra la sede di Roma e
le Chiese periferiche.13 Il suo ruolo di legato in Terrasanta, infatti, si affiancò,
sia pure per un periodo limitato, a quello del nuovo patriarca di Gerusa-

11
 Per tutta la complessa vicenda e la relativa bibliografia si veda Tessera, Orientalis ecclesia,
pp.  98-108. Edizione della lettera papale del 1107 in Rudolf Hiestand, Vorarbeiten
zum Oriens Pontificius, III: Papsturkunden für Kirchen im Heiligen Lande, Göttingen,
Vandenhoeck & Ruprecht, 1985 (Abhandl. der Akademie der Wissenschaften in Göttingen,
Phil.-hist. Kl., 136), pp. 104-107 n. 8 (d'ora in poi, citato come Hiestand, Kirchen).
12
 Sull’importanza del concetto di scandalum per Pasquale  II, in particolare per la
situazione dell’Oriente latino: Rudolf Hiestand, Pacem in omnibus servare. Konflikte
und Konfliktlösungen in der lateinischen Kirche der Kreuzfahrerstaaten, in Jerusalem im Hoch-
und Spätmittelalter, edd. Dieter Bauer, Klaus Herbers, Nicholas Jaspert, Frankfurt-New
York, Campus, 2001 (Campus Historische Studien, 29), pp. 95-118, in partic. p. 98 nt. 16;
Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 102-103.
13
 In generale: Claudia Zey, Zum päpstlichen Legatenwesen im 12. Jahrhundert. Der
Einfluß von Eigener Legationspraxis auf die Legatenpolitik der Päpste am Beispiel Paschalis II.,
Lucius  II. und Hadrian  IV., in Das Papsttum in der Welt des 12. Jahrhunderts, edd. Ernst-
Dieter Hehl, Ingrid Heike Ringel, Hubertus Seibert, Stuttgart, Thorbecke, 2002 (Mittelalter-
Forschungen, 6), pp. 243-262; Ead., Die Augen des Papstes. Zu Eigenschaften und Vollmachten
päpstlichen Legaten, in Römisches Zentrum und kirchliche Peripherie, edd. Jochen Johrendt,
Harald Müller, Berlin-New York, W. De Gruyter, 2008 (Neue Abhandl. der Akademie der
Wissenschaften zu Gottingen, 2), pp.  77-108; Claudia Zey, Maria Pia Alberzoni,
Legati e delegati papali (secoli XII-XIII): stato della ricerca e questioni aperte, in Legati e delegati
papali. Profili, ambiti d’azione e tipologie di intervento nei secoli XII-XIII, edd. Claudia Zey,
Maria Pia Alberzoni, Milano, Vita e Pensiero, 2012 (V&P Università. Storia. Ricerche),
pp. 3-27 con ampia bibliografia. Per i legati papali nell’Oriente latino: Rudolf Hiestand,
Die päpstlichen Legaten auf den Kreuzzügen und in den Kreuzfahrerstaaten vom Konzil von
Clermont (1095) bis zum vierten Kreuzzug, Kiel 1972 (diss.) e Id., Das Papsttum und die Welt
144 Miriam Rita Tessera

lemme Gibelino di Arles che aveva ottenuto da Pasquale II i poteri di legato


permanente in modo da risolvere i conflitti in loco senza le lunghe attese
(e i relativi rallentamenti procedurali) che il viaggio dall’Occidente impo-
neva.14 Così, ad esempio, la concezione sviluppata in Terrasanta sui compiti
e la dignità del legato papale risaltava in un arbitrato sulla giurisdizione eccle-
siastica della Galilea contesa tra il monastero benedettino di San Salvatore
sul Monte Tabor e il vescovo Bernardo di Nazareth in cui nel 1111, probabil-
mente dopo la partenza di Conone di Preneste, Gibelino di Arles si definiva
come apostolice sedis legatus incaricato dal pontefice di ordinare e reformare la
Chiesa latina d’Oriente che versava in uno stato pericoloso di biblica confu-
sio, ‘ad orientales ecclesias ab apostolica sede directus Dei inspirante clemen-
tia ipsas ordinare et in meliorem statum erigere desiderans, que iam diu in eis
inordinata fuerant’.15
L’oggetto della missione in Oriente del 1110-1111 permetteva inoltre
a Conone di intervenire sul delicato problema dei rapporti tra regnum e
sacerdotium nella Città Santa e sull’altrettanto spinosa questione dei confini
giurisdizionali delle sedi apostoliche di Antiochia e di Gerusalemme, par-
ticolarmente scottanti durante il regno di Baldovino  I (1100-1118) e già

des östlichen Mittelmeers im 12. Jahrhundert, in Das Papsttum in der Welt, edd. Hehl, Ringel,
Seibert, pp. 185-206.
14
 Su Gibelino: Kirstein, Die lateinischen Patriarchen, pp. 187-201; Tessera, Orientalis
ecclesia, pp.  105-108. Nel suo testamento dell’aprile 1112 Gibelino rimarcava il legame
speciale con la sede apostolica definendosi Jherosolimitane ecclesie servus: Cartulaire du chapitre
du Saint-Sépulcre de Jérusalem, ed. Geneviève Bresc-Bautier, Paris, Librairie Orientaliste
Paul Geuthner, 1984 (Documents relatifs à l’histoire des croisades, 15), pp.  85-86 n. 25;
cfr. Rudolf Hiestand, Die Urkunden der lateinischen Patriarchen, in Die Diplomatik
der Bischofsurkunde vor 1250 / La diplomatique épiscopale avant 1250. Referate zum VIII.
Internationalen Kongreß für Diplomatik; Innsbruck, 27. September - 3 Oktober 1993, edd.
Christoph Haidacher, Werner Köfler, Innsbruck, Tiroler Landesarchiv, 1995, pp.  85-95
e Id., Vom Einfluß der Papsturkunde auf das kirchliche Urkundenwesen im Heiligen Land,
in Documenti medievali greci e latini. Studi comparativi, edd. Giuseppe Di Gregorio, Otto
Kresten, Spoleto, CISAM, 1998, pp. 59-86.
15
 Edizione in Hiestand, Kirchen, pp. 109-111 n. 11 dall’originale Marseille, Archives
départementales des Bouches-du-Rhône, Ordre de Malte, 56 H 4089: il documento presenta
alcuni problemi di datazione discussi da Hiestand ma sembra attribuibile al periodo 24
settembre - 10 novermbre 1111 (cfr. Die Urkunden der lateinischen Könige von Jerusalem, 4
voll., ed. Hans Eberhard Mayer, Hannover, Hahn, 2010, I, pp. 171-172 n. 46). Per la disputa
tra Nazareth e il Tabor: Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 411-412; cfr. Hiestand, Pacem in
omnibus servare, pp. 104-108.
La croce del legato. Conone di Preneste 145

oggetto di ripetuti, benché non sempre efficaci, interventi di Pasquale II.16


Il 9 giugno 1110, infatti, il papa scrisse due lettere parallele, con buona pro-
babilità affidate proprio al cardinale di Preneste, indirizzate a Baldovino I e
al patriarca di Gerusalemme Gibelino, con cui la sede apostolica concedeva
di estendere la giurisdizione ecclesiastica del patriarcato di Gerusalemme a
tutte le città e i territori che il re aveva o avrebbe conquistato indipenden-
temente dall’antico ordinamento delle diocesi bizantine.17 La decisione di
Pasquale  II privilegiava le necessità pratiche di Baldovino  I a scapito delle
prerogative del patriarcato di Antiochia e le giustificava servendosi dei prin-
cipi teologici e spirituali di libertas ed exaltatio ecclesiae che caratterizzavano
l’azione del pontefice nei confronti della crociata e degli stati latini di oltre-
mare.18 Allo stesso tempo, però, si rafforzava la posizione di Roma e si legit-
timava l’intervento del papa nelle vicende politiche dei regni: sfruttando
l’occasione fornita da Gerusalemme, infatti, Pasquale II riprendeva il grande
tema della ‘teologia della storia’ costruito da Urbano II sulla base della cita-
zione di Daniele 2,21 secondo cui la sede apostolica aveva il potere, concesso
da Dio, di modificare i confini delle province ecclesiastiche per adeguarsi al
mutare dei regni terreni nel momento opportuno che la Provvidenza avrebbe
indicato, e cioè il momento presente (temporibus nostris), segnato dal ritorno
della cristianità in terre da lunghi anni sottoposte al dominio islamico.19

16
 Un quadro di insieme in John Gordon Rowe, Paschal II and the Relation between the
Temporal and Spiritual Powers in the Kingdom of Jerusalem, in «Speculum», XXXII (1957),
pp. 470-501; Id., The Papacy and the Ecclesiastical Province of Tyre (1100-1187), in «Bulletin
of John Rylands Library», XLIII (1960-61), pp. 160-189.
17
 Edizione in Hiestand, Kirchen, pp.  107-108 n. 9 (Philip Jaffé, Regesta pontificum
Romanorum, 2 voll., Lipsiae, Veit et comp., 1885-1888, n. 6298, Reinhold Röhricht
ed., Regesta Regni Hierosolymitani (1097-1291), 2 voll., Oeniponti, Libraria Academica
Wagneriana, 1893, I, n. 60); pp. 108-109 n. 10 ( Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, n.
6298, Röhricht, Regesta Regni Hierosolymitani, I, n. 61).
18
 Analisi della vicenda e relativa bibliografia in Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 461-463.
19
  Hiestand, Kirchen, p.  109 n. 10: ‘Gratias autem Deo, quod nostris temporibus et
Antiochiae et Hierosolymae civitates cum suburbanis suis et adiacentibus provinciis in
christianorum principum redactae sunt potestatem. Unde oportet nos divinae mutationi
et translationi manum apponere et secundum tempus, quae sunt disponenda, disponere, ut
Hierosolymitanae ecclesiae urbes illas et provincias concedamus, quae gloriosi regis Balduini
prudentia ac exercitum eum sequentium sanguine per Dei gratiam acquisitae sunt’. Per la
‘teologia della storia’ formulata da Urbano II: Alfons Becker, Papst Urban II. (1088-1099),
3 voll., Stuttgart, Hiersemann, 1964-2012 (MGH Schriften, 19), II (1988), pp. 337-357; Id.,
Urbain II et l’Orient, in Il Concilio di Bari del 1098. Atti del Convegno storico internazionale
e celebrazioni del IX Centenario del Concilio, edd. Salvatore Palese, Giancarlo Locatelli, Bari,
146 Miriam Rita Tessera

Tuttavia, proprio durante la permanenza in Terrasanta Conone di Pre-


neste ricevette la notizia della cattura di Pasquale II, avvenuta il 12 febbraio
1111: secondo la testimonianza del cronista Ekkeardo d’Aura, con l’ap-
poggio della Chiesa di Gerusalemme il legato convocò un concilio in cui
scomunicò prontamente Enrico V e, ripartendo in tutta fretta verso Occi-
dente, ripeté la sanzione in una serie di cinque concili in Grecia, Ungheria,
Sassonia, Lotaringia e Francia.20 Intanto, però, nell’aprile dello stesso anno,
Pasquale II era stato costretto dall’imperatore Enrico a sottoscrivere il testo
poi definito come pravilegium per concedere l’investitura degli ecclesiastici
al sovrano, un avvenimento che provocò una durissima opposizione del col-
legio cardinalizio contro il pontefice nel successivo concilio lateranense del
18 marzo 1112, già oggetto di approfondite indagini storiografiche.21
L’azione di Conone di Preneste, che formalmente salvaguardava l’auto-
rità di Pasquale II pur facendo pressione per una linea più intransigente verso
l’imperatore, fu oggetto di accuse all’interno del collegio cardinalizio che
mettevano in discussione la legittimità delle scomuniche contro Enrico  V

Edipuglia, 1999 (Per la storia della Chiesa di Bari. Studi e materiali, 17), pp.  123-144 in
partic. pp. 135-136 e Jean Flori, Réforme, reconquista, croisade (L’idée de reconquête dans la
correspondance pontificale d’Alexandre II à Urbain II), in «Cahiers de Civilisation Médiévale»,
IL (1992), pp. 317-335 in partic. pp. 73-76 con la precedente bibliografia.
20
  Ekkehardus Uraugiensis, Chronica, ed. Georg Waitz, MGH. SS 6 (1844), p. 251 (‘Et
dominus Prenestinus consequenter subiunxit, qualiter pro sedis illius legatione Hierosolimis
audierit, regem Heinricum post sacramenta, obsides et oscula in ipsa beati Petri aecclesia
domnum papam tenuisse captum, et indigne tractatum... et pro huius modis facinoribus,
aecclesiae Hierosolimitanae consilio, zelo Dei animatus, excommunicationis sententiam
in regem dictavit; et eandem in Grecia, Ungaria, Saxonia, Lotharingia, Francia, in quinque
conciliis consilio praedictarum ecclesiarum renovando confirmasset’); su cui Franz J.
Schmale, Untersuchungen zu Ekkeard von Aura und zur Kaiserchronik, in «Zeitschrift für
bayerische Landergeschichte», XXXIV (1971), pp. 403-461.
21
  Huls, Kardinäle, Klerus, pp.  270-271; Uta-Renate Blumenthal, Opposition to
Pope Paschal II: Some Comments on the Lateran Council of 1112, in «Archivum Historiae
Conciliorum», X (1978), pp. 82-98; Luigi Pellegrini, Orientamenti di politica ecclesiastica
e tensioni all’interno del collegio cardinalizio nella prima metà del secolo XII, in Le istituzioni
ecclesiastiche della ‘societas christiana’ dei secoli XI-XII. Papato, cardinalato ed episcopato,
Milano, Vita e Pensiero, 1974 (Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Miscellanea del Centro di studi medioevali, 7), pp. 445-475; Glauco Maria Cantarella,
Ecclesiologia e politica nel papato di Pasquale II. Linee di una interpretazione, Roma, Istituto
Storico Italiano per il Medio Evo, 1982 (Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 131),
in partic. pp.  67-77; Beate Schilling, Guido von Vienne – Papst Calixt  II., Hannover,
Hahnsche Buchhandlung, 1998 (MGH Schriften, 45), pp. 362-373.
La croce del legato. Conone di Preneste 147

comminate dal legato senza alcun mandato in proposito.22 Il cardinale risolse


brillantemente la situazione appellandosi all’essenza stessa del suo ruolo
come vicarius del pontefice e giustificandosi, alcuni anni più tardi in una let-
tera a Federico arcivescovo di Colonia, con il precedente di sant’Ambrogio,
che – pur essendo semplice vescovo di Milano – aveva scomunicato l’impe-
ratore Teodosio per il massacro di Tessalonica, dunque assolutamente fuori
dalla sua giurisdizione ecclesiastica.23 Ci si potrebbe domandare se questo
argomento gli fosse stato suggerito direttamente dall’arcivescovo Grosso-
lano di Milano, che nel 1111/1112 si trovava in missione a Costantinopoli:24
un’ipotesi suggestiva, sebbene priva di espliciti riferimenti documentari, che
permette di richiamare l’attenzione sull’importanza di considerare i contatti
personali tra gli ecclesiastici come tramite privilegiato all’interno della
Chiesa medievale per la diffusione di concezioni ecclesiologiche e interpre-
tazioni spirituali del proprio operato.
In ogni caso, proprio negli stessi anni Pasquale II aveva ripreso una elabo-
rata trattativa con Alessio Comneno che verteva sulla possibilità di concedere
all’imperatore bizantino la corona imperiale in cambio della riunificazione

22
  Carl-Joseph Hefele, Henri Leclercq, Histoire des conciles d’après les documents
originaux, 11 voll., Paris, Létourzey et Ané, 1907-1952, V/1 (1912), pp. 554-557; Hiestand,
Legat, Kaiser und Basileus, passim, con la bibliografia precedente. Cfr. la valutazione critica di
Blumenthal, Opposition to Pope Paschal, pp. 97-98; Pellegrini, Orientamenti di politica
ecclesiastica, pp. 465-473; Cantarella, Ecclesiologia e politica, pp. 78-83, 86-89.
23
  Cono Praenestinus, Epistolae, PL, CLXIII (1893), col. 1438: ‘ex ore domini papae
efficaciter respondemus, quia, etsi nobis parochiali jure commissus non fuerit, auctoritate
tamen Spiritus sancti et sanctorum Patrum pro tanto scelere merito excommunicare
debuimus, attendentes quod Beatus Ambrosius Theodosium imperatorem Romanum non sibi
commissum, licet non papa, non patriarcha, non Ecclesiae Romanae legatus, excommunicavit
pro scelere quod non in parochia sua, sed Thessalonice commiserat’, su cui Mary Stroll,
Calixtus II (1119-1124): A Pope Born to Rule, Leiden-Boston, Brill, 2004, p. 95. La datazione
di questa lettera è collocata tra 1115 e 1120, cfr. Dereine, Conon, col. 470 (1120); Weiss,
Die Urkunden, p. 69.
24
  Venance Grumel, Autour du voyage de Pierre Grossolanus, archevêque de Milan, à
Constantinople, en 1112. Notes d’histoire et de littérature, in «Échos d’Orient», XXXII
(1933), pp.  22-33; Gabriele Archetti, in Dizionario biografico degli Italiani, LIX
(2002), pp. 792-796, s.v. Grossolano. Non mi sembra solo una coincidenza che nel concilio
lateranense del 1116, in cui Conone ricordava la vicenda della scomunica contro Enrico V
a Gerusalemme, la principale questione trattata prima dell’attacco a Pasquale  II fosse
proprio la deposizione di Grossolano a favore di Giordano da Clivio (su cui Annamaria
Ambrosioni, in Dictionnaire d’histoire et de géographie ecclésiastique, XXVIII (2003), coll.
327-329, s.v. Jourdain de Clivo): Ekkeh. Uraug., Chronica, pp. 251-252.
148 Miriam Rita Tessera

delle Chiese.25 Il papa sviluppò questo argomento nella magnifica lettera


del novembre 1112 (tràdita solo dal codice Vat. Ottob. lat. 3057, compilato
dal cardinale Albino tra 1188 e 1189), in cui prospettava un grande conci-
lio greco-latino nell’ottobre successivo previo il riconoscimento del primato
petrino da parte del patriarca di Costantinopoli.26 Il disegno di Pasquale II
implicava dunque l’appoggio di Alessio per la scomunica di Enrico  V ser-
vendosi del peso ideologico della mater ecclesia di Bisanzio, ma coinvolgeva
anche i patriarchi delle altre sedi apostoliche d’Oriente: in questo senso, il
pontefice rifletteva la posizione già assunta da Conone di Preneste nel suo
viaggio di ritorno verso la Curia nell’autunno del 1111.
L’esito positivo della missione di Conone in Oriente è segnalato anche
dai successivi movimenti del cardinale, che tra la fine del 1111 e il 1113
rimase quasi costantemente a fianco di Pasquale II e ottenne dal pontefice
una ricchissima donazione di reliquie dei martiri romani (ma anche del Santo
Sepolcro e della mangiatoia di Betlemme) subito inviata ad Arrouaise.27
Ma è anche significativa l’attenzione con cui Conone continuò a seguire il
destino delle istituzioni ecclesiastiche gerosolimitane che aveva contribuito
a organizzare. La sua sottoscrizione compare infatti il 19 giugno 1112 nella
concessione della protezione apostolica per il monastero benedettino di
Santa Maria Latina a Gerusalemme, il 2 gennaio 1113 nella conferma dei
beni per l’abate Ugo del monastero benedettino di Santa Maria di Josaphat e,

25
  Hiestand, Legat, Kaiser und Basileus, passim; Peter Classen, Die Komnenen und
die Kaiserkrone des Westens, in «Journal of Medieval History», III (1977), pp.  207-224;
Ralph-Johannes Lilie, Das ‘Zweikaiserproblem’ und sein Einfluß auf die Außenpolitik der
Komnenen, in «Byzantinische Forschungen», IX (1985), pp. 207-224; cfr. anche Johannes
Koder, Die letzte Gesandtschaft Alexios’ I. Komnenos bei Paschalis II., in Das Papsttum in der
Welt, edd. Hehl, Ringel, Seibert, pp. 127-135.
26
  Michele Maccarrone, ‘Fundamentum apostolicarum sedium’. Persistenze e sviluppi
dell’ecclesiologia di Pelagio I nell’Occidente latino tra i secoli XI e XII, in Id., Romana Ecclesia
Cathedra Petri, edd. Pietro Zerbi, Alessandro Galuzzi, 2 voll., Roma, Herder, 1991 (Italia
Sacra, 47-48), I, pp. 357-431, in partic. p. 395; Carlo Servatius, Paschalis II. 1099-1118,
Stuttgart, Hiersemann, 1979 (Päpste und Papsttum, 14), pp. 303-304; Tessera, Orientalis
ecclesia, p. 465; cfr. anche Uta-Renate Blumenthal, Paschal II and the Roman Primacy,
in «Archivum Historiae Pontificiae», XVI (1978), pp.  67-92. Sul Vat. Ottob. lat. 3057:
Ead., Cardinal Albinus of Albano and the ‘Digesta pauperis scolari Albini’. Ms. Ottob. lat.
3057, in «Archivum Historiae Pontificiae», XX (1982), pp. 7-49; Ead., Bemerkungen zum
Register Papst Paschalis  II., in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und
Bibliotheken», LXVI (1986), pp. 1-19; Cantarella, Ecclesiologia e politica, pp. 57-58.
27
 Conone ottenne le reliquie nel 1112 prima della sua visita ad Arrouaise: Monumenta
Arroasiensia, p. 25; Schoene, Kardinallegat Kuno, p. 18.
La croce del legato. Conone di Preneste 149

in particolare, il 15 febbraio 1113 nel solenne (e assai discusso dalla storio-


grafia) privilegio per Geraldo, institutor ac prepositus Ierosolimitani xenodo-
chii con cui Pasquale II garantiva il riconoscimento formale al primo nucleo
di quello che sarebbe divenuto l’ordine dell’Ospedale.28 Infine, il cardinale
partecipò al concilio di Benevento del febbraio 1113 in cui Pasquale  II, a
seguito delle vibranti proteste del patriarca latino di Antiochia Bernardo di
Valence per le concessioni papali del 1110 al collega gerosolimitano – che
in pratica sottraevano l’arcidiocesi di Tiro alla giurisdizione ecclesiastica di
Antiochia – respinse le rinnovate richieste degli ambasciatori di Bernardo in
nome del primato della carità, che doveva informare i rapporti interni tra le
sedi apostoliche d’Oriente e con Roma in un difficile equilibrio tra modello
ideale e realtà istituzionale di oltremare.29
Dopo questo episodio, l’itinerario di Conone di Preneste al servizio del
pontefice prese un indirizzo che sembra allontanarlo decisamente dai temi
della crociata e dello sviluppo della Chiesa latina in Oriente. Tra 1114 e 1115,
infatti, il cardinale fu impegnato in una importante legazione in Francia e in
Germania per rafforzare il fronte anti-imperiale,30 mentre il feroce contrasto
che andava sviluppandosi negli stessi anni tra il nuovo patriarca di Geru-
salemme Arnolfo di Chocques, una parte del capitolo del Santo Sepolcro

28
  Hiestand, Kirchen, pp.  112-116 n. 12; pp.  117-19 n. 14, su cui Hans Eberhard
Mayer, Bistümer, Kloster und Stifte im Königreich Jerusalem, Stuttgart, Hiersemann, 1977
(MGH Schriften, 26), pp. 294-311; Rudolf Hiestand, Vorarbeiten zum Oriens Pontificius,
II: Papsturkunden für Templer und Johanniter, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht,
1984 (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften in Göttingen. Philologisch-
historische Klasse, 135), pp.  194-198 n. 1 (su cui Id., Die Anfänge der Johanniter, in Die
Geistlichen Ritterorden Europas, edd. Josef Fleckenstein, Manfred Hellmann, Sigmaringen,
Jan Thorbecke, 1980, pp.  31-80, in partic. pp.  39-40), con la problematica riedizione
voluta da Callisto  II l’8 gennaio 1123 su cui Id., Feierliche Privilegien mit divergienderen
Kardinalslisten?, in «Archiv für Diplomatik», XXXIII (1987), pp.  257-268. Nella sua
sottoscrizione autografa Conone usa in genere le litterae elongatae per il nome, la minuscola
per il titolo cardinalizio.
29
 Su tutta la vicenda Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 465-470 con discussione delle fonti
e relativa bibliografia.
30
  Dereine, Conon, coll. 462-464; Schieffer, Die päpstlichen Legaten, pp.  207-212;
Rudolf Hiestand, Les légats pontificaux en France du milieu du XIe à la fin du XIIe siècle, in
L’Église de France et la papauté (Xe-XIIe siècle). Actes du 26. colloque historique franco-allemand
organisé en coopération avec l’École nationale des chartes par l’Institut historique allemand
de Paris; Paris, 17-19 octobre 1990, ed. Rolf Große, Bonn, Bouvier, 1993 (Studien und
Dokumente zur Gallia Pontificia, 1), pp. 54-80, in partic. pp. 65, 69-70, 72-73, 79.
150 Miriam Rita Tessera

e i sostenitori del deposto Evremaro fu affidato all’arbitrato del legato Beren-


gario, vescovo di Orange, inviato da Pasquale II oltremare nel 1115.31
Tuttavia, il concetto di primato della carità, formulato già compiutamente
da Gregorio VII nei rapporti con le Chiese d’Oriente e più volte ribadito da
Pasquale II nelle controversie della Chiesa latina di Terrasanta che impegna-
rono anche Conone di Preneste, sembra aver influenzato in modo imprevisto
l’altro grande avvenimento in cui il cardinale ebbe un ruolo di primo piano,
il concilio Laternanense del 1116. Durante l’affollata sinodo, una consistente
fazione di cardinali guidata da Bruno di Segni riprese le accuse contro
Pasquale II già formulate nel 1112 e cercò di condannare il papa per eresia; il
pontefice, spalleggiato dal cancelliere Giovanni da Gaeta e dal cardinale Pie-
tro Pierleoni, si difese con grande abilità chiudendo di fatto qualsiasi possibi-
lità di concessioni sul governo della Chiesa al collegio cardinalizio. Secondo
la testimonianza di Ekkeardo d’Aura, che era presente (sebbene influenzato
da una discreta propensione per il partito favorevole a Enrico V), Pasquale II
utilizzò in successione gli argomenti forniti dai passi evangelici di Lc 22, 32
e Io 15, 13, cioè due brani la cui esegesi era stata già applicata da Grego-
rio VII in particolare ai rapporti con la Chiesa d’Oriente e alla spedizione
militare in soccorso di Gerusalemme, per ricevere poi un ulteriore sviluppo
con Urbano II dopo il concilio di Clermont.32 Non si trattava solo di una
coincidenza: sempre a giudizio di Ekkeardo, proprio in quell’occasione il
cardinale Conone di Preneste, che si batteva per rinnovare pubblicamente la
scomunica di Enrico V, ricordò il suo ruolo in Terrasanta nel 1111 e ottenne
la conferma pontificia se non di una esplicita condanna contro l’imperatore,
quanto meno della legittimità della sua azione come legato papale.33
Il ricorso ai temi caratteristici della crociata in difesa di Pasquale  II
potrebbe suggerire che la parte di Conone come tramite di riflessioni eccle-
siologiche dall’Oriente latino alla Curia romana non sia stata puramente
simbolica, anche grazie alla presenza a Roma del patriarca eletto di Gerusa-

31
  Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 110-112 con bibliografia.
32
  Servatius, Paschalis  II., pp.  243-244, 248 ss., 298-325; Tessera, Orientalis ecclesia,
pp. 18-23.
33
  Ekkeh. Uraug., Chronica, pp.  250-251, in partic. p.  251: ‘Vere legatus ex latere
nostro missus fuisti, et quicquid tu ceterique fratres nostri cardinales episcopi, legati Dei
et apostolorum Petri et Pauli, huius sedis et nostra auctoritate fecerunt, probaverunt,
confirmaverunt, ego quoque probo et confirmo; quicquid autem dampnaverunt, dampno’;
cfr. l’analisi di Pellegrini, Orientamenti di politica ecclesiastica, pp.  450-453, 465-473 e
Cantarella, Ecclesiologia e politica, pp. 73-83, 86-89.
La croce del legato. Conone di Preneste 151

lemme Arnolfo di Chocques tra l’autunno 1115 e la tarda primavera del 1116.
Arnolfo riuscì infatti a far ribaltare dal papa e dai cardinali la sentenza di
deposizione emessa nei suoi confronti dal legato Berengario di Orange. Il
legato era stato spinto dalle evidenti irregolarità di elezione e di costumi
del candidato ma anche dall’opposizione tenace di Evremaro, arcivescovo
di Cesarea, e di una parte dei canonici del Santo Sepolcro che si rifiutava
di accettare l’introduzione della regola di Agostino nel capitolo imposta da
Arnolfo nel 1114 sulla scia del testamento dettato dal suo predecessore Gibe-
lino di Arles.34 Sebbene alcune fonti dichiaratamente ostili al patriarca, come
Guglielmo di Tiro, insistano sui generosi donativi che avrebbero contribuito
ad ammorbidire il giudizio del concistoro verso Arnolfo, non si può esclu-
dere un intervento indiretto del cardinale Conone, che conosceva per espe-
rienza la complessa situazione della Chiesa d’Oriente, in linea con la politica
fondata su pax, caritas e necessitas tenacemente perseguita da Pasquale II.
Un indizio significativo della possibile convergenza di ideali (almeno
in questa ultima vicenda) tra Arnolfo e Conone è il fatto che i primi docu-
menti emessi dal patriarca dopo la sua nomina siano diretti alle istituzioni
ecclesiastiche che richiesero le successive conferme papali, tutte sottoscritte
da Conone, del 1112-1113: una concessione di decime all’abate Ugo per la
ricostruzione della chiesa di Santa Maria di Josaphat nella primavera-estate
1112 e la conferma dei beni donati nel giorno della sua consacrazione
all’ospedale di San Giovanni di Gerusalemme sempre nella primavera
1112.35 Infine, è interessante sottolineare l’adesione del patriarca di Geru-
salemme ai temi caratteristici della visione papale sul ruolo e il significato
della Chiesa latina d’Oriente che emerge dal documento con cui Arnolfo
riformava il capitolo del Santo Sepolcro tra la primavera e l’estate 1114. In
questa occasione Arnolfo – che in precedenza non si era affatto distinto
per costumi irreprensibili – si riferiva alla necessaria renovatio ecclesiae
intrapresa da Dio attraverso le imprese dei crociati e alla necessità, soprat-
tutto per il clero di oltremare, di purificarsi seguendo la vita apostolica nel

34
  Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 114-116.
35
  Henri-François Delaborde, Chartes de la Terre Sainte provenant de l’abbaye de
Notre-Dame de Josaphat, Paris, E. Thorin, 1880 (Bibliothèque des Écoles françaises d’Athènes
et de Rome, 19), pp. 21-22 n. 1 (Röhricht, Regesta Regni Hierosolymitani, I, n. 67), su cui
Mayer, Bistümer, Kloster, pp. 266-271; Joseph Delaville le Roulx, Cartulaire général
de l’Ordre des Hospitaliers de St. Jean de Jérusalem (1100-1300), 4 voll., Paris, E. Leroux,
1894-1906, I (1894), pp. 25-26 n. 29 (Röhricht, Regesta Regni Hierosolymitani, I, n. 68).
Per i problemi di datazione di questi atti Mayer, Die Urkunden, pp. 176-180 nn. 51-53.
152 Miriam Rita Tessera

tempo opportuno (temporibus nostris) stabilito dalla Provvidenza per l’edi-


ficazione del regno di Gerusalemme.36
Così il 19 luglio 1116, con la lettera Pro sedandis ecclesie vestre scandalis, di
cui purtroppo non sono pervenute le sottoscrizioni cardinalizie, Pasquale II
rimandò Arnolfo in Oriente come patriarca legittimo, insignito del pallio:
un riflesso, per quanto mediato, del ruolo svolto da Conone di Preneste nello
sviluppo dell’autocoscienza del papato.37 D’altra parte, anche la dispensa
concessa ad Arnolfo sulla sua nascita irregolare – che il papa giustificava con il
ricorso alla misericordia e alla necessitas – rientrava nel quadro flessibile di un
pontefice capace di manifestare posizioni estremamente innovative rispetto
alla tradizione: già nel 1107, infatti, Pasquale  II aveva scritto ad Anselmo
arcivescovo di Canterbury permettendo che fossero ammessi agli ordini sacri
anche i figli dei chierici inglesi in deroga alla normativa canonica.38
L’intreccio e lo scambio reciproco di esperienze tra Chiesa latina
d’Oriente e Curia romana che la carriera di Conone suggerisce si manifesta
anche in una delle ultime azioni compiute dal legato papale: la conces-
sione della remissio peccatorum collegata all’arrivo di una reliquia geroso-
limitana della Vera Croce a Notre-Dame di Parigi il 1° agosto 1120. Tra il
1118 e il 1120 il cardinale di Preneste si guadagnò la fiducia dei successori di
Pasquale II, Gelasio II e Callisto II, nonostante le divergenze che si erano
manifestate durante le sinodo lateranensi del 1112 e del 1116. Proprio su
incarico di Callisto II Conone contribuì a organizzare il concilio di Reims,
apertosi alla presenza del papa il 20 ottobre 1119, e ottenne il rinnovo della
legazione in Francia dove si occupò soprattutto dei rapporti tra la Chiesa

36
 Edizione in Cartulaire du Chapitre, pp.  74-76 n. 20 (Röhricht, Regesta Regni
Hierosolymitani, I, n. 75). Arnolfo si definiva Dei gratia patriarcha Jherosolimitanus, servus
servorum eiusdem divinitatis minimus con un chiaro rimando all’intitolazione papale:
Hiestand, Die Urkunden, p.  88. Allo stesso modo, Arnolfo si riferiva al concetto di
reformare i luoghi santi di Gerusalemme distrutti dagli infedeli nel privilegio concesso al
monastero di S. Maria di Josaphat nel 1112: ‘Sanctorum patrum sequi volens exempla, sancta
loca Jherosolimarum ab infidelibus destructa reformare cupiens, paternitatis intuitu nobilitati
antique ecclesie Beate Marie vallis Josaphat a paganis destructe, cum iam temporibus nostris
per Dei gratiam reedificaretur et grex ibidem Deo serviens multiplicaretur’ (Delaborde,
Chartes, p. 21 n. 1).
37
  Hiestand, Kirchen, pp. 124-126 n. 19.
38
  Cantarella, Ecclesiologia e politica, pp. 50-51; cfr. Foreville, Un chef de la première
croisade, pp. 379-381 (in generale sulle linee di interpretazione del pontificato di Pasquale II si
veda anche Glauco Maria Cantarella, in Enciclopedia dei papi, II (2000), pp. 228-236,
s.v. Pasquale II).
La croce del legato. Conone di Preneste 153

di Roma e il re Luigi VI, suggellati dalle decisioni prese durante il sinodo di


Beauvais il 18 ottobre 1120.39 Anche l’istituzione della festa della traslazione
della Vera Croce a Parigi sembra rispondere a un insieme di sollecitazioni
che permisero al cardinale di rafforzare l’azione del papato in Francia utiliz-
zando uno strumento allo stesso tempo politico e religioso che il clero latino
in Oriente stava sperimentando negli stessi anni.
La reliquia della Vera Croce, ritrovata fortunosamente nei giorni suc-
cessivi alla conquista di Gerusalemme nel luglio 1099 da Arnolfo di
Chocques, era immediatamente divenuta emblema spirituale e palladio mili-
tare del regno latino; affidata alla custodia esclusiva dei canonici del Santo
Sepolcro – ma portata in battaglia dal patriarca di Gerusalemme – poteva
trasformarsi anche in uno strumento di pressione sulle scelte politiche della
dinastia regnante.40 Nella primavera del 1120 i canonici del Santo Sepolcro
negarono a re Baldovino  II il permesso di condurre la Vera Croce in una
campagna militare in Siria del Nord finché una opportuna transazione di
natura anche economica, mediata dal patriarca Warmondo, non convinse
una consistente fazione del capitolo ad abbandonare l’appoggio prestato ai
baroni che avversavano la strategia del re.41 L’avvenimento, raccontato nei
dettagli dal canonico e cronista Fulcherio di Chartres (poco favorevole a
Baldovino  II), coinvolse probabilmente anche altri esponenti del capitolo
che, come il cantor Ansello de la Tour, erano insoddisfatti della trasforma-
zione del Sepolcro in comunità regolare portata a compimento da Arnolfo
di Chocques nel 1114. Ancora nel luglio 1121, infatti, papa Callisto II, che

39
  Dereine, Conon, coll. 466-467; Robert Somerville, The Councils of Pope Calixtus II:
Reims 1119, in Proceedings of the Fifth International Congress of Medieval Canon Law;
Salamanca 21-25 sept. 1976, edd. Stephan Kuttner, Kenneth Pennington, Città del Vaticano,
Libreria Editrice Vaticana, 1980 (Monumenta iuris canonici. Series C, Subsidia, 6), pp. 35-50.
40
 Sulla reliquia della Vera Croce e il regno latino di Gerusalemme: Anatole Frolow,
La relique de la Vraie Croix: recherches sur le développement d’un culte, Paris, Université de
Paris, 1961 (Archives de l’Orient chrétien, 7), pp. 286-287 n. 258; Giuseppe Ligato, The
Political Meaning of the Relic of the Holy Cross among the Crusaders and in the Latin Kingdom
of Jerusalem: an example of 1185, in Autour de la Première Croisade. Actes du Colloque de
la Society for the Study of the Crusades and the Latin East; Clermont-Ferrand 22-25 juin
1995, Paris, Publications de la Sorbonne, 1996 (Byzantina Sorbonensia, 14), pp. 315-330;
Deborah Gerish, The True Cross and the Kings of Jerusalem, in «Journal of Haskins
Society», VIII (1996), pp.  137-155; Alan  V. Murray, ‘Mighty against the Enemies of
Christ’. The Relic of the True Cross and the Armies of the Kingdom of Jerusalem, in The Crusaders
and their Sources: Essays presented to Bernard Hamilton, edd. John France, William G. Zajac,
Aldershot, Ashgate, 1988, pp. 217-238.
41
 Su tutta la vicenda Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 123-128.
154 Miriam Rita Tessera

aveva appena confermato le istituzioni del Santo Sepolcro con la lettera


Preceptum Domini (la stessa tipologia di privilegio concesso ai canonici di
Arrouaise), ammoniva in una seconda missiva il patriarca Warmondo di
co­stringere il precentor e il cantor del Santo Sepolcro ad adottare la pratica
della vita comune.42 Il cantor non era altri che Ansello de la Tour, cioè proprio
il canonico che nella stessa primavera del 1120 aveva mandato ai suoi antichi
confratelli di Notre-Dame, con preghiera di essere iscritto nel liber vitae del
capitolo parigino – come poi in effetti avvenne –, la reliquia della Vera Croce
oggetto delle attenzioni di Conone di Preneste.43
Il cardinale formalizzò le disposizioni relative alla festa della traslazione pro-
babilmente durante l’assemblea di vescovi riunitasi a Saint-Germain-des-Prés
nell’autunno dello stesso anno. Come egli stesso dichiarava nella lettera (‘per
auctenticas personas Parisius transmissa fuerit’), Conone doveva avere ricevuto
una dettagliata relazione sulla provenienza della reliquia e anche sulle sue impli-
cazioni politiche e religiose, che il capitolo del Santo Sepolcro stava elaborando
nei complessi rapporti con il re e il patriarca di Gerusalemme. Il formulario scrit-
turale sulla santità e l’immenso valore spirituale del lignum crucis che il cardinale
utilizzò per definire il prezioso frammento (‘de ligno scilicet nostre redemp-
tionis, maxima pars, thesaurus scilicet incomparabilis’) riecheggiava infatti in
modo abbastanza preciso la prima lettera di Ansello, dove, scrivendo probabil-
mente di suo pugno, il canonico si riferiva alla Vera Croce come al donum maxi-
mum et incomparabilem inviato a Notre-Dame tramite il fedele Anselmo e ne
spiegava l’origine regale: si trattava infatti del frammento ceduto di recente al
Santo Sepolcro dalla regina di Georgia.44

42
  Hiestand, Kirchen, pp.  130-131 n. 23; per la conferma delle istituzioni del Sepolcro
Hiestand, Kirchen, pp. 127-128 n. 21 (su cui Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 418-419).
43
 Ansello morì il 5 agosto, come riporta il Cartulaire de l’église Notre-Dame de Paris, ed.
Benjamin Guérard, 6 voll., Paris, Crapelet, 1850, IV, p. 126: ‘Nonas Augusti. Obiit Ansellus,
precentor Jerosolimitanus; qui dedit nobis pretiosissimam partem Dominice crucis. Cujus
anniversarium debet fieri prima dominica augusti, quam in honorem ejusdem crucis, tunc
ad nos transmisse, sollempniter celebramus’. L’iniziativa di Ansello rientrava anche in un
ampio quadro di relazioni spirituali con i capitoli cattedrali d’Occidente intraprese dal Santo
Sepolcro dopo il concilio di Nablus del 1120; si veda il caso significativo della corrispondenza
tra il patriarca Warmondo e l’arcivescovo di Santiago Diego Gelmirez: Nicholas Jaspert,
‘Pro nobis, qui pro vobis oramus, orate’: los cabildos de Compostela y Jerusalén en la primera
mitad del siglo XII, in Santiago, Roma, Jerusalén. III Congreso Internacional de Estudios
Jacobeos; Santiago de Compostela 14-16 septiembre 1997, ed. Paolo Caucci von Saucken,
Santiago de Compostela, Xunta de Galicia, 1999, pp. 187-213.
44
  Ansellus Sancti Sepulcri, Epistola ad ecclesiam Parisiensem, PL, CLXII (1889),
coll. 729-732 (originali delle lettere, entrambe scritte dalla stessa mano: Paris, Archives
La croce del legato. Conone di Preneste 155

Il nesso tra la reliquia della Croce, segno paradossale della regalità di


Cristo, e la dignità regale di Francia, che nella cattedrale di Notre-Dame di
Parigi trovava uno dei suoi centri – in concorrenza con la potente abbazia
di Saint-Denis – veniva ulteriormente sottolineato in una seconda lettera di
Ansello, scritta circa un anno dopo, in risposta alle pressanti questioni dei
canonici parigini sull’origine del frammento che era stato così solennemente
ricevuto. Ansello infatti chiariva che la reliquia proveniente dalla Georgia
apparteneva alla parte inferiore della croce di Cristo, già divisa a metà tra
Costantinopoli e Gerusalemme da sant’Elena e in seguito ulteriormente fra-
zionata per preservarla dalle minacce di distruzione degli infedeli; specificava
anche che inviava come secondo dono una croce di pietra scolpita con la roc-
cia del Sepolcro ‘ad supplendum gaudium vestrum, et ad gloriam et honorem
aecclesiae vestrae et regie dignitatis et civitatis vestre’.45 L’appello del cano-
nico del Santo Sepolcro si inscriveva nel rinnovato clima penitenziale che
caratterizzava la Chiesa e il regno di Gerusalemme con le disposizioni sancite
dal concilio di Nablus nel febbraio 1120 e nei tentativi condotti in parallelo
dal re Baldovino II e dal patriarca Warmondo di sensibilizzare il papato e le
potenze europee, soprattutto Venezia e la Francia, per una nuova crociata.46
Tuttavia, il riferimento alla dignità regale dei Capentingi rifletteva anche
l’interesse che aveva spinto Conone di Preneste ad istituire la festa della
traslazione della Vera Croce nel quadro dei delicati rapporti tra il papato,
Luigi VI, la sede episcopale di Parigi e l’abbazia di Saint-Denis, centro della
memoria della dinastia. Tra la primavera e l’estate 1120, infatti, il legato aveva
presenziato alla restituzione a Saint-Denis, dove per tradizione venivano
cu­stodite le insegne dei sovrani defunti, della corona del defunto re Filippo
che Luigi VI, contrariamente alla consuetudine, aveva trattenuto presso di

Nationales de France, K 21 nn. 16-17); Richard, Quelques textes, pp.  420-430; Bresc-
Bautier, L’envoi de la relique, pp. 387-393; Cristina Dondi, The Liturgy of the Canons
Regular of the Holy Sepulchre of Jerusalem. A Study and a Catalogue of the Manuscript Sources,
Turnhout, Brepols, 2004 (Bibliotheca Victorina, 16), pp.  57-60. Anche nella sua seconda
lettera Ansello definiva la reliquia della Vera Croce mandata a Parigi donum maximum et
thesaurum incomparabilem.
45
 In questa occasione Ansello affidava il dono a Bernardo, praecentor di Sainte-Geneviève
di Parigi, che compare come testimone in un atto del 1116 nel cartulario di Notre-Dame:
Cartulaire de l’église Notre-Dame de Paris, I, p. 447 n. 1.
46
  Jonathan Riley-Smith, The Venetian Crusade of 1122-1124, in I comuni italiani nel
regno crociato di Gerusalemme, edd. Gabriella Airaldi, Benjamin Z. Kedar, Genova, Università
di Genova, 1986 (Collana storica di fonti e studi, 48), pp.  339-350; Tessera, Orientalis
ecclesia, pp. 137-143.
156 Miriam Rita Tessera

sé.47 La concessione della remissio peccatorum a Notre-Dame soltanto pochi


mesi dopo rientrava nell’equilibrio dei poteri tra le due istituzioni eccle-
siastiche che avevano intrecciato un complesso gioco di rapporti reciproci
– soprattutto grazie all’azione del potente arcidiacono e cancelliere del re,
Stefano di Garlandia, e di Sugero di Saint-Denis – e che, in modi diversi, il
legato equiparava con la sua azione.48 Il destinatario effettivo della reliquia
della croce e della prima lettera di Ansello era infatti proprio l’arcidiacono
Stefano, a cui il canonico del Santo Sepolcro si rivolgeva con smisurati elogi,
che – più del vescovo Gerberto – era anche il principale promotore del res-
tauro della cattedrale di Notre-Dame; un intervento del cardinale Conone
in suo favore, con la promessa di benefici spirituali concessi ai pellegrini in
arrivo per la festa, era senz’altro un ottimo sistema per garantirsi l’appoggio
del principale consigliere del re.49
D’altra parte, la remissio peccatorum formulata dal cardinale rappresen-
tava uno dei primi e rari esempi di ‘indulgenza’ concessa da un legato papale

47
  Recueil des actes de Louis VI roi de France (1108-1137), publ. sous la direction de Robert-
Henri Bautier par Jean Dufour, 4 voll., Paris, Académie des inscriptions et belles lettres, 1992-
1994, I (1992), pp. 334-338 n. 163, su cui Rolf Grosse, L’abbé Adam, prédécesseur de Suger,
in Suger en question. Regards croisés sur Saint-Denis, ed. Rolf Große, München, Oldenbourg,
2004, pp. 31-43, in partic. p. 42. L’atto è riconducibile a Sugero e usa un formulario molto
vicino a quello che il monaco riprese in seguito per far garantire a Saint-Denis i diritti sulla
fiera del Lendit, a cui la tradizione posteriore associò la reliquia della Vera Croce: Anne
Lombard-Jourdain, Les foires de l’abbaye de Saint-Denis: revue des données et révision des
opinions admises, in ‘Bibliothèque de l’École des Chartes’, CXLV (1987), pp.  273-338, in
partic. p. 299 nt. 1.
48
  Recueil des actes de Louis  VI, p.  337 nt. 7; critico invece Rolf Grosse, Reliques du
Christ et foires de Saint-Denis au XIe siècle. À propos de la Descriptio clavi et corone Domini,
in «Revue d’histoire de l’Église de France», LXXXVII (2001), pp.  357-375 (ripreso in
Id., Saint-Denis zwischen Adel und König. Die Zeit vor Suger (1053-1122), Stuttgart, Jan
Thorbecke, 2002, pp.  223-227, in partic. p.  224), che collega l’azione di Saint-Denis agli
sviluppi della guerra franco-inglese e al tentativo riuscito di indirizzare obbligatoriamente le
sepolture regie nell’abbazia.
49
 Sul ruolo di Stefano di Garlandia a Notre-Dame: Anne Lombard-Jourdain,
L’invention du ‘roi fondateur’ à Paris au XIIe siècle: de l’obligation morale au thème sculptural,
in «Bibliothèque de l’École des Chartes», CLV (1997), pp. 485-542, in partic. pp. 516-523;
su Stefano si vedano anche Robert-Henri Bautier, Paris au temps d’Abélard, in Abélard
et son temps. Actes du colloque international organisé à l’occasion du 9e centenaire de la naissance
de Pierre Abélard; 14-19 mai 1979, ed. Jean Jolivet, Paris, Les Belles Lettres, 1981, pp. 21-
77, in partic. pp. 61-67 e Jean Dufour, Étienne de Garlande, in «Bulletin de la Société de
l’histoire de Paris et de l’Ile de France», CXXII/CXXIV (1995-1997), pp. 39-53.
La croce del legato. Conone di Preneste 157

in Francia50 e si fondava non soltanto sull’esperienza acquisita nelle relazioni


con la Chiesa latina in Oriente, ma anche sulla riflessione condotta sulla
di­sciplina penitenziale fin dai tempi di Gregorio VII sul valore e le modalità
della penitenza imposta,51 particolarmente evidente durante i pontificati di
Pasquale II e Callisto II. L’occasione della crociata aveva permesso al papato
di cominciare a elaborare una prima riflessione specifica sull’indulgentia,
remissio e venia peccatorum, tutti termini che Urbano II usava in modo indi­
stinto nelle lettere esortatorie per l’iter Hierosolymitanum, applicate come
da tradizione al pellegrinaggio devozionale ma anche all’azione militare in
favore della Chiesa d’Oriente e, nel caso della Spagna, alla ricostruzione dei
luoghi di culto distrutti dai saraceni.52
Un precedente interessante per il caso di Conone e della reliquia della
Vera Croce, anche se di ambito episcopale, era la remissio peccatorum concessa
dall’arcivescovo di Milano Anselmo IV da Bovisio il 15 luglio 1100, alla vigi-
lia della sua partenza per l’Oriente alla testa dei crociati milanesi. L’arcive­
scovo dispose che, in occasione della festa per la liberazione di Gerusalemme
e del relativo mercato, tutti coloro che si fossero recati presso la chiesa del
Santo Sepolcro di Milano – perché impossibilitati a partire per la Città
Santa – avrebbero potuto godere di una remissio della terza parte dei loro
peccati.53 In questa circostanza si legava la memoria liturgica della crociata ai

50
  Hiestand, Les légats pontificaux, p. 75.
51
 Cfr. su Gregorio  VII: Herbert Edward John Cowdrey, Pope Gregory  VII and the
Bearings of Arms, in Montjoie. Studies in Crusade History in Honour of Hans Eberhard Mayer,
edd. Benjamin Z. Kedar, Jonathan Riley-Smith, Rudolf Hiestand, Aldershot, Variorum, 1997,
pp. 21-35, in partic. pp. 22-24.
52
  Jean Richard, Urbain II, la prédication de la croisade et la définition de l’indulgence, in
Deus qui mutat tempora. Menschen und Institutionen im Wandel des Mittelalters. Festschrift
für Alfons Becker zu seinem fünfundsechzigsten Geburtstag, edd. Ernst-Dieter Hehl, Hubertus
Seibert, Franz Staab, Sigmaringen, Thorbecke, 1987, pp.  129-135; Id., L’indulgence de
Croisade et le pèlerinage en Terre Sainte, in Il concilio di Piacenza e le Crociate, Piacenza,
Cassa di risparmio di Piacenza e Vigevano, 1996, pp. 213-223; Jean Flori, La guerre sainte.
La formation de l’idée de croisade dans l’Occident chrétien, Paris, Aubier, 2001 (Collection
historique), trad. it. La guerra santa. La formazione dell’idea di crociata nell’Occidente
cristiano, Bologna, Il Mulino, 2003 (Collezione di testi e di studi. Storiografia), pp. 350-359.
53
  Gian pietro Puricelli, Ambrosianae Mediolani basilicae ac monasterii, hodie
Cistertiensis, monumenta, Mediolani, Ramellati, 1645 pp.  481-485; Annamaria
Ambrosioni, Gli arcivescovi di Milano e la nuova coscienza cittadina, in L’evoluzione delle
città italiane nell’XI secolo, edd. Renato Bordone, Jörg Jarnut, Bologna, Il Mulino, 1988
(Annali dell’istituto storico italo-germanico. Quaderni, 25), pp. 193-222, in part. pp. 216-
222; Alfredo Lucioni, Anselmo  IV da Bovisio arcivescovo di Milano (1097-1101).
158 Miriam Rita Tessera

benefici spirituali ed economici per i milanesi, a differenza dell’applicazione


del 1120, più rivolta a collegare la reliquia memoriale della Passione con la
dignità della cattedrale. Il modello utilizzato da Conone sembra però aver
influenzato, non a caso, le scelte analoghe compiute pochi anni dopo a Saint-
Denis. Nel 1124, infatti, dopo aver garantito alla sua abbazia le rendite della
fiera parigina del Lendit, Sugero utilizzò un testo composto dopo la metà
dell’XI secolo, la Descriptio clavi et corone Domini, per rifondare il culto del
Santo Chiodo e dei frammenti della corona di spine che la tradizione attri-
buiva a un dono di Carlo il Calvo a Saint-Denis, e lo associò a una remissio
peccatorum di un terzo della penitenza imposta.54
Remissiones della penitenza imposta (di un numero variabile di giorni da
8 a 40), spesso collegate alla festa del patrono o alla riconsacrazione di chiese,
cominciarono ad essere usate in modo sistematico da Callisto II per stabilire
un legame speciale con la sede apostolica, soprattutto nel caso di istituzioni
che godevano della protezione apostolica o di chiese che si erano schierate
in favore del pontefice e ne avevano accolto il passaggio.55 Proprio durante il
sinodo lateranense del marzo 1116 Pasquale II aveva concesso a tutti coloro
che avessero visitato le tombe degli apostoli una ‘indulgenza’ di 40 giorni di
penitenza, così da legare, almeno spiritualmente, l’azione di rinnovamento
della Chiesa promossa dal concistoro ai benefici per le anime dei singoli par-
tecipanti.56 Allo stesso tempo, però, il valore meritorio della lotta contro i
saraceni in Oriente e in Spagna venne ribadito durante il concilio di Reims
dell’ottobre 1119, che – forse in concomitanza con un nuovo appello alla cro-
ciata in Francia – prevedeva il servizio militare di un anno in Oriente o in Spa-
gna come penitenza per gli incendiari o gli assassini, e fu infine sistematizzato

Episcopato e società urbana sul finire dell’XI secolo, Milano, Vita e Pensiero, 2011 (Università.
Storia), pp. 119-135.
54
  La datazione della Descriptio è attualmente oggetto di dibattito tra gli studiosi, sebbene
il testo sia stato di certo composto dopo la metà dell’XI secolo; cfr. le diverse opinioni
espresse da Lombard-Jourdain, Les foires de l’abbaye de Saint-Denis, pp. 287-289 (circa
1075-1095); Grosse, Saint-Denis zwischen Adel und König, pp.  42-54 (intorno al 1053);
Chiara Mercuri, Corona di Cristo, corona di re: la monarchia francese e la corona di spine nel
Medioevo, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2004 (Centro alti studi in scienze religiose,
2), pp. 55-83, in partic. p. 72 (post 1062).
55
  Tessera, Orientalis ecclesia, pp. 146-149, con esempi e bibliografia.
56
  Ekkeh. Uraug., Chronica, p.  252: ‘His autem qui propter concilium et animarum
suarum remedium apostolorum limina visitaverunt, qui de capitalibus poenitentiam agerent,
40 dierum poenitentiam indulsit, et apostolica benedictione concilii exameron laudabiliter
absolvit’.
La croce del legato. Conone di Preneste 159

da Callisto II nel canone 10 del concilio Lateranense I, che precisò il quadro


normativo sullo status dei crociati e i benefici spirituali loro concessi.57
Il concilio di Reims era stato reso possibile anche dal lavoro preparatorio
svolto in Francia da Conone di Preneste: così nella remissio peccatorum voluta
dal cardinale per la traslazione della reliquia della Vera Croce sembrano intrec-
ciarsi i molteplici campi di azione – Oriente latino, Francia, impero, Roma – di
questo abile legato, un diplomatico al servizio del centralismo papale ma anche
un uomo di sincera devozione e rigoroso spirito di riforma, che forse non merita
il ritratto sprezzante tracciato da Abelardo nell’Historia calamitatum dopo la
condanna durante il concilio di Soissons del 1121.58 Anzi, il valore nascosto
dell’esperienza in Oriente di Conone di Preneste risalta bene, seppure con
qualche forzatura storica, nella commossa rievocazione della sua morte, così
come venne fissata dai canonici di Arrouaise dopo il 1180 quando scrivevano
che, al tempo dell’abate Gervasio, ‘venerabilis Cono, expleta legatione qua in
Hierosolima et per totam Siriam sub Calixto vel Honorio summis presulibus
functus fuerat, reversus ad propria, Prenestem civitatem sedis sue, spiritu suo ad
Deum qui eum dederat evocato, V idus augustii sui gleba corporis honoravit’.59

Appendice

(1120, autunno – Saint-Germain-des-Prés?)


Conone, cardinale vescovo di Preneste e legato papale, istituisce la
festa della Santa Croce in onore della reliquia della Vera Croce mandata a

57
  Raymonde Foreville, Latran  I, II, III et Latran  IV, Paris, Editions de l’Orante,
1965 (Histoire des Conciles Oecuméniques, 6), pp. 59-60; Schilling, Guido von Vienne,
pp.  582-586; Tessera, Orientalis ecclesia, pp.  149-150. È possibile che Callisto  II avesse
cercato di lanciare una nuova crociata nell’estate-autunno 1119: Jonathan Riley-Smith,
The First Crusaders (1095-1131), Cambridge, Cambridge University Press, 1997, p.  176.
Allo sviluppo del concetto di indulgenza di crociata contribuì anche la formulazione di una
completa remissio peccatorum promossa nel 1120 dal patriarca Warmondo di Gerusalemme
per incentivare le partenze dalla penisola iberica: Tessera, Orientalis ecclesia, p. 139.
58
 Cfr. Pietro Zerbi, ‘Philosophi’ e ‘Logici’. Un ventennio di incontri e scontri: Soissons,
Sens, Cluny (1121-1141), Roma - Milano, Istituto Storico italiano per il Medio Evo - Vita e
Pensiero, 2002, pp. 40-41.
59
  Monumenta Arroasiensia, pp.  25-26 (sembra certo che Conone morì il 9 agosto 1122).
Sulla base di questa notizia si potrebbe ipotizzare un nuovo incarico affidato a Conone
in Oriente, forse in relazione alla spedizione veneziana, ma nell’estate 1121 il pallio per il
patriarca Warmondo venne affidato al cardinale Pietro di Porto: Hiestand, Kirchen,
pp. 128-130 n. 22.
160 Miriam Rita Tessera

Notre-Dame da Gerusalemme; la festa deve essere celebrata a Parigi la prima


domenica di agosto di ogni anno: coloro che vi parteciperanno otterranno
la piena remissione dei propri peccati dopo aver ricevuto l’assoluzione dal
vescovo di Parigi.
Originale: Paris, Archives nationales de France, K 21 n. 1/8.
Edizioni precedenti: Musée des Archives Nationales. Documents originaux
de l’histoire de France, Paris, Henri Plon, 1872, n. 127; Robert de Lasteyrie,
Cartulaire général de Paris, Paris, Imprimerie Nationale, 1887 (Histoire
générale de Paris), I, pp. 173-74 n. 153; Chartes originales antérieures à 1121
conservées en France, edd. Cédric Giraud, Jean-Baptiste Renault, Benoît-
Michel Tock, Nancy, Centre de Médiévistique Jean Schneider éds électro-
nique: Orléans, Institut de Recherche et d’Histoire des Textes, 2010 (Telma,
http://www.cn-telma.fr/originaux/index/), n. 2164.
Regesti e bibliografia: Jules Tardif, Monuments historiques, Paris,
Claye, 1866, p. 199 n. 340; Schieffer, Die päpstlichen Legaten, p. 209 n.
77; Dereine, Conon, col. 468 (con datazione al 1115); Richard, Quelques
textes; Bresc-Bautier, L’envoi de la relique de la Vraie Croix (con la pre-
cedente bibliografia); Huls, Kardinäle, Klerus, p. 113; Weiss, Die Urkun-
den, p. 66 n. 22.
Cono, Dei gratia Prenestinus episcopus, apostolice sedis legatus, omni-
bus Christi fidelibus salutem et benedictionem. Cog|novimus quod de ligno
Dominice crucis, de ligno scilicet nostre redemptionis, maxima pars, thesau-
rus scili|cet incomparabilis, ab Hierosolimis per auctenticas personas Parisius
transmissa fuerit. Nos igitur pro re|verentia tantarum reliquiarum statuimus
quatinus ea die qua delatae sunt, prima videlicet dominica | augusti, celebre
festum atque sollempne in honore eiusdem crucis in Parisiensi civitate habea-
tur. Ad | hanc vero sollempnitatem quicumque convenerint et veniam devote
petierint, remissionem peccatorum | suorum procul dubio se impetrasse
letentur. Communicato enim fratrum consilio, quicquid de peccatis | peni-
tencium episcopus Parisiensis misericorditer relaxaverit auctoritate sancte
Romane aecclesiae et nostra | relaxare instituimus. Valete.
(S. deperditum)
Fidelissimus mediator: Alberto
patriaRCa di Gerusalemme e legato
papale in Terra Santa. I suoi interventi
nelle questioni della succesSione dEi
regni d’Oriente

Cristina Andenna

‘[…] fedelissimo mediatore fra la sacrosanta Chiesa romana e l’impero, fu


amato dal pontefice e dall’imperatore e preferito da entrambe in modo
particolare a tutti gli altri vescovi […].’1 Con queste parole un canonico
eusebiano, alla metà del secolo XIII, caratterizzava la personalità di
Alberto,2 patriarca di Gerusalemme e un tempo vescovo della Chiesa ver-
cellese, mettendo in risalto in particolare le spiccate doti di mediazione
nelle questioni politiche e religiose, che egli aveva dimostrato di posse-
dere nella relazione fra le due maggiori autorità dell’Occidente cristiano,
il papato e l’impero. Questa annotazione era parte di un breve excursus
biografico, ma dal carattere quasi agiografico, che un anonimo autore
aveva aggiunto in una nota obituaria al giorno 14 di settembre del 1214 a

1
  Giuseppe Colombo, Necrologi eusebiani, in «Bollettino Storico Bibliografico
Subalpino», II (1897), pp. 81-96, 210-221, 383-394; III (1898), pp. 190-208, 279-297; IV
(1899), pp. 349-364 ; VI (1901), pp. 1-15 ; VII (1902), pp. 366-374; Romualdo Pasté,
Necrologi eusebiani, in «Bollettino Storico Bibliografico Subalpino», XXV (1923), pp. 332-
355; la citazione è tratta da: Colombo, Necrologi eusebiani, VI (1901), p. 7: Inter Sacrosantam
Romanam ecclesiam et imperium fidelissimus extitit mediator – unde tam summus pontifex
quam imperator privilegio amoris – ipsum super alios episcopos diligebant. Uno studio su questo
necrologio in Heinrich Dormeier, Capitolo del Duomo, vescovi e memoria a Vercelli (secc.
X-XIII), in «Bollettino storico vercellese», LXV (2005), fasc. 2, pp. 19-59.
2
 Con un taglio monografico affronta l’intera carriera di Alberto, Vincenzo Mosca,
Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, vita, opera, Roma, Edizioni carmelitane, 1996
(Textus et studia historica Carmelitana, 20). Interessanti considerazioni anche in Carlo
Fedele Savio, Gli antichi vescovi d’Italia dalle origini al 1300 descritti per regioni, 4 voll.,
Torino, Fratelli Bocca, 1899-1932, I (1899), pp.  484-487 ; Luciano Gulli, in DBI, I
(1960), pp. 750-751, s.v. Alberto da Vercelli e Adrianus Staring, in Bibliotheca Sanctorum,
I (1961), coll. 688-690, s.v. Alberto di Gerusalemme.

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 161-194
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103489
162 Cristina Andenna

margine del Martirologio di Rabano Mauro, conservato in un manoscritto


vercellese del secolo XIII.
L’autore, pur ritenendosi il meno idoneo e il meno capace, aveva conside-
rato opportuno inserire alcune brevi notizie circa la vita, i costumi, le azioni
e la fine gloriosa di un personaggio di primo piano, Deo et hominibus dilec-
tus, che aveva retto per circa un ventennio la diocesi di Vercelli. L’intenzione
del canonico era mirata alla conservazione della memoria di Alberto alle
generazioni future per impedire che, a causa del vuoto dovuto al silenzio,
il ricordo di quell’uomo fosse destinato a scomparire.3 Dopo un breve, ma
dettagliato resoconto sulle origini familiari di Alberto e sulla sua formazione
in liberalibus disciplinis et humanarum legum scientia, egli aveva poi inserito
nella sua breve nota indicazioni circa le tappe principali della sua carriera
ecclesiastica, fra queste, l’ingresso nella Mortariensis ecclesia, di cui sarebbe
divenuto prior,4 l’elezione a vescovo di Bobbio5 e il trasferimento nel 1185

3
  Colombo, Necrologi eusebiani, VI (1901), pp. 6-8, qui p. 6: Anno ab Incarn. domini nostri
Jesu Christi M. CC. XIIII. Indicione II. presenti die de carnis ergastulo egressus est felicis memorie
venerabilis pater et dominus Albertus Jerosolimitanus patriarcha huius ecclesie quondam
Episcopus, Deo et hominibus dilectus, cuius suavitatis memoriam eructare licet minus idonei vel
sufficientes simus, ne tamen viri tanti claritudo per taciturnitatis desidiam generationi venture
in oblivionem deveniat pauca de vita, moribus, actibus et fine glorioso ipsius Sumatim perscripta
huic pagine duximus inserenda.
4
 Alberto era nato da nobile famiglia reggiana presso castro Gualterii, in diocesi di Parma.
I suoi studi si erano svolti approfondendo le conoscenze nelle arti liberali e nella scienza
giuridica. Abbandonato il mondo secolare, si era poi ritirato in una canonica appartenente
alla congregazione dei canonici regolari di Mortara, dove aveva avuto l’opportunità di
approfondire la conoscenza della regularis disciplina e la comprensione delle leggi divine
(divine legis intelligentia). In breve tempo era divenuto priore di una delle chiese della
congregazione. Sull’ingresso e la permanenza nella congregazione mortariense si dispone di
ben poche informazioni ; cfr. Cristina Andenna, Mortariensis Ecclesia. Una congregazione
di canonici regolari in Italia settentrionale fra XI e XII secolo, Berlin, LIT, 2007 (Vita regularis.
Abhandlungen, 32), pp. 329-331, 335, 417, 455.
5
  Colombo, Necrologi eusebiani, VI (1901), p.  6: […] Ceterum nec inquinaretur a pice si
tangeret eam, valefacto mondo et pompis eius ad ecclesiam Mortariensem tamquam ad salutis
portum cum parentibus confugit, ubi cum iam regularibus disciplinis et divine legis intelligentia
non modicum fuisset instructus, atque in priorem ipsius ecclesie electus, ne lucerna eius amplius
sub modio tegeretur, sed in domo domini super candelabrum exaltata ceteros illustraret, de ipso
prioratu ad regimen Bobiensis episcopatus fuit violenter adductus. Per il periodo dell’episcopato
di Bobbio rimando a Andrea Piazza, Monastero e vescovado di Bobbio. Dalla fine del X
agli inizi del XIII secolo, Spoleto, CISAM, 1997 (Testi, studi, strumenti, 13), pp.  91-96 e
124. La prima sottoscrizione di Alberto come electus Bobiensis compare in un diploma di
Federico I, datato 9 gennaio 1185, per il monastero di Santa Giulia di Brescia; Die Urkunden
Fidelissimus mediator 163

alla più prestigiosa sede di Vercelli.6 In quel luogo egli si era distinto, secondo
il compilatore, per l’azione costante e per la profonda conoscenza sia del
diritto civile, che di quello canonico (constans in actu et utroque iure peritus)
nella difesa dei diritti e delle libertà di quella sede episcopale durante la lunga
controversa contesa fra il pontefice e l’imperatore.7 Il racconto tuttavia non
terminava qui: dall’Occidente la sua fama era giunta sino in Oriente, dove ab
orientali clero et populo era stato in modo unanime postolatus come patriarca
di Gerusalemme,8 una funzione che il pontefice Innocenzo  III gli aveva
imposto di accettare. In Oriente, sempre secondo il racconto del pontefice,
egli aveva vissuto per circa otto anni in modo santo e lodevole, non solo sti-
mato dai cristiani, ma anche dai saraceni e dai pagani. Il ben informato redat-
tore della nota concludeva la sua esposizione con la notizia dell’improvviso

der deutschen Könige und Kaiser. Die Urkunden Friedrichs I. 1181-1190, ed. Heinrich Appelt,
MGH. D 10/4 (1990), pp. 137-139, doc. 890.
6
 Particolare attenzione al periodo vercellese dedicano Laura Minghetti, L’episcopato
vercellese di Alberto durante i primi anni del secolo XIII, in Vercelli nel secolo XIII. Atti del
primo congresso storico vercellese; 2-3 ottobre 1982, Vercelli, S.E.T.E., 1984, pp. 99-112; Ead.,
Alberto vescovo di Vercelli (1185-1205). Contributo per una biografia, in «Aevum», LIX
(1985), pp.  266-304; Ead., L’episcopato vercellese dall’età del confronto fra papato e impero
all’affermazione del primato innocenziano: i vescovi Uguccione, Guala e Alberto (1151-1214),
in «Bollettino Storico Vercellese», LIII (1999), pp.  75-106 e infine Giorgina Pezza
Tornamè, Alberto di Gualtieri, mortariense. Da vescovo di Bobbio a patriarca di Gerusalemme,
in La fondazione di Bobbio nello sviluppo delle comunicazioni tra Langobardia e Toscana nel
Medioevo. Atti del convegno internazionale; Bobbio, Auditorium di S. Chiara, 1-2 ottobre 1999,
ed. Flavio G. Nuvolone, Bobbio, Associazione culturale Amici di Archivum Bobiense, 2000
(Archivum bobiense. Studia, 3), pp. 207-231.
7
  Colombo, Necrologi eusebiani, VI (1901), pp.  6-7: Inde paucis evolutis annis antequam
consecrationis munus reciperet, cum ingenti alacritate cleri et populi postulatus est in episcopum
ecclesie Vercellensis qua per XX fere annorum curricula viriliter gubernans tam spiritualium
quam temporalium profectu, eundem mirabiliter augmentavit. […] Cumque sensu profundus
esset, consilio providus, sermone splendidissimus, constans in actu et in utroque iure peritus, a
grandi alieno ere ipsam ecclesiam quantocius liberavit, possessiones auxit, edifitia construxit et
iura illibata defendit. Inter Sacrosantam Romanam ecclesiam et imperium fidelissimus extitit
mediator, unde tam summus pontifex quam imperator privilegio amoris, ipsum super alios
episcop[os] diligebant, presertim illustris Imperator Henricus, filius invictissimi Cesaris Frederici
cuius gratia devotis obsequiis in tantum promeruit, ut nobilissimum castrum Verruche cuius
ecclesie quod tenebat, sibi liberaliter restitueret, ac sinceram eius devotionem magnis et preciosis
muneribus munificientia imperiali donaret […].
8
  Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, pp.  555-588 e Klaus-Peter
Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem: von der Eroberung der Heiligen Stadt
durch die Kreuzfahrer 1099 bis zum Ende der Kreuzfahrerstaaten 1291, Berlin, Duncker &
Humblot, 2002 (Berliner Historische Studien, 35), pp. 411-447.
164 Cristina Andenna

assassinio di Alberto nella chiesa di Santa Croce di Acri per mano di un dia-
bolicus chierico della diocesi di Ivrea che egli aveva deposto qualche tempo
prima per la sua condotta poco edificante. In tale modo, con il ricordo del
martirio che aveva precocemente posto fine all’esistenza terrena di Alberto,9
il redattore della nota aveva terminato il suo excursus.
Nel succinto racconto della vita il canonico eusebiano non tralasciava
di annotare alcune brevi informazioni che offrivano una caratterizzazione
anche della sua personalità. Uomo dalla profonda dimensione religiosa ed
eloquente predicatore, Alberto era ricordato in particolare per le sue qua-
lità come ammirevole organizzatore della vita religiosa di chierici e laici. La
regularis disciplina, che egli aveva potuto sperimentare come canonico rego-
lare della congregazione mortariense, gli aveva permesso di ottenere una più
profonda divine legis intelligentia e di divenire esperto riformatore della vita
di diverse istituzioni religiose e al tempo stesso promotore e organizzatore di
nuove forme di esistenza che coinvolgevano anche i laici.10 Come abbiamo

9
  Colombo, Necrologi eusebiani, VI (1901), pp.  7-8: […] verum ut fulgor quod exit ab
occidente et parit usque in orientem tanti viri gloriam constitueret in ex[c]elso ab Orientali clero
et populo in Jerosolimitanum patriarcham fuit unanimiter postulatus et per dominum papam
Innocentium III. ut illo iret coactus ubi dum per octo bis annos tam sancte ac laudabiliter vixisset,
ut non solum a christianis, qui eum tamquam patrem sanctissimum diligebant, verum etiam
a sarracenis et paganis, in reverentia magna et veneracione haberetur, diabolicus quondam
vir de loco Calixeni, diocesis Iporiensis quem idem pater de suis excessibus corrigebat, eumdem
venerabilem virum pontificalibus inductum et in hac die gloriosa in ecclesia Sancte Crucis
Aconensis processionem cum clero solempniter agentem, cultello petiit et occidit et sic gloriosus
pater per martirii palmam ex hac vita migravit.
10
  Colombo, Necrologi eusebiani, VI (1901), pp. 6-7: […] Cum enim esset humilis in habitu,
parcus in victu, corpore castissimus, elymosinis largus, in officio divino assiduus, in predicatione
facundissimus, clericorum et laicorum mores verbo et exemplo miro modo composuit et ad frugem
melioris vitae adduxit. Durante il periodo dell’episcopato vercellese attuò la riforma nel 1194
del capitolo dei canonici di Biella (cfr. Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo,
pp. 271-296) e intervenne intorno all’anno 1200 nella redazione e correzione, insieme all’abate
di Lucedio e ad altri insigni ecclesiastici, fra cui anche il cardinale Pietro Capuano, del testo
normativo redatto per il ramo clericale dell’ordine degli umiliati ( John B. Wickstrom,
The Humiliati: Liturgy and Identity, in «Archivum Fratrum Praedicatorum», LXII (1992),
pp. 195-225; Frances Andrews, The Early Humiliati, Cambridge, Cambridge University
Press, 1999, pp. 111-128 e Maria Pia Alberzoni, Gli umiliati. Regole e interventi papali
fino alla metà del XIII secolo, in Regulae – Consuetudines – Statuta. Studi sulle fonti normative
degli ordini religiosi nei secoli centrali del Medioevo. Atti del I e II seminario internazionale di
studio del Centro italo-tedesco di storia comparata degli ordini religiosi (Bari – Noci – Lecce,
26-27 ottobre 2002, Castiglione delle Stiviere, 23-24 maggio 2003), edd. Cristina Andenna,
Gert Melville, Münster, LIT, 2005 (Vita regularis. Abhandlungen 25), pp. 331-371, in partic.
Fidelissimus mediator 165

già avuto modo di sottolineare Alberto si era inoltre distinto dal punto di
vista politico come fidelissimus mediator nei rapporti fra la Chiesa e l’impero,
presentandosi negli ultimi decenni del secolo XII come capace sostenitore
del pontefice e devoto collaboratore dell’imperatore.11
L’excursus testimonia l’interesse del capitolo e dei canonici eusebiani a
mantenere viva la memoria di un vescovo che aveva retto la diocesi per quasi
un ventennio, prima di essere elevato alla carica di patriarca di Gerusalemme,
la cui vita, i cui costumi e le cui azioni avevano reso illustre la sede vercellese.
Al termine della nota il redattore attribuiva all’assassinio di Alberto il carat-
tere del martirio, attribuendo al suo breve testo in tal modo anche una
dimensione agiografica.
Queste particolari doti, unite alla sua acutezza politica, non bastano
da sole a spiegare i motivi che condussero i canonici del capitolo del Santo
Sepolcro di Gerusalemme a proporre Alberto come patriarca. La promo-
zione alla direzione di una delle sedi più prestigiose della Terra Santa, scelta
peraltro condivisa anche dal re di Gerusalemme Amalrico II di Lusignano e
dai vescovi suffraganei,12 appare a prima vista incomprensibile, se si pensa
che Alberto, sino a quel momento, non aveva avuto alcun diretto coinvolgi-
mento nelle questioni politiche della Palestina.
Laura Minghetti Rondoni, nel suo contributo del 1999,13 e Vincenzo
Mosca, nella biografia dedicata ad Alberto nel 1996,14 spiegavano questa
scelta con la presenza dopo le spedizioni crociate di un buon numero di
vercellesi, o per lo meno di piemontesi in Terra Santa. Entrambe gli autori,
qui in accordo anche con Elena Bellomo,15 individuavano, sin dal periodo

pp. 365-371). Durante il periodo della sua permanenza in Oriente fra il 1206 e il 1214 egli
fu con buona probabilità l’iniziatore del processo di unificazione delle differenti comunità di
stampo eremitico presenti alle pendici del Monte Carmelo. Per costoro, i fratres eremitae …
iuxta Fontem in Monte Carmeli, redasse una formula vitae; cfr. Mosca, Alberto patriarca di
Gerusalemme: tempo, pp. 534-547 e ora anche Emanuele Boaga, Dalla Norma di vita, alla
Regola e alle Costituzioni dei carmelitani nel secolo XIII, in Regulae – Consuetudines – Statuta,
pp. 633-663, in partic. pp. 633-643.
11
 Per quanto riguarda il legame di Alberto di Vercelli con l’imperatore Federico Barbarossa e
Enrico VI rimando a Minghetti, Alberto vescovo di Vercelli, pp. 267-304 e Ead., L’episcopato
vercellese di Alberto, pp. 94-99.
12
 PL, CCXV (1891), coll. 540-541.
13
  Minghetti, Alberto vescovo di Vercelli, p. 291.
14
  Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, p. 359.
15
 Il documento del gennaio del 1198 (Cartario del monastero di Muleggio, ed. Giacomo Sella,
Pinerolo, s.e., 1917 [Biblioteca della Società storica subalpina, 85/1], pp. 22-23) stipulato a
Vercelli alla presenza di Alberto e relativo alla vendita di alcuni beni in Vercelli alla chiesa
166 Cristina Andenna

dell’episcopato vercellese, anche l’esistenza di legami del tutto positivi fra


Alberto e l’ordine dei templari.16 Se questi due elementi possono aver avuto
sicuramente un ruolo nella promozione di Alberto, non bastano a spiegare
in modo esauriente la scelta del capitolo del Santo Sepolcro. L’elevazione di
Alberto alla sede patriarcale va inserita nel contesto di una rete di relazioni
ben più ampie.

La postulatio di Alberto a patriarca di Gerusalemme: una complessa


rete di relazioni

Dopo la sconfitta di Hattin nel 1187 e il fallimento della terza crociata


si era verificata una svolta significativa negli equilibri politici ed ecclesiastici
della Terra Santa. Sino a quel momento, come Rudolf Hiestand ha sotto-
lineato, erano stati principalmente i sovrani di Gerusalemme ad aver eser-
citato un diretto controllo nella scelta dei candidati destinati a dirigere la
sede patriarcale. Con l’indebolimento del loro peso politico alla fine del
secolo XII, la residenza forzata a San Giovanni d’Acri e le complicate vicende
legate alle successioni dinastiche nei Regni della Terra Santa, l’influenza dei
sovrani del Regno di Gerusalemme nelle questioni ecclesiastiche subì un
forte contraccolpo e fu ridotta al solo potere di conferma di un candidato
canonicamente eletto dal capitolo del Santo Sepolcro.17 Questo forte ridi-
mensionamento dell’influenza dei sovrani si era già manifestato, nel corso
dell’ultimo decennio del secolo XII, con la nomina a patriarca di Aimaro

dei templari di San Giacomo di Alboreto testimonia che almeno in Italia settentrionale il
vescovo di Vercelli aveva avuto occasione di conoscere personalmente alcuni rappresentanti
dell’ordine. Va notato tuttavia che si tratta di una sola attestazione; Elena Bellomo, The
templar order in North-West Italy. 1142-c.1330, Leiden – Boston, Brill, 2008 (The Medieval
Mediterranean, 72), p. 150, 238.
16
 Cfr. anche Luigi Avonto, I templari in Piemonte. Ricerche e studi per una storia dell’ordine
del Tempio in Italia, Vercelli, Società storia vercellese, 1982 (Biblioteca della Società storica
vercellese), pp.  15-22 e Id., Presenza gerosolimitana a Vercelli nel secolo XIII, in Vercelli nel
secolo XIII, pp. 113-138.
17
  Rudolf Hiestand, Der lateinische Klerus der Kreuzfahrerstaaten: geographische
Herkunft und politische Rolle, in Die Kreuzfahrerstaaten als multikulturelle Gesellschaft.
Einwanderer und Minderheiten im 12. und 13. Jahrhundert, ed. Hans Eberhard Mayer,
Munich, Oldenbourg, 1997 (Schriften des Historischen Kollegs. Kolloquien, 37), pp. 43-68,
in partic. pp. 56-57 e 66 e Bernard F. Hamilton, The Latin Church in the Crusader States.
The Secular Church, London, Variorum, 1980, p. 245; cfr. anche Kirstein, Die lateinischen
Patriarchen von Jerusalem, pp. 449-453.
Fidelissimus mediator 167

Monachus, eletto e consacrato, nonostante l’opposizione del dominus regni


Enrico II di Champagne.18
A partire dai primi anni del secolo XIII si assistette ad una maggiore
ingerenza da parte della Chiesa romana nelle scelte dei patriarchi e dei ves-
covi de­stinati ad occupare le sedi d’Oriente, in particolare attraverso una più
intensa azione da parte dei legati papali. Ciò era avvenuto anche a Gerusa-
lemme, dove, dopo la morte di Monachus,19 furono i due legati papali, Sof-
fredo20 e Pietro Capuano,21 a doversi occupare del problema della successione
al patriarcato.22 Nella primavera del 1203 il cardinale Soffredo aveva cassato
il candidato proposto dal discorde concilio degli elettori, costituito dal
capitolo del Santo Sepolcro e dai vescovi suffraganei, e in qualità di legato
aveva imposto di avviare le procedure per una nuova nomina.23 Il capitolo, di

18
  Hiestand, Der lateinische Klerus der Kreuzfahrerstaaten, p. 66.
19
  Monachus era morto nell’inverno del 1202/1203, poco dopo l’arrivo del legato papale
Soffredo, cardinale prete di Santa Prassede. Su (Haymarus) Monachus, cfr. Kirstein, Die
lateinischen Patriarchen von Jerusalem, pp.  362-394, ma anche Paul Edouard Didier
Riant, De Haymaro Monacho, archiepiscopo Caesariensi et postea Hierosolymitano patriarcha,
Paris, D. Jouaust, 1865. Interessanti annotazioni sulla politica di Monachus anche in Miriam
Rita Tessera, Memorie d’Oriente: la traslazione del braccio di san Filippo a Firenze nel
1205, in «Aevum», LXXVIII (2004), pp.  531-540 e Marco Petoletti, Il Rithmus
de expeditione Ierosolimitana di Monaco Fiorentino, arcivescovo di Cesarea e patriarca di
Gerusalemme, in Poesía Latina Medieval (siglos V-XV). Actas del IV congreso del ‘Internationales
Mittellateinerkomitee’; Santiago de Compostela, 12-15 de Septiembre de 2002, edd. Manuel
Cecilio Díaz Díaz, José Manuel Díaz de Bustamante, Firenze, SISMEL – Edizioni del
Galluzzo, 2005 (Millennio medievale, 55; Atti di convegni, 17), pp. 639-650.
20
 Soffredo, cardinale diacono di Santa Maria in Via lata (1182) e cardinale prete di Santa
Prassede (1193-1208/1210), si veda Werner Maleczek, Papst und Kardinalskolleg
von 1191 bis 1216. Die Kardinäle unter Coelestin  III. und Innocenz  III., Wien, Verlag der
Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 1984 (Publikationen des Historischen
Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in Rom, 1; Abteilung: Abhandlungen, 6),
pp. 3-76.
21
 Pietro Capuano, cardinale diacono di Santa Maria in Via lata (1193) e cardinale prete di
San Marcello (1200-1214), si veda Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp.  117-124 e
Werner Maleczek, Pietro Capuano. Patrizio amalfitano, cardinale, legato alla quarta
crociata, teologo (1214), Amalfi, Centro di cultura e storia amalfitana, 1997 (Biblioteca
amalfitana, 2), in particolare per il periodo della legazione in Terra Santa pp. 103-230.
22
 Sul problema della complicata successione di Monachus, cfr. Rudolf Hiestand, Hans
Eberhard Mayer, Die Nachfolge des Patriarchen Monachus von Jerusalem, in «Basler
Zeitschrift für Geschichte und Altertumskunde», LXXIV (1974), pp. 109-130.
23
  La complessa vicenda della mancata consacrazione dell’arcivescovo Pietro di Cesarea,
scelto come successore di Monachus, e dei motivi che procurarono l’intervento di Soffredo di
cassazione della elezione, cfr. Maleczek, Pietro Capuano. Patrizio amalfitano, pp. 182-184,
168 Cristina Andenna

comune accordo, aveva scelto tramite una postulatio, lo stesso Soffredo.24 Tale
scelta aveva trovato un consenso univoco non solo da parte ecclesiastica, ma
anche del sovrano, Almerico di Lusignano, e della nobiltà locale. Il definitivo
potere di conferma spettava in questo caso al giudizio del pontefice Inno-
cenzo III, il quale non solo si era trovato favorevole alla nomina, ma in una
lettera del 16 agosto del 1203 aveva incoraggiato il cardinale ad assumersi il
nuovo compito. Soffredo avrebbe dovuto essere consacrato dai suoi suffraga-
nei e avrebbe dovuto ricevere il pallio dalle mani dell’altro legato, il cardinale
Pietro Capuano.25 Nella stessa lettera il pontefice lo confortava assicurando-
gli che lo stretto legame con la Chiesa di Roma non sarebbe in tal modo
venuto meno, ma sarebbe stato mantenuto tramite il permesso di conservare
il mandato di legazione.26 In una seconda lettera il pontefice pregava inoltre
il cardinale di sopportare con pazienza le fatiche che il suo non facile lavoro
in Terra Santa avrebbe comportato.27 In una parallela missiva diretta a Pie-
tro Capuano il pontefice lasciava intendere che nutriva seri dubbi sull’effet-
tiva intenzione di Soffredo ad assumersi quella dignità. Il cardinale Pietro
era informato pertanto del fatto che, in caso di rifiuto, il capitolo avrebbe
dovuto procedere ad una nuova elezione.28 Nonostante le rassicurazioni
papali, Soffredo di fatto nella seconda metà del 1203 rifiutò l’incarico, una
decisione che Innocenzo III, suo malgrado, accolse, esortando il cardinale ad
impegnarsi, insieme a Pietro Capuano, affinché il capitolo del Santo Sepol-
cro avviasse nuovamente le procedure per la scelta di un nuovo candidato, il
quale sarebbe stato personalmente confermato dal pontefice.29

ma anche Hiestand, Mayer, Die Nachfolge, pp. 109-130, che analizzano i documenti in


proposito e Rudolf Hiestand, Die päpstlichen Legaten auf den Kreuzzügen und in den
Kreuzfahrerstaaten. Vom Konzil von Clermont (1095) bis zum 4. Kreuzzug, 3 voll., Kiel, s.e.
1972, III, p. 338.
24
  Maleczek, Pietro Capuano. Patrizio amalfitano, pp.  183-185 e Hiestand, Die
päpstlichen Legaten, III, p. 338.
25
 Reg. Inn. III., VI, pp. 214-218, n. 129.
26
 Reg. Inn. III., VI, p.  218: Ut autem in benivolentia nostra non remitti sed augeri circa te
potius videatur, volumus, ut iniuncte tibi legationis officium cum predicto legato nichilominus
exequaris, cum ita ecclesiae Ier(oso)l(im)itanae te conferre velimus, ut ecclesie Romanae te
nolimus auferre.
27
 Reg. Inn. III., VI, pp. 219-221, n. 130.
28
 Cfr. la seconda missiva con la medesima data in Reg. Inn. III., VI, p. 218, n. 129.
29
 Reg. Inn. III., VII, pp. 393-395, n. 222 ; cfr. anche Hiestand, Mayer, Die Nachfolge,
pp. 117 e 128-129.
Fidelissimus mediator 169

Fra l’estate e l’autunno del 1204 la scelta cadde su Alberto, a quel tempo
vescovo di Vercelli. Le fonti concordano nel sottolineare che la nomina sca-
turiva da un accordo unanime fra tutte le parti in causa: i canonici del Santo
Sepolcro, il re di Gerusalemme, Soffredo e il pontefice.30 La stessa unità di
intenti emerge inoltre dalla lettera di comunicazione ufficiale inviata dal
capitolo al futuro patriarca. In questo testo, analizzato da Rudolf Hiestand e
Hans Heberhard Mayer e sopravvissuto grazie alla sua inserzione nella Retho-
rica antiqua di Buoncompagno Buoncompagni, il capitolo sottolineava che
l’uniformitas voluntatum, emergente dalla nomina, era considerata dalle
parti in causa il presupposto per sopire ogni controversia e forse, con il volere
di Dio, per giungere all’auspicata liberazione della Terra Santa. I canonici
della cattedrale si auguravano pertanto che Alberto, qui designato pater …
et pastor e insignito della funzione di difensore della cristianità, raggiun-
gesse quanto prima le coste orientali.31 Nella lettera di risposta il neoeletto
patriarca, pur non riconoscendosi all’altezza di quel compito e sostenendo
che la Terra Santa a causa dell’urgenza della situazione politica meritava un
diverso pastore, si dichiarava disposto ad accogliere quella funzione, poiché
egli non osava contraddire gli ordini del pontefice.32 Il 17 febbraio 1205 Inno-
cenzo III aveva già espresso il suo parere pienamente positivo sulla nomina,
esercitando una certa pressione affinché Alberto accettasse l’incarico.33 In
due missive del 17 marzo e del 12 luglio 1205, inoltre, il pontefice scriveva
al cardinale Pietro Capuano, intimandogli di non lasciare la Terra Santa e di
assumersi la responsabilità dei problemi del patriarcato di Gerusalemme sino
all’arrivo del nuovo patriarca.34

30
 PL, CCXV (1891), coll. 540-541, docc. 222-223; Gesta Innocentii, in PL, CCXIV
(1890), cap. 89, col. 140.
31
  Hiestand, Mayer, Die Nachfolge, pp. 128-129.
32
  Hiestand, Mayer, Die Nachfolge, p. 129: Item si secundum apostolum oporteat episcopum
inreprehensibilem esse, multo magis patriarcham, qui episcoporum insufficientiam virtutibus et
meritis subportare tenetur. Nam et Terra Sancta sub tanto noscitur esse discrimine constituta,
quod excellentioris pastoris munimine indigeret procul dubio refoveri. Verum quia preceptis
domini pape contraire nequimus, superimpositum subimus labore fraternitati vestre breviter
intimantes, quod, quam citius dederit oportunitas, procurabimus auxiliante domino transmeare.
33
 Reg. Inn. III., VII, n. 222, pp.  393-395. Nella lettera di conferma dell’elezione
Innocenzo III spiegava con acribia anche le motivazioni che avevano causato la lunga vacanza
nel patriarcato di Gerusalemme, la cui sede era ora ad Acri. Si veda anche Hiestand, Mayer,
Die Nachfolge, pp. 129-130 e Maleczek, Pietro Capuano. Patrizio amalfitano, pp. 184-186.
34
 PL, CCXV (1891), coll. 541-542, docc. 222-225 e coll. 699-702, docc. 125-127.
170 Cristina Andenna

Il neoeletto era stato uno degli uomini di fiducia di Innocenzo  III in


Lombardia, un personaggio molto noto alla curia romana. A lui, da almeno
due decenni, i pontefici avevano affidato molti arbitrati e lo avevano dele-
gato più volte alla risoluzione di questioni ecclesiastiche, anche di notevole
peso politico.35 Inoltre, su incarico di Innocenzo III, Alberto era stato coin-
volto in più complessivo progetto di riorganizzazione della vita ecclesiastica
e religiosa, un compito nel quale egli si era distinto impegnandosi non solo
a risolvere i gravi problemi della sua diocesi,36 ma in generale contribuendo
anche alla riforma e alla riorganizzazione di alcune istituzioni religiose.37 In
particolare egli si assunse nel 1194 l’incarico di riformare gli statuti dei cano-
nici di Biella38 e, su iniziativa di Innocenzo III, ebbe parte attiva, insieme ai
due abati cistercensi di Lucedio e di Cerreto, intorno all’anno 1200 nella
elaborazione di un regulare propositum, un testo normativo unitario previsto
per il secondo ordine degli umiliati.39 Proprio in questa occasione aveva con
buona probabilità avuto modo di lavorare a stretto contatto, o perlomeno di
incontrare, il futuro legato in Terra Santa, Pietro Capuano, al quale era stata
affidata in seconda istanza, insieme ad una apposita commissione costituita

35
  La carriera di Alberto, in correlazione a quella di Pietro da Lucedio, è tratteggiata anche
in Maria Pia Alberzoni, Città, vescovi e papato nella Lombardia dei comuni, Novara,
Interlinea, 2001 (Studi, 26), pp. 91-93, 100-103 e pp. 116-118; cfr. anche Andrews, The
Early Humiliati, pp. 83-89; Minghetti, Alberto vescovo di Vercelli, pp. 267-282 e Mosca,
Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, pp. 231-235 e 251-258.
36
  Minghetti, Alberto vescovo di Vercelli, pp. 283-284 e 287-288.
37
  Minghetti, Alberto vescovo di Vercelli, pp. 284-285. L’impegno riformatore di Alberto
di Vercelli in merito alla vita del clero è ora valorizzato in Antonio Olivieri, Note
sulla tradizione sinodale dell’episcopio vercellese ( fine XII-XIII sec.), in «Rivista di Storia e
Letteratura religiosa», XXXVIII (2002), pp. 303-331.
38
 Cfr. Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, pp.  271-296, ma anche Le carte
dell’Archivio Comunale di Biella fino al 1379, edd. Luigi Borrello, Armando Tallone, 4 voll.,
Torino, Tip. Mario Gabetta, 1927-1933 (Biblioteca storica subialpina, 136), IV (1933),
pp. 5-7 e Mario Gorino-Causa, Il capitolo collegiato di Biella sino agli statuti del 1318, in
«Bollettino storico Bibliografico Subalpino», XLI (1939), pp. 4-37.
39
  La procedura per la revisione della normativa proposta dagli umiliati è tratteggiata da
Maria Pia Alberzoni, Gli inizi degli Umiliati: una riconsiderazione, in La conversione alla
povertà nell’Italia dei secoli XII-XIV. Atti del XXVII Convegno storico internazionale; Todi,
14-17 ottobre 1990, Spoleto, CISAM, 1991 (Atti dei Convegni dell’Accademia Tudertina e
del Centro di studi sulla spiritualità medievale. Nuova serie, 4), pp. 187-237, qui pp. 207-223;
Ead., Giacomo di Rondineto: contributo per una biografia, in Sulle tracce degli Umiliati, edd.
Ead., Annamaria Ambrosioni, Alfredo Lucioni, Milano, Vita e pensiero, 1997 (Bibliotheca
erudita, 13), pp. 132-136; Andrews, The Early Humiliati, pp. 80-98 e ora anche Alberzoni,
Gli inizi degli Umiliati, pp. 331-371, in partic. pp. 365-371.
Fidelissimus mediator 171

da Graziano, cardinale dei SS. Cosma e Damiano, e dal cisterciense frater


Raniero, l’approvazione del testo rivisto dalla commissione di cui Alberto
era stato parte attiva.40
Poco prima della sua elezione a patriarca, il 15 febbraio del 1203, insieme
al preposito della Mortariensis Ecclesia, Palmerio,41 e all’abate del monastero
di San Proclo di Bologna, Gerardo, Alberto era stato incaricato dal papa di
convocare un capitolo universale che avrebbe dovuto occuparsi de reforma-
tione religionis et ordinis di tutti i centri dipendenti nullo medio ad Romanam
ecclesiam, cioè i monasteri esenti di proprietà della curia romana, situati nelle
province ecclesiastiche milanese, ravennate e genovese, nonché nelle diocesi
di Ferrara, Piacenza e Pavia.42
Ma le qualità di Alberto non erano note solo entro la curia romana.
Egli era un personaggio conosciuto anche presso la cancelleria e la corte

40
  Andrews, The Early Humiliati, pp.  92-96. Sul cardinale Graziano dei SS. Cosma e
Damiano, cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 71-73. Su Raniero da Ponza, cfr.
Gian Luca Potestà, Raniero da Ponza socius di Gioacchino da Fiore, in «Florensia»,
XI (1997), pp.  69-82 e Maria Pia Alberzoni, Raniero da Ponza e la curia romana, in
«Florensia», XI (1997), pp. 83-113.
41
 Su Palmerio, preposito della Mortariensis Ecclesia dal 1198 ad un periodo compreso fra il
1228 e il 1234; cfr. Andenna, Mortariensis Ecclesia, Parte II, p. 339, in partic. nt. 608.
42
  Andenna, Mortariensis Ecclesia, Parte II, pp. 417-418 e Ead., L’expansion des chanoines
réguliers en Italie, in Les Chanoines réguliers. Émergence, expansion (XIe - XIIIe s.). 6ème Colloque
international du CERCOR ; Le Puy-en-Velay, 29-30 juin et 1er juillet 2006, ed. Michel Parisse,
Saint-Étienne, Publications de l’Université de Saint-Étienne, 2009 (Travaux et recherches
(CERCOR), 19), pp.  383-425, in partic. pp.  405-406 e nt. 82. Sull’idea di introdurre dei
capitoli universali per il controllo e la riforma dei monasteri esenti, dipendenti nullo medio
dalla Chiesa romana e non appartenenti ad un ordine religioso, cfr. Maria Pia Alberzoni,
I sistemi di controllo, in Die Ordnung der Kommunikation und die Kommunikation der
Ordnungen im mittelalterlichen Europa. Band 1. Netzwerke: Klöster und Orden im 12. und
13. Jahrhundert. Workshop, Villa Vigoni (Loveno di Menaggio), 02.-05. November 2009,
edd. Cristina Andenna, Klaus Herbers, Gert Melville, Stuttgart, Franz Steiner Verlag, 2012
(Aurora. Schriften der Villa Vigoni, 1.1), pp. 93-117, qui pp. 96-101. Si veda inoltre le ancora
valide ed importanti osservazioni di Michele Maccarrone, Primato romano e monasteri
dal principio del secolo XII ad Innocenzo III, in Istituzioni monastiche e istituzioni canonicali
in Occidente (1123-1215). Atti della settima Settimana internazionale di studio; Mendola,
28 agosto-3 settembre 1977, Milano, Vita e pensiero, 1980 (Miscellanea del Centro di studi
medievali, 9), pp.  49-132, ripubblicato in Michele Maccarrone, Romana Ecclesia
cathedra Petri, edd. Pietro Zerbi, Raffaello Volpini, Alessandro Galuzzi, 2 voll., Roma, Herder,
1991 (Italia Sacra. Studi e documenti di storia ecclesiastica, 48), II, pp. 821-927.
172 Cristina Andenna

imperiale,43 la cui politica in quegli anni si stava sempre più orientando verso
la Terra Santa. Durante i lunghi anni di stretta collaborazione dapprima
come mediatore fra Federico Barbarossa44 e il pontefice, e poi come colla-
boratore dell’imperatore Enrico VI,45 Alberto aveva di certo avuto modo di
incontrare e di conoscere di persona il marchese Bonifacio di Monferrato,46

43
 Rimando qui in generale a Minghetti, L’episcopato vercellese, pp. 94-99 e Minghetti,
Alberto vescovo di Vercelli, pp. 271-277.
44
  Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, pp. 235-237.
45
  Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, pp. 237-244.
46
  Bonifacio era figlio del marchese Guglielmo  V di Monferrato (Aldo Settia, in DBI,
LX (2003), pp.  757-761, s.v. Guglielmo  V di Monferrato, ma anche Id., ‘Postquam ipse
marchio levavit crucem’. Guglielmo V di Monferrato e il suo ritorno in Palestina [1186], in Il
Monferrato. Crocevia politico, economico e culturale tra Mediterraneo e Europa. Atti del convegno
internazionale; Ponzone, 9-12 giugno 1998, ed. Gigliola Soldi Rondinini, Ponzone, Università
degli Studi di Genova, 2000 [Collana di fonti e studi. Università degli Studi di Genova, 4],
pp. 89-110), che aveva partecipato alla seconda crociata ed era stato poi catturato durante la
battaglia di Hattin, e di Giuditta di Babenberg. Nella seconda metà del secolo XII sin dopo
la quarta crociata gli Aleramici seppero condurre un’astuta politica di alleanze matrimoniali,
inserendosi nelle dinastie regnanti di Costantinopoli e di Gerusalemme. Il fratello di Bonifacio,
Guglielmo Lungaspada aveva sposato Sibilla, sorella di re Amalrico di Gerusalemme, dalla
quale aveva avuto un figlio, Baldovino IV, che fra il 1185 e il 1186 aveva retto la corona di
Gerusalemme; Giuseppe Ligato, Sibilla, regina crociata: guerra, amore e diplomazia per
il trono di Gerusalemme, Milano, B. Mondadori, 2007 (Economica, 70). Il secondo fratello
di Bonifacio, Ranieri, aveva sposato nel 1180 la figlia dell’imperatore Manuele Comneno,
ottenendo per sé il titolo di caesar. Il terzo fratello, Corrado, aveva sposato nel 1182 Teodora,
sorella di Isacco Angelo, garantendosi in tal modo anch’egli il titolo di caesar. Dopo una
ribellione contro il suocero fu costretto a dirigere i suoi interessi verso la Terra Santa, dove
sposò Isabella, sorellastra del nipote Baldovino IV, legittima erede del Regno di Gerusalemme,
di cui Corrado potè cingere, seppur brevemente, la corona; Maleczek, Pietro Capuano.
Patrizio amalfitano, pp. 116-117. Alcune informazioni su Corrado, Bonifacio, la famiglia dei
marchesi di Monferrato e le relazioni con l’Oriente si trovano in Giuseppe Ligato, Corrado
di Monferrato e la corte di Saladino: il punto di vista islamico, in Il Monferrato. Crocevia
politico, pp. 111-140; Walter Haberstumpf, Dinastie europee nel Mediterraneo orientale.
I Monferrato e i Savoia nei secoli XII-XV, Torino, Scriptorium, 1995 (Gli alambicchi, 5),
testo disponibile online, consultato il 19 luglio 2012 http://centri.univr.it/RM/biblioteca/
scaffale/volumi.htm#Walter Haberstumpf, e Id., Due vocazioni dinastiche del marchesato
di Monferrato: costruzione territoriale e spinta oltremarina, in Dai feudi monferrini e dal
Piemonte ai nuovi mondi oltre gli oceani. Atti del Congresso Internazionale; Alessandria, 2-6
aprile 1990, ed. Laura Balletto, Alessandria, Società di storia, arte e archeologia, Accademia
degli Immobili, 1993 (Biblioteca della Società di storia arte e archeologia per le province di
Alessandria e Asti, 27), pp. 239-248; David Jacoby, Conrad, marquis of Montferrat and the
kingdom of Jerusalem (1187-1192), in Id., Trade, Commodities and Shipping in the Medieval
Mediterranean, Aldershot, Variorum, 1997 (Collected Studies Series, 572) pp.  187-238.
Fidelissimus mediator 173

un altro attivo interlocutore dell’imperatore. A lui, a partire dal 1201, dopo


la morte di Teobaldo di Champagne, era stata affidata la guida della quarta
spedizione crociata.47 Va qui brevemente accennato inoltre che molti dei
possedimenti appartenenti alla famiglia di Bonifacio, i marchesi Aleramici
di Monferrato, confinavano con la diocesi di Vercelli, o erano collocati sulla
sua circoscrizione, e non mancarono occasioni di accesa contesa per il godi-
mento dei diritti comitali fra il comune di Vercelli, il vescovo e i marchesi.48
Anche in occasione della dieta di Lodi nel 1191, durante la prima discesa
di Enrico VI in Italia, Alberto e il marchese ebbero con sicurezza occasione
di incontrarsi personalmente, come dimostrano le sottoscrizioni presenti
nei documenti emanati dalla cancelleria imperiale.49 Negli anni seguenti, sia
Alberto, sia il marchese Bonifacio ebbero poi parte attiva con il pontefice e
la parte imperiale nella organizzazione dell’imminente spedizione crociata.50
Dall’autunno del 1204 lo stesso marchese di Monferrato aveva ottenuto il
controllo di Tessalonica, che egli trasformò in un regno,51 alla cui organiz-

Sulla carriera politica di Bonifacio, prima della sua partecipazione alla crociata, si veda ancora
David Brader, Bonifaz von Montferrat bis zum Antritt der Kreuzfahrt (1202), Berlin,
Ebering, 1907 (Historische Studien, 55).
47
 Sulle difficili trattative per la conduzione dell’esercito crociato, cfr. Maleczek, Pietro
Capuano. Patrizio amalfitano, pp. 116-118.
48
  Minghetti, Alberto vescovo di Vercelli, pp.  271-272 e 288-291. In questo contesto si
nota come la politica antisveva perseguita da Bonifacio e da Corrado di Monferrato negli
anni precedenti la sconfitta di Hattin, assunse una progressiva correzione nel senso di un
riavvicinamento significativo all’imperatore e ai suoi collaboratori; cfr. anche Mosca, Alberto
patriarca di Gerusalemme: tempo, pp. 227-231.
49
  Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, p. 238.
50
 Nel giugno del 1194 Bonifacio e il vescovo Alberto erano entrambe al seguito
dell’imperatore Enrico IV, prima a Piacenza e poi a Genova, dove il marchese e l’imperatore
erano diretti per raccogliere l’appoggio navale necessario alla spedizione; Mosca, Alberto
patriarca di Gerusalemme: tempo, pp.  241-242. È inoltre attestata la presenza di Alberto a
Genova come giudice delegato incaricato dal pontefice, nel maggio del 1201 insieme al suo
collaboratore Pietro di Lucedio e nel 1205, quando ormai era già stato scelto come postulatus
al patriarcato di Gerusalemme (PL, CCXV (1891), col. 700, doc. 126); Minghetti, Alberto
vescovo di Vercelli, pp. 285-286.
51
 I diritti contesi da Bonifacio per l’attribuzione del controllo su Tessalonica erano collegati
all’eredità del fratello Ranieri, che aveva ricevuto da Manuele Comneno, dopo le nozze con
la figlia Maria, non solo il titolo di caesar, ma con buona probabilità anche possedimenti e/o
diritti di natura fiscale su quella città e su alcune terre della sua circoscrizione; Haberstumpf,
Dinastie europee nel Mediterraneo orientale, pp. 56-59. Sul periodo in Oriente, cfr. Leopoldo
Usseglio, I marchesi di Monferrato in Italia ed in Oriente durante i secoli XII e XIII, Torino,
Tip. Maglietta-Milano, 1926 (editi postumi a cura di Carlo Patrucco). Sul periodo trascorso
174 Cristina Andenna

zazione, anche ecclesiastica, egli avrebbe lavorato alacremente con il soste-


gno del cardinale legato Soffredo.52 Nel giugno del 1208, forse grazie anche
al consiglio dello stesso legato, la guida dell’archiepiscopato di Tessalonica
era stata proposta ad uno dei personaggi più vicini ad Alberto, il cistercense
Pietro di Lucedio,53 a quel tempo già vescovo di Ivrea,54 che tuttavia rifiutò
l’incarico. Come Alberto, anche Pietro era ben noto a Bonifacio e al mondo
della nobiltà d’Oriente. Nel 1201 l’allora abate di Lucedio, sulla strada per
il capitolo generale dei cistercensi, a Soissons, aveva preso la croce insieme al
marchese, che poi aveva accompagnato nella spedizione crociata.55 Da quel
momento sino al 1205 la sua vicenda fu strettamente legata al destino di
Bonifacio e alle questioni dell’Oriente. Fra il 1203 e il 1204 fu introdotto
negli ambienti della corte di Costantinopoli e contribuì a persuadere Ales-
sio  IV a riconoscere la supremazia della Chiesa di Roma. Nel maggio del
1204 fu poi fra gli elettori dell’imperatore latino d’Oriente.56 A partire dal
marzo del 1205 dovette tornare in Occidente, per assumere prima la carica
di abate nell’abbazia cistercense di La Ferté, una delle quattro abbazie madri
dell’ordine, e poi dal 1206 ottenne la responsabilità dell’episcopio di Ivrea.57
Gli stretti legami di Alberto con alcuni dei personaggi chiave nella poli-
tica d’Oriente e direttamente coinvolti nell’organizzazione dell’impresa cro-

a Tessalonica, cfr. Bonifacio, marchese di Monferrato, re di Tessalonica. Atti del Convegno;


Acqui Terme, 8 settembre 2007, ed. Roberto Maestri, Genova, San Giorgio, 2009 (Atti
sul Monferrato, 5); Mario Gallina, Fra Oriente e Occidente: la crociata ‘aleramica’ per
Tessalonica, in Piemonte medievale. Forme del potere e della società. Studi per Giovanni Tabacco,
Torino, G. Einaudi, 1985 (Saggi, 680), pp. 65-83.
52
  Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 74-75. Sulla sua attività a Tessalonica si hanno
ben poche e scarne informazioni, cfr. Maleczek, Pietro Capuano. Patrizio amalfitano, p. 204,
in partic. nt. 75 e Raymond Janin, L’Église latine à Thessalonique de 1204 à la conquête
turque, in «Revue des études byzantines», XVI (1958), pp. 206-216.
53
 Cfr. nt. 35.
54
  Maria Pia Alberzoni, Da Guido di Aosta a Pietro di Lucedio, in Storia della Chiesa di
Ivrea. Dalle origini al secolo XV, ed. Giorgio Cracco, Roma, Viella, 1998 (Chiese d’Italia, 1),
pp. 193-255, in partic. pp. 231-240.
55
 Sui rapporti fra Bonifacio e Pietro, cfr. anche Anna Maria Rapetti, Lucedio: il
reclutamento e l’organizzazione di una comunità monastica, in L’Abbazia di Lucedio e l’ordine
cistercense nell’Italia occidentale nei secoli XII e XIII. Atti del terzo Congresso storico vercellese;
Vercelli, Salone Dugentesco, 24-26 ottobre 1997, Vercelli, Società storica vercellese, 1999
(Biblioteca della Società storica vercellese), pp. 183-218.
56
  John Clare Moore, Peter of Lucedio (Cistercian Patriarch of Antioch) and Pope
Innocent III, in «Römische Historische Mitteilungen», XXIX (1987), pp. 221-249.
57
  Alberzoni, Da Guido di Aosta, pp. 233-239.
Fidelissimus mediator 175

ciata, permettono con maggiore chiarezza di spiegare la nomina di Alberto


al patriarcato di Gerusalemme. Essa va letta pertanto come il risultato di una
rete di relazioni politiche ed ecclesiastiche, di cui egli era stato parte attiva sin
dal periodo della sua militanza fra i mortariensi e poi, con sempre maggiore
evidenza, durante il tempo del suo episcopato, prima a Bobbio e poi a Vercelli.
Alberto rappresentava nel modo migliore le aspirazioni della curia romana,
in quegli anni sempre più proiettata ad esercitare un ruolo di controllo e di
diretto intervento nelle questioni dell’Oriente. Al tempo stesso la scelta della
sua persona collimava con gli interessi dell’imperatore, dei sovrani e della
nobiltà d’Oriente.

I lunghi preparativi per la partenza

Il 16 giugno del 1205 Innocenzo III presentava con una lettera solenne


diretta agli arcivescovi, ai vescovi, agli abati e al popolo d’Oriente il nuovo
arcivescovo di Gerusalemme, Alberto, definendolo vir approbatus, circums-
pectus et providus.58 Nella missiva il pontefice esprimeva la sua viva preoccu-
pazione per la desolatio et dissolutio orientalis ecclesie.59 Nel suo nuovo ruolo,
Alberto, era ora chiamato a realizzare in quei territori una complessiva opera
di riforma. Affinché al nuovo patriarca fosse consentito di agire nel migliore

58
 Reg. Inn. III., VIII, pp.  183-184, n. 102, qui p.  183. La descrizione di Alberto come
vir approbatus, circumspectus et providus ricorda le lettere di raccomandazione con le quali
dal tempo di Alessandro III erano presentati i legati papali. Claudia Zey ha osservato che,
in tal modo, il pontefice intendeva sottolineare l’appartenenza dei suoi rappresentanti alle
élite intellettuali del tempo, per mettere in luce l’elevato grado di preparazione culturale e
di formazione professionale; Claudia Zey, Die Augen des Papstes. Zu Eigenschaften und
Vollmachten päpstlicher Legaten, in Römisches Zentrum und kirchliche Peripherie: das universale
Papsttum als Bezugspunkt der Kirchen von den Reformpäpsten bis zu Innozenz III., edd. Jochen
Johrendt, Harald Müller, Berlin - New York, Walter de Gruyter 2008 (Abhandlungen der
Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Neue Folge, 2), pp.  77-108, qui in partic.
pp. 107-108.
59
 Reg. Inn. III., VIII, pp.  183-184, n. 102, qui p.  183: Cum autem inter cetera, que nobis
incumbunt negotia procuranda, desolatio et dissolutio orientalis ecclesie anxia et pene continua
molestatione nos vexet, illum ad reformationem ipsius de communi fratrum nostrorum consilio
merito duximus transmittendum, cuius magnam in magnis experti sumus industriam, quique
sue probitatis et honestatis intuitu nobis et fratribus nostris carus est plurimum et acceptus, de
cuius nimirum circumspectione provida et providentia circumspecta indubitatam fiduciam
obtinemus, quod dirigente Domino gressus eius ita regia via curabit incedere, ut non declinet
ad dexteram vel sinistram, sed imitando vivens exemplo plus crescet conversationis laude quam
profecerit dignitate.
176 Cristina Andenna

dei modi possibili e non gli mancasse l’autorità necessaria per concretizzare
quanto il pontefice si aspettava da lui, Innocenzo III investiva Alberto, per un
quadriennio, dell’ufficio della legazione concedendogli plena potestas […] in
tota Ierosolimitana provincia.60
Il 12 luglio del 1205 Innocenzo III annunciava in un’altra missiva diretta
al suo legato, Pietro Capuano, in quel momento impegnato a Costantino-
poli, che la postulatio di Alberto era stata da lui accolta61 e che l’arrivo del
nuovo patriarca in Palestina sarebbe stato ritardato da impegni di diversa
natura.62 A questo proposito il pontefice ordinava a Pietro, e con lui anche
a Soffredo, di rientrare al più presto da Costantinopoli ad Acri, poiché essi,
insigniti della legazione, avrebbero dovuto occuparsi della sede patriarcale
sino all’arrivo del nuovo titolare. Il pontefice non mancava di sottolineare
a Pietro l’urgenza, in quanto legato, di impegnarsi non tanto a conquistare
Costantinopoli, ma a difendere le reliquie della Terra Santa e, se Dio lo
avesse voluto, a recuperarle.63 La sede patriarcale di Gerusalemme, in quel
momento costretta a risiedere ad Acri, aveva nel progetto di Recuperatio Ter-
rae Sanctae una funzione determinante, la sua centralità è testimoniata dagli
ampi privilegi e dalle laute concessioni di cui Alberto fu provvisto nel corso
dei lunghi mesi che precedettero la partenza.64
Non va inoltre a mio parere dimenticato che Alberto, in qualità di
patriarca eletto, ormai forse diretto in Terra Santa aveva fatto tappa a Firenze,
dove, rivendicando il suo diritto di prelazione, aveva richiesto di poter vedere

60
 Reg. Inn. III., VIII, pp. 183-184, n. 102, qui p. 184: […] et nolentes quod, ex auctoritatis
defectu, quem expectimus et expetamus ab eo, impediatur profectus, usque ad quadriennium ei in
tota Ier(oso)limitana provincia legationis officium duximum concedendum, plena sibi potestate
concessa, ut dissipet et evellat, que noverit evellenda, et edificet et plantet, que sollicitudinem
exigunt plantatoris.
61
 Reg. Inn. III., VIII, pp.  230-233, n. 127, qui p.  231: Quamvis sane venerabilis frater
noster .. quondam episcopus V(er)cellensis in patriarcham Ier(oso)limitanum fuerit postulatus
et nos postulationem approbantes eiusdem iam ei palleum duxerimus concedendum, propter
occupationes tamen multiplices non tam cito forsan poterit transfretare.
62
 Il 5 febbraio del 1205 Alberto era ancora impegnato come giudice delegato in una
vertenza per canonici di Biella; Savio, Gli antichi vescovi d’Italia, I, p. 486 e a Genova nel
1205; Minghetti, Alberto vescovo di Vercelli, pp. 285-286.
63
 Reg. Inn. III., VIII, pp. 230-233, n. 127, qui p. 231: Debueratis ergo causam vestre legationis
attendere ac sollicite cogitare, quod non ad capiendum Constantinopolitanum imperium sed
defendendas reliquias Terre sancte ac perdita, si daret Dominus, restauranda vos duxerimus
delegandos, mittentes vos non ad capescendas temporales divitias sed promerendas eternas, cum
nos et fratres nostri vobis in expensis providerimus competenter.
64
 Si veda più oltre nt. 85-97 testo e corrispondente.
Fidelissimus mediator 177

la sacra reliquia del braccio di san Filippo e di poter pregare su di essa.65 Tale
gesto ebbe un significato politico non indifferente. La preziosa reliquia era
giunta trionfalmente in città il 2 marzo del 1205 ed era stata traslata nel Bat-
tistero della Cattedrale, presso l’altare di San Giovanni. La solenne translatio
era il risultato di una complessa operazione politica che valicava i meri inte-
ressi cittadini e che assumeva un significato internazionale. Motore dell’ope-
razione era stato il fiorentino patriarca di Gerusalemme Monachus che, alla
fine del secolo XII, dopo l’elevazione al patriarcato di Gerusalemme, aveva
convinto la regina Isabella, moglie di Amalrico di Lusignano, a concedere la
sacra reliquia, proveniente da Costantinopoli e sino a quel momento parte
della sua dote. In quel preciso frangente politico il braccio di san Filippo
avrebbe contribuito a riconciliare i complicati rapporti esistenti fra il sovrano
di Gerusalemme e il patriarca e avrebbe al tempo stesso restituito dignità alla
sede patriarcale.66 Dopo il 1200 i rapporti fra Monachus e il sovrano sembra-
rono migliorare. Tuttavia il fatto che Gerusalemme in quel momento fosse
ancora nelle mani dei musulmani e che il patriarca si trovasse costretto a risie-
dere ad Acri fece perdere alla reliquia il suo originario significato di rilancio
della sede patriarcale. Il vecchio patriarca decise di destinare i preziosi resti
dell’apostolo alla sua città natale, attribuendo ora pertanto alla reliquia un
ben altro significato.67 Il braccio giunse in Occidente fra la fine del 1204 e
l’inizio del 1205, quando ormai i due principali attori dell’operazione erano
defunti. A portarla con sé fu una delegazione guidata da un certo Ranieri,

65
  Tessera, Memorie d’Oriente, pp. 534-535; Anna Benvenuti, La traslazione del braccio
di San Filippo apostolo a Firenze, in Quel mar che la terra inghirlanda. In ricordo di Mario
Tangheroni, edd. Franco Cardini, Maria Luisa Ceccarelli Lemut, 2 voll., Roma – Ospedaletto,
Pacini Editore – Consiglio Nazionale delle Ricerche, 2007 (Collana Percorsi, 14), I, pp. 117-
148. Colgo qui l’occasione per ringraziare il professor Franco Cardini che durante la
discussione della relazione ha attirato la mia attenzione su questo significativo episodio.
66
  La reliquia è considerata da Miriam Rita Tessera (Tessera, Memorie d’Oriente, pp. 538-
539) uno strumento per ottenere, da parte del sovrano, il favore del patriarca di Gerusalemme,
che dopo la morte di Enrico di Champagne nel 1197 si era opposto all’incoronazione di
Aimerico di Lusignano. Su quest’ultimo cfr. Peter W. Edbury, in LMA, I (1980), coll. 241-
242, s.v. Aimerich von Lusignan; Id., The Kingdom of Cyprus and the Crusades, 1191-1374,
Cambridge, Cambridge University Press, 1991, pp.  29-35; George Francis Hill, A
History of Cyprus, 4 voll., Cambridge, Cambridge University Press, 1948-1952, II (1948),
pp. 44-66. Sulla provenienza della reliquia, cfr. anche Benvenuti, La traslazione del braccio
di San Filippo apostolo, pp. 123-124.
67
 Anna Benvenuti inserisce l’arrivo della reliquia nella politica antiereticale intrapresa dalle
istituzioni cittadine di Firenze, in accordo con i desideri del pontefice; Benvenuti, La
traslazione del braccio di San Filippo apostolo, pp. 117-148.
178 Cristina Andenna

originario di Firenze e decano di San Pietro in Giaffa, destinato a diventare


priore dei canonici regolari del Santo Sepolcro.68 Un altro attivo interprete
nelle operazioni, che prepararono la traslazione della sacra reliquia, fu il
vescovo di Acri, il magister Gualterotto, anch’egli di origine fiorentina e un
tempo canonico del capitolo di Firenze.69 Sembra pertanto possibile colle-
gare l’operazione della traslazione della reliquia nella città fiorentina alla
delegazione organizzata da Acri e inviata in territorio italiano per accompa-
gnare il futuro patriarca, Alberto, nel suo viaggio verso l’Oriente.
La visita del futuro patriarca alla reliquia assumeva qui pertanto un signi-
ficato cittadino, degno di essere registrato nell’Instrumentum translationis
brachii beati Phylippi apostoli,70 ma lasciava al tempo stesso intendere un pro-
getto di ben più ampia portata che valicava i confini della città e si apriva allo
scenario della politica internazionale. In primo luogo, come ha notato gius-
tamente Anna Benvenuti, Alberto dava conferma con la sua presenza ad un
‘complesso gioco di relazioni personali ed istituzionali che avevano unito la
città del Fiore a Gerusalemme’,71 in secondo luogo la sua visita testimoniava,
a mio parere, l’intenzione da parte di Alberto di volersi inserire in una ideale
continuità con il più complesso progetto politico e religioso del suo prede-
cessore che, in accordo con il pontefice, mirava ora alla riforma e al rinnova-
mento spirituale dell’intera cristianità e di cui il suo mandato di legazione
rappresentava il più alto riconoscimento.72

68
  Tessera, Memorie d’Oriente, p. 539.
69
  Tessera, Memorie d’Oriente, p. 539.
70
 Così si legge nel testo della Traslatio brachii beati Phylippi apostoli, in Benvenuti, La
traslazione del braccio di San Filippo apostolo, p.  145: […] Insuper ad maxime auctoritatis
favorem, dum sepe dictus Sancti Sepulcri prior Vercellis cum patriarca electo rediret, Florentinam
ingressus est civitatem, ubi electus ipse beati Apostoli Phylippi brachium sibi rogavit ostendi, qui
confestim flexis genibus ipsum deosculans adoravit. Nam hec est miraculosa successio que, dum per
hereditaria spiritualis iuris itinera graditur, mirabilem inducit adventum et successorem novum
facit antecessorem vota firmare […].
71
  Benvenuti, La traslazione del braccio di San Filippo apostolo, p. 124.
72
 Il significato di propaganda politica di queste cerimonie religiose che avevano una
risonanza cittadina era sicuramente noto ad Alberto, forse anche per il tramite della tradizione
mortariense, a cui egli come religioso apparteneva. Alla fine del secolo XI le consacrazioni
solenni di nuovi altari o di nuove canoniche legate alla Ecclesia Mortariensis avevano
accompagnato la campagna di riforma della cristianità promossa da Urbano II e di cui l’idea
di crociata era un aspetto non certo trascurabile. Mi permetto qui di rimandare a Cristina
Andenna, ‘Kanoniker sind Gott für das ganze Volk verantwortlich’. Die Regularkanoniker
in Italien und die Kirche im 12. Jahrhundert, Paring, Augustiner-Chorherren-Verlag, 2004
(Akademie der Augustiner-Chorherren von Windesheim, 9), pp. 44-53.
Fidelissimus mediator 179

A partire dal mese di marzo del 1206 Alberto aveva finalmente lasciato
l’Occidente, come le lettere di Innocenzo III, ormai completamente attinenti
alle questioni dell’Oriente, attestano.73 Il patriarca raggiunse Acri probabil-
mente solo nell’estate di quello stesso anno.74 Una lettera di Innocenzo III
all’arcivescovo di Tiro, Clarembaldo,75 rende plausibile ritenere che il 3
agosto del 1206 Alberto si fosse di fatto insediato nella sua sede patriarcale
e fosse in essa già operativo anche come legato. In quella missiva il ponte-
fice ammoniva infatti l’arcivescovo di Tiro a non molestare ulteriormente
la chiesa di San Marco, appartenente alla comunità dei veneziani residenti
nella sua arcidiocesi, in caso contrario egli incaricava i suoi due legati in Terra
Santa, Pietro Capuano e il patriarca di Gerusalemme, Alberto, a condurre
un’inchiesta e a portare la causa all’attenzione del pontefice.76

La legazione apostolica

La storiografia ha negli ultimi decenni sottolineato la concomitanza


esistente, in particolare a partire dalle disposizioni concordate durante
il concilio lateranense IV nella costituzione 71 (Ad liberandam Terram
Sanctam),77 fra l’attribuzione di mandati di legazione e la parallela organiz-
zazione di una crociata, sia nel caso in cui si trattasse di legati a latere, di
solito cardinali, sia nel caso in cui si trattasse di prelati locali cui era stato
commissionato dalla sede apostolica l’incarico di una legazione.78 In questo

73
 Reg. Inn. III., IX, pp. 46-47, n. 28 e pp. 97-98, n. 52.
74
 Nel cartulario del capitolo del Santo Sepolcro è conservato il giuramento di fedeltà di
Alberto, senza una precisa datazione; cfr. Le cartulaire du Chapitre du Saint-Sépulcre de
Jérusalem, ed. Geneviève Bresc-Bautier, Paris, Librairie orientaliste P. Geuthner, 1984
(Documents relatifs à l’histoire des croisades, 15), pp. 333-334.
75
 Clarembaldo di Broies era stato nominato nel 1202 arcivescovo di Tiro, una carica che
mantenne sicuramente sino al 1214. Il suo successore Simone è attestato dal 1216; Giorgio
Fedalto, La Chiesa latina in Oriente, 3 voll., Verona, Mazziana, 1973-1978 (Studi religiosi
3), I (1976), p. 155 e II (1978), p. 235.
76
 Reg. Inn. III., IX, pp. 246-247, n. 138.
77
  Conciliorum Oecumenicorum Decreta, ed. Giuseppe Alberigo, Bologna, Edizioni
Dehoniane, 1991, p. 267, cost. 71.
78
 Cfr. Zey, Die Augen des Papstes, pp. 98-99 e Robert Charles Figueira, The classification
of Medieval Papal Legates in the Liber Extra, in «Archivum Historiae Pontificiae», XXI
(1983), pp. 211-228. Un’utile panoramica storiografica sulla questione delle legazioni si trova
in Maria Pia Alberzoni, Claudia Zey, Legati papali e delegati papali (secoli XII-XIII):
stato della ricerca e questioni aperte, in Legati e delegati papali : profili, ambiti d’azione e tipologie
180 Cristina Andenna

contesto i legati papali inviati in Occidente furono prevalentemente impe-


gnati nell’opera di propaganda, in particolare finalizzata alla predicazione
del verbum crucis e mirata a perseguire il progetto di generale pacificazione
della christianitas. Al tempo stesso essi non trascurarono di garantire, tramite
la predicazione, anche l’organizzazione di tutti quegli aspetti connessi al
reperimento di un adeguato finanziamento (subsidium), in grado di garantire
il sostentamento dell’impresa crociata.79 Se questo vale in particolare per il
periodo seguente il concilio lateranense IV, si possono trovare delle concomi-
tanze fra l’invio di legati e il loro utilizzo per la propaganda e la predicazione
dell’impresa crociata sin da lunga data80 ed, in particolare, in modo sistema-
tico dai primi anni del pontificato di Innocenzo III.81
In ambito orientale, invece, l’azione dei legati apostolici fu orientata più
che alla propaganda in subsidium Terre Sancte alla concreta attuazione del
negotium crucis. Per facilitare l’organizzazione e la direzione della cristianità
in Oriente non furono casi isolati quelli di legati apostolici che, pur mante-
nendo il mandato della legazione, furono costretti ad assumere una posizione
preminente nelle alte cariche ecclesiastiche, come era avvenuto sin dai tempi
di Daiberto, durante la prima crociata, che nel 1099 era stato scelto per rico-
prire la carica di patriarca di Gerusalemme.82

di intervento nei secoli XII-XIII, edd. Eadd., Milano, Vita e pensiero, 2012 (Università.
Storia), pp. 3-12.
79
 Cfr. i testi di Christian Grasso e di Maria Pia Alberzoni, in questo volume.
80
 Si veda ad esempio il caso della predicazione a Genova ad deliberandam viam sepulcri
Domini tenuta da due legati papali di Urbano II nella chiesa di San Siro, i due vescovi francesi,
Ugo di Chateauneuf-d’Isère, vescovo di Grenoble, e Guglielmo, vescovo d’Orange. Le parole
proferite dai due vescovi a favore della spedizione in difesa dei luoghi Santi ebbero come
effetto immediato che i cittadini più eminenti della città di Genova, appartenenti alle famiglie
dell’aristocrazia vicecomitale e avvocatizia, presero la croce e salparono nel luglio del 1097 con
dodici galee e un ‘sandalo’, una nave da trasporto; Franco Cardini, Profilo di un crociato.
Guglielmo Embriaco, in Studi sulla storia e sull’idea di crociata, Roma, Jouvence, 1993 (Storia,
29), pp. 61-83. Un quadro degli eventi storico-politici di cui la città di Genova fu protagonista
in quegli anni lo offre Valeria Polonio, Tra universalismo e localismo: costruzione di un
sistema (569-1321), in Il Cammino della Chiesa genovese dalle origini ai nostri giorni, ed.
Dino Puncuh, Genova, Società ligure di storia patria, 2001 (Atti della Società Ligure di Storia
Patria, n.s. 39 [1999]), pp. 77-210, in partic. pp. 91-92, ma anche Andenna, Mortariensis
Ecclesia, pp. 210-211, 228-229.
81
  Questa tendenza emerge anche per il territorio inglese, cfr. il testo di Barbara Bombi, in
questo volume.
82
 Cfr. in partic. Hiestand, Die päpstlichen Legaten; Fedalto, La Chiesa latina in Oriente,
I, pp. 108-148 e Miriam Rita Tessera, Orientalis ecclesia: papato, Chiesa e regno latino di
Fidelissimus mediator 181

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, fra la fine del secolo XII
e gli inizi del XIII secolo, Innocenzo III aveva inviato in Oriente come legati
due abili cardinali, Pietro Capuano e Soffredo. Il significato del loro potere di
intervento e della loro capacità di azione nelle questioni ecclesiastiche e poli-
tiche era stato espresso con chiarezza dal pontefice in una lettera datata 24
aprile 1202, quando la delicata situazione in cui versava la Chiesa d’Oriente
si era ulteriormente aggravata per la scomparsa del patriarca Monachus. Il
pontefice ribadiva che affinché i due rappresentanti papali non si trovassero
impediti nel realizzare completamente ciò che era di competenza dell’ufficio
della legazione, egli concedeva loro una plenaria facultas, che attribuiva, in
caso di estrema necessità, persino il diritto di intervenire in quelle questioni
la cui decisione era giuridicamente riservata al pontefice.83 In un’altra lettera,
di poco posteriore, datata 16 agosto 1203, il pontefice aveva ribadito a Sof-
fredo, congratulandosi per l’elezione al patriarcato, il valore dello speciale
vincolo alla Chiesa romana conferitogli dal mandato di legazione. Fra gli
argomenti che Innocenzo III adduceva per esortare il prelato ad accettare il
nuovo incarico, vi era anche la rassicurazione che quella stretta e privilegiata
relazione non si sarebbe estinta con l’assunzione delle funzioni di patriarca,
ma anzi sarebbe stata aumentata dalla coesistenza delle due cariche.84 Il rifiuto
di Soffredo al patriarcato, tuttavia, non aveva facilitato la già complessa situa-
zione della Terra Santa.
La postulazione di Alberto, avvenuta fra la fine del 1204 e gli inizi del
1205, rappresentava, così come abbiamo già sottolineato, un compromesso
che aveva incontrato il consenso non solo degli ecclesiastici d’Oriente,
ma anche del pontefice e del sovrano.85 Il 6 giugno 1205, Innocenzo  III
annunciava solennemente alla cristianità orientale di aver accolto la pos-
tulazione del nuovo patriarca. Presentandolo, il pontefice ne lodava le doti
come abile uomo politico e integerrimo religioso e rendeva noto ai più
alti ecclesiastici delle Chiese d’Oriente che egli si era premunito, affinché

Gerusalemme, 1099-1187, Milano, Vita e pensiero, 2010 (Bibliotheca erudita, 32).


83
 Reg. Inn. III., V/1, p.  49, n. 25: Ut autem nichil eis desit ex hiis, que ad plenitudinem
legationis pertinet exequende, plenariam illis concedimus facultatem, ut cum necesse fuerit, vice
nostra illa etiam exequatur, que nostro sunt speciali privilegio reservata; firmiter inhibentes, ne
quis eorum processum provocationes obiectu audeat impedire.
84
 Reg. Inn. III., VI, pp.  214-218, n. 129, qui p.  218: Ut autem in benivolentia nostra non
remitti sed augeri circa te potius videatur, volumus, ut iniuncte tibi legationis officium cum
predicto legato nichilominus exequaris, cum ita ecclesiae Ier(oso)limitanae te conferre velimus, ut
ecclesie romanae te nolimus auferre.
85
 Cfr. nota 30 e testo corrispondente.
182 Cristina Andenna

ad Alberto non mancasse l’autorità necessaria per concretizzare quanto


egli stesso si aspettava da lui, di investire il nuovo patriarca, per la durata
di un quadriennio, dello speciale mandato della legazione apostolica. Nel
suo nuovo duplice ruolo di patriarca e di legato, Alberto, era ora dotato di
una plena potestas, attraverso la quale egli era chiamato a realizzare in tota
Ierosolimitana provincia una complessiva opera di riforma e di riorganizzare
del mondo cristiano della Terra Santa.86 Come ogni legato papale, anche
Alberto, avrebbe dovuto essere accolto ovunque, come è possibile leggere
nella lettera, sicut persona nostra,87 ossia come se egli fosse stato il pontefice.
Nell’esercizio di quella funzione, infatti come è noto, egli avrebbe di fatto
rappresentato il papa.
In alcune lettere destinate ad Alberto e datate il 16 giugno del 1205,
Innocenzo III gli attribuiva inoltre la facoltà di assolvere i crociati dalla sco-
munica e di reintegrarli nella comunità cristiana88 e, per animare i suoi col-
laboratori a seguirlo e garantirgli in tal modo un gruppo fedele e preparato,
concedeva ai chierici che si fossero recati con lui in Terra Santa il permesso
di mantenere le antiche prebende come fonte di sostentamento per la durata
di un triennio.89
La partenza di Alberto era stata tuttavia ritardata a causa di alcuni impe-
gni che lo avevano costretto a rimanere in Italia settentrionale.90 Solo alla

86
 Reg. Inn. III., VIII, pp.  183-184, n. 102, p.  183: Cum autem inter cetera, que nobis
incumbunt negotia procuranda, desolatio et dissolutio orientalis ecclesie anxia et pene continua
molestatione nos vexet, illum ad reformationem ipsius de communi fratrum nostrorum consilio
merito duximus transmittendum, cuius magnam in magnis experti sumus industriam, quique
sue probitatis et honestatis intuitu nobis et fratribus nostris carus est plurimum et acceptus, de
cuius nimirum circumspectione provida et providentia circumspecta indubitatam fiduciam
obtinemus […] e p. 184: et nolentes quod, ex auctoritatis defectu, quem expetimus et expectamus
ab eo, impediatur profectus, usque ad quadriennium ei in tota Ierosolimitana provincia legationis
officium duximum concedendum, plena sibi potestate concessa, ut dissipet et evellat, que noverit
evellenda, et edificet et plantet, que sollicitudinem exigunt plantatoris.
87
 Reg. Inn. III., VIII, p. 183: Ideoque universitati vestre per apostolica scripta mandamus et
districte precipimus, quatinus predictum legatum sicut personam nostram recipiatis humiliter et
devote et sicut condecet vos et ipsum honorifice pertractetis, ut nos, qui honorem eius proprium
reputamus, vobis propter eum respondere gratius teneamur[…].
88
 Reg. Inn. III., VIII, pp. 184-185, n. 103.
89
 Reg. Inn. III., VIII, p. 185, n. 104.
90
 Reg. Inn. III., VIII, pp. 230-233, n. 127. Il successore alla cattedra vercellese, Lotario da
Cremona, fu eletto nel dicembre del 1205; Savio, Gli antichi vescovi d’Italia, I, p. 487; il 29
gennaio 1206 (PL, CCXV (1891), coll. 777-780, doc. 199) una lettera di Innocenzo III segna
con sicurezza la presenza a Vercelli di un nuovo vescovo, Lotario, insieme all’abate di Tiglieto,
Fidelissimus mediator 183

fine del dicembre 1205, nell’imminenza del viaggio che lo avrebbe condotto
in Oriente, Innocenzo  III attribuiva ad Alberto un più ampio potere di
intervento per le assoluzioni dalla scomunica, estendendolo al di sopra di
coloro che lo avessero seguito in subsidium Terrae Sanctae. Il suo diritto in
questa materia escludeva tuttavia ancora i casi gravi, il cui annullamento della
sentenza di scomunica rimaneva di sola competenza del pontefice.91 A causa
del ritardo nel raggiungere l’Oriente, inoltre, il papa esentava il patriarca
dalla visita ad limina e dall’invio di nunzii a Roma92 e lo assicurava che, una
volta giunto ad Acri, avrebbe goduto del privilegio di poter usufruire del pal-
lio in qualsiasi provincia si fosse trovato.93 Lo stesso giorno poi, poiché la sua
partenza per la Terra Santa si era procrastinata, Innocenzo III chiariva che la
durata quadriennale dell’ufficio della legazione sarebbe iniziata con l’arrivo
in Palestina e con la sua ufficiale assunzione in carica.94 Per facilitare l’organiz-
zazione del viaggio e dell’intera impresa, il papa inoltre aveva dotato Alberto
di un finanziamento cospicuo che avrebbe permesso di coprire le spese per le
sue necessità personali e per la missione in subsidium Terre Sancte.95
Sebbene direttamente coinvolto nel negotium crucis, Alberto, sfruttando
le sue antiche relazioni con gli ambienti imperiali, contribuì anche nel repe-
rimento di ulteriori finanziamenti. Sin dal settembre del 1207 egli aveva
inviato alcuni ambasciatori presso il candidato imperiale Filippo di Svevia
e presso i maestri generali dei Giovanniti e dei Templari. I principi tedeschi
nella dieta di Nordhausen si impegnarono a far fluire denaro, proveniente da
una tassa quinquennale straordinaria, non solo al patriarca di Gerusalemme,
ma anche a quello di Antiochia e ad altre autorità politiche ed ecclesiastiche
d’Oriente.96
Nella difficile situazione di crisi e di desolazione della Terra Santa, Inno-
cenzo III il 9 luglio 1208, non essendo cessate le motivazioni che avevano
indotto il pontefice ad attribuirgli i poteri del legato nella provincia gero-

Gerardo di Sesso, e ad Alberto da Mantova; cfr. Savio, Gli antichi vescovi d’Italia, I, p. 487.
Sui numerosi incarichi ricevuti dal papa Maria Pia Alberzoni, Innocenzo III e la riforma
della Chiesa in ‘Lombardia’. Prime indagini sui visitatores et provisores, in «Quellen und
Forschungen aus dem italienischen Archiven und Bibliotheken», LXXIII (1993), pp. 145-
150.
91
 Reg. Inn. III., VIII, pp. 304-305, n. 174.
92
 Reg. Inn. III., VIII, pp. 302-303, n. 170.
93
 Reg. Inn. III., VIII, p. 304, n. 172
94
 Reg. Inn. III., VIII, p. 304, n. 171.
95
 Reg. Inn. III., VIII, p. 305, n. 174.
96
  Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, pp. 428-429.
184 Cristina Andenna

solimitana, prolungava al patriarca il mandato per la durata di altri quattro


anni, affinché egli dotato della più alta capacità di intervento nelle questioni
ecclesiastiche e politiche della cristianità orientale, continuasse ad occuparsi
pienamente della necessitas della Terra Santa.97 Il pontefice, il giorno succes-
sivo, comunicava al patriarca di Gerusalemme e ai maestri generali dei Tem-
plari e dei Giovanniti che pro necessitate et utilitate della Terra Santa aveva
provveduto a recuperare nuovi cospicui contributi finanziari.98
L’autorità che il pontefice aveva concesso ad Alberto attraverso il man-
dato della legazione, lo rendeva, pur non essendo un cardinale,99 capace di
agire in rappresentanza e in funzione del papa e testimonia che egli era consi-
derato presso la curia pontificia un personaggio chiave per la realizzazione
del progetto della Recuperatio Terre Sancte.

Ma quali furono i principali interventi di Alberto in qualità di legato


papale?

La legazione ampliava la capacità di azione di Alberto e il suo potere


di intervento, conferendogli un’autorità suprema nelle questioni attinenti
all’organizzazione della sua provincia ecclesiastica,100 alla regolamentazione
dei rapporti con i vescovi a lui sottomessi e alla sistemazione dei conflitti
con le gerarchie ecclesiastiche. Sotto il suo ambito di competenza rientrava

97
 Reg. Inn. III., XI, pp. 161-162, n. 103.
98
 Reg. Inn. III., XI, pp. 162-164, n. 104; PL, CCXV (1891), coll. 1427-1428, docc. 108-
110.
99
 Sui poteri dei cardinali legati e sui loro ambiti di competenza, cfr. Claudia Zey, Zum
päpstlichen Legatenwesen im 12. Jahrhundert: Der Einfluss von eigener Legationspraxis auf
die Legatenpolitik der Päpste am Beispiel Paschalis’ II., Lucius’ II. und Hadrians IV., in Das
Papsttum in der Welt des 12. Jahrhunderts, edd. Ernst-Dieter Hehl, Ingrid Heike Ringel,
Hubertus Seibert, Stuttgart, J. Thorbecke, 2002 (Mittelalter-Forschungen, 6), pp. 243-262;
Zey, Die Augen des Papstes, pp. 77-108; Ead., Handlungsspielräume - Handlungsinitiativen:
Aspekte der päpstlichen Legatenpolitik im 12. Jahrhundert, in Zentrum und Netzwerk: kirchliche
Kommunikationen und Raumstrukturen im Mittelalter, edd. Gisela Drossbach, Hans-Joachim
Schmidt, Berlin - New York, Walter de Gruyter, 2008 (Scrinium Friburgense, 22), pp. 63-92.
100
 Per gli interventi nelle questioni ecclesiastiche rimando a Kirstein, Die lateinischen
Patriarchen von Jerusalem, pp.  432-433, per i rapporti con l’ordine dei cavalieri teutonici;
pp.  438-439 per la questione relativa ai prigionieri di cristiani e p.  438 per la questione
dell’elezione dell’arcivescovo di Nicosia.
Fidelissimus mediator 185

inol­tre anche il controllo degli ordini attivi sul suo territorio e la riforma
della vita religiosa in Palestina.101
Mette conto concentrarsi qui solo sul ruolo e il peso che ebbero le due
legazioni di Alberto in chiave politica, alla ricerca di una stabilità e di un
equilibrio fra i principali detentori del potere in Terra Santa: i regni di Cipro
e di Gerusalemme e il principato di Antiochia, premettendo tuttavia che le
due sfere di competenza, quella di patriarca e quella di legato, sono spesso
molto difficilmente distinguibili.

Il Regno di Cipro

Il primo incarico che attendeva Alberto non appena fosse giunto in


Terra Santa era la complessa questione della successione dei Regni di Cipro
e di Gerusalemme. In una missiva datata 30 marzo del 1206 Innocenzo III
aveva pregato il neopatriarca, poiché in lui la dignità patriarcale si sommava
all’onore della legazione, di intromettersi nella complessa vicenda ereditaria
e dinastica di quei due regni. Il papa, quasi a giustificare il diritto di inter-
vento di Alberto, ricordava inoltre nella sua lettera che l’unione delle due
funzioni nella sua persona era stata pensata proprio per essere di maggiore
utilità alla provincia ecclesiastica.102
Va anticipato che sin dal 1194 per rendere più stabili gli equilibri fra
la nobiltà cipriota, quella di Siria e quella di Palestina era stato concepito

101
 Come è già stato sottolineato Alberto si occupò della codificazione di una forma
vitae destinata alla organizzazione dei fratres raccolti alle pendici del Monte Carmelo; cfr.
Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, pp.  439-442 e Vincenzo Mosca,
Alberto Patriarca di Gerusalemme: autore della ‘vitae formula’ degli Eremiti-Fratelli del
Monte Carmelo, in The Carmelite rule: 1207-2007. Proceedings of the Lisieux conference; 4-7
July 2005, ed. Evaldo Xavier Gomes Roma, Edizioni Carmelitane, 2008 (Textus et studia
historica Carmelitana, 28), pp. 113-136. Alberto fu chiamato a risolvere anche un conflitto
fra i templari e i cavalieri teutonici (Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem,
p.  432-434 e Mosca, Alberto patriarca di Gerusalemme: tempo, p.  378) e alcuni problemi
relativi al riconoscimento della idoneità di alcuni esponenti dei templari (Mosca, Alberto
patriarca di Gerusalemme: tempo, p. 380).
102
 Reg. Inn. III., IX, pp.  46-47, n. 28: Cum de superni dispositione consilii super populos
Ierosolimitane provincie, qui pro peccatis non solum suis sed forsitan aliorum de manu Domini
duplicia receperunt, duplicis officii receperis potestatem, ut in Dei Evangelium segregatus cum
patriarchalis dignitatis honore legationis officio fungereris, profecto tibi noscitur imminere, ut
diligenter ea per sollicitudinis tue studium procurentur, que ad procurationem status eiusdem
provincie utilia possunt esse.
186 Cristina Andenna

un progetto che, per mezzo di una mirata politica matrimoniale, avrebbe


condotto alla unificazione delle due corone di Cipro e di Gerusalemme.
Un primo passo in questa direzione era stato il matrimonio nel 1197 di
Isabella,103 regina di Gerusalemme, con Amalrico, re di Cipro.104 Nel 1205 la
successiva scomparsa a pochi mesi di distanza sia di Amalrico, che di Isabella,
aveva vanificato la realizzazione di questo piano.105
A Cipro la corona era passata ad Ugo,106 il figlio minorenne di Amalrico,
posto tuttavia sotto la tutela di un reggente, Gualtiero di Montbéliard.107
Costui, per rendere più forte la sua posizione, sia nell’isola che in Palestina,
si era rivolto al pontefice per riprendere l’antico progetto che si fondava su
ben articolate alleanze matrimoniali. Nei piani del reggente il re Ugo avrebbe
dovuto sposare Alice,108 una figlia di Isabella, che la regina aveva avuto dalla
sua unione con il conte Enrico di Champagne.109 In questa complessa vicenda
il pontefice aveva affidato al suo legato, il patriarca di Gerusalemme, di veri-

103
 Ulrich Mattejiet, in LMA, V (1991), col. 669, s.v. Isabella I., Königin von Jerusalem;
Peter W. Edbury, The Kingdom of Cyprus and the Crusades, 1191-1374, Cambridge,
Cambridge University Press,1991, pp. 24-29 e Steven Runciman, A History of the Crusades,
3 voll., Cambridge, Cambridge University Press, 1952-1954, III (1954), pp. 30-32, 45, 51, 64-
66, 82, 84, 93-95, 102, 103, 134, 181, 324.
104
 Cfr. Edbury, Aimerich von Lusignan, coll. 241-242; Hill, A History of Cyprus, II, pp. 44-
66 e Edbury, The Kingdom of Cyprus, pp. 29-35.
105
  Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, pp. 437-438.
106
  Hill, A History of Cyprus, II, pp. 73-83 e Edbury, The Kingdom of Cyprus, pp. 35-36.
107
  Edbury, The Kingdom of Cyprus, pp. 41-43.
108
 Su Alice mi permetto di rimandare a Cristina Andenna, Da ‚moniales novarum
penitentium’ a ‚sorores ordinis Sancte Marie de Valle Viridi’. Una forma di vita religiosa
femminile fra Oriente e Occidente (secoli XIII-XV), in Da Accon a Matera: Santa Maria la
Nova, un monastero femminile tra dimensione mediterranea e identità urbana (secoli XIII-XVI),
ed. Francesco Panarelli, Berlin, Lit, 2012 (Vita regularis. Abhandlungen, 50), pp. 59-130, in
partic. su Alice, pp. 61-62, nt. 12 e 70-75. Brevi accenni sulla difficile situazione politica di
Cipro e sul ruolo di Alice si trovano in Jean Richard, in LMA, IX (1998), coll. 738-745,
s.v. Zypern, ma anche Edbury, The Kingdom of Cyprus, p. 43-51; Runciman, A History of
the Crusades, III, pp. 132-233, in partic. p. 84, 104, 134, 149, 166, 175, 179-182, 195, 206,
221-223, 230, 275, 308; Hill, A History of Cyprus, II, pp. 72-137; Jacques Marie Joseph
Louis de Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre sous le règne des princes de la maison de
Lusignan, 3 voll., Paris, Imprimerie impériale, 1861-1865, I (1861), pp. 197-362.
109
  Michel Bur, in LMA, IV (1989), coll. 2068-2069, s.v. Heinrich II., Graf von Champagne.
Un’altra attiva interlocutrice nella progettazione di questo matrimonio fu Bianca di Navarra,
moglie di Tedaldo  III di Champagne, zio di Alice, che, in accordo con Filippo di Ibelin,
sperava di distogliere gli interessi di Alice alla rivendicazione sui possessi paterni in Francia;
Edbury, The Kingdom of Cyprus, pp. 43-44.
Fidelissimus mediator 187

ficare la fattibilità dell’unione e di considerare l’utilitas pubblica e privata


derivante da quel matrimonio. Non conosciamo nel dettaglio le operazioni
di Alberto, ma sappiamo che alcuni anni più tardi, nel 1210, non solo diede
il suo assenso alla realizzazione del progetto matrimoniale, ma celebrò egli
stesso solennemente le nozze.110
Le sue ingerenze nelle questioni cipriote non erano concluse, nel set-
tembre del 1211 Alberto ricevette dal papa di nuovo l’ordine di indagare
sul comportamento di Ugo I che, raggiunta la maggiore età, aveva scacciato
dal regno, senza il consenso della curia regia, il suo reggente Gualtiero di
Montbéliard, accusandolo ingiustamente di avergli sottratto alcuni beni.
Ancora una volta Innocenzo III esortava Alberto in sua vece (vice nostra) a
procedere secondo la ragione. Per il bene degli equilibri politici fra la nobiltà
cipriota e quella del continente, secondo il pontefice, Alberto avrebbe dovuto
intervenire per placare l’ira del giovane sovrano e per convincerlo, in nome
della sua reverentia nei confronti della sede apostolica e del suo impegno in
aiuto della Terra Santa, a restituire a Gualtiero tutte le sue funzioni e i suoi
diritti.111

Il regno di Gerusalemme

Sul trono di Gerusalemme, la cui sede da decenni era ad Acri, la corona


era passata alla figlia che Isabella aveva avuto dalla sua unione con Corrado di
Monferrato, Maria di Monferrato.112 A causa della sua minore età il controllo
del regno era stato assegnato alla reggenza di un conestabile, il fratellastro
della regina Isabella, Giovanni di Ibelin, signore di Beirut.113 Nel 1208 la

110
  Edbury, The Kingdom of Cyprus, p. 43.
111
 PL, CCXVI (1891), col. 466, n. 104.
112
 Maria, sorellastra della regina Alice di Campagne, ottenne, dopo la morte della madre
avvenuta nel 1205, il diritto di poter liberamente succedere al trono di Gerusalemme;
Robert-Henri Bautier, in LMA, II (1983), coll. 686-687 s.v. Brienne, Die Linie Eu-
Guines: Johannes von B.
113
 Giovanni di Ibelin sostenne come conestabile la sorellastra Isabella I durante gli anni di
regno a Gerusalemme (1194-1200), ottenne poi per suo intervento la signoria di Beirut.
Dal 1205 al 1210 esercitò la reggenza per Maria di Monferrato, figlia di Isabella I. Dal 1217
successe al fratello Filippo a sostegno della regina Alice di Champagne nella reggenza della
corona di Cipro. Sulla famiglia Ibelin, cfr. Ulrich Mattejiet, in LMA, V (1991), coll.
311-312, s.v. Ibelin. Per le questioni di Cipro cfr. Edbury, The Kingdom of Cyprus, pp. 38-73
e Id., John of Ibelin and the Kingdom of Jerusalem, Woodbridge Rochester, NY, The Boydell
Press, 1997, qui in partic. pp. 28-57.
188 Cristina Andenna

giovane regina aveva raggiunto l’età idonea a contrarre matrimonio, a questo


fine Alberto aveva presieduto un’assemblea con i membri più influenti del
Regno e gli ecclesiastici del patriarcato per discutere sui possibili candida-
ti.114 Non essendo stato possibile perseguire l’originario piano matrimoniale
con Pietro II di Aragona,115 l’assemblea aveva rinviato la decisione al giudizio
del re di Francia, Filippo Augusto, il quale aveva poi designato Giovanni di
Brienne.116 Il 15 settembre del 1210 Alberto era stato chiamato, in qualità
di patriarca, a celebrare le nozze in Acri e il 3 ottobre dello stesso anno, nella
cattedrale di Tiro, egli aveva incoronato solennemente i due coniugi e aveva
consegnato loro le insegne del potere alla presenza di tutte le autorità eccle-
siastiche e della nobiltà del regno.117 Era stata la cauta azione diplomatica
di Alberto a permettere a Giovanni, nonostante l’opposizione della nobiltà
baronale, di poter assumere la corona. Il 18 giugno del 1211 Giovanni di
Brienne era stato coinvolto per volere del pontefice in un’azione militare
punitiva contro Leone II di Armenia. In quella occasione il rapporto fra il
patriarca e il re di Gerusalemme fu di piena collaborazione, Alberto assunse
infatti in quella circostanza il ruolo di consigliere del sovrano.118
Dopo la morte della moglie, nel 1212, Giovanni trovatosi solo con la
piccola Iolanda Isabella119 aveva incontrato notevoli difficoltà da parte dei
baroni  e, sperando di essere sostenuto nel suo progetto di mantenere la
reggenza per conto della figlia, aveva inviato il suo cancelliere, il vescovo di

114
  Edbury, John of Ibelin, pp. 31-32.
115
  Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, pp. 434-435.
116
 Giovanni, conte di Brienne, era figlio di Erardo II di Brienne e di Agnese di Monfaucon;
Bautier, Brienne, Die Linie Eu-Guines, coll. 686-687.
117
 In accordo con le ipotesi di Hans-Eberhard Mayer, anche Klaus Peter Kirstein (Kirstein,
Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, p. 435) sottolinea che la cerimonia di incoronazione
utilizzò probabilmente per la prima volta il pontificale di Tiro; Hans-Eberhard Mayer,
Das Pontifikale von Tyrus und die Krönung der lateinischen Könige von Jerusalem: zugleich
ein Beitrag zur Forschung über Herrschaftszeichen und Staatssymbolik, in «Dumbarton Oaks
papers», XXI (1967), pp. 141-232.
118
  Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, p. 432. Su Leone II di Armenia,
cfr. il paragrafo seguente.
119
  La madre Maria morì durante il parto e Isabella  II fu pertanto regina di Gerusalemme
sin dalla nascita. Il padre Giovanni di Brienne esercitò per lei la reggenza. In accordo con
Onorio  III nel marzo del 1223 fu deciso il suo matrimonio con Federico  II. Nel 1225 fu
incoronata regina di Gerusalemme a Tiro e nel novembre dello stesso anno sposò poi a
Brindisi l’imperatore. Morì nel maggio del 1228, dando alla luce il figlio Corrado, Sylvia
Schein, in LMA, V (1991), col. 669, s.v. Isabella II. von Brienne, Königin von Jerusalem.
Fidelissimus mediator 189

Sidone, Rodolfo di Merancourt,120 a Roma per ottenere nella vacillante situa-


zione politica il favore del pontefice.121 Il 9 gennaio 1213 Innocenzo III si
rivolgeva nuovamente al suo legato Alberto esortando lui e i suoi vescovi a
dare al re e alla sua giovane figlia un concreto sostegno.122 Ancora una volta
Alberto, attraverso una sapiente opera di mediazione, con una serie di let-
tere rivolte alle autorità più eminenti della Terra Santa, si era premunito di
esaudire i desideri del pontefice e al tempo stesso era riuscito a creare poli-
ticamente e finanziariamente le premesse che avrebbero permesso la com-
pleta accettazione del sovrano come reggente per la figlia Iolanda Isabella e le
garanzie per una almeno temporanea stabilità politica.

Il principato di Antiochia

Nel corso del 1208 Alberto si trovò coinvolto anche nelle ben più com-
plesse questioni politiche ed ecclesiastiche del principato di Antiochia, in
cui da alcuni anni era in atto una contesa per la successione fra il conte Boe-
mondo  IV,123 signore di Tripoli, e Leone  II,124 re di Armenia. I complessi
retroscena e le fasi della contrapposizione fra le parti, in cui un ampio ruolo
ebbero i conflitti di interesse con l’ordine dei templari, sono stati ampia-
mente chiariti da Werner Maleczek, che ha messo in luce il ruolo di primo
piano svolto dai legati papali Soffredo e Pietro Capuano.125

120
  Fu eletto patriarca dopo la morte di Alberto. Il primo atto in cui compare come patriarca
è datato 20 febbraio 1215. Egli morì nella primavera del 1225; Fedalto, La Chiesa latina in
Oriente, I, pp. 138-139.
121
 PL, CCXVI (1891), coll. 738-739, doc. 211.
122
 PL, CCXVI (1891), col. 738, doc. 210.
123
  Claude Cahen, in LMA, II (1983), coll. 333-334, s.v. Bo[h]emund IV., Fürst von
Antiochia. Il figlio di Boemondo  IV, Boemondo  V di Poitiers, sposò, senza l’approvazione
del pontefice, la regina di Cipro, Alice, una sua lontana parente. La regina sperava dopo la
morte del marito Ugo di Cipro di poter proporre Boemondo  V, signore di Antiochia e di
Tripoli, come candidato per la reggenza su Cipro. Il matrimonio fu poi annullato fra il 1227
e il 1229 per un legame troppo stretto di consanguineità; Andenna, Da ‚moniales novarum
penitentium’, pp. 72-73 e Runciman, A History of the Crusades, III, p. 278.
124
  René Grousset, L’Empire du Levant: Histoire de la Question d’Orient, Paris, Payot,
1949, pp. 394-396 e M. Chahin, The Kingdom of Armenia: A History, Richmond, Curzon,
20013, pp. 247-249.
125
  Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 166-171.
190 Cristina Andenna

La contesa fra le due parti era giunta a ledere gravemente i diritti del
patriarca di Antiochia, Pietro di Angoulême,126 che era stato incarcerato,
insieme a due suoi nipoti, da Boemondo IV. Al suo posto il signore di Tri-
poli aveva nominato un greco, di nome Simeone II Abou Saibé.127 Temendo
uno scisma, il pontefice diede mandato ad Alberto, in qualità di legato, fra il
febbraio e il marzo del 1208 di intervenire per costringere con ogni mezzo
il signore di Tripoli a liberare Pietro128 e deporre il patriarca greco, scomu-
nicando coloro che avessero osato porsi contro questa disposizione.129 Gli
ordini del pontefice non raggiunsero l’esito sperato. Nel luglio dello stesso
anno, poco dopo aver attribuito per un nuovo quadriennio ad Alberto il
mandato di legazione,130 Innocenzo III si rivolgeva ad Alberto rinnovando-
gli l’invito ad intervenire. Il patriarca Pietro era morto in carcere e i canonici,
ai quali spettava l’elezione del primate, avrebbero dovuto procedere imme-
diatamente alla scelta di un successore idoneo al patriarcato di Antiochia.131
Dalle parole del pontefice si comprende che Alberto in questo frangente,
data la delicatezza della questione, disponeva grazie al suo ruolo di legato, di
una piena potestas che gli avrebbe permesso di decidere al posto del pontefice
sulle questioni più pressanti. Gli aspetti meno significativi invece sarebbero
stati rimandati alle domande in appello e alle loro conseguenti decisioni.132
Dotato di quest’ampia facoltà di intervento egli avrebbe dovuto decidere
circa l’opportunità di mantenere in carica il discusso decano della chiesa cat-
tedrale di Antiochia. Alberto avrebbe dovuto inoltre evitare ogni contatto
con Boemondo IV. Il signore di Tripoli aveva infatti compiuto un sacrilegio e
per questo motivo era stato colpito da scomunica e da anatema. Solo nel caso
in cui egli si fosse pentito e fosse tornato sui suoi passi, il patriarca avrebbe
potuto concedergli il beneficio della assoluzione.133
Nel marzo dell’anno successivo i canonici si erano finalmente accordati
per proporre un candidato. Innocenzo III nell’approvare la postulatio, non

126
  Fedalto, La Chiesa latina in Oriente, I, pp. 168-169.
127
  Claude Cahen, Un document concernant les Melkites et les Latins d’Antioche au temps des
Croisades, in «Revue des études byzantines», XXIX (1971), pp. 285-292.
128
 Reg. Inn. III., X, pp. 382-384, n. 214.
129
 Reg. Inn. III., XI, pp. 10-11, n. 8.
130
 Reg. Inn. III., XI, pp. 161-162, n. 103.
131
 Reg. Inn. III., XI, pp. 164-165, n. 105.
132
 Reg. Inn. III., XI, p.  165: Denique ne quid de contingentibus omittamus, tam super hiis
quam etiam super omnibus, que negotium hoc contingunt, plenam tibi conferimus potestatem, ut
vice nostra de universis statuas et de singulis appellatione postposita, quod videris expedire.
133
 Reg. Inn. III., XI, p. 165.
Fidelissimus mediator 191

mancava di ricordare il ruolo di eccezionale mediazione che Alberto aveva


svolto in quella occasione e si augurava che il nuovo eletto, un uomo sem-
plice, retto, timoroso di Dio e particolarmente esperto nel diritto canonico
avrebbe presieduto la sede a cui era chiamato con grande competenza.134 Al
patriarcato era stato designato il già citato cisterciense Pietro di Lucedio,
in quel momento vescovo di Ivrea. Si trattava di un personaggio non solo
noto e stimato presso la curia romana, ma anche molto vicino ad Alberto,
con il quale durante il periodo del suo episcopato a Vercelli aveva più volte
avuto occasione di collaborare per risolvere arbitrati e problemi inerenti
l’organizzazione della vita religiosa in Lombardia.135 Alcuni mesi prima,
come abbiamo sopra ricordato, egli era stato proposto per ricoprire la cat-
tedra arcivescovile di Tessalonica, un’invito che il vescovo iporediense aveva
rifiutato.136 Ora a circa un anno di distanza dal rifiuto il pontefice, convinto
dell’utilità dell’azione di Pietro a fianco di Alberto, si era impegnato non solo
affinché egli accettasse la nomina, ma anche a predisporre che egli potesse
raggiungere la sua sede il più velocemente possibile, in modo tale che i grandi
problemi che affliggevano il principato di Antiochia potessero essere con il
sostegno dei due antichi amici definitivamente risolti.137
Nella stessa lettera del marzo 1209 inoltre Innocenzo  III incaricava
il patriarca di Gerusalemme di operare, affinché si potesse raggiungere un
accordo di pace nella contesa che opponeva Leone II di Armenia all’ordine
dei templari per il possesso della fortezza di Gaston, che il sovrano armeno
aveva ingiustamente occupato, sottraendola al controllo dei religiosi.138
Il rifiuto di Leone II nei confronti di qualsiasi trattativa portò ad un ulte-
riore irrigidimento dei già tesi rapporti. Per risolvere la complessa situazione
che si era venuta a creare Innocenzo III suggerì ad Alberto di proporre una

134
 PL, CCXVI (1891), coll. 18-19, n. 8.
135
 Cfr. sopra nt. 53-54 e testo corrispondente.
136
 Cfr. nt. 35.
137
 PL, CCXVI (1891), col. 18, n. 8: verum etiam eo tibi teque illi ad mutuum solatium
assistente, per unanimem charitatem duorum generalis terrae sanctae profectus poterit efficacius
promoveri. Quapropter ipsum per litteras apostolicas exhortati ut onus illud cum humilitate
prompta suscitiate, per praesentem nuntium, in cuius recessu nondum poterat ad nos eiusdem
episcopi recurrisse responsum, fraternitati tuae super hoc ad praesens aliud non duximus
respondendum nisi quod cum, quem firmiter credimus super hoc nostro mandato et consilio
pariturum, celerius quam poterimus ad te simul et Antiochenam Ecclesiam transmittemus,
non solum patriarchalia sibi conferentes insignia quae conferri decebit a nobis, verum etiam in
necessariis hilariter providentes, in quibus possit commode pertransire.
138
 PL, CCXVI (1891), col. 19.
192 Cristina Andenna

tregua e investì il vescovo Sicardo di Cremona139 dei poteri di legato in Terra


Santa, in modo che egli lavorasse a fianco dei due patriarchi Alberto e Pietro
e con i rappresentanti dei due partiti in opposizione. Il pontefice sperava in
tal modo di poter raggiungere finalmente un accordo.140
La legazione di Sicardo del 1210 era destinata anch’essa al fallimento. Nel
maggio del 1210 Leone II aveva inviato un’ambasceria alla corte di Ottone IV
per ottenere il permesso di procedere all’incoronazione del suo pronipote
Raimondo Rupen.141 Nel frattempo, su mandato del pontefice, Alberto era
stato nuovamente incaricato di risolvere il conflitto fra Leone II e l’ordine
dei templari. Leone II tuttavia non solo non volle accogliere le richieste del
patriarca di Gerusalemme, ma procedette ad occupare militarmente anche il
porto di Bonelli e altri beni dell’ordine. Alberto reagì esortando il sovrano
armeno a ritirare i funzionari regi dai possedimenti dei templari in Arme-
nia, un ordine che rimase completamente inascoltato. Insignito dei poteri
di legato Alberto reagì immediatamente minacciando di scomunica tutti
coloro che da quel momento in avanti avessero usurpato ed occupato i beni
dei templari.142 Nel maggio del 1211 Innocenzo III annunciava con una serie
di lettere solenni ai patriarchi di Gerusalemme e di Antiochia, all’arcive­scovo
di Tiro e ai vescovi di Sidone, di Tripoli, di Limassol, di Tortosa e di Fama-
gosta di rendere pubblicamente nota ai fedeli e ai pellegrini della cristianità

139
 In particolare sull’attività di Sicardo come vescovo di Cremona, Daniele Piazzi, I tempi
del vescovo Sicardo e di Sant’Omobono, in Diocesi di Cremona, edd. Adriano Caprioli, Antonio
Rimoldi, Luciano Vaccaro, Brescia, La scuola, 1998 (Storia religiosa della Lombardia, 6),
pp.  77-90, in partic. pp.  77-79. Cfr. anche Elisabetta Filippini, Il vescovo Sicardo di
Cremona (1185-1215) e la fondazione del monastero di San Giovanni del Deserto, in «Annali
dell’Istituto storico italo-germanico in Trento», XXVII (2001), pp. 13-56. Sui suoi importanti
contributi letterari, cfr. Ercole Brocchieri, Sicardo di Cremona e la sua opera letteraria, in
«Annali della Biblioteca governativa e libreria civica di Cremona», XI (1958), fasc. 1; Ludwig
Schmugge, Kanonistik und Geschichtsschreibung. Das Kirchenrecht als historische Quelle bei
Tholomeus von Lucca und anderen Chronisten des 13. und 14. Jahrhunderts, in «Zeitschrift
der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung», LVIII (1982), in partic.
pp. 224-225. Sulla presenza di Sicardo a fianco dei cardinali Pietro Capuano e di Soffredo in
Terra Santa, cfr. Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 179, 192-193.
140
 PL, CCXVI (1891), coll. 310-311, n. 123.
141
  Bernd Ulrich Hucker, Kaiser Otto IV., Hannover, Hahnsche Buchhandlung, 1990
(Monumenta Germaniae Historica. Schriften, 34), pp. 171-172.
142
  Jonathan Simon Christopher Riley-Smith, Templars and Hospitallers as professed
religious in the Holy Land, Notre Dame (Ind.), University of Notre Dame Press, 2010 (The
Conway lectures in medieval studies), p. 106.
Fidelissimus mediator 193

orientale la notizia della scomunica di Leone II.143 Il 18 giugno dello stesso


anno, con una lettera altrettanto solenne, il pontefice sollecitava il re di Geru-
salemme, Giovanni di Brienne, a preparare una spedizione militare punitiva
nei confronti del sovrano di Armenia, intervenendo in tal modo in auxilio
et favore di quei religiosi, che si erano non poco impegnati a sostegno della
Terra Santa. A questo fine il pontefice consigliava a Giovanni di Brienne di
servirsi del discretus consilius del patriarca di Gerusalemme, Alberto.144 Dopo
un breve scontro militare, alla fine del 1212 in una lettera diretta ad Alberto,
il sovrano armeno pregava il patriarca di assolverlo e di sollevarlo dalla sco-
munica e prometteva in cambio di riappacificarsi con i templari, restituendo
loro il porto di Bonelli.145 Nella primavera del 1213 il pontefice, avvisato da
Alberto delle intenzioni di sottomissione del sovrano armeno, lo sollevava da
ogni cesura e scomunica. Nella stessa missiva incaricava il patriarca di Gerusa-
lemme di non dare adito alle richieste del conte di Tripoli, per risolvere anche
la controversa questione del controllo politico del principato di Antiochia.146
Il 14 febbraio del 1216 Leone II e Raimond-Rupert occupavano Antiochia,
solo a partire da quel momento i templari erano rientrati definitivamente in
possesso della fortezza di Gaston.147

Concludendo

Tra la fine del secolo XII e l’inizio del secolo XIII la curia romana e il
papato si servirono spesso di religiosi con la medesima personalità e prepa-
razione di Alberto per la risoluzione di contese giuridiche e giurisdizionali
in tutto l’Occidente cristiano, ma anche in generale per chiarire questioni
di carattere ecclesiastico e religioso. Il compito dei giudici delegati tuttavia
non si fermava qui, elevati alla cattedra episcopale, come nel caso di Alberto
per Vercelli, essi si trovavano a svolgere un ruolo centrale anche nelle que­
stioni politiche non solo della loro diocesi, ma anche sul piano degli interessi
internazionali. Spesso essi si trovarono ad essere contemporaneamente fedeli
rappresentanti del pontefice, ma nel medesimo tempo erano anche solerti

143
 PL, CCXVI (1891), coll. 430-432, docc. 64 e 65.
144
 PL, CCXVI (1891), col. 432, n. 66.
145
  L’Estoire de Eracles Empereur et le conqueste de la Terre d’Outremer, in Recueil des historiens
des croisades: Historiens occidentaux, 5 voll., Paris, 1844-1895, II (1859), pp. 1-481, in partic.
p. 137; cfr. anche Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, p. 432.
146
 PL, CCXVI (1891), coll. 792-793, doc. 7.
147
  Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem, p. 432.
194 Cristina Andenna

collaboratori dell’imperatore, come ancora una volta abbiamo visto per


Alberto, che alla fine del secolo XII si era distinto come fidelissimus mediator,
divenendo una delle figure di primo piano nel complesso processo di media-
zione fra il pontefice e l’imperatore.
La stretta rete di relazioni (un vero e proprio Netzwerk) personali e poli-
tiche inserirono Alberto nei circoli dell’imperatore, del marchese di Monfer-
rato, del pontefice e in particolare in quello di molti cardinali, fra i quali un
ruolo centrale ebbe sicuramente Pietro Capuano. Tali rapporti favorirono la
sua elezione al patriarcato di Gerusalemme. Proiettato nella complessa situa-
zione della lontana periferia orientale, Alberto continuò ad essere un esecu-
tore e interprete della politica papale. Come esponente dell’alta gerarchia
ecclesiastica d’Oriente il nuovo patriarca fu chiamato a risolvere questioni
di ordinaria amministrazione nell’ambito dei territori sottoposti alla sua
giurisdizione. Nella difficile situazione, che caratterizzava la Terra Santa agli
inizi del secolo XIII, Alberto fu investito di una ulteriore funzione, quella
di rappresentante diretto del pontefice attraverso i due mandati di lega-
zione. Questo particolare ufficio, di solito affidato ai cardinali, gli permise
di intervenire per conto del papa nelle più complesse questioni politiche
dei regni latini d’Oriente, sia per risolvere le problematiche successioni alle
corone di Cipro e di Gerusalemme, sia per dipanare l’intricata vicenda della
contesa per il patriarcato di Antiochia. Alberto, in questo senso, non solo nel
conflitto fra il papato e l’impero, ma anche in Oriente, poteva continuare ad
essere definito un fidelissimus mediator, sempre pronto con la sua abile capa-
cità diplomatica e la sua esperienza giuridica, ad intervenire là dove il papa
riteneva fosse opportuno.
Die päpstlichen Legaten beim vierten
Kreuzzug (Petrus Capuanus, Soffred
von S. Prassede)

Werner Maleczek

U
nter den vielen Aufgaben, die Papst Innocenz III. während seines
19-jährigen Pontifikats zu bewältigen hatte, standen der Kreuzzug
und der Kampf gegen die Häresie an den beiden ersten Stellen.1
Das herausragende Engagement für den Kreuzzug geht zweifelsohne auf
persönliche Erfahrungen des jungen Klerikers Lothar von Segni zurück, der
1187 von der katastrophalen Niederlage bei Hattin und vom Fall Jerusa-
lems erfuhr. In seiner Kardinalszeit (ab 1190) erlebte er die Endphase des
Dritten Kreuzzuges und den gescheiterten Kreuzzug Kaiser Heinrichs VI.
mit. Die bösen Nachrichten vom unrühmlichen Ende dieses staufischen
Unternehmens veranlaßten ihn, am 15. August 1198 mit seiner ganzen
Autorität einen neuen Kreuzzug auszurufen und sich bei der Organisation
intensiv einzusetzen. Das große Rundschreiben, das mit einer an biblischen
Hinweisen reichen Rhetorik und mit historischen Anspielungen arbei-
tete, ähnelt einer Predigt und verrät den feinsinnigen Theologen.2 Bis zum

1
 Die ausführlichste Arbeit zum Thema bleibt trotz ihres Alters Helmut Roscher, Papst
Innocenz III. und die Kreuzzüge, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprecht, 1969 (Forschungen zur
Kirchen- und Dogmengeschichte, 21). Ich selbst habe an einer der Tagungen teilgenommen,
die an den Fall von Konstantinopel erinnerten: Werner Maleczek, Innocenzo III e la IV
Crociata. Da forte ispiratore a spettatore senza potere, in Quarta Crociata. Venezia – Bisanzio
– Impero Latino, edd. Gherardo Ortalli, Giorgio Ravegnani, Peter Schreiner, 2 voll., Venezia,
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, 2006, I, pp. 389-422. (dazu cfr. Rudolf Pokorny,
Viermal der Vierte Kreuzzug. Die Tagungsbände zum Gedenkjahr 2004, in «Deutsches Archiv
für Erforschung des Mittelaters», LVI (2010), pp. 569-593). Der Platz des Papstes wird in
allen Arbeiten zum Vierten Kreuzzug thematisiert. Auf italienisch: Marco Meschini,
1204. L’incompiuta. La quarta crociata e la conquista di Costantinopoli, Milano, Ancora,
2004; als Standardwerk: Donald Edward Queller, The Fourth Crusade. The Conquest
of Constantinople 1201-1204. Rev. ed. by Thomas F. Madden, Philadelphia, University of
Pennsylvania Press, 19972 (Middle Ages series), Nachdr. 2000.
2
 Reg. Inn. III., I/1, pp. 498-505, n. 336.

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 195-209
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103490
196 Werner Maleczek

­Aufbruch, der für den März 1199 vorgesehen war, sollte eine intensive, vom
Papst gesteuerte Werbung die Kämpfer gewinnen; die Finanzierung sollte
mit Hilfe einer bis dahin unbekannten Steuer zum Teil gesichtert und das
Kampfgebiet sollte mit Friedensvermittlung und mit diplomatischen Aktio­
nen im Mittleren Osten bereitet werden. Im großen Rundschreiben wer-
den die beiden Legaten schon genannt, wobei Innocenz III. ihre Funktion
mit nur undeutlichen Begriffen umschrieb: exercitum Domini humiliter et
devote precedant.3 Es waren Petrus Capuanus, Kardinaldiakon von S. Maria
in Via­lata, und Soffred, Kardinalpriester von S. Prassede. Das Motiv für diese
Wahl ist nicht klar – wie bei keiner der zahlreichen Legationen des Conti-
Papstes –, aber man kann es aus der Biographie der beiden Kardinäle und aus
den ihnen bis dahin übertragenen Aufgaben mit einer gewissen Plausibilität
ableiten.4 Ich beginne mit Petrus Capuanus, dessen Lebensgeschichte ziem-
lich reich dokumentiert und gut erforscht ist.5 Er stammte aus Amalfi und
gehörte zu einer der städtischen aristokratischen Familien, die sich leicht
bis in die Mitte des 11. Jahrhunderts zurückverfolgen läßt, als sie aus dem
Fürstentum Capua einwanderte. Wie alle führenden Familien der kleinen
Seerepublik erwarben die Capuano ihren Wohlstand durch Handel mit
anderen Gebieten des normannischen Königreiches, mit der Levante, dem
Königreich Jerusalem und mit Nordafrika, was ihnen einen weiten Horizont
und internationale Beziehungen verschaffte. Zu Ende des 19. Jahrhunderts
wurde in Tyrus im Heiligen Land ein Grabstein eines entfernten Verwand-
ten des Kardinals mit Namen Sergius Capuanus gefunden.6 Aber diese Kon-
takte mit Outremer waren nicht die einzigen Empfehlungen für Kardinal
Petrus. Er hatte in Paris studiert, um auf diese Weise seine Aufstiegschancen
in der kirchlichen Hierarchie zu verbessern, und aller Wahrscheinlichkeit
nach zählte der junge Lothar von Segni, der zukünftige Papst Innocenz III.,

3
 Reg. Inn. III., I/1, p. 502, l. 15.
4
 Die Habilitationsschrift von Rudolf Hiestand, Die päpstlichen Legaten auf den
Kreuzzügen und in den Kreuzfahrerstaaten. Vom Konzil von Clermont (1095) bis zum 4.
Kreuzzug, Kiel, 1972 blieb leider ungedruckt.
5
 Cfr. Werner Maleczek, Petrus Capuanus, Kardinal, Legat am Vierten Kreuzzug,
Theologe (+1214), Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften,
1988 (Publikationen des Historischen Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in
Rom. Abteilung, 1. Abhandlungen, 8) (Ital. Ausgabe: Pietro Capuano. Patrizio amalfitano,
Cardinale, Legato alla Quarta Crociata, Teologo († 1214). Edizione riveduta e aggiornata,
Amalfi, Centro di cultura e storia amalfitana, 1997 [Biblioteca Amalfitana, 2]).
6
  Charles Clermont-Ganneau, Nouveaux monuments des croisés recueillis en Terre
Sainte, in «Archives de l’Orient Latin», II (1884), p. 460.
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug 197

zu seinen Mitstudenten. Die Ausbildung an den Pariser Schulen hatte zur


Abfassung von zwei theologischen Werken geführt, zu einer Summa in der
Tradition des Sentenzenbuches des Petrus Lombardus und zu einem Alpha-
betum in artem sermocinandi, einer umfangreichen Sammlung von Distinc-
tiones, einem alphabetisch angeordneten Verzeichnis von Begriffen, die mit
Hilfe von zahlreichen biblischen und patristischen Zitaten die Prediger bei
ihrer Katechese unterstützen sollten.7 Diese theologische Kompetenz und,

7
 Die Summa ist bisweilen Gegenstand von Untersuchungen, z.B. William J. Courtenay,
Peter of Capua as a Nominalist, in «Vivarium. Journal for Medieval Philosophy», XXX
(1992), p. 157-172, wurde aber bevorzugtes Forschungsobjekt der Theologen der römischen
Universität Sanctae Crucis, häufig Doktorabeiten: Alfonso Chacón, Sobre la autoría
de la ‘Summa Theologiae’ del Cardenal Pedro de Capua († 1214), in Hispania Christiana.
Estudios en honor del prof. José Orlandis Rovira en su septuagesimo aniversario, Pamplona,
Universidad de Navarra, 1988 (Historia de la Iglesia, 14), pp.  379-388; José Ignacio
Varela González, La doctrina de la justificación en Pedro de Capua según el Códice Vaticano
Latino 4296, Roma, 1987; Alfredo Cento, Dottrina sui nomi essenziali di Dio nella
Summa Theologiae di Pietro di Capua. Testo delle questioni II-XXIV, Roma, 1990; J. Pascual
Martínez, Elementos para una teología del pecado en Pedro de Capua en el contexto histórico-
teológico de finales del siglo XII, Roma, 1990; José Antonio Suárez Regueiro, La
doctrina trinitaria de la Summa Theologiae de Pedro de Capua en el contexto histórico-teológico
de finales dels siglo XII, Roma, 1990; Ignacio Fabregat Torrens, Doctrina eucaristica y
de la conversion sustancial en Pedro de Capua († 1214) y sus inmediatos predecesores, Roma,
1991; Carlo Lahoz Zamarro, Reglementación del lenguaje trinitario en Pedro de Capua.
Análisis semiótico y contextualización histórica, Roma, 1992; Pere Domingo i Manero,
Angelología en Pedro de Capua, Roma 1995; Daniel Boira Sales, La cristología en Pedro de
Capua, Roma, 1996; Francisco Armada Martínez-campos, La doctrina de las virtudes
de un autor nominalis del siglo XII: Pedro de Capua. Texto inédito de su Summa Theologiae,
Roma, 1997; Salvador Gual i García, ‘Illatio’ e ‘instantia’ en la Summa Theologiae de
Pedro de Capua, Roma, 1997; Carlo Pioppi, La dottrina sui nomi essenziali di Dio nella
Summa Theologiae di Pietro Capuano. Edizione critica della quaestiones I-XXIV, Roma,
Edizioni Santa Croce, 2004 (Dissertationes. Series theologica, 14); Id., La creazione e lo stato
di giustizia originale nella ‘Summa vetustissima veterum’ di Pietro Capuano, in Dar razón de
la esperanza. Homenaje al Prof. Dr. José Luis Illanes, ed. Tomás Trigo, Pamplona, Servicio
de Publicaciones de la Universidad de Navarra, 2004), pp. 441-454; Id., Il peccato originale
e il ‘sinus Abrahae’ nella ‘Summa Vetustissima veterum’ di Pietro Capuano, in «Annales
Theologici», XVIII (2004), pp.  373-423; Id., Teologia e politica in un cardinale del tempo
d’Innocenzo III: l’opera di Pietro Capuano, in «Annales Theologici», XX (2006), pp. 127-
148. Ein jüngerer Beitrag zu den Distinctiones: Christian Lohmer, Petrus Capuanus -
Alphabetum in artem sermocinandi. Eine essayistische Annäherung an das Predigthandbuch
nach der Münchener Handschrift (Clm 8000) mit Überlegungen für eine künftige Edition, in
Päpste, Privilegien, Provinzen: Beiträge zur Kirchen-, Rechts- und Landesgeschichte. Festschrift
für Werner Maleczek zum 65. Geburtstag, edd. Johannes Giessauf, Rainer Murauer, Martin
198 Werner Maleczek

sehr wahrscheinlich, die Empfehlung durch hohe kirchliche Würdenträger


des normannischen Königreiches hatten Coelestin III. 1193 veranlaßt, den
Pariser Magister aus Amalfi, der damals gegen 30 Jahre alt war, ins Kardinals-
kolleg aufzunehmen. Während dieses Pontifikates wurden ihm zwei Legatio-
nen anvertraut, eine ins normannische Königreich, die andere nach Böhmen
und Polen, um die Kirchen dieser beiden Länder, die noch fest in der Hand
der Laien waren, an den Grundsätzen der Laterankonzilien des 12. Jahrhun-
derts auszurichten. Am Beginn des Pontifikats Innocenz’ III. zählte Petrus
Capuanus zweifellos zu den herausragenden Kardinälen und Experten für
die ‘Außenpolitik’ des heiligen Stuhles.
Über den anderen, den älteren Legaten weiß man viel weniger. Soffred
stammte aus Pistoia, war von Lucius III. im Jahr 1182 zum Kardinaldiakon
von S. Maria in Vialata kreiert worden. Aus dem Titel Magister läßt sich
gelehrte Bildung schließen.8 Sein Hauptbetätigungsfeld war die päpstliche
Diplomatie. Unter Urban III. begab er sich nach Frankreich, um den Frie-
den zwischen Heinrich II. von England und Philipp II. August von Frank-
reich herbeizuführen; ein Jahr später findet man ihn als Friedensvermittler
im Krieg zwischen Pisa und Genua und, einige Monate danach, zwischen
Parma und Piacenza. Clemens  III. schickte ihn 1189 nach Deutschland,
um die Nachfolge des Erzbischofs von Trier im päpstlichen Sinn zu regeln.
Unter Coelestin III., von diesem 1193 zum Kardinalpriester von S. Pras-
sede promoviert, hielt er sich durchwegs an der römischen Kurie auf.
Innocenz III. setzte die beiden Legaten unverzüglich bei der Vorbereitung
des Kreuzzuges ein, der im Frühjahr des darauffolgenden Jahres aufbrechen
sollte. Soffred wurde nach Venedig geschickt, um die Lagunenstadt für das
Unternehmen zu gewinnen und die Flotte zu engagieren. Petrus Capuanus
begab sich nach Frankreich, um das Kreuz zu predigen, aber um in erster

P. Schennach, Wien, Böhlau; München, Oldenbourg, 2010 (Mitteilungen des Instituts für
Österreichische Geschichtsforschung. Ergänzungsband, 55), pp. 259-276.
8
 Cfr. Werner Maleczek, Papst und Kardinalskolleg von 1191 bis 1216. Die Kardinäle unter
Coelestin III. und Innocenz III., Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften,
1984 (Publikationen des Historischen Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in Rom.
Abteilung, 1. Abhandlungen, 6), pp. 73-76; Zusätze in: Id., Zwischen lokaler Verankerung und
universalem Horizont. Das Kardinalskollegium unter Innocenz III., in Innocenzo III. Urbs et Orbis.
Atti del Congresso internazionale; Roma, 9-15 settembre 1998, ed. Andrea Sommerlechner, 2
voll., Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo 2003 (Nuovi Studi Storici, 55), I, pp. 131-
132; Klaus-Peter Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem. Von der Eroberung
der Heiligen Stadt durch die Kreuzfahrer 1099 bis zum Ende der Kreuzfahrerstaaten 1291, Berlin,
Duncker & Humblot, 2002 (Berliner historische Studien, 35), pp. 395-411.
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug 199

Linie Philipp II. August und Richard Löwenherz zu einem stabilen Frieden


zu veranlassen, der viele Fürsten und ritterliche Kämpfer zur Kreuznahme
frei hätte machen können. Aber der Erfolg dieser Legation war ziemlich
bescheiden. Dem Kardinal gelang der Abschluß eines fünfjährigen Waffen-
stillstandes, der in den Frieden von Le Goulet im Mai 1200 mündete, und
auch die Kreuzzugspredigt verzeichnete einen gewissen Erfolg. Das Itine-
rar des Kardinals im Herbst 1199 läßt vermuten, daß er beim berühmten
Turnier von Écry in der Nähe von Reims anwesend war, wo sich der Kern
des Kreuzfahrerheeres mit Balduin von Flandern, Ludwig von Blois und
Theobald von Champagne bildete. Aber diese unbezweifelbaren Erfolge
wurden durch die Maßnahmen des Legaten in der Eheaffäre des französi-
schen Königs konterkarriert. Er verkündete das Interdikt über das König-
reich, welches das religiöse Leben lähmte und die Vorbereitungen des
Kreuzzuges behinderte.
Die große Enzyklika mit dem Aufruf ab hoc igitur opere nullus omnino
se subtrahat blieb zunächst wirkungslos und der vorgesehene Aufbruchs-
termin, März 1199, ging vorbei, ohne daß eine bedeutende Zahl von rit-
terlichen Kämpfern das Kreuz genommen hätte. Andere Aufgaben hatten
die Aufmerksamkeit der römischen Kurie gebunden: die Rekuperationen
des Patrimonium Petri, die Doppelwahl in Deutschland, der englisch-­
französische Gegensatz, die Sorgen wegen der anwachsenden Häresie. Zu
Ende des Jahres 1199, nachdem erneut Hilferufe aus dem Heiligen Land
ertönt waren, gab der Papst dem Unternehmen wieder einen Impuls, indem
er Rundschreiben an die meisten Kirchenprovinzen im Abendland ergehen
ließ, dringend zur Kreuznahme aufrief, die Maßnahmen zur Finanzierung
wiederholte und eine Reihe von organisatorischen Maßnahmen traf.9 Auf
einen genauen Aufbruchstermin verzichtete er freilich. Obwohl uns der
sichere Beleg fehlt, hat es viel für sich, daß Innocenz III. mit seinem neu-
erlichen Aufruf auf die entscheidende Kreuznahme am Turnier in Écry
Ende November 1199 reagierte, was ihm durch den heimgekehrten Lega-
ten Petrus Capuanus mitgeteilt worden sein könnte. Im Laufe des Jahres
1200 und in den ersten Monaten des folgenden Jahres taucht der Kreuzzug
in der päpstlichen Überlieferung freilich kaum mehr auf. Auch die beiden
Kardinäle waren nicht viel mehr als Legaten im Wartestand. Das Unter-
nehmen erhielt erst neuen Schwung, als die erwähnten nordfranzösischen
Fürsten den See-Transport des Heeres ernsthaft planten und im Frühjahr

 Reg. Inn. III., II/1, pp. 490-502, nn. 258 (270), 259 (271), 260 (272).
9
200 Werner Maleczek

1201 eine Abordnung nach Venedig sandten, um einen Charter-Vertrag


abzuschließen. Endlich hatte sich eine militia Christi gebildet und das
Unternehmen festere Züge angenommen! Ab diesem Zeitpunkt ist deut-
lich, daß Innocenz III. das Heer, dessen Führer sich im Laufe des Vorjahres
auf mehreren Treffen in Soissons und Compiègne organisiert hatten, als
jenes betrachtete, das seine Pläne zur Befreiung des Heiligen Landes reali-
sieren sollte. Von einer früheren Zusammenarbeit, gar von einer päpstlichen
Steuerung hört man nichts und die beiden Kreuzlegaten hatten sich seit
den ersten Monaten des Jahres 1200 ständig an der Kurie aufgehalten. In
dieser frühen Phase des Unternehmens wurde deutlich, daß die Rolle des
Papstes fortan die eines Reagierenden und nicht mehr die eines Agierenden
sein würde. Seinen Kreuzzug betrieben von nun an andere, Venedig und
die Fürsten und Hochadeligen aus dem nördlichen Frankreich und Boni-
faz von Montferrat. Dies wurde noch deutlicher, als die Abgesandten der
nordfranzösischen Fürsten und des venezianischen Dogen Enrico Dandolo
im Frühjahr 1201 an der Kurie verlangten, daß er den Transportvertrag mit
Venedig bestätige. Innocenz schlug dieses Ansinnen ab. Diese Bestätigung
hätte die Verpflichtung mit sich gebracht, die Schulden eintreiben zu lassen
und irgendwie eine Garantie für die Kosten zu übernehmen, die der Bau
der Flotte Venedig gekostet hatte. Dies schien bei einer Summe von 84.000
Mark Silber – man soll nicht vergessen, daß es sich dabei um fast 20 Tonnen
reines Silber handelte – unverantwortlich. Außerdem sah der Vertrag vor,
daß alle – gemeinsam oder getrennt erreichten – Eroberungen zwischen
Venedig und den anderen Teilnehmern am Zug aufgeteilt werden sollten. Da
Venedig über bedeutsame Forderungen im Heiligen Land verfügte, waren
Auseinandersetzungen vorhersehbar. Vorsicht war geboten, auch wenn die
Venezianer in erster Linie an Eroberungen in Ägypten, dem geheim gehal-
tenen Ziel des Unternehmens, interessiert waren. Diese Vertragsklausel
betraf nicht allein bewegliche Beute, sondern auch Gebietseroberungen
und Steuereintreibungen, wie man aus vergleichbaren Abkommen zwischen
militärischen Verbündeten jener Zeit erschließen kann. (Daß der Papst mit
seiner Weigerung nicht unrecht hatte, zeigt die weitere Entwicklung des
Kreuzzuges. Dieser ill-fated treaty, wie ihn Donald E. Queller, der Autor des
Standardwerkes über den Vierten Kreuzzug zu Recht nennt, war die Quelle
aller späteren Schwierigkeiten).10 Aber die venezianischen Vertreter erhiel-
ten auch die Mahnung mit auf den Heimweg, die Seerepublik möge ange-

  Queller, The Fourth Crusade (wie Anm. 1), p. 9.


10
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug 201

sichts des seit Jahrzehnten aufgehäuften Konflikstoffes in der oberen Adria


den König von Ungarn, der als Kreuzfahrer ebenfalls unter dem speziellen
päpstlichen Schutz stand, in keiner Weise schädigen. Eineinhalb Jahre spä-
ter sollte gerade dieses Verbot eine beklemmende Aktualität erhalten. Eine
erneute Ablehnung sprach Innocenz III. aus, als er – wohl im Februar oder
März – des Jahres 1202 mit dem Plan des byzantinischen Prätendenten
Alexius und seines staufischen Verwandten Philipp konfrontiert wurde, das
Kreuzfahrerheer, das sich im Frühsommer in Venedig sammeln sollte, mit
päpstlicher Billigung zu dessen Restitution in Konstantinopel zu verwen-
den.11 Wahrscheinlich erfuhr der Papst bei dieser Gegelegenheit von den in
diese Richtung zielenden Gesprächen, die zu Weihnachten des Vorjahres im
Elsaß zwischen Bonifaz von Montferrat, seit Juni 1201 Oberbefehlshaber
über das Heer und seit September 1201 auch formaler Kreuzfahrer, dem
staufischen deutschen König, den Innocenz III. scharf ablehnte, und dem
byzantinischen Prinzen stattgefunden hatten. Alexius und der Markgraf
von Montferrat waren deshalb eigens nach Rom gekommen. Der Papst
wußte also schon relativ früh über die Möglichkeit eines mißbräuchlichen
Einsatzes des Kreuzfahrerheeres Bescheid.
Zwischen dem Herbst 1200 und dem Frühjahr 1202 hinterließen die
Legaten nur wenige Spuren. Petrus Capuanus wurde im Dezember des Jah-
res 1200 zum Kardinalpriester von S. Marcello promoviert und wirkte einige
Male als Auditor in Prozessen, die an der päpstlichen Kurie ausgefochten
wurden. Soffred taucht einmal kurz 1201 auf, als ihn das Kapitel von Ravenna
als Erzbischof postulierte, aber Innocenz III. lehnte ab. Die beiden Kardinäle
unterschrieben regelmäßig päpstliche Privilegien. Dies läßt annehmen, daß
sie über den Fortgang des Kreuzzuges ausreichend informiert waren. Die
in Venedig bereitgestellte Flotte sollte Ende Juni 1202 auslaufen. Schon im
Frühjahr hatte der Papst die nötigen Maßnahmen zur geistlichen Führung
des Unternehmens getroffen und die beiden Legaten in einem Schreiben an
die Hierarchie in transmarinis partibus angekündigt.12 Er übertrug ihnen

11
 Die Einschätzung des Versuches Alexius’ IV. ist umstritten. Cfr. z.B. Ralph-Johannes
Lilie, Byzanz und die Kreuzzüge, Stuttgart, W. Kolhhammer, 2004 (Urban-Taschenbücher,
595), pp.  157-180; Id., Zufall oder Absicht? Die Ablenkung des Vierten Kreuzzugs nach
Konstantinopel: repetita lectio, in The Fourth Crusade Revisited. Atti della Conferenza
Internazionale nell’ottavo centenario della IV Crociata, 1204-2004; Andros (Grecia), 27-30
maggio 2004, ed. Pierantonio Piatti, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2008 (Atti
e documenti, 25), pp. 129-144.
12
 Reg. Inn. III., V/1, pp. 47-49, n. 25 (26).
202 Werner Maleczek

das volle Legationsoffizium für das Heilige Land und schloß dabei Fälle, die
sonst allein dem Papst reserviert waren, in ihre Vollmachten ein. Dies war
eine Neuheit in der langen Geschichte der päpstlichen Legationen und auch
unter Innocenz III. geschah dies bei dieser Gelegenheit zum einzigen Mal.
Die beiden Kardinäle sollten verständlicherweise für alle Eventualitäten in
einem Unternehmen gerüstet sein, in welches der Papst seit Jahren zutiefst
in finanzieller, politischer aber auch emotionaler Hinsicht engagiert war und
in welchem er die Gefahren wohl kannte. In dieser Ankündigung wird ihre
Stellung erneut beschrieben. Wie in allen bisher ausgestellten Urkunden
erhielten sie mit den Worten uterque vel alter eorum exercitum Domini cum
humilitate precedat ein nicht weiter beschriebenes geistliches Führungsamt
übertragen. Im Wissen um die Gefährdung des Unternehmens durch wider-
streitende Interessen benannte der Papst ihre Aufgaben etwas genauer: sie
sollten das Heer zur Eintracht auffordern und die Streitenden zum Frieden
veranlassen. Das volle Legatenoffizium konnten sie gemeinsam oder einzeln
ausüben.
Soffred reiste im Juni 1202 ins Heilige Land, um die Ankunft der Flotte
und des Heeres vorzubereiten. Petrus Capuanus begab sich am Beginn des
Sommers nach Venedig, wo er am 22. Juli 1202, am Fest der Hl. Magdalena,
eintraf.13 Aber er fand alles andere als eine eindrucksvolle militia Christi
vor. Statt der 33.000 angepeilten Kämpfer waren vielleicht 10.000 gekom-
men, unter denen sich zahlreiche Leute befanden, die die Anstrengungen
des Zuges unmöglich aushalten konnten, viele Frauen und Kranke. Ihr
Gelübde kommutierte der Kardinal und schickte sie nach Hause zurück.
Als im Laufe des Monats August klar wurde, daß die Zahl der Kreuzfahrer
nicht ausreichen würde und daß selbst eine letzte Anstrengung, das Geld
für die Frachtrate zusammenzubringen, nichts fruchten würde, schlug der
Doge Enrico Dandolo, wie dies durch zahlreiche Quellen gesichert ist, einen
Handel vor, der darin bestand, den Zahlungsaufschub mit der Eroberung
von Zara zu erreichen. Die dalmatinische Küstenstadt war zwischen Vene-
dig und dem ungarischen König umstritten.14 Damit war genau der Fall

13
 Das Datum liefert die Devastatio Constantinopolitana, in Annales Herbipolenses, ed. Georg
H. Pertz, MGH. SS 16 (1858), p. 10.
14
 Cfr. Ivo Goldstein, Zara fra Bisanzio, Regno Ungaro-Croato e Venezia, in Quarta
Crociata. Venezia – Bisanzio – Impero Latino, edd. Gherardo Ortalli, Giorgio Ravegnani, Peter
Schreiner, 2 voll., Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 2006, I, pp. 359-370.
Über die Rolle von Venedig cfr. Donald Edward Queller, Gerald W. Day, Some
arguments in defense of the Venetians on the Fourth Crusade, in «The American Historical
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug 203

eingetreten, den Innocenz  III. etwa ein halbes Jahr zuvor ausdrücklich
verboten hatte, auch deshalb weil der ungarische König einige Jahre zuvor
das Kreuz genommen hatte und sich deshalb unter dem besonderen Schutz
des Papstes befand. Aber auch ohne dieses ausdrückliche päpstliche Ver-
bot machte sich eine starke Opposition im Heere breit und viele Kämpfer
gaben auf und kehrten in ihre Heimat zurück. Nach langen Diskussio-
nen akzeptierten die Führer des Heeres schließlich das Angebot. Und der
Legat? Seine Haltung mußte in diesem Konflikt von großem Gewicht sein.
Wäre er energisch eingeschritten und hätte in Erinnerung gerufen, daß der
päpstliche Schutz sich auf alle Kreuzfahrer erstreckte, wäre die Expedition
nach Zara wahrscheinlich unterblieben, aber wohl um den Preis der noch
weitergehenden Auflösung des Heeres und einer beschleunigten Verminde-
rung der Kämpfer. Seine Haltung war nicht eindeutig. Einerseits war ihm
das Verbotene beim Angriff auf Zara bewußt und einigen Kämpfern ver-
kündete er dies ganz klar, andererseits zögerte er nicht, anderen Kämpfern
den Rat zu geben, diese Gewissensbelastung im Hinblick auf die Weiter-
führung des Kreuzzuges zu ertragen. Petrus wurde wegen seines Verbotes
für die Venezianer untragbar. Sie wollten ihn nicht mehr als päpstlichen
Legaten akzeptieren. Das Äußerste, was sie ihm zugestanden, war die Rolle
eines Predigers. Der Kardinal wies diese Minderung seiner Stellung ener-
gisch zurück, aber es blieb ihm daraufhin nichts übrig, als der Lagunen-
stadt den Rücken zu kehren und sich an die römische Kurie zu begeben.15
Innocenz III. war also über diese widersprüchliche Situation und über die
dem Unternehmen drohenden Gefahren durchaus ­informiert. Ein sehr

Review», LXXXI (1976), pp.  717-737 (Nachdruck in: Donald Edward Queller,
Medieval Diplomacy and the Fourth Crusade, London, Variorum Reprints, 1980 [Variorum
Collected Studies Series, 114]); Donald Edward Queller, Thomas F. Madden, Some
further arguments in defense of the Venetians on the Fourth Crusade, in «Byzantion», LVII
(1992), pp. 433-473.
15
 Die Position des Legaten in Venedig: Devastatio Constantinopolitana (wie Anm. 13);
Gunther von Pairis, Hystoria Constantinopolitana, ed. Peter Orth, Hildesheim, Weidmann,
1994 (Spolia Berolinensia, 5), pp. 122-23, cap. 6; Gesta episcoporum Halberstadensium, ed.
Ludwig Weiland, MGH. SS 23 (1874), p. 117; Reg. Inn. V, n. 160 (161) (wie in Anm. 12),
p. 317, ll. 4-6. Die Gegnerschaft Venedigs zum Legaten: Reg. Inn. III., VI, p. 71, ll. 18-22, n. 48;
Reg. Inn. III., VII, p. 38 l. 4 n. 18; ibid., p. 350 ll. 3-6, n. 200; Reg. Inn. III., IX, p. 248 ll.
6-7, n.139, wiederaufgenommen in den Gesta Innocentii papae III, PL, CCXIV (1890),
col. CXXXVIII, cap.  85. Die Rückkehr an die Kurie ist durch die Unterschrift auf einem
päpstlichen Privileg vom 4. November 1202 gesichert, The Letters of Pope Innocent III (1198-
1216) concerning England and Wales. A calendar with an appendix of texts, edd. Christopher
Robert Cheney, Mary G. Cheney, Oxford, Clarendon Press, 1967, p. 72, n. 440.
204 Werner Maleczek

viel späterer Brief aus dem Jahre 1205 berichtet auch, daß Petrus Capua-
nus schon in Venedig von den sinistren Absichten des Markgrafen Bonifaz
von Montferrat, seinen Schützling Alexius auf den Thron von Konstanti-
nopel zu bringen, erfahren hatte, aber gleichzeitig wissen wir daraus, daß er
sich der mißbräuchlichen Ablenkung nach Konstantinopel klar widersetzt
­hatte.16
In der römischen Kurie war man überzeugt, daß das Heer nach Abschluß
der Ablenkung nach Zara in das Heilige Land aufbrechen werde. Die Exkom-
munikation war nach einer Vorsprache einer Delegation der Kreuzfahrer in
Rom gegen die Zusicherung weiteren Wohlverhaltens und besonders nach
dem Versprechen, keine anderen christlichen Länder anzugreifen, im Januar/
Februar 1203 aufgehoben worden. Petrus Capuanus reiste direkt ins Hei-
lige Land. Im März des Jahres 1203 findet man ihn in Benevent, im April
stach er von Siponto (beim heutigen Manfredonia in Apulien) aus in See
und langte nach einer kurzen Überfahrt am 23. April in Akkon ein.17 Für
das gesamte Unternehmen war es fatal, daß sich kein päpstlicher Vertreter
in dieser heiklen Phase beim Heer befand. Die Ablenkung des Heeres,
die zunächst in Zara ausgehandelt und in Korfu bekräftigt wurde, die alle
Probleme der Finanzierung und der Versorgung hätte lösen sollen, wurde
ohne Mitwirkung des Legaten entschieden.
Die erste Eroberung von Konstantinopel im Juli 1203 macht deut-
lich, daß dieser Kreuzzug dem Papst völlig entglitten war, auch deshalb,
weil die Legaten fern von den Brennpunkten des Geschehens agierten.
Es scheint, daß die ersten Nachrichten von der Ablenkung des Heeres im
August 1203 nach Rom gelangten. Innocenz  III. spricht davon undeut-
lich in einem Brief an den Kardinallegaten Soffred, der sich seit einem
Jahr im Heiligen Land aufhielt.18 Eine Fehleinschätzung der politischen,
militärischen und finanziellen Vorausetzungen, eine Überschätzung der
Wirksamkeit päpstlicher Direktiven, unzureichende und zu langsame
Information, auch bewußte Täuschung des Papstes durch die Kreuzfahrer
– dies könnten die Gründe dafür sein, daß sich die Rolle Innocenz’ III.
in diesem Kreuzzugsunternehmen wandelte, vom machtvollen Inspirator
zum machtlosen Beobachter.

16
 Reg. Inn. III., VIII, p. 245, ll. 9-14, n. 134 (133).
17
 Die Reise des Legaten nach Gunther von Pairis (wie Anm. 15), p. 131.
18
 Reg. Inn. VI, n. 130 (wie in Anm. 15), p. 220, ll. 34-36.
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug 205

Die Tätigkeit der Legaten im Heiligen Land, das in dieser Zeit von
Naturkatastrophen heimgesucht wurde, ist nur spärlich dokumentiert.19
Soffred hielt sich in Outremer seit Juni / Juli 1202, Petrus Capuanus seit
April 1203 auf, im Dezember 1204 reisten beide nach Konstantinopel.
Soffred versuchte sich in dem seit langem schwelenden antiochenischen Erb-
folgestreit zwischen Bohemund IV. von Antiochia-Tripolis und dem arme-
nischen König Leo II. als Vermittler, hatte aber keinen Erfolg. Man findet
ihn auch bei der Lösung von internen Konflikten in der lateinischen Hierar-
chie des Königreiches Jerusalem. Im Frühjahr 1203 wurde er nach dem Tod
des lateinischen Patriarchen Haimarus von Jerusalem zu seinem Nachfolger
gewählt, lehnte aber trotz drängender Bitten diese Würde ab.20 Auch Petrus
Capuanus bemühte sich um die Lösung des antiochenischen Erbfolgestrei-
tes, aber das Ergebnis war noch schlechter. Seine Vermittlung mündete in die
Exkommunikation des armenischen Königs und in das Interdikt über das
Königreich, wozu noch ein kaum versteckter Dissens zwischen den beiden
Legaten kam. Eine Maßnahme des Capuanus aus dem Jahr 1203 oder 1204
hatte freilich Auswirkungen bis in die Jetztzeit: die Union der maronitischen
Kirche mit der römischen. Diese, vor allem im gebirgigen Libanon blühende
christliche Kirche hatte die arabisch-islamische Eroberung überlebt und
hatte eine gewisse Blüte durch die lateinische Herrschaft seit dem frühen 12.
Jahrhundert erfahren. Die erste Annäherung der Achtzigerjahre führte zur
Union unter Innocenz III.21 Die zweite, längere Zeit wirkende Maßnahme
wurde auf der Synode von Antiochia im März 1204 getroffen, und zwar die
Promulgation der Konstitution der lateinischen Kirche von Zypern. Sie war
schon vorbereitet worden, als Petrus Capuanus auf der Überfahrt ins Heilige

19
 Mit allen Details in meinem Petrus Capuanus (wie Anm. 5), p.  158-180 (ital. Ausgabe
pp.  159-188); Kirstein, Die lateinischen Patriarchen von Jerusalem (wie Anm. 8),
pp. 398-411.
20
  Für die Wahl zum Patriarchen von Jerusalem cfr. Hans Eberhard Mayer, Rudolf
Hiestand, Die Nachfolge des Patriarchen Monachus von Jerusalem, in «Basler Zeitschrift
für Geschichte und Altertumskunde», LXXIV (1974), pp.  109-130; Hans Eberhard
Mayer, Die Urkunden der Lateinischen Könige von Jerusalem, MGH. Diplomata regum
latinorum Hierosolymitanorum 2 (2010), pp. 1010-1011, n. *622.
21
 Die Tatsache wird im feierlichen Unionsprivileg vom 4. Januar 1216 erwähnt, ed.
Theodosius Haluščinskyj, Acta Innocentii PP. III (1198-1216), Città del Vaticano
1944 (Pontificia commissio ad redigendum codicem juris canonici orientalis. Fontes III/2),
pp.  458-462, n. 216 (mit dem irrtümlichen Datum 1215). Cfr. Rudolf Hiestand, Die
Integration der Maroniten in die römische Kirche. Zum ältesten Zeugnis der päpstlichen Kanzlei
(12. Jahrhundert), in «Orientalia christiana periodica», LIV (1988), pp. 119-152.
206 Werner Maleczek

Land im Frühjahr 1204 einen Zwischenaufenthalt auf der Insel einlegte.22


Diese Konstitution blieb bis zum Ende der Herrschaft der Lusignan in
Zypern im 15. Jahrhundert in Geltung. Petrus Capuanus wurde auch in zwei
Probleme verwickelt, mit denen sich alle päpstlichen Legaten im Heiligen
Land herumschlagen mußten, und zwar die umstrittene Unterordnung des
Erzbistums Tyrus unter das Patriarchat von Jerusalem oder jenes von Antio-
chia, und der Konflikt der venezianischen Kirche S. Marco in Tyrus mit dem
dortigen Erzbischof.
Die zweite Phase der Tätigkeit der Legaten in Outremer begann im
Spätherbst 1204, als sie nach Konstantinopel reisten.23 Hier soll nochmals
nachdrücklich darauf hingewiesen werden, daß sich die tiefgreifenden Ver-
änderungen – Auflösung des griechischen und Einrichtung des lateinischen
Kaiserreiches, Schaffung einer lateinischen Hierarchie, Konfiskation der
Güter der griechischen Kirche – ohne Mitwirkung, ja ohne Zustimmung
Innocenz’ III. und seiner Legaten vollzogen. Auch in diesem Bereich mußte
sich der Papst darauf beschränken, nachträglich das zu approbieren, was
andere schon bewerkstelligt hatten. Nichtsdestoweniger ist der anfängli-
che Enthusiasmus echt: Sane a Domino factum est istud et est mirabile in
oculis nostris. Innocenz  III. zitierte diesen Vers aus Psalm 117 in seinem
überschwenglichen Brief vom 13. November 1204 an den Klerus des Kreuz-
fahrerheeres in Konstantinopel.24 Er breitete dabei seine außerordentlich
gute Kenntnis der biblischen Texte und seine theologische Gelehrsamkeit
aus, um ihm die Bedeutung der Eroberung im Horizont der Heilsgeschichte
zu erklären und auf die bevorstehende Union der beiden Kirchen hinzuwei-
sen. Die beiden Legaten kamen an den Bosporus in der Erwartung, daß das
Kreuzfahrerheer, durch die Ressourcen des Kaiserreiches ausgestattet, bald
ins Heilige Land aufbrechen werde. Aber rasch stellte sich heraus, daß die

22
  Louis de Mas-Latrie, Histoire de l’île de Chypre sous les princes de la maison de
Lusignan, 3 voll., Paris, Imprimerie impériale, 1852-1861, III (1865), pp.  622-625 (mit
dem falschen Jahr 1223), und in meinem Petrus Capuanus (wie Anm. 5), pp. 294-296, n. 15
(ital. Ausgabe: pp. 303-306, n. 16), und Bullarium Cyprium. Papal letters concerning Cyprus,
ed. Christopher Schabel, Nikosia, Cyprus Research Centre, 2010 (Texts and studies of the
history of Cyprus, 64), I, p. 33-36; cf. Miltiades Basil Efthimiou, Greeks and Latins on
Cyprus in the thirteenth century, Brookline (Mass.), Hellenic College Press, 1987; Nicholas
Coureas, The Latin Church in Cyprus, 1195-1312, Aldershot, Ashgate, 1997, p. 90-94 (mit
dem falschen Datum 1223).
23
 Auch dieser Abschnitt nach meinem Petrus Capuanus (wie Anm. 5), pp.  192-212 (ital.
Ausgabe pp. 203-230).
24
 Reg. Inn. VII, n. 154 (wie Anm. 15), pp. 264-270, das Zitat p. 264, ll. 18-19.
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug 207

Etablierung des neuen Regime in spiritualibus et temporalibus dies immer


weiter hinausschob und schließlich ganz aufgeben ließ. Soffred hielt sich
nicht lange in der Hauptstadt auf, sondern begab sich nach Thessalonike,
um die lateinische Kirche im neuen Königreich unter Bonifaz von Mont-
ferrat einzurichten. Petrus Capuanus, rasch mit dem nötigen Legatenoffi-
zium ausgestattet, übte die oberste geistliche Gewalt bis zur Ankunft des
neuen lateinischen Patriarchen Tommaso Morosini und des neuen Legaten
Benedikt von S. Susanna im August 1205 aus. Auch in dieser Zeit konnte
er kaum Erfolge verbuchen. Die Unionsgespräche mit der griechischen Kir-
che zeigten ihn – zumindest nach den parteiischen griechischen Quellen –
als überheblichen Mann, der für die griechischen Traditionen kein Gefühl
hatte und zu einem wirklichen Dialog unfähig war.25 Auch die Organisation
der lateinischen Hierarchie und besonders die Zurückdrängung des über-
mächtigen venezianischen Einflusses mochte ihm nicht so recht gelingen.
Aber das im engeren Sinn politische Wirken hatte geradezu verheerende
Folgen. Als die Reste des lateinischen Heeres nach der vernichtenden Nie-
derlage gegen die Bulgaren bei Adrianopel – Kaiser Balduin kam dabei mit
einer großen Zahl von Kreuzfahrern um – Mitte April 1205 nach Konstan-
tinopel zurückkehrten, berieten sich die wenigen lateinischen Führer, die in
der Hauptstadt verblieben waren, mit dem Kardinal. In dieser bedrängten
Lage kommutierte er die Kreuzfahrergelübde: alle, die dem lateinischen
Kaiserreich zwischen März 1205 und März 1206 dienten, sollten von
ihrer Verpflichtung befreit sein, ins Heilige Land zu ziehen. Dies bedeu-
tete eigentlich den Todesstoß für den Zug zur Befreiung von Jerusalem, die
der Papst immer vor Augen gehabt hatte. Als Innocenz III. zu Beginn des
Sommers 1205 breitere Informationen über die Ereignisse im lateinischen
Kaiserreich erhielt, schickte er Briefe nach Konstantinopel, die sich fun-
damental von jenen enthusiastischen Enzykliken unterschieden, die er im
Vorjahr verfaßt hatte. Scharf rügte er seinen Legaten, prangerte eine Reihe
seiner Maßnahmen und seine Grundeinstellung schonungslos an und
befahl ihm, unverzüglich in das Heilige Land zurückzukehren.26 In diesem
Brief machte der große Enthusiasmus für die Eroberung einer enttäuschten
Klage über das Verhalten der Lateiner Platz. Während seines gesamten Pon-

25
 Cfr. Johannes M. Hoeck, Raimund Joseph Loenertz, Nikolaos-Nektarios von
Otranto, Abt von Casole. Beiträge zur Geschichte der ost-westlichen Beziehungen unter
Innozenz III. und Friedrich II., Ettal, Buch-Kunstverlag, 1965 (Studia Patristica et Byzantina,
11), pp. 31-32.
26
 Reg. VIII, n. 127 (126) (wie in Anm. 16), pp. 230-233.
208 Werner Maleczek

tifikates hat Innocenz III. keinen derart scharfen Brief an einen Kardinal


verfaßt und auch in den vorausgegangenen und nachfolgenden Pontifika-
ten sucht man derlei vergeblich, vielleicht mit Ausnahme Bonifaz’ VIII. in
seiner Auseinandersetzung mit den ­Colonna-Kardinälen.
Diese harte Zurechtweisung bedeutete auch einen Bruch in der Karriere
des Kardinals. Er gehorchte und kehrte ins Heilige Land im darauffolgenden
Jahr zurück, aber die Quellen sind wortkarg; sie erwähnen nur einen Kon-
flikt mit dem Patriarchen von Antiochia, der dann vor dem kurialen Gericht
gelöst werden sollte. Im Herbst 1206 oder in den ersten Monaten des Jahres
1207 kehrte er nach Italien zurück und sollte in der kurialen Politik keine
Rolle mehr spielen. Auch der Vierte Kreuzzug war sang- und klanglos zu
Ende gegangen und es sollten einige Jahre vergehen, bis Innocenz III. einen
neuen Kreuzzug zur Befreiung des Heiligen Landes ausrief. In den letzten
Jahren seines Lebens widmete sich Petrus Capuanus intensiv seiner Heimat-
stadt Amalfi, wobei er ihr ein Geschenk vermachte, das bis in die Jetztzeit
seine Wirkung zeigte.27 Seine Position als apostolischer Legat in Konstan-
tinopel erlaubte ihm, mit mehr oder weniger List eine bedeutende Reliquie
des Apostels Andreas an sich zu bringen und dem Dom seiner Heimatstadt,
der seit dem 10. Jahrhundert dem Heiligen geweiht war, zu verehren. Eine
Wallfahrt, die bis heute andauert, war die Folge.28
Als Zusammenfassung: Die Legation der beiden Kardinäle Soffred
und Petrus Capuanus während des Vierten Kreuzzuges, einer Herzensan-
gelegenheit Papst Innocenz‘ III., ist gut dokumentiert. Sie zeigt uns zwei
hohe kirchliche Würdenträger, die auf breiten geistlichen und weltlichen
Feldern tätig wurden, da sich ihre Legation vor einem weiten Horizont
abspielt, der von Frankreich, dem nördlichen Oberitalien bis zum Heiligen
Land und zum lateinischen Kaiserreich in Konstantinopel reicht. Sie infor-
miert uns über Details der päpstlichen Diplomatie, beleuchtet Probleme
der Verkehrsmittel, des Informationsflusses von der Zentrale zur Peripherie

 Cfr. meinen Petrus Capuanus (wie Anm. 5), pp. 213-230 (ital. Ausgabe pp. 231-253).
27

  Andrea Colavolpe, Sant’Andrea e la chiesa di Amalfi, in Tre apostoli una regione, Cava
28

de‘ Tirreni, Di Mauro, 2000, pp. 159-213; Dal Lago di Tiberiade al mare di Amalfi. Il viaggio
apostolico di Andrea, il primo chiamato. Testimonianze, cronache e prospettive di ecumenismo
nell’VIII centenario della traslazione delle reliquie del corpo (1208-2008), ed. Michail Talalay,
Amalfi, presso la sede del Centro, 2008 (Biblioteca amalifitana, 11); Amalfi and Byzantium.
Acts of the International symposium on the eighth centenary of the translation of the relics of St
Andrew the Apostle from Constantinople to Amalfi (1208-2008); Rome, 6 May 2008, ed. Edward
G. Farrugia, Roma, Pontificio istituto orientale, 2010 (Orientalia Christiana analecta, 287).
Die päpstlichen Legaten beim vierten Kreuzzug 209

und umgekehrt, wirft Licht auf die Begleitung der Kardinäle, auf Gefah-
ren, aber auch auf die Möglichkeit der Bereicherung und des Erwerbes von
Reliquien. Aber die Legation zeigt auch in aller Klarheit die beschränk-
ten Möglichkeiten des Papstes, eine militärisch und finanziell komplizierte
Unternehmung durch zwei Kardinäle führen zu lassen, denen als Macht-
mittel nur Worte und die delegierte päpstliche Vollmacht zur Verfügung
standen. Die Legation des Soffred und des Petrus Capuanus war kein
Erfolg, von marginalen Bereichen abgesehen, aber sie hatte lange andau-
ernde Folgen, die zum Teil bis heute andauern. Auf der positiven Seite die
Union der maronitischen Kirche mit der päpstlich-lateinischen, die Kons-
titution der lateinischen Kirche im Königreich Zypern, die Reliquien, die
auf diese Weise aus Konstantinopel ins Abendland gebracht wurden und
eine Jahrhunderte währende Verehrung bewirkten; auf der negativen Seite
eine deutliche Schwächung des Heiligen Landes, aber in erster Linie eine
Vertiefung der Spaltung zwischen der griechischen und der lateinischen
Kirche durch die Eroberung von Konstantinopel in den Jahren 1203 und
1204 und die durch die Errichtung des lateinischen Kaiserreiches noch ver-
schärft wurde. Diese Spaltung ist, wie allseits bekannt, bis zum heutigen
Tag nicht geheilt.
Papal legates and their preaching
of the crusades in England between
the twelfth and the thirteenth
centuries

Barbara Bombi

I
n his seminal work on England and the Crusades, 1095-1588, Chris-
topher Tyerman emphasizes that ‘the most immediate impact of the
crusade on England was financial’. Overall, Tyerman dismisses the
efficacy of papal legates in England when it came to organizing, planning
and preaching expeditions to the Holy Land and regards papal activity and
control over the crusades as ineffective.1 In his opinion, the legatine mis-
sion to England of 1096, led by Jarento, abbot of Saint Bénigne of Dijon,
was mainly concerned to confirm the pledge by Robert Curthose, duke
of Normandy, of his duchy to William Rufus for three years in return for
a loan of ten thousand silver marks, thus allowing him to take part in the
First Crusade. On the contrary, there is no clear evidence that Urban II
appointed Jarento to preach the crusade in the Anglo-Norman territo-
ries, although one cannot exclude that the legate may have contributed
to disseminating news of the Council of Clermont during his mission.2
Accordingly, Tyerman argues that, despite the uninterrupted English par-
ticipation in the crusades from the late eleventh century and evidence of
crusading propaganda in English chronicles from the beginning of the
twelfth century, the papacy did not systematically organize crusade prea-
ching, recruitment and money-collection in England until the time of
the Third Crusade.3 Furthermore, he focuses on local and external factors
that affected the beneficial outcomes of the campaigns, such as personal
devotion, the participation of the aristocracy and the commitment of the

1
 Christopher Tyerman, England and the Crusades. 1095-1588, Chicago, The
University of Chicago Press, 1988, pp. 154-158.
2
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 15-16; 154.
3
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 57-85.

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 211-261
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103491
212 Barbara Bombi

Crown to the defence of the Holy Land, especially as shown during the
reign of Henry II (1154-1189).4
These assumptions are further supported by a lack of evidence concer-
ning the role of the legates in the preaching and organization of the cru-
sades in twelfth-century canonistic sources. Indeed, this argument ex silentio
also allows Tyerman to talk about the ‘invention of the crusade’ in the late-
twelfth century, when, in his opinion, the crusade was institutionalized in
canonistic and papal sources.5 Accordingly, James Brundage has emphasized
that canon lawyers only attempted a definition of crusading from the ponti-
ficate of Alexander III (1159-1181), when they focused on the regulation of
crusading vows, the status and the obligations of the crusaders, while careful
planning of crusading preaching and funding is not evidenced until the pon-
tificate of Innocent III (1198-1216).6 Finally, Robert Figuera draws atten-
tion to the lack of a definition and classification of the legatine office in the
Decretum of Gratian, whereas he suggests that the Liber Extra (X 1.30.9)
and its commentaries attempted a taxonomy of papal legates in three catego-
ries: legatus a latere, sent by the papacy in partibus; legatus natus, who holds
his legatine powers owing to his office in partibus; and finally a ‘semi-per-
manent’ legate, who is appointed on a specific matter owing to his personal
qualities.7 In Figuera’s opinion the faculties of the legates were firstly defi-
ned in thirteenth-century canon law commentaries, where those powers that
concerned, among other things, crusading activity which could be delegated
to papal legates, were listed. Indeed, when it came to addressing the func-
tions and faculties of the legates, as they are defined in the general mandates
of legation, thirteenth-century canon lawyers reserved the organization and
preaching of the crusade to the pope, who delegated such faculties to his
representatives through special mandates.8 These could include a number of
powers reserved to the pope: permission to transport arms on behalf of the

4
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 152-186.
5
 Christopher Tyerman, Were there any crusades in the Twelfth Century?, in «English
Historical Review», CX (1995), pp.  553-577; Id., Invention of the Crusades, Basingstoke,
Macmillan, 1998.
6
  James Arthur Brundage, Medieval canon law and the crusader, Madison-Milwaukee-
London, The University of Wisconsin Press, 1969, pp. 191-192.
7
  Robert Charles Figueira, The classification of Medieval Papal Legates in the Liber
Extra, in «Archivum Historiae Pontificiae», XXI (1983), pp. 211-228.
8
  Robert Charles Figueira, Papal Reserved Powers and the Limitations on Legatine
Authority, in Popes, Teachers and Canon Law in the Middle Ages, edd. James Ross Sweeney,
Stanley Chodorow, Ithaca – London, Cornell University Press, 1989, pp. 191-211.
Papal legates and their preaching 213

Saracens, for instance to obtain the liberation of captives; the authorization


to preach the crusade; and dispensations, commutations and redemptions of
crusading vows.
Indeed, Brundage and Figueira’s arguments are mainly based on the
nature of canonical collections, whose systematization began around the
mid-twelfth century. Similarly, Claudia Zey has recently pointed out that
the expression legatus a latere is first found during the pontificate of Callix-
tus II (1119-1124), well before such a formulation appears in canonical col-
lections.9 Finally, while stressing the importance of the late twelfth century
as far as preaching and funding of the crusade are concerned, Penny Cole
and William Lunt provide earlier evidence of legates holding such faculties
both on the continent and in England.10 On the contrary, Tyerman fails to
acknowledge that the lack of systematic evidence concerning the organiza-
tion and preaching of the crusade in twelfth-century canon law results by
and large from a gap between theory and practice. Ultimately, Tyerman’s
conclusions can be further challenged thanks to Helene Tillmann’s work
on the legatine missions sent to England up to 1218 and the more recent
surveys of legatine activity between the eleventh and the thirteenth centu-
ries compiled by Stefan Weiß and Werner Maleczek.11 Indeed, the evidence
suggests that between 1095 and 1268 legates a latere were regularly sent to

9
  Claudia Zey, Die Augen des Papstes. Zu Eigenschaften und Vollmachten päpstlicher
Legaten, in Römisches Zentrum und kirchliche Peripherie. Das universale Papsttum als
Bezugspunkt der Kirchen von den Reformpäpsten bis zu Innozenz III., edd. Jochen Johrendt,
Harald Müller, Berlin – New York, Walter de Gruyter, 2008 (Neue Abhandlungen der
Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Neue Folge, 2), pp. 98-99.
10
  Penny Jane Cole, The Preaching of the Crusades to the Holy Land. 1095-1270,
Cambridge (Massachussets), The Medieval Academy of America, 1991 (Medieval Academy
books, 98); William Edward Lunt, Financial relations of the papacy with England to 1327,
Cambridge (Massachussetts), The Medieval Academy of America, 1939 (Medieval Academy
Books and Monographs, 33).
11
  Helene Tillmann, Die päpstlichen Legaten in England bis zur Beendigung der Legation
Gualas (1218), Bonn, H. Ludwig, 1926; Stefan Weiss, Die Urkunden der päpstlichen
Legaten von Leo  IX. bis Coelestin  III. (1049-1198), Köln – Weimar – Wien, Böhlau
Verlag, 1995 (Regesta Imperii – Beihefte: Forschungen zur Kaiser- und Papstgeschichte
des Mittelalters, 13); Werner Maleczek, Papst und Kardinalskolleg von 1191 bis 1216,
Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 1984 (Publikationen
des Historischen Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in Rom, 1; Abteilung:
Abhandlungen, 6); Id., Pietro Capuano. Patrizio amalfitano, cardinale, legato alla Quarta
Crociata, teologo († 1214), Amalfi, Centro di cultura e storia amalfitana, 1997 (Biblioteca
amalfitana, 2).
214 Barbara Bombi

England and Normandy when the papacy organized a new crusade. Further-
more, from the mid-twelfth century the papacy delegated special legatine
powers to local prelates to secure preaching, planning and funding for the
expeditions to the Holy Land, particularly making use of the archbishops
of Canterbury who claimed legatine powers from the time of Archbishop
Theobald (1138-1161).
In this essay I shall, therefore, address the papal legations sent to England
between 1095 and 1204, focusing on the first four crusades. In particular, I
will investigate the legates’ faculties, their prosopography and their contri-
bution to crusading preaching, recruitment and funding. This chronology
poses a methodological problem that ought to be addressed. When talking
about England between the late eleventh and twelfth centuries, one cannot
forget the Anglo-Norman dimension of English rule and the contribution
that the continental possessions of the kings of England made to crusading,
especially at the time of the First Crusade.12 In the light of this issue, I will,
therefore, address legatine activity in both the continental and insular terri-
tories under the rule of the English Crown at different times.

Between the eleventh and the twelfth centuries: the First and Second
Crusade

As previously argued, the earliest evidence of a legatine mission sent to


England to preach a crusade dates from September 1096, when Urban  II
appointed Jarento, abbot of St. Bénigne of Dijon, to arbitrate in the conflict
between William Rufus and Duke Robert of Normandy.13 Jarento’s mission
to England certainly had a strong legacy within his overall profile, since it is
mentioned in his funeral eulogy, where the abbot is celebrated for his suc-
cessful service among ecclesiastical and secular rulers (principibus tam eccle-
siasticis quam secularibus) both in his country and in Spain and England.14

12
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 15-16. For a definition of England see Michael
T. Clanchy, England and its rulers, 1066-1307, Malden (Massachussets), Wiley – Blackwell,
2006, especially pp. 1-21.
13
  Chartes et documents de Saint-Bénigne de Dijon, prieurés et dépendances, des origines à
1300, edd. Georges Chevrier, Maurice Chaume, 2 voll., Dijon, Bernigaud & Privat, 1943-
1986 (Analecta Burgundica), II (1943), n. 387, p. 165; Tyerman, England and the Crusades,
pp. 15-16.
14
  Chartes et documents de Saint-Bénigne de Dijon, n. 436, pp. 210-211: ‘Porro illi non satis
erat pervicina loca ecclesie sibi commisse commoda perquirere, sed ad externas et remotas
Papal legates and their preaching 215

According to the contemporary and well-informed chronicler Hugh of Fla-


vigny, Jarento studied at Cluny under Abbot Hugh, who was his mentor,
and in 1077 he became abbot of St. Bénigne of Dijon.15 Here he enforced
the reform of the regular life, which was strongly influenced by Cluniac cus-
toms and inspired by his predecessor at St. Bénigne, William of Volpiano.16
Jarento’s abbacy at St. Bénigne, therefore, has to be placed within the reform
movement of monastic communities in Burgundy supported by the papacy.
It is indeed hardly surprising that such an influential abbot, who took part
in the Council of Clermont in 1095, where the pope promoted the reform
of the Church and launched the First Crusade, was appointed by a former
Cluniac abbot, Pope Urban II, to carry out a legatine mission to the Anglo-
Norman territories.17 The legatine journey took place between Easter 1096
and September 1096, when a party including Jarento, Hugh of Flavigny and
two monks named Humbert and Robert were in Normandy.18 According to
Hugh of Flavigny, who assisted the abbot of St. Bénigne during his journey,
Jarento was sent to England ex precepto pape with three main tasks: firstly,
he had to reconcile the disagreement between William Rufus and Robert
Curthose, Duke of Normandy; secondly, he had to restrain the king’s unlaw-
ful actions against the English episcopate and ecclesiastical institutions and
to reform the English clergy affected de symonia and de fornicatione clerico-

regiones, in Hispaniam scilicet atque Angliam peragendo, aurum, argentum, pallia, aliaque
ornamenta ecclesiastica undecumque huc convehebat’.
15
  Hugo Flaviniacensis, Chronicon, ed. Georg Heinrich Pertz, in MGH. SS, 8 (1848),
lib. II, p. 413, 415-417.
16
  Hugo Flaviniacensis, Chronicon, lib. II, pp. 416-418; Patrick Healy, The Chronicle
of Hugh of Flavigny. Reform and Investiture Contest in the Late Eleventh century, Aldershot,
Ashgate, 2006 (Church, Faith and Culture in the Medieval West), pp. 68-70. On William
of Volpiano see Nicolangelo D’Acunto, in DBI, LXI (2003), pp. 47-50, s.v. Guglielmo
da Volpiano. On the connection between William of Volpiano and St. Bénigne of Dijon
see Alfredo Lucioni, L’abbazia di S. Benigno, l’episcopato, il papato e la formazione della
rete monastica Fruttuariense nel secolo XI, in Il monachesimo italiano del secolo XI nell’Italia
nordoccidentale. Atti dell’VIII Convegno di studi storici sull’Italia benedettina; San Benigno
Canavese, Torino, 28 settembre-1 ottobre 2006, ed. Alfredo Lucioni, Cesena, Badia di Santa
Maria del Monte, 2010 (Italia Benedettina, 29), pp. 237-308.
17
  Hugo Flaviniacensis, Chronicon, lib. II, p.  473-474. On Jarento’s participation to
the Council of Clermont see Robert Somerville, The Council of Clermont and the First
Crusade, in Id., Papacy, Councils and Canon Law in the 11th-12th Centuries, Aldershot,
Ashgate, 1990 (Variorum Collected Studies Series, CS 312), cap. VII, p. 75.
18
  Charles Homer Haskins, Norman Institutions, Cambridge, Harvard University
Press, 1925 (Harvard historical studies, 24), Appendix 2, pp. 285-286.
216 Barbara Bombi

rum; finally, Jarento had to rectify the agreement between William Rufus
and Walter, cardinal bishop of Albano, who had been sent to England in
mid-1095 and had assented to the king’s requests that no papal legate could
enter the country without prior royal permission.19 Furthermore, in his chro-
nicle Hugh of Flavigny resolutely blamed Walter of Albano for discrediting
the authority of the Roman Church among the English people (auctoritas
Romana apud Anglos) owing to his avarice and greed, when he endorsed the
king’s demands that the archbishop of Canterbury’s sworn allegiance to St.
Peter and the pope should not be over and above his loyalty to the king.20 In
Hugh’s words, the consequences of Walter’s mission were so devastating that
no further notice was paid to papal envoys coming to England, while there
was no prelate, abbot or clergymen in the country who dared to implement
papal mandates without the king’s assent. Apparently, both William Rufus
and the English faithful initially greeted Jarento and acknowledged his
honesty and resolution; indeed, the legation managed to revive the strength
and dignity of the English Church and the freedom of the Roman authority
in the country (libertas Romanae auctoritatis).21 However, the king soon felt
threatened by Jarento’s success. While sending an embassy to Rome with a
gift of 10 marks of gold to bribe the curia, he adopted dilatory tactics and
kept the legate and Hugh in England until Easter. When the royal envoy
finally came back from Rome, he was accompanied by another legatus, who
immediately received William Rufus’s endorsement since he was a nephew
of Urban II and was believed to have been delegated papal faculties si non
tota saltim ex parte. However, as Hugh of Flavigny puts it, while Jarento was
renown for his integritas, honestas and sapientia and had been delegated papal
authority by virtue of apostolic privileges (munitus privilegiis auctoritatis),
the second legate lacked papal mandates and was an uneducated layman (nec
litteris apostolicis nec secularis scientie seu dignitatis honore munitus). Jarento
and Hugh therefore decided to leave England and moved on to Normandy,
where they negotiated the pledge of the duchy of Normandy to William

19
  Hugo Flaviniacensis, Chronicon, lib. II, pp. 474-475. See also Healy, The Chronicle
of Hugh of Flavigny, pp. 70-71. The mission of Walter of Albano to England is not mentioned
in Roger Aubert, in DHGE, XX (1984), coll. 75-76, s.v. Gautier, cardinal évêque d’Albano.
On Walter’s legatine activity see also Tillmann, Die päpstlichen Legaten, pp. 19-21; Weiss,
Die urkunden der päpstlichen Legaten, pp. 36-37.
20
  Hugo Flaviniacensis, Chronicon, lib. II, p.  475. See also Healy, The Chronicle of
Hugh of Flavigny, pp. 71-72.
21
  Hugo Flaviniacensis, Chronicon, lib. II, p. 475.
Papal legates and their preaching 217

Rufus for three years in return for ten thousand silver marks and assured the
king’s custody over Robert’s territory while the latter was on crusade in the
Holy Land.22
William of Malmesbury’s Gesta pontificum Anglorum, finished in about
1125, supports Hugh of Flavigny’s negative judgement of Walter of Alba-
no’s mission and gives a similar description of the context in which Jarento’s
legation unfolded. Although he does not specifically mention Jarento, Wil-
liam emphasises that Walter of Albano had made exceptional concessions
to William Rufus in return for his endorsement of Urban II’s election.23
On the contrary, two points of Hugh of Flavigny’s account are challenged
in the chronicle of Eadmer, monk of Christ Church and member of Archbi-
shop Anselm of Canterbury’s household, who wrote his Historia Novorum
between 1097 and 1106.24 While he acknowledges that Walter of Alba-
no’s mission to England was aimed at dealing with the disputed election of
Anselm as archbishop of Canterbury and delivering him the pallium, Ead-
mer recalls the legate’s mediation and his refusal to accept the demands of
William Rufus, who, in response, tried to take advantage of Walter’s requests
to recognize Urban II’s election and offered money to the legate in return
for Anselm’s deposition.25 Accordingly, when he comes to address Robert’s
pledge of the Duchy of Normandy to fund his crusade, Eadmer does not
mention Jarento’s mission either and criticizes the king for the financial bur-
den on England of this extraordinary collection, indicating that William
Rufus plundered churches and their treasuries to fund his mortgage.26
As  I pointed out above, by playing on Hugh of Flavigny’s reticence in
mentioning the crusade until the end of his account, Christopher Tyerman
denies that Jarento’s mission to England was ever aimed at preaching the
expedition to the Holy Land and argues that Jarento merely intended to

22
  Hugo Flaviniacensis, Chronicon, lib. II, p.  475. See also Healy, The Chronicle of
Hugh of Flavigny, pp. 69-74.
23
  Guillelmus Malmesberiensis, Gesta pontificum Anglorum, ed. Michael
Winterbottom, 2 voll., Oxford, Clarendon Press, 2007 (Oxford medieval texts), I, 49, 21,
pp. 140-141.
24
 Jay Rubenstein, in Oxford Dictionary of National Biography, 2004, on-line edition, s.v.
Eadmer of Canterbury.
25
  Eadmerus Cantuariensis, Historia novorum in Anglia, ed. Martin Rule, Rolls Series
81/II (1965), pp. 68-74.
26
  Eadmerus Cantuariensis, Historia novorum, pp.  74-76; Lunt, Financial relations,
p. 419.
218 Barbara Bombi

negotiate a peace between Robert Curthose and William Rufus.27 On the


contrary, in an article published in 1970, Cowdrey had already argued that
Urban II envisaged Jarento’s legatine mission as a means of promoting the
preaching of the crusade and its funding in the Anglo-Norman territories.
In support of his interpretation, Cowdrey referred to a letter of Anselm of
Canterbury, probably dating from the late summer of 1096 and addressed
to Bishop Osmund of Salisbury, where the archbishop forbade the partici-
pation of the monks of Cerne in Dorset in the crusade in accordance with
the papal view on this matter.28 As Cowdrey puts it, Anselm’s letter proves
that in the second half of 1096 the canons of the Council of Clermont were
already being disseminated within English monastic circles thanks to Jaren-
to’s mission across the Channel.29 Accordingly, Cowdrey remarks that the
legatine mission to England could also have influenced Archbishop Anselm
of Canterbury’s positive attitude to the crusade in 1096, prompting his duty
of obedience to the papacy.30
Cowdrey’s argument is further supported by the fact that Hugh of Flavi-
gny describes the legatine mission of Jarento and the organization of the First
Crusade in England within a broader picture of Church reform and focus
on two main aspects promoted by the reformers at the end of the eleventh
century: the defence of ecclesiastical freedom in England from the control
of the Crown and the supremacy of the Roman See (auctoritas Romana).
As Cowdrey put it, Urban II and his supporters envisaged the crusade as an
integral part of the reform movement, which had its roots in the monastic
reforms promoted at Cluny and St. Bénigne of Dijon and which were res-
pectively embodied in the activities of Urban II and Jarento.31 It is, therefore,
hardly surprising that in 1096 Jarento had been chosen as papal legate and
sent to the Anglo-Norman territories to mediate a peace between William

27
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 15-16.
28
  Anselmus Canturiensis, Opera Omnia, ed. Francescus Salesius Schmitt, 6 voll.,
Seccovii, ex Officina abbatiae Seccoviensis, Roma, s.e., Edinburgh, T. Nelson, 1938-1961, IV
(1940), n. 195, pp. 85-86; Herbert Edward John Cowdrey, Pope Urban II’s preaching
of the First Crusade, in «History», LV (1970), p. 183. Cowdrey’s argument is substantially
supported by Robert Somerville, The Council of Clermont and the First Crusade, in
Papacy, Councils, n. VIII, p. 331.
29
  Cowdrey, Pope Urban II’s preaching, pp. 183-184.
30
  Cowdrey, Pope Urban II’s preaching, p. 184.
31
 See Herbert Edward John Cowdrey, Cluny and the First Crusade, in Id., Popes,
Monks and Crusaders, London, The Hambledon Press, 1984 (History series, 27), n. XV,
pp. 306-307.
Papal legates and their preaching 219

Rufus and Robert Curthose, since such agreement was indispensable for the
participation of the Duke of Normandy in the campaign. Accordingly, Jaren-
to’s achievements during his mission granted both full financial support to
Robert’s expedition and protection over the Duchy of Normandy, the two
essential requirements listed among the temporal privileges conceded to
the crusaders in the late-twelfth century canonical legislation. Finally, one
should stress that the historiography has so far overlooked Hugh of Flavi-
gny’s account concerning the disagreement between Jarento and the second
legate sent from Rome on William Rufus’s request. Indeed, Hugh’s descrip-
tion interestingly highlights how the king assessed the legal soundness of
the second legate’s mandate that was considered si non tota saltim ex parte
reliable, while Hugh insisted on the authority of Jarento who had been sent
ex precepto domini pape. As Martin Brett put it, ‘legates of one kind or ano-
ther were sent to England with great frequency’ between the late eleventh
and the early twelfth centuries, but it is difficult to discover the terms of a
legate’s commission.32 Evidence, however, suggests that Jarento was sent to
England with specific purposes. In this respect, we could consider his lega-
tine mission as ‘semi-permanent’ in accordance with the thirteenth-century
canonical definitions of legatine powers, which also included the faculty of
preaching the crusade.
Some fifty years later when Pope Eugenius III began the organization
of the Second Crusade by issuing the letter Quantum predecessores on 11
December 1145, England was already troubled by the civil war that broke
out in 1139 between the supporters of King Stephen and those of Matilda,
daughter of Henry  I and former wife of the German Emperor Henry  V.
Indeed, the civil war was only brought to an end in 1147 or 1148 and, by
that time, the Second Crusade was concluding with the disastrous siege of
Damascus in the summer of 1148.33 As Tyerman states, in such political tur-
moil, only ‘a number of English tenants-in-chief and other landowners took
the cross and joined the army of Louis VII of France in 1147’.34 Moreover,
some English crusaders, mainly those from southern and ­eastern England,

32
  Martin Brett, The English Church under Henry  I, Oxford, Oxford University Press,
1975, p. 35. See also Kriston Rennie, At arm’s lenght? On papal legates in Normandy (11th
and 12th centuries), in «Revue d’Histoire ecclésiastique», CV (2010), fasc. 2, pp. 331-345.
33
  David James Frederick Crouch, The reign of King Stephen. 1135-1154, Harlow,
Longamn, 2000, pp. 105-230.
34
  Tyerman, England and the Crusades, p. 32.
220 Barbara Bombi

joined the crusaders from Flanders and the Rhineland and assisted the king
of Portugal in the conquest of Lisbon in October 1147.35
Zachary Brooke and more recently David Crouch have argued that
Stephen’s weakness allowed the papacy to consolidate the ‘freedom of the
church’ in England, while the king ‘failed entirely to maintain the barrier set
up by his predecessor’, permitting, among other things, the free entrance of
legates and papal bulls into the country and the appointment of Theobald,
archbishop of Canterbury, as resident legate in the kingdom.36 However,
there is no evidence that between December 1145 and March 1146, when
Pope Eugenius III relaunched his crusading plans at the Council of Vézelay,
any legate crossed the Channel to preach the expedition to the Holy Land.
Yet, as Christopher Brooke has argued, the legatine mission of Imar, cardi-
nal-bishop of Tusculum, sent to England in the early part of 1145 to take
the pallium to William, archbishop of York, had already ended before Euge-
nius III announced his crusading plans.37 Neither did Bernard of Clairvaux’s
preaching tour through France, Flanders and Germany, organized after the
council of Vézelay, reach England and its continental possessions, probably
because of the political instability created by the civil war. Nevertheless,
between August and September 1146 Bernard almost certainly sent to the
English faithful a copy of his letter 363 preaching the crusade, originally
addressed to the faithful of France and Bavaria.38 Yet, in Christopher Tyer-

35
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 32-33.
36
  Zachary Nugent Brooke, The English Church and the papacy: from the conquest to
the reign of John, Cambridge, Cambridge University Press, 1952, pp. 188-189; Crouch, The
reign of King Stephen, pp. 308-311.
37
  Tillmann, Die päpstlichen Legaten, pp. 50-51; Zachary Nugent Brooke, The Cerne
Letters of Gilbert Foliot and the Legation of Imar of Tusculum, in «English Historical Review»,
LXIII (1948), pp.  523-527. See also Papsturkunden in England. 2. Band: Die kirchlichen
Archive und Bibliotheken, ed. Wather Holtzmann, Berlin, Weidmann, 1936 (Abhandlungen
der Königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen. Philologisch-Historische
Klasse. Neue folge, 25; Dritte Folge, 15), n. 45, pp. 193-195.
38
  Letters of St. Bernard of Clairvaux, ed. Bruno Scott James, Chicago, Henry Regnery
Company, 1953, n. 391, pp. 460-463 (edited from Paris, Bibliothèque nationale de France,
Latin, 14845, f. 257). See also Sancti Bernardi Opera, ed. Charles Hugh Talbot, Jean Leclercq,
Henri Marie Rochais, 10 voll., Roma, Editiones Cistercienses, 1957-1977, Leuven, Brepols,
1998, n. 363; Jean Leclercq, Introduzione, in Bernardus Claravallensis, Lettere.
Parte prima: 1-210, ed. Ferruccio Gastaldelli, Milano, Scriptorium Claravallense - Fondazione
di studi cistercensi, 1986, (Opere di San Bernardo, 6/I), p. XXX. See also Marco Meschini,
San Bernardo e la Seconda Crociata, Milano, Mursia, 1998 (Strumenti per una nuova cultura.
Storia Medioevale), pp. 142-148.
Papal legates and their preaching 221

man’s opinion Bernard’s crusading ideology to some extent influenced the


English crusade and this is evidenced in the echoes of the abbot of Clair-
vaux’s preaching, found in the speech of the bishop of Oporto as it is rende-
red in De expugnatione Lyxbonensi, probably written by the Anglo-Norman
priest Raol who took part in the conquest of Lisbon in October 1147 along
with a number of English crusaders.39

The second half of the twelfth century and the organization of the Third
Crusade

According to Christopher Tyerman ‘crusading in the years between


1149 and 1187 presents a paradox,’ since the strong interest in the affairs
of the Holy Land clashed with public inertia and refusal of the Western
rulers to take active part in the defence of Jerusalem.40 In particular, Tyer-
man identifies two main reasons that precluded Henry II’s decision to go
on crusade. On the one hand, the consolidation of the Angevin empire and
the strained relations with the Capetian monarchy monopolized the first
two decades of Henry’s rule and the king used the crusade as a means of
keeping diplomatic discussions open with his French overlords without any
real intention of fulfilling his crusading plans. On the other hand, between
1164 and 1172 the Becket’s controversy and its aftermath precluded the
collaboration between the Crown and the Church, which was necessary
for the organization of a new crusade in England.41 Since 1165, when
Alexander III launched an appeal from a new crusade and the Becket dis-
pute emerged, rumours spread about Henry II’s intention to take part in a
new crusade, while in 1170 the king promised the archbishop of Tyre his
support for the Holy Land.42 Similarly, in 1166 a tax of two pence in the
pound on revenues and movables for the first year, followed by a tax of a

39
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 33-35.
40
  Tyerman, England and the Crusades, p. 36.
41
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 40-42.
42
  Raimund Charles Smail, Latin Syria and the West. 1149-1187, in «Transactions of
the Royal Historical Society», XIX (1969), ser. V, pp. 14-20; Hans Eberhard Mayer,
Henry II of England and the Holy Land, in «English Historical Review», XCVII (1982),
pp. 721-723; Tyerman, England and the Crusades, p. 40. See also The letters and charters of
Gilbert Foliot abbot of Gloucester (1139-48), bishop of Hereford (1148-63) and London (1163-
87), ed. Zachary Nugent Brooke, Adrian Morey, Christopher Nugent Lawrence Brooke,
Cambridge, Cambridge University Press, 1967, n. 170, p. 241 (dated 1166).
222 Barbara Bombi

penny in the pound for the next four years, was levied in England and this
collection was probably sent to the Holy Land in 1166-1167.43
Accordingly, as Claudia Zey has recently shown, from the same period
the legatine activity in England intensified along with Henry II’s commit-
ment to support the defence of the Holy Land.44 In autumn 1171 Alexan-
der  III sent a legatine mission to the Anglo-Norman territories in the
aftermath of Becket’s murder. In Anne Duggan’s words this mission was
of great political importance for Anglo-papal relations, as it mainly sought
Henry II’s re-admission to full membership of the Church after his excom-
munication and assessed the truthfulness of the miracles at Becket’s tomb
which were used as evidence for the canonization.45 The two legates sent
on this mission were Albert of Morra, cardinal priest of San Lorenzo, who
became Pope Gregory VIII in 1187, and Theodwin, cardinal priest of San
Vitale.46 Unsurprisingly, Alexander III chose both legates from among Bec-
ket’s Italian friends: Albert of Morra had studied and taught canon law at
Bologna, where he probably met Becket, whom Albert later supported in the
years of his exile;47 similarly, Theodwin is addressed with friendly words in
Becket’s correspondence.48 According to Roger Howden, clerk to Henry II
from 1174, Alexander  III sent the two legates to Normandy after Henry
II’s envoys, namely the archbishop of Rouen and the bishops of Évreux and
Worcester, had failed to reach a settlement with the pope concerning the
Becket affair and the state of the Church in England.49 In May 1172 Albert

43
  The Great Roll of the Pipe for the thirteenth year of the reign of King Henry the Second,
A.D.1166-1167, London, Pipe Roll Society Publications, 1889 (Pipe Roll Society, 11),
p. 194; Councils and Synods: with other documents relating to the English Church, ed. Dorothy
Whitelock, Martin Brett, Christopher Nugent Lawrence Brooke, 2 voll., Oxford, Clarendon
Press, 1964-1986, I/2 (1981), p. 1023. See also Lunt, Financial relations, p. 421.
44
  Zey, Die Augen des Papstes, pp. 104-106.
45
  Anne Duggan, Thomas Becket’s Italian Network, in Pope, Church and City: Essays in
Honour of Brenda M. Bolton, ed. Frances Andrews, Christoph Egger, Constance M. Rousseau,
Leiden – Boston, Brill, 2004 (The Medieval Mediterranean, 56), now in Anne Duggan,
Thomas Becket: Friends, Networks, Texts and Cult, Aldershot, Ashgate, 2007 (Collected
studies series, 877), n. I, p. 9.
46
 On this legation see Tillmann, Die päpstlichen Legaten, pp.  68-72; Weiss, Die
Urkunden der päpstlichen Legaten, pp. 249-253; Tommaso Di Carpegna Falconieri, in
Enciclopedia dei Papi, II (2000), pp. 314-316, s.v. Gregorio VIII.
47
  Duggan, Thomas Becket’s Italian Network, pp. 4-6.
48
  Duggan, Thomas Becket’s Italian Network, p. 9.
49
  Rogerius de Hoveden, Chronica magistri Rogeri de Houedene, ed. William Stubbs,
Rolls Series 51/II (1869), pp.  25-28. Roger Hoveden (Chronica, pp.  33-34) confuses the
Papal legates and their preaching 223

and Theodwin managed to meet Henry II and in September they presided


at a meeting at Avranches in Normandy, where Henry II confirmed a sett-
lement with the papacy which included his support for the defence of the
Holy Land. Henry II also promised to finance two-hundred knights for one
year through the mediation of the Knights Templars. He further agreed that
he would take the cross at Christmas 1172 and set off for the Latin East in
the summer of 1173, unless he had received either a papal dispensation or
commutation of his vow to fight the Saracens in Spain.50
Once more, the only support for the Holy Land that materialized from
England was financial.51 In 1172 Henry II had failed to go on crusade as pro-
mised and in 1176, according to Gerald of Wales, had his vow commuted in
return for the pledge to found three monasteries. Accordingly, in 1173 the
English clergy paid its first subsidy for the Holy Land.52 The commutation of
Henry’s vow and Gerald’s account are, however, very dubious. Indeed, seve-
ral years later in December 1184 Pope Lucius III reminded Henry II about
his previous obligation to fight in the Holy Land when Heraclius, patriarch
of Jerusalem, and the Master of the Hospitallers came to Europe to seek

legatine mission of Albert and Theodwin with the legation of two other legates Gratian of Pisa
and Master Vivian, archdeacon of Orvieto, legati cardinales a latere Alexandri summi pontifici
missi, who were sent to Normandy to negotiate a settlement between Henry II and Becket
in 1169. On this legation see Tillmann, Die päpstlichen Legaten, pp.  64-67; Weiss, Die
Urkunden der päpstlichen Legaten, pp. 247-249; Duggan, Thomas Becket’s Italian Network,
pp. 15-20. On the mission of Albert and Theodwin see also Guillelmus Neubrigensis,
Historia rerum Anglicarum, in Chronicles of the reigns of Stephen, Henry II and Richard I, ed.
Richard Howlett, Rolls Series 82/I (1884), pp. 164-165; Tillmann, Die päpstlichen Legaten,
pp. 68-72; Weiss, Die Urkunden der päpstlichen Legaten, pp. 249-253.
50
  Councils and Synods, I/2, n. 166, pp. 942-956; Rogerius de Hoveden, Chronica, 51/2,
pp. 35-41; Radulphus de Diceto, Opera Historica, ed. William Stubbs, Rolls Series 68/I
(1876), pp. 351-352; Lunt, Financial relations, p. 420. On the agreement between Albert
and Theodwin and Henry II, Ne in dubium, see Anne Duggan, Ne in dubium: The official
Record of Henry II’s Reconciliation at Avranches, 21 May 1172, in «English Historical
Review», CXV (2000) now in Id., Thomas Becket, n. VIII, pp. 643-658.
51
  Mayer, Henry  II of England, pp.  724-738; Tyerman, England and the Crusades,
pp. 45-46.
52
  Lunt, Financial relations, p.  175. See also Councils and Synods, I, p.  947-948, 950;
Giraldus Cambrensis, De principis instructione, ed. George Frederick Warner, Rolls
Series 21/VIII (1891), Distinctio II, cap. vii, p. 170. Tyerman, England and the Crusades,
p. 43, argues that ‘Henry seems to have got away with doing nothing’, when it came to the
commutaiton of this crusading vow.
224 Barbara Bombi

for support against Saladin.53 Heraclius’s diplomatic mission to England is


recounted in great detail in the contemporary chronicles, although they give
different accounts of it. Roger of Howden and Ralph of Diceto claim that in
1184 Baldwin IV, king of Jerusalem, sent Heraclius to Lucius III who then
commended the patriarch’s mission to Henry II; Ralph of Diceto also men-
tions a letter that Saladin allegedly sent to the pope suggesting an exchange
of prisoners in return for a truce.54 None of these chronicles, however, attri-
bute legatine powers to Heraclius. On the contrary, William of Newburgh
wrongly states that Heraclius’s journey took place after Baldwin IV’s death
on 16 March 1185 and that Heraclius’s mission prompted Lucius III to ask
for Henry II’s intervention.55 Finally, both Gerald of Wales and Gervase of
Canterbury refer to Lucius III’s letter to Henry II without mentioning what
motivated the papal requests.56 The chroniclers further disagree on Henry
II’s response to the patriarch’s demands. William of Newburgh, Gervase of
Canterbury and Gerald of Wales record that Henry II refused to join the
crusade to the Holy Land, while the king offered his financial support to the
campaign that, according to Gervase of Canterbury, amounted to 50,000 sil-
ver marks.57 In particular William claims that the king was wary of the dan-
gers of the expedition and feared its consequences on the war with France,
while Gervase hints at Henry’s concerns about his sons’ loyalty.58 Finally,

53
  Philip Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, 2 voll., Lipsiae, Veit et comp., 1885-18882,
n. 15151; Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, pp.  246-247: ‘Sane
recolat prudentia tua, et sollicita secum meditatione revolvat, promissionem illam, qua de
impendendo saepedicte terre presidio, tuam celsitudidem obligasti’. Tyerman, England and
the Crusades, pp. 50-53, does not comment on this sentence of the papal letter and expands on
the gifts that Heraclius presented to Henry II when he came to England.
54
  Rogerius de Hoveden, Chronica, 51/2, p.  299; Radulphus de Diceto, Opera
Historica, pp.  25-28. See also Rogerius de Hoveden (formerly attributed to Benedict
of Peterborough), Gesta regis Henrici Secundi, ed. William Stubbs, Rolls Series 49/I (1867),
p. 328.
55
  Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, pp. 244-247.
56
  Giraldus Cambrensis, De principis instructione, p.  202-204; Gervasius
Cantuariensis, Opera Historica, in Chronicles of the reigns of Stephen, Henry  II and
Richard I, ed. William Stubbs, Rolls Series, 73/I (1879), p. 325.
57
  Lunt, Financial relations, p. 419; Councils and Synods, I/2, n. 173, p. 1023; Tyerman,
England and the Crusades, pp.  45-46. See also Rogerius de Hoveden, Gesta, p.  338;
English Episcopal Acta, edd. Christopher Robert Cheney, Bridgett Elizabeth Anderson Jones,
London, Oxford University Press, II (1986), n. 247, pp. 214-215.
58
  Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, p.  247; Gervasius
Cantuariensis, Opera Historica, p. 325.
Papal legates and their preaching 225

Gerald of Wales claims that Heraclius would have offered Henry II the crown
of the Kingdom of Jerusalem in return for his help.59 On the contrary, Ralph
of Diceto and Roger of Howden maintain that Henry II seriously considered
the possibility of joining the crusade and refused to go only after his council
advised him against the risks of the campaign, while some among his barons
took the cross.60
Arguably, in October 1187 Henry II’s dilatory tactics could not resist
the new appeal for the crusade following the fall of Jerusalem. After 29
October 1187, when the former legate to England Albert of Morra, by then
elected pope as Gregory VIII, addressed to all Christendom the encyclical
letter Audita tremendi, the first to take the cross was the German Emperor,
Frederick Barbarossa. Meanwhile, the kings of England and France began
negotiations to agree on their crusading plans.61 In November 1187 Gre-
gory VIII organized a new legatine mission to the Anglo-Norman territories
and appointed as his representative Henry of Marcy, former abbot of Clair-
vaux and cardinal bishop of Albano, who had been favoured as a possible
candidate to the Apostolic See in place of Albert of Morra.62 In November
1187 Henry left Ferrara in northern Italy, initially preaching the crusade in

59
  Giraldus Cambrensis, De principis instructione, p. 208-209; Giraldus Cambrensis,
Expugnatio Hibernica, ed. James Francis Dimock, Rolls Series, 21/V (1867), pp.  362-363.
Gerald of Wales adds that Heraclius badly reacted to Henry II’s refusal and cursed him
before leaving England (Giraldus Cambrensis, De principis instructione, pp.  209-212;
Giraldus Cambrensis, Expugnatio Hibernica, pp. 363-364).
60
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp.  301-304; Radulphus de Diceto, Opera
Historica, pp. 33-34.
61
  Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, n. 16019. See also Rogerius de Hoveden,
Chronica, pp. 326-330; Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, pp. 266-
271. Similarly, Ralph Niger argues that Henry  II was still under the obligation of going
on crusade because of the vow that he took before Becket’s death: Radulphus Niger,
Chronica, ed. Robert Anstruther, London, Printed for the members of the Caxton Society,
1851 (Publications of the Caxton Society, 13), p. 94. See also Tyerman, England and the
Crusades, p. 53.
62
  Yves Marie Congar, Henri de Marcy, abbé de Clairvaux, cardinal-évêque d’Albano et
légat pontifical, in «Analecta Monastica», XLIII (1958), p. 43. See also Wilhelm Janssen,
Die päpstlichen Legaten in Frankreich vom Schisma Anaklets II. bis zum Tode Coelestins III.
(1130-1198), Köln–Graz, Böhlan, 1961 (Kölner Historische Abhandlungen, 6), pp.  110-
119; 130-134; Rudolf Hiestand, Les légats pontificaux en France, in L’Église de France
et la papauté (Xe–XIIIe siècle). Actes du XXV e colloque historique franco-allemand organisé en
cooperation avec l’École nationale des chartes par l’Institut historique allemand de Paris; Paris,
17-19 octobre 1990, ed. Rolf Große, Bonn, Bouvier, 1993 (Studien und Dokumente zur Gallia
Pontificia, 1), p. 67.
226 Barbara Bombi

Germany together with Joscius, archbishop of Tyre.63 While Henry carried


out his mission in northern France and Flanders, where he died in 1189,
Joscius headed to Normandy where between 13 and 22 January 1188 at
Gisors and Trie he oversaw the peace conference between Henry  II and
Philip Augustus.64 While no contemporary English chronicle provides any
evidence of Henry of Marcy’s legatine mission, which did not touch the
Anglo-Norman territories, both William of Newburgh and Roger of How-
den maintain the importance of Joscius’s mediation during the peace confe-
rence at Gisors and Trie, although they do not attribute to the archbishop
any legatine power and describe Joscius’s intervention as his personal ini-
tiative. In William’s opinion the bad news coming from the Holy Land ini-
tially prompted Richard the Lionheart to take the cross secretly; soon after,
when Joscius arrived in Normandy, he asked the kings of England and France
to put aside temporarily their conflict and take the cross along with Count
Philip of Flanders, the Duke of Burgundy and the Count of Champagne.
Accordingly, Roger of Howden does not mention Richard’s secret crusading
vow, while he expands on how Joscius’s preaching persuaded both kings to
take the cross.65 On the contrary, both Gervase of Canterbury and Ralph
of Diceto mention the peace negotiations between England and France at
Gisors and Trie, but fail to acknowledge the presence of the papal envoy.66
A few days after the meeting of Gisors and Trie, Henry II met together
with many prelates from his kingdom and his French subjects at Le Mans
in Normandy, where the material and spiritual privileges for the crusaders

63
 Henry was at the papal curia between 31 October and 11 November 1187 ( Jaffé,
Regesta pontificum Romanorum, II, p. 528). See also Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, n.
16102, 16103. On Henry of Albano’s legation to preach the crusade see also Tillmann, Die
päpstlichen Legaten, pp. 80-82.
64
  Congar, Henri de Marcy, pp. 45-47; Cole, The Preaching, pp. 66-67. Hiestand, Les
légats pontificaux, p. 70, points out how Henry of Marcy contributed to the preparation of the
settlement between England and France at Gisors, although he did not personally take part
in the negotiations.
65
  Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, pp.  271-272: ‘Tandem vero
archiepiscopus Tyrius a partibus veniens Orientis et duriora nuntians, tam presentes quam
etiam imminentes Orientalis ecclesie miserias ita in auribus publicis deploravit, ut duo magni
reges Francorum et Anglorum tractandi gratia quidnam facerent terre Ierosolimitane ab
hostibus liberande, ad solemne colloquium in terrarum confiniis cum episcopis et procerum
suorum frequentia convenirent’. Rogerius de Hoveden, Chronica, pp.  334-335;
Rogerius de Hoveden, Gesta, pp. 29-30; 58-59.
66
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, p. 406; Radulphus de Diceto, Opera
Historica, p. 51.
Papal legates and their preaching 227

as well as a tenth for the Holy Land were ratified.67 The ordinances of Le
Mans decreed that the extraordinary collection in support of the Holy Land,
known as the ‘Saladin tithe’, had to be announced by the prelates of the
kingdom in each diocese and had to be levied on all properties and income of
those among the laity and clergy who were not going to take part in the expe-
dition; the tax had to be collected in each parish church before the priest,
the archpriest, one Templar and one Hospitaller. Furthermore, the crusaders
were granted a plenary indulgence, a moratorium on their debts for three
years, and protection over their properties.
The only contemporary chronicles which do not acknowledge the ordi-
nances of Le Mans is the otherwise well-informed Ralph of Diceto, who
maintains that Henry II intended to go to the Holy Land, as he had done
in the case of the king’s crusading vow in 1185.68 Indeed, Ralph remarks
how, soon after the conference at Gisors and Trie, the king wrote to the Ger-
man Emperor Frederick Barbarossa, the Byzantine Emperor Isaac Angelus
and Bela, King of Hungary, in order to secure their support and safe-passage
during the campaign.69 On the contrary, the other contemporary sources
recall that Henry II came back to England and summoned a royal council at
Geddington in Northamptonshire, where the ordinances of Le Mans were
promulgated and the crusade was preached. Accordingly, the collection of
the Saladin tithe was successfully initiated and took a considerable amount
of money in the royal treasure, as the Pipe Roll for the first year of the reign
of Richard I also evidences.70
Among those who also took the cross and preached the crusade at
Geddington was Baldwin, archbishop of Canterbury, who continued his

67
  Councils and Synods, n. 173, pp. 1022-1029. See also Rogerius de Hoveden, Chronica,
pp.  335-337; Rogerius de Hoveden, Gesta, pp.  30-32; Guillelmus Neubrigensis,
Historia rerum Anglicarum, pp.  273-274; Gervasius Cantuariensis, Opera Historica,
pp. 409-410. See also Mayer, Henry II of England, pp. 737-738.
68
 See above, nt. 60.
69
  Radulphus de Diceto, Opera Historica, pp. 51-54.
70
  Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, pp.  274-275; Gervasius
Cantuariensis, Opera Historica, pp. 409-411 (Gervase confuses the ordinances of Le Mans
with the royal council of Geddington); Rogerius de Hoveden, Chronica, 51/2, pp. 338-
339; Rogerius de Hoveden, Gesta, pp. 32, 76-77. The Pipe Roll for the First Year of the
reign of Richard I records that about 25.000 marks collected by Henry II in support of the
Holy Land: The Great Roll of the Pipe for the first year of the reign of Richard I, a.d. 1189-1190,
ed. Joseph Hunter, London, G. Eyre and A. Spottiswoode, 1844, p. 5; Councils and Synods,
pp. 1024-1025.
228 Barbara Bombi

preaching tour in Wales from March 1188. The archbishop’s activity is well-
documented and celebrated in the work of Gerald of Wales, who accom-
panied the archbishop and has left an exhaustive account of the crusade
preaching in his Itinerarium Cambriae.71 Penny Cole maintains the efficacy
and originality of Baldwin’s preaching which, in her opinion, was heavily
influenced by the papal legate Henry of Marcy. In particular, building on
Yves Congar’s work, Cole stresses the echoes of Henry of Marcy’s treatise
on the crusade De peregrinante Civitate Dei in the dialogue De Jerosolimitana
peregrinatione acceleranda, written by Peter of Blois, canonist and chancellor
of the archbishop of Canterbury who accompanied Baldwin on the crusade
to the Holy Land.72 As Penny Cole puts it, the preaching of Henry of Marcy
and Baldwin brought to an end a tradition of crusade preaching initiated in
1095 and contributed to boosting the recruitment for the Third Crusade,
extending it to different social groups, evidencing an indirect effect of the
legate’s crusading preaching in England.73 Accordingly, other contemporary
chronicles agree on the popularity of the crusade and the number of people
who took the cross in England.74 Only Gervase of Canterbury, a monk at
the monastery of Christ Church Canterbury which between 1186 and
1190 was involved in a lawsuit with the archbishop, underplays Baldwin’s
preaching in Wales, stating that he was motivated by his need to delay the
solution of the on-going dispute with the monastery.75 Indeed, according to
Gervase, between the Spring and Autumn of 1188, once Baldwin had retur-
ned from his preaching tour in Wales, the monks of Christ Church success-
fully persuaded Pope Clement III to send to England a new legate a latere,
Theobald, cardinal bishop of Ostia, whom Gervase praises for his integrity.76

71
  Giraldus Cambrensis, Itinerarium Kambrie, ed. James Francis Dimock, Rolls Series
21/VI (1868), pp. 3-152.
72
  Congar, Henri de Marcy, pp.  54-90; Richard William Southern, Peter of Blois
and the Third Crusade, in Studies in Medieval History presented to R.H.C. Davis, edd. Harry
Mayr-Harting, Robert Ian Moore, London, The Hambledon Press, 1985, pp. 207-218; Cole,
The Preaching, pp 70-76. See also John D. Cotts, The Clerical Dilemma. Peter of Blois &
Literate Culture in the Twelfth Century, Washington DC, Catholic University of America
Press, 2009, pp. 227-29.
73
  Cole, The Preaching, pp. 78-79.
74
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, p. 410; Rogerius de Hoveden, Gesta,
p. 33; Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, p. 275. See below, nt. 114.
75
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, p. 421.
76
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, pp.  426- 430. On Theobald, cardinal
bishop of Ostia see Weiss, Die urkunden der päpstlichen Legaten, pp. 279, 288.
Papal legates and their preaching 229

Theobald however died without accomplishing his mission and in Decem-


ber 1188 Clement III sent yet another legate a latere to arbitrate the dispute
between Christ Church and Baldwin in partibus, Ralph Nigel, cardinal
priest of Santa Prassede, who died at Mortara in the course of his journey to
England.77
Therefore, it was not until Spring 1189 that the papal legate John of Ana-
gni, cardinal priest of San Marco, was sent to the Anglo-Norman territories.
The historiography has generally labelled John of Anagni’s mission between
1189 and 1190 as a failure, since the legate faced the opposition of Henry II
and Philip Augustus and did not achieve a truce between the parties, which
was indispensable for their participation in the crusade.78 Contemporary
chronicles, however, disagree on this point. On the one hand, Gervase of
Canterbury claims that Clement III’s decision to dispatch a new legate was
initially prompted by the requests of the monks of Christ Church for an
arbitration of the dispute with Archbishop Baldwin. Only in June 1189,
when John arrived in Normandy and found out that the truce between
Richard the Lionheart and Philip Augustus had broken down in January,
the legate postponed his journey to England in order to mediate between
the kingdoms and to secure their participation in the crusade.79 On the other
hand, Roger of Howden and Roger of Wendover do not acknowledge the
dispute between Christ Church Canterbury and the archbishop as the main
reason for John’s mission, while they maintain his role in the negotiations
between England and France that took place at La Ferté-Bernard in late
May 1189. Both chronicles instead emphasise that, when Philip Augustus
opposed his sister’s marriage to one of Henry’s sons which would have sealed
the peace with England and secured English participation in the crusade,
John of Anagni threatened to put the kingdom of France under interdict. The
legate’s gamble, however, did not pay off: Richard the Lionheart rendered
homage to the king of France, thus betraying his father, while Philip Augus-
tus ignored the legate’s warning and indeed accused John of having been bri-
bed with English money, attacking together with Richard the English castle

77
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, pp.  436-438. See Tillmann, Die
päpstlichen Legaten, p. 83.
78
  Janssen, Die papstlichen Legaten in Frankreich, pp.  134-137; Maleczek, Papst und
Kardinalskolleg, pp. 70-71; Hiestand, Les légats pontificaux, p. 79.
79
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, pp. 442-446; Tillmann, Die päpstlichen
Legaten, p. 83; Weiss, Die Urkunden der päpstlichen Legaten, pp. 282-285.
230 Barbara Bombi

of Le Mans.80 Accordingly, Gervase of Canterbury partly repeated the lat-


ter accusation of greed against John of Anagni, pointing out that the legate
spent the summer in Poitou, collecting the tenth on behalf of Richard and
Philip Augustus instead of dealing with the dispute between Christ Church
and Baldwin, to which he had been appointed by the pope.81
It is, however, more likely that John of Anagni delayed his Channel cros-
sing owing to the death of Henry  II at Chinon in early July 1189, which
was followed by the agreement between England and France and the coro-
nation of Richard as King of England. Possibly pressured to cross to England
by a new request by the monks of Canterbury in October, John of Anagni
finally arrived at Dover on 20 November 1189, but Queen Eleanor, Henry
II’s widow, delayed his transfer to Canterbury until the end of November in
an attempt to help Archbishop Baldwin’s cause.82 On the one hand, Ger-
vase of Canterbury describes a fearful John of Anagni under the thumb of
the archbishop, awaiting the king’s permission to proceed to Canterbury,
making excuses and blaming Baldwin for his inability to take action as well as
rushing back to the continent in late December 1189.83 On the other, Roger
of Howden and Roger of Wendover give a more sympathetic account of John
of Anagni’s mission to England. While stressing how the arbitration between
Christ Church and Archbishop Baldwin took place thanks to the interven-
tion of King Richard I, the two chroniclers emphasise that the legate, kept
at Dover, could not intervene and was only allowed to support the king’s
arbitration with the celebration of a solemn procession at Canterbury.84

80
  Rogerius de Hoveden, Chronica, 51/2, pp.  362-363; Rogerius de Wendover,
Liber qui dicitur Flores Historiarum ab anno Domini MCLIV annoque Henrici Anglorum
regis Secundi primo, ed. Henry Gay Hewlett, Rolls Series 84/1 (1886), p.  152, 154-155;
Radulphus de Diceto, Opera Historica, pp. 62-63, does not acknowledge the presence of
John of Anagni at La Ferté-Bernard, while he records Philip’s attack against Le Mans. See also
Rogerius de Hoveden, Gesta, p. 66.
81
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, p. 453.
82
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, pp.  462-463, 474; Radulphus de
Diceto, Opera Historica, p.  72; Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores
Historiarum, p. 171. See also Tillmann, Die päpstlichen Legaten, p. 84.
83
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, pp.  480-483. The document of John of
Anagni that ratified the arbitration between Christ Church and Archibishop Baldwin is
recorded in Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, pp. 501-502.
84
  Rogerius de Hoveden, Chronica, 51/3, pp. 23-24; Rogerius de Hoveden, Gesta,
pp.  98-99; Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum, p.  171. See
also Giraldus Cambrensis, De vita Galfridi archiepiscopi Eboracensis, in Opera, ed. John
Sherren Brewer, Rolls Series 21/4 (1873), p. 376.
Papal legates and their preaching 231

Accordingly, the account of Ralph of Diceto also maintains that the Queen
Mother obstructed John’s mission and the mediation of Richard  I, but
he interestingly adds that the legate lifted the excommunication against
Richard’s brother, John, Count of Mortain, and the interdict on his lands,
launched by Archbishop Baldwin because of John’s uncanonical marriage
with Isabel, daughter of the Duke of Gloucester, in the summer of 1189.85
Arguably, John of Anagni’s mission achieved its best results as far as the
organization and preaching of the crusade are concerned. Roger of Howden,
Ralph of Diceto and Roger Wendover highlight that in late summer 1189
news came from the Holy Land which prompted King Richard to intervene
and confirm his commitment to the crusade. Although Roger of Howden
and Roger Wendover do not directly link such news to John of Anagni’s jour-
ney across the Channel, Ralph of Diceto clearly states that in October 1189
Richard I wrote to Philip to seek confirmation of his commitment to go on
crusade.86 Finally, at the end of December 1189, while John of Anagni was
departing from England, Richard I and Philip Augustus jointly announced
to their subjects their intention of leaving for the Holy Land.87 Both Ralph
of Diceto and Roger Wendover are however critical of the tenth collection
for the Holy Land that, in their words, sub elemosyne titulo vitium rapacita-
tis inclusit.88 Furthermore, evidence directly links the collection of the tenth
with the legatine mission of John of Anagni, who commuted crusading
vows during his journey in the Anglo-Norman territories in return for alms.
Gerald of Wales maintains that in 1189 John of Anagni sent a letter to Arch-
bishop Baldwin commuting into alms-payment the vows of the bishop of
St. David’s and of Gerald himself, who had assisted the archbishop during

85
  Radulphus de Diceto, Opera Historica, pp. 72-73. See also Tillmann, Die päpstlichen
Legaten, pp. 84-85. See also Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum,
p. 173.
86
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 20-21; Rogerius de Hoveden, Gesta, p. 97.
Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum, p. 170; Radulphus de
Diceto, Opera Historica, pp. 70-71. However, in the Gesta Roger Howden records the events
in the Holy Land before accounting for John of Anagni’s arrival in England: Rogerius de
Hoveden, Gesta, pp. 88-96.
87
  Radulphus de Diceto, Opera Historica, pp. 73-74; Rogerius de Wendover, Liber
qui dicitur Flores Historiarum, p. 172.
88
  Radulphus de Diceto, Opera Historica, p. 73; Rogerius de Wendover, Liber qui
dicitur Flores Historiarum, p.  173. See also Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum
Anglicarum, pp. 303-304.
232 Barbara Bombi

his preaching tour in Wales.89 As Gerald put it, his vow was commuted owing
to his lack of funding for the journey, while the bishop of St. David’s had his
vow commuted because of his old age.90 The evidence provided by Gerald of
Wales therefore sheds new light on faculties that Clement III had delegated
to John of Anagni, who had probably received a special mandate to commute
crusading vows. Indeed, as Figuera puts it, commutation of vows was nor-
mally a faculty reserved to the pope, but according to the thirteenth-century
decretalists this faculty could be included among those that the Apostolic
See could delegate to its legates.91

The legations of William Longchamp and Hubert Walter: new evidence


from Canterbury Cathedral Archives

The departure of John of Anagni in December 1189 coincided with


Richard’s preparation for the crusade to the Holy Land. In mid-March 1190
at the Council of Nonancourt Richard named the newly elected bishop
of Ely, William de Longchamp, chief justiciar of England, while Hugh du
Puiset, bishop of Durham, was appointed co-justiciar for the northern ter-
ritories. Furthermore, in June 1190, just before the king’s departure for the
crusade, Pope Clement III appointed William Longchamp as papal legate
in England, Wales and Ireland and in the lands under the control of John,
Count of Mortain.92

89
  Giraldus Cambrensis, De rebus a se gestis, libri III, in Opera, ed. John Sherren Brewer,
Rolls Series 21/I (1861), pp. 84-85.
90
 Innocent  III newly commuted Gerald of Wales’s crusading vow in 1204: Giraldus
Cambrensis, De invectionibus, lib. IV, ed. John Sherren Brewer, Rolls Series 21/III (1863),
pp. 71-72.
91
  Figueira, Papal Reserved Powers, p. 209. See also Lunt, Financial relations, pp. 424-425.
92
  Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, 16505; Radulphus de Diceto, Opera Historica,
p. 83: ‘legationis officium in tota Anglia, Wallia, tam per Cantuariensem quam Eboracensem
archiepiscopatum et in illis partibus Hiberniae, in quibus Iohannes, comes Moritoniensis,
frater regis, iurisdictionem habet et dominium’. See also Rogerius de Hoveden, Gesta,
p. 106, 108; Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, p. 331; Rogerius
de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum, p. 175; Gervasius Cantuariensis,
Opera Historica, p. 485. On William of Longchamp see Tillmann, Die päpstlichen Legaten,
pp. 85-87; John Gillingham, Richard I, New Haven – London, Yale University Press, 1999
(Yale English monarchs), pp. 121-122; Ralph V. Turner, in Oxford Dictionary of National
Biography, 2004, on-line edition, s.v. Longchamp, William de.
Papal legates and their preaching 233

The circumstances surrounding William’s appointment were arguably


controversial. While Ralph of Diceto emphasises that Richard I petitioned
the curia for the bishop of Ely’s appointment, William of Newburgh, Roger
of Howden and Roger Wendover maintain that William of Longchamp also
sent his own envoys to Rome along with the king’s nuncios, asking the pope
to appoint him as legatus natus.93 It is, however, likely that the criticism of
the contemporary chroniclers reflects William’s bad reputation. Indeed,
along with the regency of the kingdom Richard I’s support for the legatus
natus allowed the bishop of Ely to control John during the crusade and to
secure protection over important fortresses in the kingdom. Accordingly,
Clement III undoubtedly acknowledged the need of having a papal official
with broad faculties in Richard’s absence as it contributed to safeguarding
the freedom of the English Church and the estates of the crusaders during
the absence of Archbishop Baldwin, who had also gone to the Holy Land.
The appointment of a local ordinary as legatus natus was not at all new in
the Anglo-Norman territories where, from the mid-twelfth century, the
same faculties had often been delegated to the archbishops of Canterbury.
However, Clement  III probably underestimated the controversy that the
choice of the chief justiciar and regent of Richard I would have created, espe-
cially at a time when the king was in the Holy Land and his brother John was
trying to gain control of the kingdom. As John Gillingham puts it, William
Longchamp’s legacy has suffered from the defamatory propaganda orches-
trated by John and his partisans.94 Indeed, we should stress that contempo-
rary sources are especially critical of William’s dual office as chief justiciar
of Richard I and apostolic legate, since they interpret it as a cause of great
confusion between secular and ecclesiastical jurisdiction. This is the case
of the contemporary chronicler William of Newburgh who condemns the
bishop of Ely’s twofold authority (apostolica simul et regia potestate), since it
allowed Longchamp to rule over the clergy and the subjects of the Crown in
a very arrogant manner (clero pariter et populo arrogantissime presidebat).95

93
  Radulphus de Diceto, Opera Historica, p.  83; Rogerius de Hoveden, Gesta,
p. 106, 108; Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, p. 331; Rogerius
de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum, p. 175; Gervasius Cantuariensis,
Opera Historica, p. 485.
94
  Gillingham, Richard I, p. 228.
95
  Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, p. 332. William adds: ‘Et sicut
de quodam scriptum est, quod utraque manu utebatur pro dextera, sic et ille ad faciliorem
molitionum suarum efficaciam utraque potestate utebatur pro altera. Ad cogendos quippe
234 Barbara Bombi

Resistance to William’s legatine faculties was already fierce in October


1190 when the bishop of Ely celebrated a legatine council at Westminster
facing the opposition of the bishop of Rochester who claimed to be the
archbishop’s chaplain and vicar in the diocese of Canterbury in Baldwin’s
absence.96 Moreover, in November 1190 after the death of Baldwin in the
Holy Land the hostility against William’s legatine faculties deepened and
in 1191 the legate came under attack over the consecration of the bishop of
Worcester and the election of Baldwin’s successor.97 It was nevertheless the
conflict with John, Count of Mortain, and his supporters and their attempts
to seize from the regent’s control the castle of Lincoln that put William
Longchamp in serious trouble. Furthermore, when William Longchamp did
not allow Geoffrey Plantagnet, half-brother of the king and archbishop of
York, to take possession of his see, John launched a personal attack against
the bishop of Ely who was forced to flee to the continent in October 1191

vel coercendos potentes laicos, si quid forte ex seculari potentia minus poterat, apostolice
id ipsum potestatis censura supplebat; si autem ex clero forte quisquam voluntati eius
obsisteret, hunc proculdubio frustra pro se secundum canones allegantem, seculari oppressum
potentia coercebat. Ne erat qui se absconderet a calore eius, cum et secularis in eo virgam vel
gladium apostolice potestatis timeret, et ecclesiasticus nulla se ratione vel auctoritate contra
imminentiam regiam tueri valeret’. Rogerius de Hoveden, Gesta, p.  143, also launches
a personal attack against William Longchamp: ‘Laicis vero et clericis ecclesias, terras et
possessiones suas abstulit, quas aut nepotibus suis aut clericis et servientibus erogabat, aut
damnabiliter sibi retinebat, aut in usus extraordinarios dilapidabat. Nonne considerabat
infelix quod moriturus erat? Cogitabat quia Dominus ab unoque sue villificationis rationem
aut sui principatus honorem requiret?’. Finally, Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur
Flores Historiarum, p. 190, evidences Longshamp’s pride remarking on the long protocol of
his letters: ‘In titulo litterarum suarum preponebatur hec solempnis superscripto: “Willelmus,
Dei gratia Elyensis episcopus, domini regis cancellarius, totius Anglie iusticiarius, et apostolice
sedis legatus, salutem”’.
96
  Councils and Synods, n. 174, pp.  1029-1031; English Episcopal Acta, II, n. 245, p.  213;
Rogerius de Hoveden, Gesta, p.  207; Gervasius Cantuariensis, Opera Historica,
pp. 487-493. Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, p. 331, is very critical
of William of Longchamp’s stand at the council of Westminster: ‘Denique ut ad summum
evectus videretur, et tam regno quam ecclesie conspicuus apparens, emulantium oculis dolorem
iniiceret, generale ex Anglia concilium, terrore maximo Lundoniis congregatum, quanto
gloriosius tanto et vanius celebravit, sub specie scilicet religionis et obtentu quasi ecclesiastice
utilitatis agens proprie negotium vanitatis. Quod utique tanto fortius tutiesque agebat
quanto metropolitanis non exstantibus infirmiorem contra se episcoporum emulationem vel
indignationem videbat’.
97
  Councils and Synods, n. 175, pp. 1031-1034; 177, pp. 1035-1037. See also Guillelmus
Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, pp. 332-345.
Papal legates and their preaching 235

while John took the regency of the kingdom.98 In an attempt to strengthen


Longchamp’s prerogatives, in December 1191 Celestine III confirmed Wil-
liam’s legation and excommunicated John and his supporters.99 Although he
still held the apostolic legation in 1194, Roger of Howden maintains that the
bishop of Ely does not seem to have been able to exercise his legatine powers
from early 1192.100 Yet, in the Spring of 1192 the English prelates and the
archbishop of Rouen asked the pope to suspend William of Longchamp’s
legatine faculties, while the archbishop of Rouen claimed that William
Longchamp’s legatine powers were inconsistent with his role as chief justi-
ciar and argued that they should be transferred to him. In response to these
complaints, Celestine III defended his legate relying on the king’s trust in his
chancellor, although he limited the legatine faculties of William, forbidding
him to issue sentences of excommunication; he finally sent to Normandy two
legates a latere, Octavian, cardinal-bishop of Ostia, and Giordano of Fossa-
nova, cardinal priest of Santa Anastasia, to deal with the dispute between
Longchamp and the other prelates.101
Arguably, William Longchamp’s fortunes were overshadowed by the rise
of Hubert Walter, translated from Salisbury to the archbishopric of Can-
terbury in March 1193, after having followed Richard to the Holy Land.
As Christopher Cheney argued, within eight months from his election
Hubert Walter gained Richard’s special confidence and at Christmas 1193
the king appointed him chief justiciar.102 On 10 February 1194, preparing
for Richard’s return to England, Hubert Walter presided over a council of

98
  Gillingham, Richard I, pp. 227-229. See also Radulphus de Diceto, Opera Historica,
pp. 96-101; Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 134-150; Rogerius de Wendover,
Liber qui dicitur Flores Historiarum, pp. 193-194. Nicholas Karn (English Episcopal Acta, ed.
Nicholas Karn, London, Oxford University Press, XXXI (2005), pp. 248-249) has recently
argued that Longchamp unlawfully claimed legatine powers between the end of June 1191,
when Clement III died, and December 1191, when Celestine III confirmed his legation.
99
  Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, n. 16765. See also Rogerius de Hoveden,
Gesta, pp.  221-222; Rogerius de Hoveden, Chronica, pp.  151-152; Guillelmus
Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, p. 345.
100
  Rogerius de Hoveden, Gesta, pp.  222-226; Rogerius de Hoveden, Chronica,
pp. 152-155.
101
  Rogerius de Hoveden, Gesta, pp.  241-250; Rogerius de Hoveden, Chronica,
pp.  188-194. See also Weiss, Die Urkunden, pp.  287-288; Maleczek, Papst und
Kardinalskolleg, p. 81, 87-88.
102
  Christopher Robert Cheney, Hubert Walter, London, Nelson, 1967, pp.  88-91;
Councils and Synods, n. 178, pp. 1037-1041. See also Rogerius de Hoveden, Chronica,
p. 226; Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, p. 523.
236 Barbara Bombi

English prelates at Westminster Abbey, where he asked for John’s excommu-


nication and petitioned Celestine III against William Longchamp’s legatine
powers (ne ipse de cetero fungeretur in Anglia legacionis officio).103 In March
1194 Richard’s arrival in England finally marked John’s capitulation. The
king, however, remained in England just over one month and in April he
sailed to Normandy, where the king of France was besieging Verneuil.104
Richard I left the administration of the kingdom to Archibishop Hubert
Walter, who was his chief justiciar and, in William of Newburgh’s words,
principale procuratore regni constituto.105 As Cheney puts it, Richard I ‘pinned
his faith on Hubert Walter’.106 Probably in early 1195 the king along with
other prelates of the kingdom petitioned Celestine III to ask for the arch-
bishop of Canterbury’s commission as apostolic legate per totum regnum
Anglie. On 18 March 1195 Hubert Walter was therefore appointed legatus
apostolice sedis notwithstanding the privileges of the archbishop of York, to
whom the pope addressed a letter on the same day explaining his decisions.107
In Cheney’s opinion one of the main tasks of the newly appointed legate
was the enforcement of practical arrangements for a new expedition to the
Holy Land, especially given that the three years’ truce agreed by Richard I
and Saladin in 1192 would soon expire. On 25 July 1195 Celestine III wrote
to Hubert Walter, apostolic legate, and the clergy of the diocese of Canter-
bury, asking them to preach the crusade and promising material and spiritual
benefits for those who were going to fight against the Muslims in the Holy
Land.108 Furthermore, Hubert Walter was asked as legatus natus to deal with
the many crusaders who had taken the cross before the Third Crusade and

103
  Councils and Synods, 179, pp. 1041-1042; Rogerius de Hoveden, Chronica, p. 237.
See also Cheney, Hubert Walter, pp. 91-92.
104
  Gillingham, Richard I, pp. 269-273.
105
  Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, II, p.  417. See also
Radulphus de Diceto, Opera Historica, p.  114; Rogerius de Hoveden, Chronica,
pp. 240-244 and Cheney, Hubert Walter, pp. 91-93.
106
  Cheney, Hubert Walter, p. 120.
107
  Radulphus de Diceto, Opera Historica, pp.  125-127; Rogerius de Hoveden,
Chronica, pp.  290-293. See also Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, p.  529.
Soon after he received the legatine commission between 14-15 June 1195, Hubert Walter
celebrated a legatine council at York: Councils and Synods, n. 180, pp. 1042-1052; Cheney,
Hubert Walter, pp. 120-121.
108
  Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, n. 17270; Radulphus de Diceto, Opera
Historica, pp. 132-135. Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, pp. 445-
455, mentions the difficulties of the Christians in the Holy Land, but he does not record
Hubert Walter’s involvment in the organization of a new crusade.
Papal legates and their preaching 237

never fulfilled their vows.109 Indeed, Cheney maintains that in 1190 another
papal legate, John of Anagni, had granted commutations of crusading vows,
empowering Archbishop Baldwin of Canterbury to absolve the elderly and
the poor from their journey to the Holy Land.110 On 12 January 1196 Celes-
tine III, therefore, ordered Hubert Walter to conduct an enquiry concerning
those who had taken the vow in 1187. Accordingly, the legate was asked to
coerce those who had neglected their vows without any justification to fulfil
them and to commute the vows of those who could not join the crusade
because of illness or lack of financial means.111 The archbishop-legate, the-
refore, dispatched his commissioners and officials, so that they searched in
each parish church of the provinces of Canterbury and York for those guilty
of neglecting their crusading obligations, and he asked for full reports to be
submitted by the end of March 1196. Accordingly, those that had taken the
cross were urged to fulfil their crusading vow by Easter, otherwise they would
be compelled by anathema and excluded from receiving the Eucharist.112
The historiography has so far overlooked the local impact of Hubert Wal-
ter’s legation and the outcomes of his enquiry. Yet, two documents preserved
in Canterbury Cathedral Archives offer a unique insight into the procee-
dings carried out by the archbishop’s commissioners in the province of Can-
terbury in Spring 1196. These documents note down crusaders respectively
from the archdeaconry of Cornwall and in the deanery of Holland in Lin-
colnshire.113 Indeed, contemporary chronicles maintain that in 1188 at the

109
  Cheney, Hubert Walter, pp. 124-125.
110
  Cheney, Hubert Walter, p. 125. See above nt. 90-91.
111
  Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, n. 17307: ‘omnes illos, qui crucem susceperint,
et ad votum explendum propriae suppetant facultates, ad exsequendum, quod gratis vovisse
dicantur, per censuram ecclesiasticam compellat, his vero, quos pro infirmitate corporis
constiterit nullatenus posse in propria persona votum suum prosequi, iniungat, ut unam
personam idoneam, vel plures ultra mare transmittant, in suis expensis per annum vel amplius
iuxta eius arbitrium ibidem moraturas’; Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 317-318.
See also Tyerman, England and the Crusades, pp. 96-97.
112
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 318-319; English Episcopal Acta, edd. Christopher
Robert Cheney, Eric John, London, Oxford University Press, III (1986), n. 426, p. 90.
113
 CCA-DCc-MSSB/A/7 concerns the enquiry in Cornwall and it has been edited in
Historical Manuscripts Commission, Fifth Report, appendix, p.  462, and more
recently in Nicholas I. Orme, Oliver James Padel, Cornwall and the Third Crusade,
in «Journal of the Royal Institution of Cornwall», n.s. (2005), pp.  71-77. CCA-DCc
ChChLet/II/227 deals with the enquiry in Lincolnshire and has been transcribed in
Historical Manuscripts Commission, Report on Manuscripts in Various Collections,
I, n. 227, pp.  235-236. Tyerman, England and the Crusades, pp.  170-172, mentions this
238 Barbara Bombi

council of Geddington many crusaders took the cross, and especially empha-
size the participation from the diocese of Lincoln.114
The first document concerning Cornwall is organized by deanery and
provides the names of forty-four crusaders and occasionally their occupa-
tions. It is likely that these were the names of those who had taken the cross
in 1187 and did not fulfil their vows, although the rubric of the document is
very general on this point: ‘Hec sunt nomina cruce signatorum in archidia-
conatu Cornub(ie)’.115
However, the second document for the deanery of Holland in Lincoln-
shire not only lists the name of thirty-three crusaders, but it also refers to
their personal circumstances and, in some cases, to the reasons that did not
allow them to fulfil their crusading vows. Similarly, the majority of the crusa-
ders gave details concerning their age and marital status, they declared if they
had children and they made a statement concerning their financial means.
The latter is undoubtedly a summary of the records collected by Hubert
Walter’s commissioners during their interrogations. Three references in this
document give definitive evidence for the date of its compilation. Firstly,
a crusader called Johannes Buchart recalls that he first took the cross and
began his journey to the Holy Land at the time of Willelmus rex Apulie, who
can be identified with William II the Good, king of Sicily, who died on 18
November 1189.116 Interestingly, William of Newburgh mentions the death
of William the Good in his chronicle, emphasizing how it represented a mas-
sive set-back for the English crusaders, especially as it resulted in a struggle
for the succession to the crown of Sicily.117 Similarly, six crusaders further
declare that they took the cross between 1186 and 1194, confirming that the

document as evidence for understanding recruitment strategies and the social background of
the crusaders. Conversely, Cheney, Hubert Walter, pp. 131-132, suggests that the document
may have been compiled in 1202. These documents are also briefly mentioned in Brundage,
Medieval Canon law, pp.  130-131, who however does not comment on their relation to
Hubert Walter’s legation in 1197.
114
  Gervasius Cantuariensis, Opera Historica, p. 410: ‘Sumpsit autem crucem Johannes
episcopus Norwicensis et episcopus Lincolnensis et populus multus’. See also Rogerius de
Hoveden, Gesta, p. 33, and Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, I,
p. 275: ‘multitudo copiosa clericorum et militum burgensium et rusticorum, regis et nobilium
in cunctis Anglie finibus sequi curavit exemplum’.
115
 CCA-DCc-MSSB/A/7; Orme, Padel, Cornwall and the Third Crusade, pp. 71-77. See
below, Appendix 1.
116
 CCA-DCc ChChLet/II/227. See below, Appendix 2.
117
  Guillelmus Neubrigensis, Historia rerum Anglicarum, I, pp. 285-286.
Papal legates and their preaching 239

document was compiled in 1196 and it represents a census of those who


promised to go on crusade after the fall of Jerusalem and did not actually
fulfil their vow.118
While the document does not provide any clear information on whether
ten of the listed crusaders did actually go to the Holy Land, only four of the
remaining crusaders claimed to have fulfilled their vow.119 The document
further sheds light on how the enquiry was conducted on the remaining
nineteen crusaders who had not gone to the Holy Land. The crusaders were
in fact all interviewed and made declarations concerning the circumstances
under which they took the vow, whether they had attempted to reach the
Holy Land or not, and explained why they had been unable to complete
their journey. Five of the crusaders claimed to have left for the crusade, but
they had been forced to come back, while three of them gave full explana-
tions for their failure. Hubertus filius Widonis argued that, after taking the
cross in about 1191, he was mugged during his journey in northern Italy
(in Longobardia), so he had to return and did not have the financial means
to undertake the expedition once more.120 Accordingly, both Johannes
Buchart and Andreas clericus maintained that they had taken the cross in
about 1186 but they could not complete their journey because of the dif-
ficulties of crossing to the Holy Land in about 1186-1187, at the time of
the fall of Jerusalem. Therefore they both declared that they had asked for a
papal dispensation. Johannes Buchart, who took his witnesses, argued that
he had received a papal rescript dispensing him from going on crusade until
he could afford to do so, but he was now too old and poor to fulfil his vow.
Andreas clericus similarly claimed that, although the pope had allowed him
to return to England until he could once more afford to undertake the jour-
ney, he did not currently have the financial means to go on crusade; indeed

118
 CCA-DCc ChChLet/II/227; see below, Appendix 2. These six witnesses are Andreas
clericus, Hugo filius Widonis and Ulf poucer, who took the cross ten years before the enquiry;
Rogerius Haranc, who took the cross eight year before the enquiry; Hubertus filius Widonis,
who took the cross five years earlier; Huskarl’ Gove, who took the cross two years earlier.
119
 See below, Appendix 2, does not specify whether the following people went to the Holy
Land: Benedictus de Cibecei, Girardus filius Gudred, Willelmus pelliparius, Rodbertus le poter,
Rodbertus le macecrer, Willelmus de Kirkebi. One crusader certainly went: Ludo filius Aslac
ivit.
120
 See below, Appendix 2. Rodbertus filius Brummanni and Lambertus filius Eltruth did not
explain why they did not complete their journey.
240 Barbara Bombi

he maintained that before 1187 he had already been to the Holy Land on
behalf of another crusader who had been granted commutation of his vow.121
Similarly, the majority of the remaining crusaders who had not left for
the Holy Land argued that they could not undertake their journey because
they lacked financial means or were too old. Interestingly, Hubert Walter’s
commissioners assessed the means of each individual making a clear distinc-
tion between those who were very poor, such as Willelmus pistor defined as
pauperrimus mendicus, and those that did not have sufficient money to go to
the Holy Land but could not be classified as poor, such as Tomas de Holflet.122
Accordingly, the legate’s commissioners carefully considered each individual
case balancing out the age of the crusader against his personal circumstances,
such as number of children and marital status. For instance, the Johannes
Buchart mentioned above was regarded as unfit for the crusade since he was
poor, he had many children and was quite old, while Alexander vinitarius
was deemed young enough for the expedition, although he was poor and
had two children.123 Finally, the legate’s commissioners compelled Rogerus
Stoile to go on crusade as he was young and did not declare any other impedi-
ment.124 The evidence gathered by the commissioners along with the confir-
mation provided by the defendant’s witnesses was undoubtedly crucial in
deciding on the outcomes for those that were under investigation. Indeed,
as already pointed out, Johannes Buchart argued that he had received a papal
dispensation on the basis of the evidence provided by his witnesses, while
Ricardus filius Turstini and Willelmus filius Swift’s claims were questioned
because they lacked proper witnesses (nullum habens testimonium).125 On
the contrary, Walterus faber and Iohannes le Borne’s statements were believed

121
 See below, Appendix 2.
122
 See below, Appendix 2, classifies as poor to various degrees: Rodbertus filius Brumani,
Lambertus filius Eltruth, Johannes Buchart, Iohannes le Borne, Ricardus filius Turstini,
Aluredus Dultremer, Willelmus filius Swift, Tomas de Holflet, Hugo filius Gimeri, Helias filius
Hervi, Andreas clericus, Hubertus filius Widonis, Hugo filius Widonis, Huskarl’ Gove, Rogerius
Haranc, Ulf poucer, Alexander vinitarius, Willelmus Cuping, Willelmus fossator, Willelmus
pistor.
123
 See below, Appendix 2, two other crusaders are classified as young: Huskarl’ Gove and
Rogerius Haranc.
124
 See below, Appendix 2. Moreover, Willelmus Cuping is said to have four children, to be
poor and quite old, while Willelmus Pistor is said to be very old, married with two children
and very poor.
125
 See below, Appendix 2. Moreover, Iohannes le Borne proved his lack of financial means
thanks to his witnesses.
Papal legates and their preaching 241

because they were able to provide sufficient proof.126 Interestingly, contra-


dictory evidence created a lot of trouble for one crusader named Rogerius
Hazanc: while the parish priest and his neighbours witnessed that he had
taken the cross in about 1188-1189, Rogerius maintained that he had not
vowed to go on crusade and indeed argued that he could not leave since he
was married with seven children and was very poor, although still young.127
Arguably, despite the efforts of the papal legate Hubert Walter and his
commissioners to secure recruitment and funding for the crusaders, remar-
kably evidenced thanks to the two documents preserved in Canterbury
Cathedral Archives, the call for a new crusade to the Holy Land in 1196 did
not achieve any concrete outcome from England. Indeed, Emperor Henry VI,
who had committed to lead the crusade in 1195, died in 1197 before he could
leave for the Holy Land and the campaign mainly resulted in an expedition
of German crusaders.128 As Christopher Tyerman has argued, after the end of
Third Crusade in 1192 English participation in crusading declined and there
was no widespread English participation in the defence of the Holy Land
until the Fifth Crusade. The political turmoil in England between the end
of the twelfth century and the beginning of the thirteenth centuries further
exacerbated this situation, which was characterized by the collapse of Ange-
vin domination in northern France between 1193 and 1204 and the struggle
between King John and Pope Innocent III between 1208 and 1213.129

Innocent III and the organization of the Fourth Crusade

When Celestine III died on 8 January 1198, his successor Innocent III


did not renew Hubert Walter’s legatine commission.130 In August 1198 the
pope wrote to the archbishops of Canterbury and York and to the clergy and

126
 See below, Appendix 2.
127
 See below, Appendix 2.
128
  Pietro Zerbi, Papato, Impero e ‘Respublica Christiana’ dal 1187 al 1198, Milano, Vita e
pensiero, 1955 (Pubblicazioni dell’Università Cattolica del S. Cuore. N.S., 55), pp. 150-167;
Peter W. Edbury, Celestine III, the Crusade and the Latin East, in Pope Celestine III (1191-
1198). Diplomat and Pastor, edd. John Doran, Damian J. Smith, Aldershot-Burlington,
Ashgate, 2008 (Church, faith and culture in the Medieval West), pp. 131-136.
129
  Tyerman, England and the Crusades, pp. 84-85; 95-96. See also Christopher Robert
Cheney, Pope Innocent  III and England, Stuttgart, A. Hiersemann, 1976 (Päpste und
Papsttum, 9), pp. 257-259.
130
  Cheney, Hubert Walter, pp. 122-123.
242 Barbara Bombi

people in their dioceses, promoting the organization of a new crusade and


asking for financial support and men. Innocent III further announced the
mission of the legate a latere, Peter of Capua, cardinal deacon of Santa Maria
in Via Lata, who had been delegated to mediate a truce between England
and France in preparation for the crusade.131 Innocent  III gave Peter of
Capua the faculty of compelling by ecclesiastical censure any English prelate
and clerk who was not supporting the negotiations between England and
France and threatened King Richard with interdict over England, if peace
was not agreed.132 In Maleczek’s opinion the decision to dispatch to France
Peter of Capua, who had also been appointed legate a latere for the crusade
along with Soffredus, cardinal priest of Santa Prassede, shows that the pope
considered the preaching of the crusade beyond the Alps and the peace of
England and France crucial for the organization of the Fourth Crusade.133
Indeed, as Maleczek put it, after his arrival in France in late 1198, Peter of
Capua dealt with four major issues: firstly, the peace between England and
France; secondly, the divorce between Philip Augustus and Queen Ingeborg
of Denmark; thirdly, the organization of crusade preaching in France; and
finally, the arbitration of lawsuits in both France and England falling under
ecclesiastical jurisdiction.134 Three contemporary sources account for Peter’s
involvement in the Anglo-French peace-negotiations in January 1199: the
Chronica of the royal clerk Roger of Howden, compiled between 1192 and
1201; the Histoire de Guillaume le Maréchal, written between 1226 and
1229 by a certain John, close to William Marshall, one of King Richard’s
magnates; and the monastic chronicler Roger of Wendover, who finished his
Flores historiarum by 1236.135 Interestingly, both the Histoire and Roger of

131
  The Letters of Pope Innocent III (1198-1216) concerning England and Wales. A calendar with
an appendix of texts, edd. Christopher Robert Cheney, Mary G. Cheney, Oxford, Clarendon
Press, 1967, n. 38-39, 41, pp. 8-9; Die Register Innocenz’ III., edd. Othmar Hageneder, Anton
Haidacher, Graz – Köln, Bohlau, 1964 (Publikationen der Abteilung für historische Studien
des Österreichischen Kulturinstituts in Rom. Abteilung 2, Quellen. Reihe 1), I/1, n. 336,
pp. 498-505; n. 345, pp. 515-517. See also, Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 70-75.
132
  The Letters of Pope Innocent III, nn. 42-44, p. 9; Die Register Innocenz’ III., I/1, n. 346,
p. 517; 355, pp. 530-532; Maleczek, Pietro Capuano, p. 78.
133
  Maleczek, Pietro Capuano, pp. 77-78; Tillmann, Die päpstlichen Legaten, pp. 88-89;
Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 117-124.
134
  Maleczek, Pietro Capuano, pp. 78-101. On the role of the legate in the divorce between
Philip and Ingeborg see Radulphus de Diceto, Opera Historica, p. 167.
135
  Rogerius de Hoveden, Chronica, 51/4; L’Histoire de Guillaume le Maréchal, comte
de Striguil et de Pembroke, régent d’Angleterre de 1216 a 1219: poème francais, ed. Paul Meyer,
Papal legates and their preaching 243

Wendover maintain that the legate’s mission had been initially prompted by
the requests of Philip Augustus, king of France, who had sent his envoys to
Rome.136 On 13 January 1199 Peter of Capua, who had met Philip Augus-
tus in Paris, managed to organize a first meeting between Richard I and the
French king on the French-Norman border between Vernon and Le Goulet.
A second meeting took place a few days later and on this occasion Peter per-
suaded the English and French kings to come to terms and to agree a five-
years’ truce that could enable Anglo-French participation in the crusade.137
The second meeting between the two kings is vividly described in the His-
toire, where the cardinal’s personality and the difficulties of the negotiations
are sketched out, whereas neither Roger of Howden nor Roger of Wendo-
ver devote many words to Peter, merely mentioning his successful media-
tion.138 In particular, the author of the Histoire emphasizes how the legate
persuaded Richard to agree the truce, mentioning the difficulties of the Holy
Land and the stringent necessity of recovering Jerusalem, while he under-
lines how the negotiations nearly came to a halt when Peter of Capua also
tried to obtain the liberation of the bishop of Beauvais, captured by Richard
in 1197.139 However, as Roger of Howden points out, the truce between
Richard and Philip was immediately broken owing to the French attempt
to build a new fortress between Boutavant and Gaillon, and Peter had to
start new negotiations, while John, Count of Mortain, swore his support to
Philip against Richard, exacerbating the tone of the Anglo-French dispute.140
It was, therefore, only after Richard’s death on 6 April 1199 that the legate
could carry out a new arbitration between the parties, although the struggle

3 voll., Paris, Librairie Renouard, 1891-1901; Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur
Flores Historiarum, 84/1. On the dating of the Histoire see David Crouch, William
Marshall. Court, Career and chivalry in the Angevin Empire, 1147-1219, London – New York,
Longman, 1990 (The Medieval World), pp. 1-2. On Roger of Wendover see David Corner,
in Oxford Dictionary of National Biography, 2004, on-line edition, Wendover, Roger of.
136
  Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum, pp. 280-281; L’Histoire
de Guillaume le Maréchal, ll, 11344-11404, pp. 44-46.
137
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 79-80.
138
  Maleczek, Pietro Capuano, pp.  81-84. See also Rogerius de Hoveden, Chronica,
p.  80; Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum, pp.  281-282;
L’Histoire de Guillaume le Maréchal, ll, 11408-11622, pp. 46-54.
139
  L’Histoire de Guillaume le Maréchal, ll, 11408-11724, pp. 46-57.
140
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 80-81; Maleczek, Pietro Capuano, pp. 83-84.
244 Barbara Bombi

for the succession to the English Crown made his work very challenging.141
Maleczek maintains that the cardinal legate initially met John in Normandy
between 20 and 21 April 1199 and, after lengthy negotiations, achieved a
truce between the parties at the end of October 1199. The latter represented
a draft of the peace of Le Goulet, which was ratified on 22 May 1200 before
the new legate a latere dispatched to France, Octavian, cardinal deacon of
SS. Sergio e Bacco. The treaty sanctioned the marriage between Louis, heir
to the French throne, and John’s niece as well as the English restitution of
the county of Évreux and the fiefs of Berry and Alverne to the French king.142
When assessing how successful Peter’s legatine mission to France had
been as far as the organization of the crusade was concerned, Maleczek
emphasizes that the peace of Le Goulet represented a satisfactory military
and political compromise, although it never moved forward the organiza-
tion of the crusade and did not boost French and English participation.143
Accordingly, it is not easy to measure the extent to which the legate’s
efforts contributed to the preaching of the crusade in the Anglo-Norman
­territories.144 As Cole put it:
Although preaching was part of Innocent’s mandate to the two cardinal
legates, Soffredus and Peter, there is little evidence to suggest that it was ever
carried out. Instead, provincial and diocesan preaching seems, for the most
part, to have been the norm and to have superseded the great preaching tours
which marked the recruiting process of the first three crusades.145

141
  Maleczek, Pietro Capuano, p.  84. See also Die Register Innocenz’ III., edd. Othmar
Hageneder, Werner Maleczek, Alfred A. Strnad, Rom – Wien, Verlag der Österreichischen
Akademie der Wissenschaften, 1979 (Publikationen des Österreichischen Kulturinstituts in
Rom. Abteilung 2, Quellen. Reihe 1), II/1, n. 23, pp. 31-32; n. 24-25, pp. 33-35; The Letters
of Pope Innocent III, n. 94, p. 17; n. 97-98, p. 18.
142
  Maleczek, Pietro Capuano, pp.  84-86. See also Rogerius de Hoveden, Chronica,
pp. 87-90, 97-99, 106-107. Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum,
pp. 281-282, also recalls how in June 1199 Peter of Capua launched an interdict on France
since some French nobles had imprisoned the bishop of Cambrai, while he treathened an
interdict against England because John had not freed the bishop of Beauvais. On the latter
point, see also Maleczek, Pietro Capuano, pp. 85-86.
143
  Maleczek, Pietro Capuano, p. 86.
144
  Maleczek, Pietro Capuano, pp. 87-89, underlines how Peter of Capua relied on Fulk of
Neuilly for the organization of the crusade preaching in France and suggests that the legate
may have taken part to the tournament of Écry in late November 1199, where Theobald of
Champagne and Louis of Blois took the cross.
145
  Cole, The Preaching , p. 84.
Papal legates and their preaching 245

Accordingly, in Cole’s opinion the delegation of preaching to local ordi-


naries favoured a more focused approach in each region, helped to overcome
language barriers and allowed the avoidance of lengthy jurisdictional dis-
putes with local prelates.
Yet, as Cheney argued, the response to Innocent III’s crusading appeal
in 1198 was thin and ‘neither the civil nor the ecclesiastical authorities seem
to have given any direction or encouragement’.146 Cheney also maintained
that the evidence for the involvement of local ordinaries in crusade prea-
ching is overall scarce and only two of the extant seventy-five papal letters
addressed by Innocent III to Hubert Walter deal with the organization of
the crusade.147 Interestingly, these two extant papal letters entered decre-
tal collections and are replies to the archbishop’s petitions concerning the
commutation of vows.148 In the late summer of 1200, Hubert Walter firstly
sent Innocent III six consultations about those crusaders who could not ful-
fil their vow because of age or lack of financial means. The pope answered
the archbishop’s requests in the mandate Quod super his and decreed that
enquiries should be carried out locally, notwithstanding any dispensation
given to individual crusaders by his predecessors. Innocent III made a clear
distinction between the weak and poor who could not pay for their jour-
ney and those who were either noble or could support themselves during the
crusade through their professional skills. Furthermore, the pope differentia-
ted between those who suffered a permanent impediment and those who
had a temporary one, also mentioning the situation of those women who
wished to accompany their husbands. Innocent III’s reply focused on three
legal points: firstly, the pope called for careful discrimination when asses-
sing each individual case (diligens est discretio adhibenda); secondly, the pope
decreed that only religious and reliable men (viri religiosi et providi) should
be allowed to grant dispensations and commutations of vows; finally, Inno-
cent III ordered a careful examination of those letters of dispensation with
dubious seals exhibited by those who came back from the Apostolic See and
he asked that the evidence was checked locally by means of witnesses before
the dispensations were executed.149 Once more in May 1201 Innocent  III

146
  Cheney, Hubert Walter, p. 125. See also Cheney, Pope Innocent III, p. 242.
147
  English Episcopal Acta, pp. XXXIX-XL; Cheney, Pope Innocent III, p. 241.
148
  Cheney, Hubert Walter, pp. 126-127. On these decretals see also Brundage, Medieval
canon law, pp. 77-78.
149
  The Letters of Pope Innocent III, n. 261, p. 43; X 3.34.8. See also Cheney, Hubert Walter,
pp. 127-129.
246 Barbara Bombi

reinforced his instructions asking the English prelates to compel those who
had taken the vow to join the crusade and appointing Hubert Walter as exe-
cutor of his orders. Accordingly, on 24 August 1201 Hubert Walter summo-
ned a council at Westminster, where he asked the prelates of his province to
execute Quod super his and decreed that defaulters should resume the cross
by 11 November 1201.150 The council probably prompted four further clari-
fications concerning some points raised in Quod super his that Hubert Walter
immediately forwarded to the curia. In particular, the archbishop of Canter-
bury and the council questioned the criteria for the selection and the nature
of the appointment of those religious and reliable men (viri religiosi et pro-
vidi) who were allowed to grant dispensations and commutations of vows.
Furthermore, Hubert Walter sought explanations concerning those crusa-
ders who wished to commute their vow in return for a financial contribution
to the defence of the Holy Land and the status of clerics and women during
the crusade. In September 1201, Innocent III replied with a second mandate
Ex multa tuae, in which he responded to each of the archbishop’s questions.
The pope interestingly clarified that both religious men and bishops could
commute crusading vows as far as they had received a special mandate of the
Apostolic See (per apostolicam sedem eis specialiter delegetur).151
It seems likely that the archbishop’s questions concerning the nature and
selection of those delegated to commute crusading vows were prompted by
Innocent  III’s decision not to renew Hubert Walter’s legatine faculties in
1198. Indeed, it could be argued that Walter and the English bishops were
voicing their discontent at the lack of a papal delegated official with ample
faculties in the country. When the pope was initially asked who should com-
mute crusading vows, he replied that it was a prerogative of the Apostolic See
to delegate the faculty of commuting crusading vows through a special man-
date. However, Hubert Walter asked once more for clarifications on whe-
ther this prerogative should be granted both to religious men not trained in
the law (idiote et iuris ignari) as well as bishops who excel others in dignity
(sicut dignitate precellunt, sic et religione debent aliis preeminere). Undeniably,
Hubert Walter and Innocent III disagreed significantly on who should be
given legatine faculties: while, in line with his predecessors, the archbishop
of Canterbury stressed that those faculties belonged to the local ordinary by
virtue of episcopal dignity, the pope maintained that these faculties were a

  Rogerius de Hoveden, Chronica, p. 173; Cheney, Hubert Walter, p. 126.


150

  The Letters of Pope Innocent III, n. 350, pp .57-58; X 3.34.9. See also Cheney, Hubert
151

Walter, pp. 129-130; Cheney, Pope Innocent III, pp. 248-256.


Papal legates and their preaching 247

prerogative of the Apostolic See who could delegate them to whoever was
suitable for the job despite his status. In other words, Innocent III claimed
his right to appoint semi-permanent legates in England through a special
mandate rather than having to acknowledge the faculties of the archbishop
of Canterbury as a legatus natus by virtue of his office, especially considering
the unfavourable reputation of Hubert Walter at the papal curia between
1198 and 1201.152 As Finucane has highlighted, this was by no means an
isolated example and we can find other similar instances during Innocent
III’s pontificate that were also mentioned in thirteenth-century canon law
commentaries in relation to the issue of semi-permanent legates.153 Conver-
sely, in Cheney’s words, Innocent III’s mandates ‘show the extent to which
the pope depended on the archbishop’ in matters relating to the crusade and
the crusaders.154 The latter statement can be further supported in light of
the two testimonials from 1196 surviving in Canterbury Cathedral Archives
which illustrate how local enquiries on unfulfilled crusade vows ought to be
conducted with the collaboration of the diocesan clergy. Interestingly, both
papal mandates decreed a careful examination of each individual case in
line with the evidence provided through the enquiry conducted by Hubert
Walter’s officials in the diocese of Lincoln in 1196, when the suitability of
each crusader was assessed against his personal circumstances. Accordingly,
both decretals question the defendants’ evidence which had to be suppor-
ted through local enquiries, witnesses and written evidence. In 1196 Hubert
Walter’s commissioners had similarly addressed the latter issue in their Lin-
coln investigation, when they asked each crusader to provide written and/
or verbal evidence of their circumstances, especially in those cases where the
defendants claimed to have received papal dispensations, also mentioned as
problematic in Ex multa tuae.155
Arguably, Innocent  III did not only make use of delegated religious
and reliable men when it came to commuting crusading vows, but he also

152
  Cheney, Hubert Walter, pp. 122-130, maintains that Hubert Walter’s involvement in a
number of lawsuits at the papal curia between 1198 and 1201 affected his reputation and
emphasises that this may have been the reason why Innocent III did not renew his legatine
faculties.
153
  Figueira, The classification of Medieval Papal Legates, pp. 224-227.
154
  Cheney, Hubert Walter, p. 130.
155
 See Appendix 2. See above, nt. 119-127.
248 Barbara Bombi

employed them to preach the crusade.156 As mentioned above, on 13 August


1198 in his mandates sent to the archbishops of York and Canterbury, Inno-
cent III announced that Gilbert, prior of Thurgarton, and Master Vacarius
had been deputed to preach the crusade in the diocese of York with the aid of
one Templar and one Hospitaller.157 So far, the historiography has however
focused on the criteria for selecting these preachers and the contents of their
preaching rather than on the nature of their appointment.158 In Penny Cole’s
opinion Innocent III’s choices undoubtedly departed from the tradition
set up by his predecessors. The pope appointed either renowned preachers
of a considerable age, such as Vacarius and Joachim of Fiore, or individuals,
such as Fulk of Neuilly, who were associated with the Parisian theological
tradition.159 Yet, in accordance with the evidence provided in the chronicle
of Godfrey Villehardouin, Werner Maleczek has convincingly identified a
connection between the legatine faculties of Peter of Capua, who was res-
ponsible for coordinating the crusading preaching in France in 1198-1199,
and Fulk’s preaching.160 Accordingly, when in November 1198 Innocent III
appointed Fulk of Neuilly to preach the crusade in France, he mentioned
his legate Peter of Capua, who had been dispatched to the country ad hoc
officium exequendum specialiter.161 Roger of Howden further describes Fulk’s
preaching in the Anglo-Norman territories in 1198, evoking his impudence

156
  On the use of the expression viri probi et idonei in Innocent III’s letters see Michele
Maccarrone, ‘Cura animarum’ e ‘parochialis sacerdos’ nelle costituzioni del IV concilio
lateranense (1215). Applicazioni in Italia nel sec. XIII, in Nuovi studi su Innocenzo  III, ed.
Roberto Lambertini, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1995 (Nuovi studi
storici, 25), pp. 271-368; Michele Maccarrone, I papi e gli inizi della cristianizzazione
della Livonia, in Nuovi studi su Innocenzo  III, pp.  421-419; Barbara Bombi, Novella
plantatio fidei. Missione e crociata nel nord Europa tra la fine del XII e i primi decenni del
XIII secolo, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 2007 (Nuovi studi storici, 74),
pp. 220-267.
157
  The Letters of Pope Innocent III, n. 38-39, 41, pp. 8-9; Die Register Innocenz’ III., I/1, n. 336,
pp. 498-505; n. 345, pp. 515-517. See also Cole, The Preaching , p. 85.
158
  Tyerman, England and the Crusades, pp.  160-167; Cole, The Preaching, pp.  80-97;
Helmut Roscher, Papst Innocenz  III. und die Kreuzzüge, Göttingen, Vandenhoeck &
Ruprecht, 1969 (Forschungen zur Kirchen- und Dogmengeschichte, 21), p. 66.
159
  Cole, The Preaching , pp. 85-97. See also christian grasso, Ars praedicandi e crociata
nella predicazione dei magistri parigini, in Come l'orco della fiaba: Studi per Franco Cardini, ed.
Marina Montesano, Firenze, 2010, pp. 141-150.
160
  Maleczek, Pietro Capuano, pp. 87-89.
161
  Die Register Innocenz’ III., I/1, n. 398, p. 597. See also Cheney, Hubert Walter, p. 126.
Papal legates and their preaching 249

in accusing King Richard I of cupidity, luxury and arrogance.162 Along with


Fulk, Roger of Howden also mentions the activity of three other preachers
based in Normandy in 1198: master Peter of Roissy; master Robert; and Eus-
tace, abbot of the Benedictine monastery of Saint-Germer-de-Fly.163 Roger
of Howden mainly detailed Eustace’s preaching, which initially took place
in Normandy and later twice included England in 1200 and 1201. In 1200
Eustace largely preached in Kent and London, performing miracles at Wye
and Romney and giving alms to the poor, which, in Roger of Howden’s
words, triggered some local resistance to his mission, forcing him to return
to Normandy.164 Roger of Howden maintains that when Eustace returned
to England in the second half of 1201, he claimed to have received a man-
date to preach the crusade from Heaven. Roger Howden describes at length
the vivid tones of his evangelical preaching in Yorkshire and Lincolnshire,
where he collected money for the crusade and performed several miracles.
However, while Howden dismisses the effects of Eustace’s preaching as tran-
sient, since many took the cross but refused to leave for Holy Land fearing
a horrible death, Roger of Wendover is more positive and highlights how
many took a crusading vow when they saw the letter sent to Eustace from
Heaven.165
Christopher Cheney maintained that Eustace’s preaching ‘seems to have
been armed with no direct authority from Rome’ or from the papal commis-
sioners in the north of England.166 However, we ought to emphasise that Eus-
tace’s activity in England singularly coincided with the organized attempt of
Innocent  III to coordinate the crusading efforts across the Channel, after
the return of Peter of Capua to the papal curia at the beginning of 1200. As
Maleczek pointed out, by April 1200 Master Philip had crossed the Channel
and was occupied in fundraising for the Holy Land, while John of Salerno,
cardinal priest of Santo Stefano in Celio Monte, came to England in the
summer of 1201.167 Although Master Philip and John of Salerno’s legatine

162
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 76-77. See also Cole, The Preaching, pp. 90-91.
163
  Rogerius de Hoveden, Chronica, p. 76. See also Cole, The Preaching, pp. 88-89.
164
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 123-124.
165
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 167-172; Rogerius de Wendover, Liber qui
dicitur Flores Historiarum, pp. 297-298.
166
  Cheney, Pope Innocent III, p. 241.
167
  Tillmann, Die päpstlichen Legaten, p.  90; Maleczek, Papst und Kardinalskolleg,
pp. 107-109. Lunt, Financial relations, pp. 241-242, initially dated Master Philip’s mission
to England between April 1201 and June 1206. However, Christopher Robert Cheney,
Master Philip the Notary and the Fortieth of 1199, in «English Historical Review», LXIII
250 Barbara Bombi

mandates do not survive, we can assume from their activity that their mis-
sion was concerned with the organization of the crusade in three respects:
firstly, the coordination of the preaching activity of wandering preachers
such as Eustace of Saint-Germer-de-Fly, whose work has been mentioned
above; secondly, the collection of funding for the Holy Land; and finally, the
control over the activity of the local ordinaries and clergy, who were promo-
ting the campaign locally.
The historiography agrees on the weakness of the provisions set in place
by Innocent III to fundraise for the crusade.168 In his mandate Graves orienta-
lis ecclesie, dated 25 December 1199, Innocent III had initially delegated the
collection for the Holy Land to his legates a latere Peter of Capua and Soffre-
dus of Santa Prassede, levying a tax of one fortieth of clerical revenues in all
Christendom.169 However, the sanctions for those who refused to contribute
were only spiritual and it was left to the local ordinaries, appointed as execu-
tors of the papal mandate, to collect the money and transfer it to the Apos-
tolic See.170 As Cheney put it, when he arrived in England on 24 April 1200,
Master Philip, domini pape nuncius et notarius, obtained a letter of recom-
mendation of King John addressed to the English prelates along with an
annual pension of 300 silver marks from the Exchequer.171 As Roger Howden
further suggests, after the agreement between England and France was made
at Le Goulet in May 1200, King John also imposed the fortieth for the Holy
Land on the laity, appointing his justiciar Geoffrey Fitz Peter, Earl of Essex,
to oversee the levy, while Templars and Hospitallers were deemed responsible
for transferring the money to the Holy Land.172 Master Philip’s faculties seem

(1948), pp.  342-351, convincingly argued that Master Philip had left England by August
1202.
168
  Lunt, Financial relations, pp. 240-242; Cheney, Pope Innocent III, pp. 243, 246.
169
  The Letters of Pope Innocent III, n. 171, 172, 173, p. 30.
170
  The Letters of Pope Innocent III, n. 180-181, pp. 31-32. See also Cheney, Pope Innocent III,
p. 243; Id., Hubert Walter, p. 126.
171
  Rotuli chartarum in Turri Londiniensi asservati, ed. Thomas Duffus Hardy, London, G.
Eyre and A. Spottiswoode, 1837, I/1, p. 61b. See Cheney, Master Philip, p. 343; Cheney,
Pope Innocent III, p. 243, n. 24. Gerald of Wales (Giraldus Cambrensis, Opera, ed. John S.
Brewer, Rolls Series 21/III (1863), p. 179) refers to Philip as curie subdiaconus.
172
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 185-189. The collection of the fortieth is also
recorded by Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores Historiarum, 84/1, p. 312.
See also Cheney, Pope Innocent  III, pp.  246-247; Tyerman, England and the Crusades,
pp. 168-169. Lunt, Financial relations, p. 242, suggests that some accounts of the fortieth
collected by the royal officials are found in the valuation of Norwich: The Valuation of
Norwich, ed. William Edward Lunt, Oxford, Clarendon Press,1926, pp. 12-13.
Papal legates and their preaching 251

to have been mainly concerned with the enforcement of the execution of


the papal mandate within the kingdom, especially against those ecclesiasti-
cal institutions which claimed exemption from local ordinaries, such as the
monastery of Malmesbury in the diocese of Salisbury, to whom Philip wrote
while in England.173 Furthermore, Master Philip may have solicited gifts to
the pope, but it is not clear whether he was responsible for sending the money
to the curia. Yet, as Cheney emphasised, most of the money collected for
the Holy Land was kept by local ordinaries and was sent to the papal curia
only after the crusade.174 Accordingly, the accusations of dishonesty moved
against Master Philip by the contemporary chroniclers Ralph of Diceto and
Gerald of Wales seem to reflect the actual concern of Innocent III who wrote
in August 1202 to Hubert Walter about some complaints concerning the
papal envoy’s greed. The pope, therefore, asked for local discreet investiga-
tions to be made over Philip’s actions and how much he had received, and his
mandate was executed by the archbishop of Canterbury in October 1202.175
Whether or not Master Philip successfully defended his integrity during the
collection of the fortieth in England, it should be stressed that he was by no
means the only person responsible for the levy. Indeed, Ralph of Cogges-
hall records that from 1198, in accordance with papal mandates, alms-trunks
were set up in each parish church where those that wished to commute their
vows or give alms for the Holy Land could leave their donations.176 Similarly,
Roger of Howden argues that in 1201 during his preaching tour in Yorkshire
Eustace of Saint-Germer-de-Fly helped to set up alms-trunks which had to be
guarded by one or two faithful of the parish.177
Overall, it is likely that Philip’s reputation suffered from the opposi-
tion of local ordinaries and local ecclesiastical institutions to his delegated
faculties, as the case of the monastery of Malmesbury and Hubert Wal-

173
  Registrum Malmesburiense, ed. John Sherren Brewer, Rolls Series 72/I (1879), p.  409.
See also Lunt, Financial relations, pp.  241-242; Cheney, Master Philip, p.  342; Id., Pope
Innocent III, p. 243.
174
  Cheney, Master Philip, pp.  345-350; Id., Hubert Walter, pp.  130-131; Id., Pope
Innocent III, pp. 244-246. See also Radulphus de Diceto, Ymagines historiarum, pp. 168-
169; The same criticism is recorded in Rogerius de Wendover, Liber qui dicitur Flores
Historiarum, p. 312.
175
  English Episcopal Acta, III, n. 574, pp.  227-228. See also Cheney, Master Philip,
pp. 343-345.
176
  Radulphus de Coggeshall, Chronicon Anglicanum, ed. Joseph Stevenson, Rolls
Series 66 (1875), pp. 116-117. See above, nt. 157.
177
  Rogerius de Hoveden, Chronica, pp. 169-170.
252 Barbara Bombi

ter’s unfavourable attitude towards him show. Indeed, Philip was one of
those semi-permanent legates who, in accordance with Ex multa tuae and
­thirteenth-century canon law, the pope appointed by special mandate rather
than by virtue of their office.178 In other words, he was one of those viri pro-
vidi et religiosi who, along with the local ordinaries, Innocent III planned to
use to promote and control crusade preaching and recruitment.
Cheney convincingly maintained that Master Philip had left England
before August 1201, dating his departure in late 1200.179 Meanwhile, in late
August 1201 John of Salerno also arrived in England.180 John of Salerno, car-
dinal priest of Santo Stefano in Celio Monte, had probably been dispatched
as legate a latere to reform the Church in Scotland and Ireland and possibly
to preach the crusade. The historiography has debated the extent of John of
Salerno’s legation, discussing whether or not the legate held any jurisdiction
over England.181 Contemporary evidence however suggests that this was not
the case and both Ralph of Diceto and Roger of Howden in fact maintain that
John’s legation had only jurisdiction over Scotland, Ireland and, in Howden’s
opinion, the Islands in the Irish Sea.182 The timing of John’s mission however
seems crucial to understand his mission across the Channel. According to
Ralph of Diceto, who was dean of St. Paul’s, John of Salerno in fact arrived in
London on 31 August 1201, where his arrival was celebrated with a solemn
procession at St. Paul’s.183 John of Salerno’s presence in London remarkably
coincided with the organization of the crusade in England. Yet, only few days
earlier Hubert Walter had summoned at Westminster a provincial council to
promote the execution of the papal mandate Quod super his, which dealt with

178
  Figueira, The classification of Medieval Papal Legates, pp.  224-227. See above,
nt. 152-155.
179
  Cheney, Master Philip, pp. 344-345.
180
 See above, nt. 167.
181
 Although Heinrich Zimmermann, Die päpstliche Legation in der ersten Hälfte des 13.
Jahrhunderts: vom Regierungsantritt Innocenz’ III. bis zum Tode Gregors IX., (1198-1241),
Paderborn, Ferdinand Schöningh, 1913 (Görres-Gesellschaft zur Pflege der Wissenschaft
im Katholischen Deutschland, 17), pp.  26-27, maintained that John of Salerno was legate
a latere for England, Ireland and Scotland, Tillmann, Maleczek and Ferguson do not agree
with this: Tillmann, Die päpstlichen Legaten, p. 90; Maleczek, Papst und Kardinalskolleg,
p. 108; Paul Craig Ferguson, Medieval papal representatives in Scotland: legates, nuncios
and judges-delegate, 1125-1286, Edinburgh, The Stair Society, 1997 (Stair Society, 45), p. 65.
182
  Radulphus de Diceto, Ymagines historiarum, p 173; Rogerius de Hoveden,
Chronica, p. 174.
183
  Radulphus de Diceto, Ymagines historiarum, p 173.
Papal legates and their preaching 253

the organization of crusade preaching and recruitment, while the council’s


discussion resulted into new consultations that were immediately sent to the
curia and dealt with, probably by late September 1201.184 Accordingly, Roger
of Howden possibly hints at John of Salerno’s fundraising for the crusade,
reproving his thirst for ‘gold and silver’, although his sober dietary habits
did not include consumption of meat, wine and cider.185 John’s next stop on
his way to Scotland was York and once more the timing of the legate’s pre­
sence here is crucial to understand his commitment to the promotion of the
crusade. Although Roger Howden claimed that John of Salerno principally
arbitrated the dispute between Geoffrey, archbishop of York, and the dean
of chapter in late 1201, remarkably the legate’s activity in York coincided
with the second preaching tour of Eustace of Saint-Germer-de-Fly, who was
arguably encouraged to come back to England because of John’s legatine
mission.186 Finally, as Paul Ferguson and, more recently, Brenda Bolton have
argued, once he left England, John of Salerno spent the rest of his legation in
Scotland and Ireland, where between late 1201 and 1202 there is evidence of
his involvement in promoting the crusade, fundraising and recruiting for the
Holy Land and arbitrating ecclesiastical lawsuits.187
The chronology concerning John of Salerno’s journey to Scotland and
Ireland and his return to the continent is debated. While Ferguson argues
that John of Salerno was in Ireland twice, in late 1201-July 1202 and in late
1202-1203, spending a few months in Scotland in between, Watt, Lovatt
and Brenda Bolton maintain that John of Salerno went to Ireland only once
between late 1201 and late 1202 and returned to York by Christmas 1202,
coming back to the curia in mid-1203.188 One piece of evidence, provided

184
 See above, nt. 150 and 151.
185
  Rogerius de Hoveden, Chronica, p. 175: ‘Predictus vero Johannes non manducavit
carnem; vinum et sinceram non bibit, nec aliquid quo inebriari potuit; sed aurum et
argentum sitivit’.
186
 See above, nt. 165. See also Rogerius de Hoveden, Chronica, p.  175; Councils and
Synods, I/2, pp.  1074-1075; English Episcopal Acta, ed. Marie Lovatt, London, Oxford
University Press, XXVII (2004), p. 123.
187
  Ferguson, Medieval papal representatives, pp. 66-71. I am most grateful to Brenda Bolton
who allowed me to read her forthcoming essay John of Salerno. A relatively unknown crusade
preacher. On John’s activity in Ireland see also John Anthony Watt, The Church and the
Two Nations in Medieval Ireland, Cambridge, Cambridge University Press, 1970 (Cambridge
Studies in Medieval Life and Thought. Third Series, 3), pp. 60-64, 226-229.
188
  Ferguson, Medieval papal representatives, pp.  66-68; Watt, The Church and the
Two Nations, p.  229; English Episcopal Acta, XXVII, pp.  34-35; Bolton, John of Salerno,
254 Barbara Bombi

in the White Book of St. Augustine’s Abbey, however, seems to contradict


these arguments and possibly suggests a different chronology. This evidence
is an undated letter sent by John of Salerno, who reached Canterbury on his
way back from his legation, to Innocent III, probably dating from Spring or
early Summer 1202, when the abbey was under the excommunication of the
archdeacon’s officials.189 If John was in Canterbury in Spring or Summer 1202,
as the evidence seems to suggest, his journey would have unfolded as follows:
passing through London and York in the second half of 1201, John of Salerno
went to Scotland in early December 1201, where he celebrated a council at
Perth.190 He then very briefly crossed over to Ireland or more probably remai-
ned in Scotland, arbitrating some lawsuits and remaining for over fifty days at
Melrose Abbey, until Spring 1202 when he moved south to Canterbury.191 He
nevertheless did not leave England, but went to Ireland in late summer 1202,
remaining there for few months.192 At Christmas 1202 he was in York on his
way back from Ireland and reached the curia in the first half of 1203.193
Arguably, the reasons that persuaded the legate to abandon temporarily
his mission in the North in Spring 1202 are to be found in the complaints

forthcoming.
189
  Barbara Bombi, The role of judges delegate in England. The dispute between the archbishops
of Canterbury and St. Augustine’s Abbey in the thirteenth century, in Legati e delegati papali.
Profili, ambiti d’azione e tipologie di intervento nei secoli XII-XIII, edd. Maria Pia Alberzoni,
Claudia Zey, Milano, Vita e pensiero, 2012 (Università. Storia), Appendix 1, p. 253: ‘Sanctitati
vestre significandum duximus quod, cum ab officio legacionis ampia sollecitudine vestra nobis
iniuncto redissemus et per diocesim Cantuariensem transitum fecissemus’. John of Salerno
wrote that when he arrived in Canterbury, the monastery and its properties were seized by
royal officials, as happened in early 1202, while this was not the case in Spring-Summer 1203,
as previously argued. He therefore lifted the excommunication on St. Augustine’s and wrote
to Innocent III. On the dating of this document and its resonance in Sprott’s chronicle see
Bombi, The role of judges delegate, p. 241 nt. 41.
190
  Ferguson, Medieval papal representatives, pp. 66-68.
191
  The evidence that allowed Ferguson, Medieval papal representatives, pp. 66-68, to claim
that John of Salerno went to Ireland twice are the Chronicle of Melrose and the Chronicle of
Lanercost. However, the evidence is quite thin, as the sources only record that John of Salerno
went to Ireland in 1202 without specifying when and how many times: ‘Anno M CC II. …
Johannes de Salerno apostolice sedis legatus profectus in Hyberniam’.
192
  We are sure that John of Salerno was in Ireland between early September 1202 and late
December 1202, as Innocent III received two letters from the legate: Die Register Innocenz’
III., ed. Othmar Hageneder, Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften,
1993 (Publikationen der Historischen Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in Rom.
Abteilung 2, Quellen. Reihe 1), V/1, n. 82 (83), pp. 160-165; n. 157 (158), pp. 305-306.
193
  On his visit to York at Christmas 1202 see English Episcopal Acta, XXVII, n. 29, pp. 31-35.
Papal legates and their preaching 255

on Master Philip’s wrong doings. Yet, as Cheney put it, in 1202 Hubert Wal-
ter received complaints on the papal nuncio’s activity from some monastic
houses in the province of York, while in August 1202 the archbishop of Can-
terbury was prompted by Innocent III to begin his enquiry against Master
Philip’s actions.194. John of Salerno as the legate a latere may, therefore, have
been encouraged to move South by rumours of the investigation concerning
Master Philip, who had by then left England. Only in late Summer 1202,
once the pope had been informed and the enquiry was underway, could
John of Salerno return to Ireland to complete his legatine mission.195 John
of Salerno was back to the curia by mid-1203 and no other legate reached
England before the departure of the crusaders from Venice.196

Conclusion

Overall, the study of the legatine missions sent to the Anglo-Norman


territories between 1095 and 1204 allows us to challenge Christopher Tyer-
man’s argument that the papacy was unsuccessful in organizing and syste-
matically controlling crusade preaching, recruitment and money-collection
in England until the time of the Third Crusade.197 Indeed, as argued above,
William Lunt and Penny Cole reached similar conclusions in their studies
concerning crusade fundraising, the management of crusading vows and
preaching, increasingly overseen by the Apostolic See from the third quarter
twelfth century onwards.198
However, I shall emphasize that already in the late eleventh century ‘semi-
permanent’ legates and legates a latere dispatched to the Anglo-­Norman
territories had been delegated the same faculties in differing degrees.
­
Indeed, evidence has hinted at Jarento’s involvement in crusade fundraising,

194
  Cheney, Innocent  III and England, p.  244; Id., Master Philip, p.  244; Historical
Manuscripts Commission, Report on Manuscripts in Various Collections, I, p. 216.
195
 In his letter to Hubert Walter Innocent III confirms that he had been informed of the
rumours about Master Philip, although he does not disclose his source (English Episcopal Acta,
III, n. 574, p. 227): ‘nostris autem est auribus intimatum quod magister Philippus notarius
noster, dum olim fuisset a nobis in Angliam destinatus, a multis multa recepisse dicitur et
etiam exegisse, que nobis magis cedunt ad dedecus quam ad honorem’.
196
  Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, p. 109, argues that John of Salerno was back to
the curia by the beginning of 1203. However, on 20 February 1203 Innocent III sent him a
mandate concerning the state of the church of Tuam.
197
 See above, nt. 3.
198
 See above, nt. 10.
256 Barbara Bombi

recruiting and possibly preaching between 1095 and 1096, while the poor
Anglo-Norman participation in the Second Crusade can be undoubtedly
understood as a consequence of the political turmoil that characterized the
rule of England between 1139 and 1147-48 rather than unsuccessful papal
attempts to engage the English kingdom in crusading. Arguably, from the
1160s onwards, when political circumstances allowed it, the papacy imple-
mented its efforts to secure Anglo-Norman participation in the defence of
the Holy Land through the dispatch of legatine missions. As argued above,
although the English contribution to crusading during the reign of Henry II
was mainly financial, significant steps forward marked the organization of
crusade preaching and recruitment in the Anglo-Norman territories after
1187, especially thanks to the legatine missions of Henry of Marcy, whose
preaching influenced Peter of Blois and Archbishop Baldwin of Canterbury,
and John of Anagni, who had been delegated to commute crusading vows
and manage crusade recruitment, funding and preaching.
Ultimately, it was the crusade of Richard the Lionheart and the king’s
absence from his territories that prompted the appointment of two legati
nati in England. Between 1190 and 1194, at the time of the Third Crusade,
William of Longchamp, bishop of Ely, acted as chief justiciar and regent of
Richard I and ruled over the English Church as legatus natus and vicar of the
archbishop of Canterbury, while the king and Archbishop Baldwin were in
the Holy Land. Similarly, between 1195 and 1198 Hubert Walter acted as
the king’s regent, while Richard was in Normandy, and apostolic legate with
the faculty of enforcing crusade recruitment in his province. Indeed, over-
looked archival evidence preserved in Canterbury Cathedral Archives sheds
new light on the extent to which Hubert Walter implemented papal control
over crusade recruitment and commutation of vows throughout his province
by virtue of his legatine faculties. In particular, the evidence for the deanery
of Holland in Lincolnshire highlights that from the late twelfth century the
Apostolic See coordinated the efforts to enforce the obligatory nature of cru-
sading vows and to put in place sanctions for defaulters in partibus.
In line with such efforts to control the organization of the crusade in the
localities, at the time of the Fourth Crusade Innocent III resumed the use
of legates a latere in the Anglo-Norman territories, notably Peter of Capua
and John of Salerno, along with the employment of religious and reliable
men (viri religiosi et providi) those, along with the local ordinaries were to
promote and control crusade preaching, fundraising and recruitment, as
Master Philip and Eustace of Saint-Germer-de-Fly tried to do. Indeed, as
Innocent III argued in his two decretals Quod super his and Ex multa tuae,
Papal legates and their preaching 257

sent to England as replies to the consultations of the archbishop of Canter-


bury, Hubert Walter, these reliable and religious men were to be appointed
by special mandate of the Apostolic See and they could be chosen among
those not trained in the law as well as among bishops by virtue of their office.
Arguably, Innocent III’s use of ‘semi-permanent’ legates as well as
legates a latere to the Anglo-Norman territories between 1198 and 1204
evidences a papal attempt to centralize and manage the local organization
of crusading through a careful and ad hoc delegation of papal faculties to
the most suitable candidates, who were chosen because of their individual
abilities, often in defiance of their status and education, and, as it happened
in England, notwithstanding the prerogatives of the local ordinaries. Accor-
dingly, as Brundage and Figueira put it, Innocent III’s efforts helped to shape
a taxonomy of papal legates, which was further defined and elaborated in
thirteenth-­century canon law commentaries.199 As James Brundage put it,
the history of the legal institutions of the crusade ‘is a history of change,
adaptation, and development, closely tied to the changes which were taking
place in other areas of medieval life’.200 All in all, we can confidently argue
that in organizing the Fourth Crusade Innocent III did not ‘invent’ papal
control over preaching, recruitment and fundraising for the Holy Land. On
the contrary, the pope built on a lengthy tradition that had seen a continuous
papal involvement in the organization of the crusade through the employ-
ment of papal legates in the localities from the late eleventh century.

 See above, nt. 10-11.


199

  Brundage, Medieval canon law, p. 196.


200
258 Barbara Bombi

Appendix 1

Testimonial
Record of the inquisition promoted by Hubert Walter, archbishop of Canter-
bury and apostolic legate, concerning those crusaders from the archdeaconry of
Cornwall who took the vow at the time the Third Crusade.
Spring 1196
Canterbury, CCA-DCc-MSSB/A/7
Other editions: Nicholas Orme, O.J. Padel, Cornwall and the Third
Crusade, in «Journal of the Royal Institution of Cornwall», n.s. 2005,
pp. 75-77.
Literature: Historical Manuscripts Commission, Fifth Report, London,
H.M.S.O, 1876, Appendix, p. 462.
Hec sunt nomina cruce signatorum in archidiaconatu Cornub(ie)
§ In decanatu de Penwith: Ronaldus Ruff(us), Rad’ Taler, Lucas de
­Treviel.
§ In decanatu de Piddesire: Paganus de Poddeford, Petrus de Dinesel,
Guillelmus Fla(m)manc‘, Philippus de Penwere, Mauger de Tremur.
§ In decanatu Keriel: Hubertus faber, Wibertus sutor de Helleston,
Robertus de Marisco, Guillelmus capellanus, Gaultierus de Foresta, Rogerius
de Lisard, Thomas de Hellestone, Gilebertus de eadem villa.
§ In decanatu de Westvelessir: Lancardus de Treven, Guillelmus Berri,
Pilia, Robertus Carebert(us), Rogerius de Penbesta, Eustacius, Ricardus de
Lametin, Ricardus filius Milonis, Johannes Gros, Rogerius Ioie.
§ In decanatu de Wike: Turstanus capellanus, Galfridus mercator, Petrus
filius Andree, Ada molendinarius, Ricardus filius Michaelis, Nicholaus
de Mildeton, Rogerius Marescallus, Osbertus filius Aufede, Stephanus
pelliparius, Rogerius de Pastecotte, uxor Porctejoie.
§ In decanatu Poresdessir: Ricardus Pollard(us), Rogerius Russel.
§ In decanatu Trigresir: Hawis de Trevisac, Hosolt Trote de Bomin’,
Rogerius pelliparius, Bricmarus Pecha, Gilebertus Laci.
Papal legates and their preaching 259

Appendix 2

Testimonial
Record of the inquisition promoted by Hubert Walter, archbishop of Canter-
bury and apostolic legate, concerning those crusaders from the archdeaconry of
Holland in Lincolnshire who took the vow at the time the Third Crusade.
Spring 1196 201
Canterbury, CCA-DCc ChChLet/II/227
Other editions: Historical Manuscripts Commission, Report
on Manuscripts in Various Collections, 2 voll., I, London, H.M.S.O, 1901,
pp. 235-236 (which omits some of the text as indicated below, nt. 202).
Note on the verso: ‘Hec sunt nom(ina) cruce signatorum civitate
Lincoln(ensi): Willelmus Mirabelis, Willelmus Ventha, Willelmus filius
Turgis, Philippus Cokelbert’.
Apud Skirbec: Rodbertus filius Brum(m)a(n)ni cruce signatus iam pri-
dem iter arripuerat, sed non peracto rediit; uxoratus est unum habens filium
et ad iter illud perficiendum minus sufficiens.
Item in Skirbec, Lambertus filius Eltruth cruce signatus eo tempore quo
et prefatus Rodbertus iter arripuerat, sed non peracto rediit; uxorem habet,
non prolem; pauperrimus tamen, manu sua victum querens.
Apud Sanctum Botulfu(m): Ludo filius Aslac ivit
Benedictus de Cibecei
Girardus filius Gudred
Willelmus pelliparius
Rodbertus le Poter
Rodbertus le Macecrer
Willelmus de Kirkebi.
Apud Wibertun’: Johannes Buchart ierat versus Ierusalem tempore
Willelmi regis Apulie quo prohibitum fuit passagium magni maris; rediens
relaxatus est ab itinere per dominum papam, reportans rescriptum domini
pape de relaxatione, sicut asserit, inveni eius testimonium perhibentes
quousque posset expedicium illud iter arripere et peragere; uxoratus est,
plures habens liberos et pauperrimus, mediocris quidem etatis.
Apud Kirket: Johannes le Borne uxorem habens et filios, iuvenis etate,
non tamen satis sibi sufficiens ad hoc iter, ut quidam dicunt.

 See above, nt. 116-117118-118.


201
260 Barbara Bombi

Walterus faber uxoratus post crucem acceptam potest iter arripere et


nutum Dei peragere, sicut asserunt.
Apud Algerkirke: Ricardus filius Turnstini uxoratus, V habens liberos,
pauperrimus; asserit se fuisse in terra Ierusalem, nullum habens testimonium.
Apud Fotesdic: Aluredus Dultremer uxoratus, pauperrimus prae pauper-
tate non ivit.
Apud Sutertun: Willelmus filius Swift, uxoratus, habens liberos, pauper,
mediocris etatis, asserit se fuisse in terra Ierusalem nullum tamen habens
­testimonium.
Apud Wiketoft: Tomas de Holflet post crucem acceptam uxoratus, V
habens liberos; non satis sibi sufficit ad hoc iter agendum.
Apud Swineheved: Hugo filius Gimeri post crucem acceptam uxoratus,
V habens liberos, non satis sibi sufficit ad hoc iter agendum.
Apud Biere: Helias filius Hervi uxoratus, VII habens liberos, pauper et
fere mendicus.
Apud Goseberchirche: Andreas clericus uxoratus, duos habens liberos,
cruce signatus ab annis X iter arripuerat sed non peracto rediit, eo s(cilicet)
tempore quo desolata erat terra Ierosolomitana et transfretacio prohibita;
unde consilio domini pape rediit ad uxorem, donec faculitatem haberet
redeundi ad prefatam terram. Tamen, ante iam dictam desolationem prefate
terre, alia vice cruce signatus illud iter arripuerat et bene perficerat. Non satis
sibi sufficit ad hoc iter peragendum.
Apud Surflet: Hubertus filius Wid(onis) cruce signatus a V annis iter
arripuerat, in Longobardia predatus et rediit; vacans est, servit fratri suo nec
satis sibi sufficit ad hoc iter.
Apud Pinchebec: Hugo filius Wid(onis) cruce signatus a X annis, uxorem
habens, non liberos; decrepite etatis est et pauper.
Ulf poucer cruce202 signatus a X annis uxorem habens et duos liberos,
pauper est.
Huskarl’ Gove cruce signatus a duobus annis, uxorem habens, non libe-
ros, pauper est, iuvenis tamen.
Rogerius Haranc 202 cruce signatus ab VIII annis, testante sacerdote qui
eum cruce signavit; et vicini eius hoc asser(un)t, ipse tamen contradic(it)
se crucem accepisse; uxorem habet et VII liberos, pauperrimus est, iuvenis
tamen.

  Omitted in Historical Manuscripts Commission, p. 236.


202
Papal legates and their preaching 261

Apud Spaldinge: Alexander vinitarius uxorem habens et duos liberos,


pauperrimus est, iuvenis est.
Willelmus Cuping uxorem habens et IIII liberos; pauperrimus est,
mediocris tamen etatis
Apud Mulet: Rogerus Stoile iuvenis et expeditus ad hoc iter.
Apud Holebethe: Willelmus fossator sine uxore et liberis, iuvenis, pau-
perrimus tamen.
Apud Geden: Willelmus pistor senex et uxoratus, habens duos liberos,
pauperrimus mendicus.
Legati papali e predicatori della
quinta crociata

Christian Grasso

P
  ium et sanctum propositum è una delle espressioni più significative
utilizzate dal papa Innocenzo III (1198-1216) per rivelare la sua per-
sonale visione della crociata. Non è perciò un caso che queste parole
appaiano all’inizio di una sua lettera che, insieme alla celebre Quia maior
dell’aprile del 1213, è all’origine della più ambiziosa impresa pontificia
volta alla liberazione della Terra Santa. Tale impresa, passata alla storia come
quinta crociata, ha marcato due pontificati, quello di Innocenzo e quello del
suo successore Onorio III (1216-1227).
Sarebbe quasi impossibile ripercorrere i singoli eventi che hanno caratte-
rizzato quest’impresa che si sviluppò, oltre che in un lungo arco di tempo, in
un contesto internazionale che univa l’Occidente e l’Oriente latino. Anche
per tale motivo è sembrato più opportuno, almeno in questa sede, focaliz-
zare l’attenzione alla fase propagandistica della crociata.1 La lettera papale
Pium et sanctum ha, da questo punto di vista, una particolare importanza.
Con questo documento, che accompagnava la vera e propria chiamata alle
armi annunciata dalla Quia maior, Innocenzo III elaborava una nuova stra-
tegia organizzativa fondata sulla certezza che per dare seguito alla spedizione
militare era innanzitutto necessario sensibilizzare gli animi dei fedeli cristiani
alla causa della Terra Santa. Consapevole del suo ruolo di vicarius Christi,
Innocenzo intendeva rafforzare il controllo del Papato sulla spedizione al fine
di risolvere i problemi che fino a quel momento ne avevano compromesso la
realizzazione. Di qui il ricorso allo strumento della rappresentanza conferita
a un preciso gruppo di delegati le cui prerogative giurisdizionali furono gra-
dualmente codificate. La lettera Pium et sanctum non rappresenta nient’altro,

1
  Le due lettere con le quali Innocenzo III inaugurò nell’aprile del 1213 la quinta crociata
sono entrambe edite nella PL, CCXVI (1891) (Quia maior, coll. 817-822  ; Pium et
sanctum, coll. 822-823). Sulla quinta crociata l’opera di riferimento generale resta quella di
James Matthew Powell, Anatomy of a crusade, 1213-1221, Philadelphia, University of
Pennsylvania Press, 19942 (ed. orig. 1986).

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 263-282
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103492
264 Christian Grasso

in fondo, che il conferimento della delega per i predicatori inviati nelle diverse
circoscrizioni ecclesiastiche della Cristianità. L’importanza di questo docu-
mento risiede proprio in questa prassi, fondata sul conferimento di un man-
dato speciale per la predicazione crociata, destinata a imporsi e a perfezionarsi
all’interno di una struttura organizzativa gerarchicamente modellata. Non
che fosse una novità la nomina di predicatori ufficiali da parte del Papato. Lo
stesso Innocenzo III l’aveva già sperimentata in occasione della quarta cro-
ciata.2 Semplicemente, tale nomina veniva adesso applicata su larga scala e si
accompagnava al rafforzamento dell’autorità dei diversi delegati papali per la
crociata, sia dunque di chi vantava il titolo di legato apostolico e sia di chi era
incaricato della sola predicazione.
Qual era l’identità di questi delegati, come agivano sul terreno e come tra
di loro si relazionavano sono da ritenere di conseguenza questioni storiogra-
fiche piuttosto importanti. Nelle pagine che seguono si tenterà di discutere
di tali problematiche proponendo un’analisi delle iniziative condotte dai
rappresentanti dell’autorità pontificia come legati e come predicatori. A tal
fine si compirà una sorta di excursus storico che, attraverso alcuni significativi
esempi, permetterà di ripercorrere sulla longue durée l’evoluzione della predi-
cazione della quinta crociata che, annunciata da Innocenzo III nel 1213 e poi
rilanciata dal IV Concilio Lateranense (1215), si protrasse in qualche modo
fino alla fine del pontificato di Onorio III (1227).3

2
 Per la promozione della quarta crociata, Innocenzo  III intese fare affidamento ad alcuni
predicatori di sua scelta. Tra di essi il più famoso e intraprendente fu il chierico parigino Folco
di Neuilly che ricevette uno specifico mandato per la predicazione crociata il 5 novembre
1198 (cfr. Christian Grasso, Folco di Neuilly sacerdos et predicator crucis, ‘Nuova Rivista
Storica’, XCIV (2010), fasc. 3, pp. 741-764). Per una più ampia trattazione del problema si
rimanda allo studio di Penny Jane Cole, The preaching of the Crusades to the Holy Land
1095-1270, Cambridge (Massachussets), The Medieval Academy of America, 1991 (Medieval
Academy books, 98) e alla più aggiornata sintesi di Jean Flori, Prêcher la croisade (XIe-XIIIe
siècle). Communication et propagande, Paris, Perrin, 2012 (Pour l’histoire).
3
 Alla quinta crociata, pensata e progettata da Innocenzo III, fu Onorio III a dare seguito
curandone gli ultimi preparativi e supervisionandone la realizzazione. L’impegno di Onorio
fu in tal senso costante e non venne meno neanche dopo il fallimentare esito della spedizione
militare che, dopo un iniziale successo coronato dalla conquista della città egiziana di Damietta
(1219), si risolse nel rientro dei crociati in Europa (1221). Questa débâcle fu dal pontefice
interpretata come un semplice episodio che non era in grado di compromette il più generale
progetto di liberazione della Terra Santa che egli stesso tentò subito di rilanciare organizzando
una nuova impresa militare. Questa impresa, che non prese mai realmente forma, nella visione
di Onorio III era da considerarsi come la continuazione di quella precedente. Ed in tal senso è
intesa e presentata in questo nostro contributo storiografico.
Legati papali e predicatori 265

Nell’elenco dei destinatari che chiude la Pium et sanctum compare,


accanto al nome di alcuni chierici e vescovi, quello di un cardinale, Roberto
di Courson. A questo fine teologo inglese formatosi nelle scuole parigine,
Innocenzo  III volle affidare una duplice missione. Da una parte quella di
condurre, in qualità di legato apostolico per il regno di Francia, delicate
trattative diplomatiche, a cominciare dalla tanto agognata tregua militare
franco-inglese. Dall’altra quella di occuparsi dell’annuncio del verbum cru-
cis che era demandato a dei predicatori ufficiali e, attraverso di essi, al clero
diocesano. La legazione di Roberto di Courson, inaugurata nel giugno del
1213 e protrattasi per circa due anni, si attenne almeno in linea di principio a
queste consegne anche se poi si rivelò all’atto pratico molto più ambiziosa.4
Del resto, il solo fatto che il suo nome fosse associato a quello degli
incaricati della predicazione lasciava supporre che il suo compito non fosse
limitato a questioni esclusivamente politiche. In effetti, Roberto di Cour-
son si dedicò alla causa crociata con una dedizione particolare non soltanto
rivendicando, in qualità di legato apostolico, la preminenza sugli altri pre-
dicatori ma anche conducendo personalmente delle campagne itineranti
costellate da pubblici sermoni da lui rivolti sia al clero sia al laicato. Il suo
ruolo ufficiale di rappresentante del pontefice non gli impediva di ricercare
il contatto con le folle che egli tendeva a incontrare e a galvanizzare al fine
di ottenerne l’aiuto militare e finanziario per la crociata. Diverse cronache
dell’epoca confermano questa sua capacità di interagire con i differenti
gruppi sociali ai quali rivolgeva l’appello a contribuire alla causa gerosoli-
mitana secondo le proprie possibilità.5 Nello stesso tempo Courson dava

4
  La legazione di ‘Robertum tituli sancti Stephani in Celio Monte presbytero cardinali’
fu annunciata da Innocenzo  III nella copia della lettera Quia maior indirizzata al regno
di Francia e quindi ripresa nella Pium et sanctum. Due specifici documenti furono inoltre
affidati dal papa a Roberto di Courson all’inizio della sua legazione. Il primo gli concedeva
l’autorità in relazione alla crucesignatio (Potthast R, n. 4711), il secondo invece lo accreditava
nelle sue funzioni presso la corte francese (ibidem, n. 4712). Su questo brillante teologo
dell’università di Parigi, elevato al titolo cardinalizio da Innocenzo III verso il 1212 e morto
in Egitto durante la quinta crociata (1219), è ancora fondamentale lo studio di Marcel e
Christiane Dickson, Le cardinal Robert de Courson. Sa vie, in «Archives d’histoire
doctrinale et littéraire du Moyen Âge», IX (1934), pp. 58-142; ma si veda anche Werner
Maleczek, Papst und Kardinalskolleg von 1191 bis 1216. Die Kardinäle unter Coelestin III.
und Innocenz  III., Wien, Verlag der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 1984
(Publikationen des Historischen Instituts beim Österreichischen Kulturinstitut in Rom, 1;
Abteilung: Abhandlungen, 6), pp. 175-179.
5
 Cfr. Dickson, Le cardinal Robert de Courson, p. 96 riporta l’esempio di una cronaca di area
normanna che certifica la predicazione crociata tenuta da Roberto di Courson a Rouen nel 1214.
266 Christian Grasso

l’esempio agli altri predicatori nei confronti dei quali affermò un controllo
sempre più stringente. Questo controllo si manifestò sia nei confronti di
quei predicatori che come il chierico Giacomo di Vitry collaboravano con
lui, sia nei confronti del clero locale a cui spettava il compito di promuo-
vere la crociata a livello diocesano e parrocchiale. La loro missione, almeno
per quel che riguarda il regno francese, finì con l’essere coordinata dal
cardinale legato a cui spettava prendere le decisioni più importanti. Così,
ad esempio, Roberto di Courson poté imporre ai predicatori impegnati
sul fronte albigese l’obbligo di dedicarsi alla promozione della spedizione
orientale a cui, in base a precise disposizioni papali, spettava la priorità.6
Nonostante le testimonianze documentarie non siano ricche di indica-
zioni sul contenuto della predicazione (di suoi sermoni non vi è purtroppo
alcuna traccia), il negotium crucis risulta essere stato il tema generale e più
frequente delle sue pubbliche esortazioni. Ciò evidenzia la maturazione,
che si fa strada prima nella Curia romana e quindi tra i suoi diretti rappre-
sentanti, dell’importanza della cura della predicazione ai fini del successo
della spedizione orientale. L’iniziativa di Roberto di Courson si inserisce
e si comprende all’interno della strategia definita da Innocenzo III e tesa
ad assicurare un maggiore controllo sui singoli predicatori che agivano
nelle diverse circoscrizioni diocesane. La legazione di questo cardinale può
essere considerata come uno dei più precoci tentativi operati in tal senso
dal Papato.

6
 Roberto di Courson ebbe modo, durante la sua legazione, di recarsi personalmente in
Linguadoca, di assistere ad alcune operazioni militari e di confermare infine le conquiste
territoriali del nobile Simone di Montfort (decisione poi ratificata da Innocenzo  III il 14
dicembre 1215 ; Potthast R, n. 5009). Tale decisione fu come il preludio della successiva presa
di posizione riguardo alla necessità di concentrare da allora in poi gli sforzi a favore della
spedizione gerosolimitana. Il cronista cistercense Pietro des Vaux-de-Cernay († 1218) rivela
la strategia del cardinale a proposito della predicazione crociata: ‘Robertus coepit discorrere
per Franciam, […] concilia celebrare, predicatores instituere, modisque omnibus terre sancte
negotium promovere; predicatores quoque illos qui laborabant pro negotio fidei contra
hereticos sepedictos eidem negotio abstulit et fecit eos pro terre sancte negotio predicare’
(Petrus Vallium Sarnaii, Histoire Albigeoise, edd. Pascal Guébin, Henri Maisonneuve, Paris,
J. Vrin, 1951, p.  129). Tra i predicatori attivi sul fronte albigese vi erano all’epoca chierici
come Giacomo di Vitry († 1244), che era peraltro un vecchio compagno di studi di Roberto
di Courson all’università di Parigi, monaci cistercensi come Guido des Vaux-de-Cernay ed
esponenti dell’episcopato locale, come il vescovo Folco di Tolosa (cfr. Beverly Mayne
Kienzle, Cistercians, heresy, and Crusade in Occitania, 1145-1229: preaching in the Lord’s
vineyard, Woodbridge, York Medieval Press, 2001).
Legati papali e predicatori 267

Per di più all’attività di predicatore e reclutatore per la crociata, Courson


volle affiancare quella, in un certo senso più consona alla sua funzione legati-
zia, di paladino dei diritti e delle prerogative ecclesiastiche, a cominciare da
quelle spettanti alla sede apostolica. In tal modo la promozione della crociata
veniva da lui saldata alle istanze di riforma morale ed ecclesiale auspicate dal
Papato. Di questo legame tra riforma e spedizione gerosolimitana, che sarà
più tardi imposto dal IV Concilio Lateranense, Roberto di Courson si fece
sostenitore attraverso la rivendicazione della suprema autorità papale sulla
crociata. Quest’autorità riguardava in primo luogo coloro che assumevano il
signum crucis ricevendone in cambio una serie ben precisa di privilegi spiri-
tuali e materiali di cui l’autorità ecclesiastica si faceva garante. La difesa di tali
privilegi nei confronti delle autorità secolari, non sempre ben disposte a ris-
pettarli soprattutto se relativi a propri sudditi, fu uno dei più delicati impegni
che il legato papale si assunse. La lotta contro l’usura, nella quale Roberto di
Courson si impegnò a fondo durante la sua missione in Francia, è da questo
punto di vista molto significativa. Tale lotta, se da una parte esprimeva la
diffidenza verso una delle pratiche sociali maggiormente avversate dalla
Chiesa, dall’altra si rivelava funzionale alla difesa di uno dei più contestati
principi affermati nelle lettere papali, quello dell’esenzione accordata ai cro-
ciati dal pagamento degli interessi sui debiti da loro contratti.7 Sul perché di
questo privilegio e, più in generale, sul significato della speciale tutela rico-
nosciuta dalla sede apostolica ai crociati, lo stesso Courson si era interrogato

7
 Innocenzo  III fu uno dei pontefici che maggiormente contribuì alla definizione dei
privilegi spirituali (che comprendevano innanzitutto la concessione dell’indulgenza) e di
quelli materiali (tra i quali spiccavano la possibilità di essere sottoposti alla tutela dei tribunali
ecclesiastici e di essere esentati dal pagamento delle imposte) accordati ai crociati. Questi
privilegi, che furono nella loro forma più articolata inseriti nella costituzione finale del IV
Concilio Lateranense (cfr. Constitutiones Concilii quarti Lateranensis una cum Commentariis
glossatorum, ed. Antonio Garcia y Garcia, Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1981
[Monumenta iuris canonici. Series A, corpus glossatorum, 2]), garantivano a chi assumeva il
signum crucis una serie di esenzioni giurisdizionali ma nello stesso tempo anche una serie di
obbligazioni giuridicamente vincolanti il cui mancato rispetto poteva comportare la sanzione
della scomunica. Per una più dettagliata discussione relativa allo statuto accordato ai crociati
si rimanda allo studio di James Arthur Brundage, Medieval canon law and the crusader,
Madison - Milwaukee - London, The University of Wisconsin Press, 1969. Riguardo, invece,
il problema dell’usura, che è stato tra i temi maggiori della riflessione dei teologi delle scuole
parigine frequentate in gioventù da Roberto di Courson e dallo stesso Innocenzo III, si veda
Odd Langholm, Economics in the Medieval Schools: wealth, exchange, value, money and
usury according to the Paris theological tradition 1200-1350, Leiden, Brill, 1992 (Studien und
Texte zur Geistesgeschichte des Mittelalters, 29).
268 Christian Grasso

qualche anno prima dell’inizio della sua legazione nella sua inedita e preziosa
Summa. In quest’opera l’allora magister theologiae aveva individuato nell’in-
teresse collettivo della Cristianità il motivo legittimante della crociata il cui
obiettivo era la salvezza eterna dei partecipanti ottenuta attraverso la libe-
razione della Terra Santa. Questo principio giustificava, almeno agli occhi
dell’autore della Summa, l’adozione di norme e procedure particolari per la
promozione dell’impresa gerosolimitana, a cominciare da quelle relative ai
crucesignati.8
Una così chiara visione della crociata associata a una grande considerazione
dell’autorità legatizia non poteva tuttavia essere unanimemente accettata. La
frequente convocazione di sinodi diocesani per la riforma del clero, il ricorso
a procedimenti giudiziari e a censure ecclesiastiche contro i chierici riottosi,
la rivendicazione dell’autorità ecclesiastica, e papale in particolare, super cau-
sis crucesignatorum posero Roberto di Courson in conflitto sia col sovrano
Filippo II Augusto e sia con una parte del clero francese, come dimostra la
cattiva stampa di cui ha goduto presso alcuni e non disinteressati cronisti,
primo fra tutti il ‘filo-monarchico’ Guglielmo il Bretone. Dietro alle accuse a
lui rivolte, che tanta risonanza hanno avuto in ambito storiografico, di essere
stato un improvvisato predicatore e un attentatore delle consuetudini locali,
si nascondono in realtà tensioni di natura giurisdizionale. La posta in gioco
era prima di tutto il riconoscimento dell’autorità delegata della sede aposto-
lica, allora peraltro in via di sistemazione nell’ambito del diritto canonico, e
quindi la validità e la riuscita del programma papale di coordinamento della
propaganda crociata. Da questo punto di vista è molto significativo il fatto
che Innocenzo III non sconfessò l’iniziativa del suo legato, che fu soltanto
invitato a una maggiore moderazione nell’applicazione delle sue decisioni.
Quello che, in fondo, attraverso la missione di Roberto di Courson si stava
in qualche modo sperimentando era la possibilità di fare dell’esercizio dell’

8
 L’unica testimonianza letteraria del cardinale Roberto di Courson è la sua Summa
caelestis philosophiae datata 1208-1212. Il testo, ancora in gran parte inedito, è trasmesso
in tre forme. Di quella finale esistono tre manoscritti, il principale dei quali è conservato a
Parigi (Bibliothèque nationale de France, lat. 14524). La Summa è incentrata su questioni di
teologia morale presentate e discusse nella forma di questiones. Tra di esse sono presenti temi,
come quello della penitenza e del voto, che fanno esplicito riferimento all’esperienza crociata.
In attesa di uno studio più approfondito di tale testo e della sua tradizione manoscritta, si
rimanda alla sintesi (con relativa bibliografia) di John Wesley Baldwin, Masters, Princes
and Merchants. The social views of Peter the Chanter and his circle, 2 voll., Princeton, Princeton
University Press, 1970, I, pp. 19-25.
Legati papali e predicatori 269

autorità legatizia e della disciplina della predicazione i presupposti principali


dell’iniziativa per la crociata promossa dal Papato.9
A questa medesima linea d’azione si ispirò il papa Onorio III che dell’ap-
plicazione delle costituzioni del IV Concilio Lateranense, l’ultima e più
lunga delle quali dedicata alla crociata, fece la priorità del suo pontificato
inaugurato nel luglio del 1216. Al sogno di liberare Gerusalemme dall’oc-
cupazione islamica questo papa non rinunciò mai, nonostante l’infelice
esito militare della quinta crociata, conclusasi con l’abbandono della città
egiziana di Damietta (1221), e nonostante i problemi riscontrati durante gli
ultimi anni del suo pontificato nell’opera di rilancio della spedizione gero-
solimitana alla quale avrebbe dovuto partecipare come guida l’imperatore
crociato Federico II di Svevia (1221-1227). Anzi, proprio queste difficoltà
diedero l’occasione al papa di meglio definire il proprio pensiero e la propria
iniziativa in materia.10 Così quando decise, nel corso dei primi mesi del 1224,

9
  La missiva indirizzata dal papa a Roberto di Courson come risposta alle pressioni da lui
ricevute dal sovrano francese, che si era lamentato per le iniziative del legato papale avverse ai
prestatori di denaro, è edita nella PL, CCXVII (1855), coll. 229-230. L’iniziativa di Filippo II
Augusto esprimeva in realtà un più generale malessere nei confronti del legato papale. Le
sue competenze giurisdizionali e le sue iniziative nell’ambito della riforma ecclesiastica,
perseguita al ritmo di sinodi diocesani e di provvedimenti disciplinari, non potevano che
suscitare diffuse e talvolta anche violente critiche (si veda, a titolo d’esempio, la requisitoria
fatta da Gugliemo il Bretone († 1226) nella sua Historia Philippi Augusti, in Testimonia
minora de quinto bello sacro e cronicis occidentalibus excerpsit et sumptibus Societatis illustrandis
Orientis latini monumentis, ed. Reinhold Röhricht, Genève, J. G. Fick, 1882 [Publications de
la Société de l’Orient latin. Sér. historique, 3], pp. 78-79). Per un quadro più dettagliato delle
iniziative prese dal Courson durante la sua missione in Francia, sviluppata sulla base della sua
duplice funzione di legato e di predicatore, si rimanda a Jessalynn Bird, Reform or Crusade?
Anti-usurary and crusade preaching during the pontificate of Innocent III, in Pope Innocent III
and his world, edd. John Clare Moore, Brenda Bolton, James Matthew Powell, Constance
Rousseau, Aldershot, Ashgate, 1999, pp. 165-185. Sulla codificazione nell’ambito del diritto
canonico della funzione legatizia, che fu gradualmente formalizzata e infine specificata nelle
Decretales di Gregorio IX (1234), si veda Robert Charles Figueira, ‘Legatus apostolice
sedis’: the Pope’s alter ego according to thirteenth-century canon law, in «Studi medievali»,
XXVII (1986), ser. III, pp. 527-574.
10
  Onorio  III è probabilmente tra i pontefici del Duecento quello che ha meno suscitato
l’interesse della moderna storiografia. La scarsità di studi monografici, tanto sulla sua
persona che sulla sua attività, ha finora condannato ad una sorta di oblio il periodo del suo
pontificato. Ad oggi la sintesi più chiara e accessibile è quella tracciata da Sandro Carocci,
Marco Vendittelli, in Enciclopedia dei Papi, I (2000), pp. 350-362, s.v. Onorio III. La
recente monografia di Pierre-Vincent Claverie (Honorius III et l’Orient, Boston, Brill, 2013)
offre una prima panoramica storiografica sul pontificato di Onorio che merita ulteriori
270 Christian Grasso

di dare realmente credito alla promessa dell’imperatore Federico II di ven-


dicare quanto prima la perdita di Damietta, Onorio III tentò di imprimere
da subito un’ulteriore spinta alla centralizzazione della propaganda. La sua
decisione di concentrare da questo momento in poi la predicazione nell’Im-
pero germanico e di affidarla alle cure del cardinale tedesco Corrado di Porto
e Santa Rufina venne infatti presa, inquadrata e motivata all’interno di una
precisa prospettiva che sviluppava quella già adottata da Innocenzo  III.
Onorio rivendicava ormai apertamente nelle sue lettere la propria autorità,
in quanto titolare della plenitudo potestatis, nell’ambito della predicazione, a
cominciare da quella della crociata che era da considerarsi come il negotium
più importante per la Cristianità. Per l’esercizio di tale autorità il papa pensò
allora non solo di servirsi dei cardinali legati, come già fatto dal suo prede-
cessore e come lui stesso fece con la nomina di Corrado di Porto, ma anche
dei semplici predicatori le cui funzioni furono da lui meglio precisate.11 Al
consolidamento del ruolo dei legati apostolici fece seguito così quello dei
predicatori. Costoro, almeno in linea teorica, già godevano in virtù della
licentia predicationis loro concessa da Innocenzo III con la Pium et sanctum,
di una certa autonomia nell’ambito delle province ecclesiastiche nelle quali
erano inviati. Onorio aveva tuttavia mostrato fin dagli inizi del suo pontifi-
cato l’intenzione di accrescerne maggiormente le prerogative e di renderle

approfondimenti. Ci sia consentito, infine, segnalare il nostro studio dedicato al ruolo di


questo pontefice nell’ambito della predicazione delle crociate Ad Promovendum Negotium
Crucis: gestione finanziaria e promozione pubblica della crociata durante il pontificato di
Onorio III (1216-1227), in Die Ordnung der Kommunikation und die Kommunikation der
Ordnungen im mittelalterlichen Europa, edd. Cristina Andenna, Gordon Blennemann, Klaus
Herbers, Gert Melville, 2 voll., Stuttgart, Steiner Verlag, 2013, II, pp. 99-129.
11
 Corrado di Urach († 1227), dopo una lunga carriera monastica culminata con l’elezione ad
abate di Cîteaux, fu nominato da Onorio III cardinale di Porto e Santa Rufina nel 1219. Da
allora divenne uno dei più influenti membri del collegio cardinalizio. Incaricato di delicate
legazioni, come quella in Francia durante la quale ebbe modo di distinguersi nella lotta
all’eresia albigese (1220-1223), Corrado fu dal marzo del 1224 il principale rappresentante
del papa nell’Impero germanico. Questa sua nuova missione fu annunciata al clero tedesco da
Onorio III con una missiva che può considerarsi come un autentico manifesto della politica
pontificia nell’ambito della predicazione e della crociata (cfr. Epistolae saeculi XIII e regestis
pontificum Romanorum selectae per G.  H. Pertz, ed. Carolus Rodenberg, MGH. Epistolae
saeculi XIII e regestis pontificum Romanorum selectae, 1 (1883), n. 248, pp.  176-177).
Sul cardinale di Porto e Santa Rufina, che nel 1213 era stato da Innocenzo III delegato alla
predicazione della quinta crociata, lo studio più accurato è quello di Falko Neininger,
Konrad von Urach († 1227). Zähringer, Zisterzienser, Kardinallegat, Paderborn, Schöningh,
1994 (Quellen und Forschungen aus dem Gebiet der Geschichte. Neue Folge, 17).
Legati papali e predicatori 271

davvero efficaci. A Corrado di Magonza e a Giovanni di Xanten, che come


predicatori si erano distinti fin dai tempi della crucesignatio di Federico II
(1215), il pontefice aveva accordato già nel 1220 il diritto sia di comminare
sanzioni ecclesiastiche contro i crociati renitenti e sia di gestire nelle dio-
cesi di Brema e Colonia i proventi finanziari della spedizione militare. Ciò
nonostante questo primo tentativo di rafforzamento dello statuto dei pre-
dicatori, giustificato con la necessità di sostenere la spedizione crociata in
Egitto che era allora in pieno corso, fu duramente osteggiato a livello locale.12
La nomina nel 1224 di Corrado di Porto a legato plenipotenziario per la
Germania era, dunque, anche un modo per rimediare a questa situazione.
Corrado di Porto, che del gruppo di predicatori crociati aveva fatto parte
prima della nomina cardinalizia, impostò la propria missione imponendo
all’episcopato e al clero tedesco il rispetto delle sue prerogative legatizie e
garantendo maggiore libertà d’azione ai diversi delegati alla predicazione.
Questi ultimi potevano ormai muoversi con maggiore autonomia nelle
rispettive province ecclesiastiche di afferenza rispondendo direttamente al
rappresentante in loco della suprema autorità papale. Le prerogative pastorali
e giurisdizionali accordate ai predicatori poterono pertanto essere ampliate.
A loro, infatti, in virtù di uno specifico mandato pontificio formalizzato in
un testo standard (Cum predicande crucis), fu demandata non solo la predi-
cazione nelle diocesi e parrocchie e la raccolta di elemosine e offerte per la
crociata ma anche il diritto di decidere, magari ricorrendo a censure eccle-
siastiche, della regolamentazione del voto emesso dai crociati nonché della
concessione di indulgenze parziali.13 A fare da garante del rispetto di tali

12
 A Corrado scolasticus Maguntinus et capellanus papae, Onorio III aveva affidato nel 1220
la missione di sovrintendere alla predicazione crociata in Germania (cfr. Epistolae saeculi XIII
e regestis, n. 117, pp. 83-84). Le sue prerogative vennero da allora ampliate fino a comprendere
il diritto di associare al suo ministero altri predicatori, tra cui Giovanni scolastico di Xanten
(ibidem, n. 166, pp. 116-117). Di lamentele da parte di Onorio III sulla scarsa collaborazione
a livello locale per la promozione della crociata si hanno diverse indicazioni nel suo registro
della corrispondenza (a titolo esemplificativo si veda Pietro Pressutti, Regesta Honorii
Papae III, 2 voll., Roma, Typographia Vaticana, 1888-1895, I (1888), n. 3533).
13
 Per la delega alla predicazione crociata fu elaborato un testo di base dalla cancelleria
pontificia che poi provvedeva ad inviarlo ai diversi predicatori. Di tale testo, e delle sue diverse
formulazioni in qualche modo riunite nella lettera Cum predicande crucis del 24 febbraio
1224 (Pressutti, Regesta Honorii, n. 4825), se ne discute (fornendone anche l’edizione) nel
nostro studio già menzionato Ad Promovendum Negotium Crucis. Gli inediti registri della
corrispondenza di Onorio III (Roma, Archivio Segreto Vaticano, Registri Vaticani, libri 9-13)
permettono di identificare, per il periodo 1224-1227, una ventina di predicatori crociati,
la maggior parte dei quali operanti nell’ambito dell’Impero germanico, divisi in coppie e
272 Christian Grasso

prerogative era il cardinale di Porto che, oltre a impegnarsi anche lui nella
proclamazione di pubbliche omelie, ricorreva al contributo dei predicatori
crociati per la realizzazione di diverse iniziative volte alla riforma del clero
locale. Queste iniziative venivano di norma presentate come necessarie al
raggiungimento del supremo obiettivo della liberazione di Gerusalemme.14
Proprio l’interesse a sviluppare e applicare questo legame tra riforma e
crociata, già caratteristico della precedente legazione di Roberto di Courson
in Francia, è all’origine del tentativo, perseguito con lucidità da Corrado di
Porto e avallato dal Papato, di legare ulteriormente al territorio i più intrapren-
denti tra i predicatori crociati. La loro promozione a sedi episcopali (è il caso
di Corrado di Magonza a Hildesheim e del più celebre Oliviero di Colonia
a Paderborn) e abbaziali (Giovanni di Xanten a Saint-Trond) non fu perciò
una semplice gratifica per il loro impegno, talvolta addirittura decennale, per
la causa della Terra Santa ma anche un modo per dare seguito all’azione pro-
pagandistica e a quella riformistica patrocinata dal Papato. Tale azione, come
anche tali nomine, malgrado malumori e critiche da parte del clero locale,
furono alla fine imposte molto spesso grazie al ricorso a inchieste giudiziarie
condotte dal medesimo cardinale di Porto.15 I vecchi predicatori promossi
nelle alte sfere della gerarchia ecclesiastica tedesca non misero in ogni caso da
parte il loro interesse per la crociata per la quale anzi si spesero con maggiore
decisione. Oliviero di Colonia, ad esempio, mettendo a frutto i propri talenti
di missionario, organizzò una campagna di denuncia di quei predicatori

attivi in specifiche province ecclesiastiche (per una lista, comunque soltanto parziale e da
aggiornare, si veda Paul Brewer Pixton, Die Anwerbung des Heeres Christi: Prediger des
Fünften Kreuzzuges in Deutschland, in «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters»,
XXXIV (1978), pp. 166-191).
14
 La convocazione di sinodi diocesani, l’emanazione di statuti, la diffusione delle
deliberazioni del IV Concilio Lateranense, l’introduzione di riforme nell’ambito delle
comunità religiose furono tra le principali iniziative di Corrado di Porto che si ispirò per
la condotta della sua missione al programma conciliare di reformatio Ecclesiae et recuperatio
Terrae Sanctae (cfr. Neininger, Konrad von Urach).
15
 Molto problematica si rivelò, ad esempio, l’elezione di Oliviero di Colonia († 1227) al
vescovado di Paderborn che Onorio III ratificò nel 1223. L’opposizione del clero locale, che
sosteneva un altro pretendente, si protrasse per lungo tempo obbligando Corrado di Porto a
ripetuti interventi disciplinari. Questa diatriba non compromise comunque la successiva nomina
cardinalizia di Oliviero nel 1225 (cfr. Paul Brewer Pixton, The German Episcopacy and
the Implementation of the Decrees of the Fourth Lateran Council, 1216-1245. Watchmen on the
Tower, Leiden, E. J. Brill, 1995 (Studies in the history of Christian thought, 64), pp. 327-329).
Legati papali e predicatori 273

che erano privi della formale autorizzazione papale per la crociata.16


Corrado di Magonza, invece, diede inizio nelle sue nuove vesti di vescovo di
Hildesheim a un’opera di controllo dell’ortodossia di fedeli e chierici di cui
il primo a fare le spese fu il premonstratense Enrico Minnike (Mundikinus),
condannato nel 1224 da un’apposita commissione d’inchiesta presieduta da
Corrado di Porto e composta da esperti in sacra pagina.17 Il cardinale legato,
da parte sua, manteneva regolari contatti epistolari con questi suoi colla-
boratori non facendo comunque mancare la sua presenza sul territorio che
mostrava grazie a continui spostamenti e a visite nelle diocesi tedesche.18
La frequenza di pubbliche omelie come anche di processioni propizia-
torie per la liberazione della Terra Santa, entrambe regolate da specifici ceri-
moniali, crescevano in tal modo considerevolmente e davano la possibilità
a chi riceveva il mandato papale per la predicazione di mostrare le proprie
qualità oratorie e talvolta anche di fare le prime esperienza missionarie, come
nel caso dell’allora ancora sconosciuto Giovanni di Wildeshausen, futuro
generale dei domenicani, scelto nel 1227 da Onorio  III come collabora-
tore di Corrado di Porto per la provincia di Salisburgo.19 Attraverso questo
sistema di coordinamento della propaganda, regolata da un legato apostolico
e condotta sul terreno da selezionati predicatori itineranti attivi nel quadro
di diocesi e parrocchie, l’organizzazione della crociata diveniva più coerente

16
 Si veda l’epistolario di Oliviero di Colonia, che comprende alcuni suoi personali bilanci
della predicazione, edito in Die Schriften des Kölner Domscholasters, späteren Bischof von
Paderborn und Kardinal-Bischofs von S. Sabina Oliverus, ed. Hermann Hoogeweg, Tübingen,
Litterarischen Vereins in Stuttgart, 1894, pp. 285-316.
17
 Sulla condanna inflitta al prevosto della città sassone di Goslar Enrico Mundikinus (o
Minnike), sospettato di propagare dottrine di stampo manicheo, le indicazioni più precise
sono fornite dalla documentazione pontificia. La condanna di questo chierico fu preparata da
un’accurata inchiesta giudiziaria e teologica, supportata da Onorio III e condotta da Corrado
di Porto con l’ausilio di Corrado di Magonza e del futuro e celebre inquisitore Corrado
di Marburgo. Questo processo per eresia fu regolato secondo una complessa procedura
destinata in seguito a essere perfezionata fino a divenire quella canonica dell’inquisizione (cfr.
Pressutti, Regesta Honorii, n. 5013).
18
  La testimonianza del ben informato cronista premostratense Emone († 1237) conferma i
continui contatti tra il cardinale Corrado e Oliviero di Colonia durante l’opera di predicazione
della crociata (Emonis Chronicon, ed. Ludwig Weiland, MGH. SS 23 (1874), pp. 499-500).
19
 Cfr. Epistolae saeculi XIII e regestis, n. 344, pp. 252-253 (questa lettera di Onorio III diretta
ai suoi delegati alla predicazione, indica tra i predicatori Giovanni di Wildeshausen. Il quarto
generale dell’Ordine dei Predicatori, morto nel 1252, è stato uno dei primi domenicani ad
aver ricevuto la delega per la promozione della crociata gerosolimitana).
274 Christian Grasso

ed efficace e contribuiva a dare il giusto risalto all’annuncio del messaggio


crociato così come esso era definito nelle lettere papali.
La diffusione di tale messaggio era, in effetti, uno degli obiettivi ritenuti
più importanti da Onorio III. Nelle missive che indirizzava al proprio legato
in Germania e in quelle dirette ai diversi predicatori, il papa chiariva che la
loro missione era finalizzata ‘ad evangelizandum verbum crucis’.20 I promo-
tori della crociata dovevano, insomma, non soltanto provvedere all’arruola-
mento di combattenti e alla raccolta di fondi secondo le modalità stabilite
dalla sede apostolica ma anche, se non prima di tutto, spiegare il significato
dell’impresa gerosolimitana. In tal senso, il lavoro di riflessione teorica
già fatto da Innocenzo  III con la collaborazione dei più eminenti teologi
dell’Università di Parigi (molti dei quali, come Roberto di Courson e Oli-
viero di Colonia, distintisi come predicatori crociati), si rivelò come il punto
di riferimento più prezioso. La relazione istituita in tale ambito tra predi-
cazione della crociata e promozione del sacramento della penitenza venne
da Onorio III ulteriormente approfondita. Ciò a cui i predicatori dovevano,
dunque, mirare era la concretizzazione di una scelta di conversione perso-
nale da parte dei fedeli, formalizzata dalla confessione e suggellata dall’assun-
zione di un particolare esercizio penitenziale, l’iter Hierosolymitanum per
l’appunto, che era, in virtù di uno speciale voto, da considerarsi vincolante
e obbligatorio. La regolamentazione del voto crociato, gestito attraverso il
sistema della redemptio e della commutatio, e l’amministrazione del sacra-
mento della penitenza diventarono per tale motivo i principali compiti dei
predicatori crociati.21 In alcuni exempla, riportati dal cronista cistercense
Cesario di Heisterbach e relativi alla missione in Fiandra del 1214 di Giovanni
di Xanten, si nota la particolare attenzione di questo abile oratore nel fare
proprio della confessione il discrimine tra chi in crociata troverà la salvezza
e chi invece una sfortunata occasione di dannazione.22 Altrettanto eloquente
al riguardo è la reportatio di un sermone diretto ad crucesignatos. L’anonimo
autore, certamente un magister parigino impegnato nell’organizzazione della

20
  Questa è l’espressione usata da Onorio  III nella lettera che annunciava la legazione in
Germania di Corrado di Porto (Epistolae saeculi XIII e regestis, n. 248, p. 176).
21
 Cfr. Christian Grasso, Ars Praedicandi e crociata nella predicazione dei Magistri
parigini, in ‘Come l’orco della fiaba’. Studi per Franco Cardini, ed. Marina Montesano, Firenze,
Sismel – Edizioni del Galluzzo, 2010 (Millennio medievale, 87; Strumenti e studi. Nuova
Serie, 27), pp. 141-150.
22
  Caesarii Heisterbacensis monachi Ordinis Cisterciensis Dialogus Miraculorum, 2 voll., ed.
Joseph Strange, Köln – Bonn – Brüssel, J. M. Heberle, 1851, I, pp. 165-166.
Legati papali e predicatori 275

quinta crociata, rivela i motivi che rendono necessario e meritorio il nego-


tium crucis. Tra questi spicca il fatto che chi si arruola per la crociata si vincola
a un impegno penitenziale che lo allontana dal peccato e gli garantisce, in
virtù della confessione e della concessione dell’indulgenza papale, la salvezza
eterna. Tuttavia lo stesso predicatore si premura di chiarire che il più impor-
tante motivo per la crociata deriva dal fatto che grazie a essa ‘dispersi sunt
predicatores per omnes terras christianorum’.23 Ed è proprio questa presenza
sempre più capillare ed invasiva dei predicatori (definiti da Onorio III ‘pre-
dicatores crucis’) a rappresentare la nota caratterizzante dell’organizzazione
della crociata.
Una delle conseguenze di questa crescente attenzione sia teorica e sia pratica
all’ars praedicandi è l’affermazione, in ambito primariamente ecclesiastico, di
una rinnovata sensibilità al problema della comunicazione, tanto di idee e
di messaggi e tanto di informazioni. L’attività dei singoli predicatori lo
conferma oltre ogni ragionevole dubbio. Alcuni di loro, come Oliviero di
Colonia e il meno famoso prevosto Raimondo di Arles, presero l’abitudine
di diffondere lettere-circolari per celebrare i propri successi ed istruire i propri
colleghi sulla condotta da avere durante la loro missione.24 Altri predicatori
tentarono poi di mantenere regolari contatti tra chi predicava in Occidente
e chi combatteva in Oriente. Questo è il caso del vescovo di Acri Giacomo di
Vitry, che dopo essersi distinto come uno dei più instancabili missionari della
quinta crociata in Francia, iniziò, una volta raggiunte le truppe a Damietta, a
informare per lettera prelati e nobili europei invitati a non far mancare il pro-
prio sostegno alla spedizione in corso.25

23
 Cfr. Jessalynn Bird, The Victorines, Peter the Chanter’s Circle, and the Crusade.
Two Unpublished Crusading Appeals in Paris, Bibliothèque nationale, Ms Latin 14470, in
«Medieval Sermon Studies», XLVIII (2004), pp. 5-27.
24
 Delegato da Onorio III alla predicazione crociata nel 1224, il prevosto di Arles Raimondo
diffuse una lettera per rendere noto il successo a livello politico e popolare della sua missione
a Marsiglia (cfr. Édouard Baratier, Une prédication de la croisade à Marseille en 1224,
in Économies et sociétés au Moyen Âge. Mélanges offerts à Édouard Perroy, Paris, Publications
de la Sorbonne, 1973 (Publications de la Sorbonne. Série «Études», 5), pp.  690-699).
La redazione di lettere-circolari, dirette a diversi destinatari, era una caratteristica della
predicazione di Oliviero di Colonia che ne aveva fatto ampio ricorso fin dal suo primo
debutto come predicatore crociato nel 1214 (cfr. Jaap van Moolenbroek, Signs in the
heavens in Groningen and Friesland in 1214: Oliver of Cologne and crusading propaganda, in
«Journal of Medieval History», XIII (1987), pp. 251-272).
25
  L’epistolario di Giacomo di Vitry è stato di recente riedito e tradotto in francese in Lettres
de la cinquième croisade, edd. Robert Burchard Costantijn Huygens, Gaston Duchet-Suchaux,
Turnhout, Brepols, 1998 (Sous la règle de Saint Augustin, 5). Giacomo di Vitry aveva iniziato
276 Christian Grasso

Questo complesso legame che matura nel corso della quinta crociata tra
legazioni papali, predicazione e comunicazione di informazioni si rivela fon-
damentale anche per la valutazione e comprensione di una delle più contro-
verse e anche meno chiare vicende relative a questa spedizione, quella che
vide come protagonista nel periodo della lotta per la conquista di Damietta
lo spagnolo Pelagio d’Albano. Durante la sua legazione in Egitto presso
l’esercito crociato, annunciata da Onorio III nel maggio del 1218 e durata
circa tre anni, questo intraprendente cardinale investì non poco tempo e
non poche energie nella creazione e nel mantenimento di autentici canali
di comunicazione utili a garantire e anche a controllare lo scambio di infor-
mazioni tra l’Occidente e l’Oriente latino.26 Attraverso regolari missioni e
ambascerie, affidate a membri degli Ordini militari e a esponenti del clero
latino orientale, Pelagio d’Albano creò una linea di comunicazione diretta
con la sede apostolica che da lui riceveva dispacci e informative che veni-
vano poi da Roma amplificate e diffuse. Ogni volta, infatti, che Onorio III
invitava i suoi delegati a intensificare lo sforzo per la crociata, rivelava che
a informarlo delle condizioni logistiche dell’esercito accampato a Damietta
era il suo legato che inoltrava precise e dettagliate richieste d’aiuto.27 Grazie
all’iniziativa congiunta di legati e predicatori papali la voce di Pelagio giun-
geva così praticamente dappertutto trasformandola in una sorta di megafono
ufficiale dei crociati presenti in Egitto. Questo ruolo informale fu uno dei
motivi all’origine della sua crescente (e anche discussa) influenza nel gruppo
dei comandanti dell’esercito crociato.

fin dal 1213 a interessarsi, nel quadro nella legazione del cardinale Roberto di Courson, della
crociata orientale per la quale continuò a spendersi anche dopo la consacrazione a vescovo
di Acri (1216) e la sua nomina cardinalizia (1228). Della predicazione crociata Giacomo di
Vitry fu uno dei più prolifici promotori, come testimonia la sua raccolta di sermoni modello
(cfr. Cristoph Maier, Crusade propaganda and ideology: model sermons for the preaching of
the cross, Cambridge, Cambridge University Press, 2000).
26
 Su Pelagio (Galvani/Gaitani) cardinale vescovo d’Albano († 1230) e sul suo ruolo
politico, religioso e militare durante la quinta crociata si veda più diffusamente il nostro
studio Il cardinale Pelagio d’Albano, legato papale e predicatore della quinta crociata, in «Revue
d’histoire écclésiastique», CVIII (2013), fasc. 1, pp.  98-143. Il documento che attesta la
legazione di Pelagio per la crociata si trova in Pressutti, Regesta Honorii III, n. 1433.
27
 Nel novembre del 1220, ad esempio, Onorio III informava il predicatore tedesco Corrado
di Magonza, sulla base di missive dirette a Roma dal cardinale Pelagio, delle difficili condizioni
in cui versava in quel momento l’esercito crociato a Damietta (cfr. Epistolae saeculi XIII,
n. 146, pp. 104-105).
Legati papali e predicatori 277

La possibilità di comunicare senza mediazioni con la retroguardia occi-


dentale assicurava inoltre a Pelagio l’occasione di accedere al costante flusso
di denaro che il Papato gestiva ai fini della riconquista della Terra Santa. I
proventi delle decime ecclesiastiche, quelli derivanti da offerte ed elemosine
e quelli prelevati dalla Camera apostolica giungevano infatti nelle sue mani.
È il papa in persona a rivelare, quantificandolo in alcune sue lettere, l’enorme
flusso di denaro che gli inviava attraverso la mediazione di templari e ospita-
lieri. Gestire quest’autentico patrimonio finanziario, che mai nessun legato
prima di Pelagio aveva avuto a disposizione, dava al cardinale spagnolo l’op-
portunità di far pesare le sue decisioni anche in scelte di carattere militare (ad
esempio, per quel che riguardava la costruzione di materiale bellico o l’arruo-
lamento di mercenari) e nello stesso tempo di rafforzare il proprio prestigio
e la propria autorità.28 A tal fine si rivelò tuttavia ancora più importante il
tentativo operato da Pelagio di creare una sorta di ‘spazio pubblico’ interno
al campo crociato e di valorizzarlo imprimendogli una connotazione profon-
damente religiosa. Di questa singolare realtà danno conto, oltre alla celebre
Historia damiatina del predicatore e testimone oculare Oliviero di Colonia,
una serie di resoconti cronistici, tra i quali spiccano per chiarezza quelli del
notaio piacentino Giovanni Codagnello e del chierico lucano Giovanni di
Tolve. Questi cronisti, entrambi autori di due opere intitolate Gesta obsidio-
nis Damietae, ebbero modo di rivelare numerosi particolari sulla quinta cro-
ciata sulla base di una relazione scritta da un anonimo chierico collaboratore
del cardinale spagnolo. Dalle narrazioni di Oliviero di Colonia, di Giovanni
Codagnello e di Giovanni di Tolve emerge il quadro di azione quotidiana
di Pelagio che, con la collaborazione del clero e dell’episcopato impegnato
nell’assistenza alle truppe sia prima e sia dopo la conquista di Damietta,
inquadrò la vita dei crociati in un contesto che si potrebbe anche definire
para-liturgico. Ogni azione militare veniva, infatti, preceduta da celebrazioni
e canti religiosi ritmati dall’osservanza di pratiche a carattere penitenziale. In
tal modo il legato papale poteva affermarsi come il referente spirituale dei cro-
ciati, colui che con la sua preghiera di intercessione determinava il successo o
la sconfitta militare. Ma era comunque soprattutto nel ricorso all’esortazione
verbale che Pelagio si distingueva. Non rinunciando a gesti talvolta teatrali, il
cardinale si rivolgeva ai crociati con esortazioni pubbliche, tenendo regolari
sermoni che se da una parte confermavano la sua ambizione a presentarsi

28
 Esempi di una prima forma di contabilità finanziaria della crociata sono presenti nel registro di
Onorio III (cfr. Pressutti, Regesta Honorii, n. 2195; Epistolae saeculi XIII, n. 124, pp. 88-91).
278 Christian Grasso

come punto di riferimento dell’intera spedizione, dall’altra rivelavano il suo


interesse a esaltare il clima di forte tensione religiosa. Un’azione di questo
tipo, nella quale si intrecciavano pratiche devozionali e accenti penitenziali,
non poteva che contribuire alla creazione di un particolare clima nel campo
crociato in cui si susseguirono una serie di eventi eccezionali, dai cronisti
ritenuti di origine soprannaturale, come le apparizioni celesti (sempre di
santi martiri come Bartolomeo e Giorgio) ed anche strani fenomeni, come il
ritrovamento di alcuni libri profetici che preannunciavano la vittoria finale
dei cristiani.29 Dell’autenticità di tali testi e di tali profezie, poi diffuse in
Occidente da Oliviero di Colonia e da Giacomo di Vitry, era sempre il legato
papale a farsi garante rivelandone pubblicamente il contenuto ‘summatim
et interpretative’.30 Il controllo che in tal modo si tentò di esercitare sullo
spazio e sulla parola per così dire pubblica, divenne a tal punto evidente che
anche l’allora sconosciuto penitente Francesco d’Assisi – almeno stando alla
testimonianza della Chronique d’Ernoul – pensò bene durante il suo viaggio
in Egitto del 1219 di chiedere al legato papale il permesso di predicare al
sultano Al-Malik al-Kāmil, richiesta che tuttavia fu soltanto in parte accolta
sotto forma di un ambiguo beneplacito.31

29
 Dopo essersi distinto, negli anni del pontificato di Innocenzo III, come uno dei predicatori
della crociata in Germania, Oliviero di Colonia partecipò di persona alla spedizione egiziana
stilandone una celebre cronaca (Historia damiatina, in Hoogeweg, Die Schriften, pp. 159-
280; presentazione, bibliografia aggiornata e traduzione italiana in I cristiani e il favoloso Egitto.
Una relazione dall’Oriente e la Storia di Damietta di Oliviero da Colonia, edd. Giancarlo
Andenna, Barbara Bombi, Genova – Milano, Marietti, 2009 (Verso l’Oriente, 4). Tra le fonti
cronistiche della quinta crociata vanno annoverate e considerate con attenzione anche quelle
stilate da Giovanni Codagnello († 1230) e da Giovanni di Tolve († 1220) la cui origine e il cui
significato sono già stati evidenziati dal loro editore Oswald Holder-Egger (in MGH. SS, 31
(1903), pp. 463-503, 669-704).
30
 Sull’origine e sul contenuto dei tre testi profetici trovati dai crociati a Damietta (la Prophétie
d’Hannan fils d’Isaac, il Liber Clementis e la Relatio de Davide), che molto probabilmente
furono messi in circolazione dalle comunità cristiano-orientali, ancora fondamentale è il
lavoro di Paul Pelliot, Mélanges sur l’époque des croisades, in Mémoires de l’Institut national
de France, Académie des inscriptions et belles lettres, Paris, Imprimerie nationale, 1951, pp. 73-
97. Sul clima effervescente del campo crociato e sulla trasmissione in Occidente dei testi
profetici, ricordati da Oliviero di Colonia nella sua cronaca e da Giacomo di Vitry nel suo
epistolario, si veda in generale il volume I cristiani e il favoloso Egitto.
31
 Cfr. Chronique d’Ernoul et de Bernard le Trésorier, ed. Louis de Mas Latrie, Paris, Jules
Renouard, 1871 (Société de l’histoire de France, 157), pp. 431-432. Più in generale su quello
che può considerarsi come uno dei più noti e misteriosi episodi della vita del Poverello di
Assisi si veda John Victor Tolan, Il santo dal sultano: l’incontro di Francesco d’Assisi e
l’Islam, Roma – Bari, Laterza, 2009 (Storia e Società, 88), ed. orig. Paris, 2007.
Legati papali e predicatori 279

Accanto a questa sua funzione di predicatore, Pelagio ne sviluppò anche


un’altra, in un certo senso più pragmatica, che lo vedeva nelle vesti di cam-
pione della lotta contro i perturbatores presenti nel campo crociato. Il cardi-
nale spagnolo non esitò a ricorrere in più occasioni alla minaccia di censure
ecclesiastiche che presentava come legittime in quanto volte a emarginare chi
contrastava la linea d’azione da lui difesa e a tutelare in tal modo l’interesse
comune dell’esercito crociato. Non è improbabile che l’assunzione di questa
funzione di garante dell’interesse generale dei crociati fosse un modo per-
sonale del legato di interpretare il ruolo di ‘nuovo Giosuè’ che Onorio III
gli aveva riconosciuto. Il modello biblico della guida del popolo ebraico
protagonista dell’esodo dall’Egitto e della successiva conquista e divisione
della Terra Promessa, deve averlo ispirato e in qualche modo anche legitti-
mato in alcune sue scelte, a partire da quella di decidere della ripartizione del
bottino conquistato a Damietta.32 Certo è che questa fu una delle ragioni
che lo posero in contrasto con i comandanti militari della spedizione, e in
particolare col sovrano gerosolimitano Giovanni di Brienne, e lo resero in
seguito noto come un modello di intransigenza e di incompetenza mili-
tare.33 Questa immagine, sapientemente proposta da alcuni cronisti come
Guglielmo il Bretone (che, come mostra anche l’esempio di Roberto di
Courson, aveva non poche perplessità nei confronti dei legati papali in
genere) e l’anonimo autore della Chronique d’Ernoul (che era un membro
dell’entourage del re di Gerusalemme), si è tal punto consolidata da divenire
opinione comune in ambito storiografico, almeno dai tempi e grazie ai lavori
dello storico francese René Grousset. La ricerca dei responsabili della perdita
di Damietta, che fu evacuata dai crociati l’8 settembre 1221 in seguito ad
un’infelice valutazione logistica fatta propria da Pelagio, è da allora divenuta

32
 Per il parallelo tra Giosuè e Pelagio d’Albano, utilizzato come legittimazione per il
conferimento al legato della ‘potestas tam in temporalibus quam in spiritualibus’ riguardo
alla crociata, si veda la lettera papale regestata in Pressutti, Regesta Honorii, n. 2195. Tesa a
ridimensionare (dal nostro punto di vista in maniera eccessiva) il significato e la portata di tale
concessione papale è l’analisi proposta da James Matthew Powell, Honorius III and the
leadership of the crusade, in «The Catholic Historical Review», LXIII (1977), pp. 521-536.
33
 Giovanni di Brienne fu una delle personalità maggiormente esposte all’azione di controllo
disciplinare coordinata da Pelagio a Damietta. La sua decisione nel 1220 di lasciare l’Egitto, a
motivo della sue crescenti tensioni con il legato papale a proposito dello statuto delle conquiste
fatte dai crociati, scatenò una dura reazione da parte di Pelagio che sollecitò l’intervento di
Onorio  III. Il papa diede seguito a tale richiesta intimando al sovrano gerosolimitano, su
pena di scomunica, il rientro immediato in Egitto (cfr. Epistolae saeculi XIII e regestis, n. 130,
pp. 95-96).
280 Christian Grasso

costante per non dire ossessiva.34 La complessità e il significato della lega-


zione del cardinale spagnolo non hanno potuto essere di conseguenza appro-
fondite. Non tutto però ruota attorno alla conquista di Damietta e non tutto
termina con l’umiliazione della sconfitta militare e con il ritorno dei crociati
in Occidente.
Pelagio per primo tentò di dare seguito alla propria missione legatizia
anche se nelle nuove vesti, forse per lui più consone, di diplomatico e di giu-
rista. Il suo ritorno nella Curia romana nel 1223 gli diede la possibilità di
rientrare a far parte del gruppo di collaboratori più prossimi a Onorio III e
più coinvolti nell’organizzazione propagandistica della crociata. Da Roma
ebbe così modo di stabilire rapporti con il collega Corrado di Porto al fine di
coordinare l’ondata di predicatori - di cui si è già parlato in precedenza - che
invase l’Impero germanico a partire dal 1224.35 Nello stesso tempo riceveva
dal papa l’incarico di occuparsi della delicata questione relativa a Federico II,
l’imperatore che con la sua reticenza a partire aveva contribuito a indebolire
l’esercito a Damietta. Così il non più giovane cardinale s’impegnò a gestire
le trattative tra l’imperatore e il papa e a sostenere in Curia le ragioni e gli
interessi di tutti quegli ecclesiastici impegnati nella predicazione del verbum
crucis, una predicazione che, iniziata nell’ormai lontano 1213, continuava da
allora senza praticamente alcuna soluzione di continuità.
L’impegno profuso da Pelagio per questa causa mostra fino a che punto
la gerarchia ecclesiastica si era lasciata coinvolgere nell’organizzazione ed
anche nella realizzazione della quinta crociata. Da quando Innocenzo  III
aveva lanciato il nuovo appello per la liberazione della Terra Santa, si erano

34
  René Grousset, Histoire des croisades et du royaume franc de Jérusalem, 3 voll., Paris,
Plon, 1934-1936. La ricostruzione della quinta crociata fatta dal Grousset ripropone le tesi e le
opinioni dell’Historia Philippi Augusti di Guglielmo il Bretone e della Chronique d’Ernoul. Di
qui la valutazione fortemente negativa del ruolo e della stessa personalità di Pelagio presentato
come responsabile della sconfitta finale della spedizione. A poco è valso, almeno in termini
di risonanza in ambito storiografico, il tentativo dello storico James Powell di rivedere tale
posizione che non sembra tenere in adeguato conto la complessa situazione politica e militare
che caratterizzò le fasi finali della spedizione militare in Egitto (cfr. Powell, Anatomy of a
Crusade).
35
 Dopo il rientro a Roma, Pelagio riprese dapprima il ruolo di auditor nelle cause discusse
nella Curia papale e poi quello di delegato presso la corte imperiale. Questo incarico lo portò
a interessarsi di nuovo della crociata. Fu lui, infatti, a discuterne con Federico II in occasione
della dieta di San Germano (1225) e fu sempre lui, dopo la scomunica inflitta all’imperatore
dal nuovo papa Gregorio IX, a occuparsi del fallimentare tentativo di occupazione militare
del regno di Sicilia del 1229 (cfr. Demetrio Mansilla Reoyo, El Cardenal hispano Pelayo
Gaitán (1206-1230), in «Anthologica annua», I (1953), pp. 11-66).
Legati papali e predicatori 281

susseguiti progetti e missioni, successi e fallimenti che le legazioni di Roberto


di Courson in Francia, di Corrado di Porto in Germania e di Pelagio d’Al-
bano in Egitto consentono in qualche modo di ripercorrere. A queste ini-
ziative – non va infine dimenticato – diedero poi anche il loro contributo,
sempre nelle vesti di legati papali, i cardinali Guala Bicchieri e Ugo d’Ostia.
Quest’ultimo, in particolare, si distinse come un convinto sostenitore della
politica crociata di Onorio III. Alla sua realizzazione il cardinale d’Ostia si
consacrò fin dal 1217 nell’intento di indirizzare le energie delle inquiete città
comunali italiane verso l’obiettivo della riconquista di Gerusalemme. Della
sua missione legatizia nell’Italia centro-settentrionale a favore della quinta
crociata, sviluppata sulla base dell’azione diplomatica e del ricorso intensivo
alla pratica della predicazione, Ugo d’Ostia ebbe modo di fare tesoro allor-
quando fu da suoi colleghi cardinali eletto pontefice con il nome di Grego-
rio  IX (1227-1241). Da allora il progetto di riconquista della Terra Santa
ideato da Innocenzo III e perseguito da Onorio III, fu ripreso con ancora
maggiore determinazione. E ciò anche in considerazione del fatto che per
Gregorio IX la spedizione gerosolimitana era da intendersi come uno stru-
mento di lotta politica contro l’ormai scomunicato Federico II.36 Ma questa
è, in un certo senso, un’altra storia.
Del resto, l’interesse principale di questo contributo era piuttosto quello
di evidenziare il ruolo avuto nella crociata da Innocenzo III e da Onorio III

36
 Il cardinale Guala Bicchieri († 1227) fu incaricato da Onorio III il 17 gennaio 1217 di
curare l’organizzazione della quinta crociata nel regno d’Inghilterra (Pressutti, Regesta
Honorii, n. 244). Soltanto pochi giorni dopo, e precisamente il 23 gennaio 1217, il pontefice
annunciò ai prelati e al popolo della Tuscia e della Lombardia la legazione di Ugo d’Ostia
(Epistolae saeculi XIII e regestis, n. 12, pp. 9-10). La missione del cardinale d’Ostia nell’Italia
centro-settentrionale fu per volere di Onorio III rinnovata nel 1219 e nel 1221 e sempre con
l’obiettivo di promuovere la spedizione gerosolimitana e di pacificare le città comunali. La
ricca produzione documentaria lasciata da Guala Bicchieri e da Ugo d’Ostia conferma sia
la crescita d’influenza dei cardinali legati nella pianificazione della crociata e sia il ricorso
regolare da parte di tutti i delegati papali alla predicazione come strumento di persuasione.
Uno studio approfondito di questa complessa problematica, relazionata all’analisi dell’opera
dei diversi legati pontifici per la crociata, è stato da noi di recente completato nella forma di
tesi di post-dottorato (La promozione pubblica della crociata durante il pontificato di Onorio III
(1216-1227). Studio storico e edizione di fonti, Scuola Superiore di Studi Storici, Università di
San Marino 2013). Sul ruolo di Gregorio IX nella storia delle crociate si rimanda al contributo
di Franco Cardini, La crociata e le crociate, in Gregorio IX e gli ordini mendicanti. Atti del
XXXVIII Convegno internazionale; Assisi, 7-9 ottobre 2010, Spoleto, CISAM, 2011 (Atti dei
convegni della Società internazionale di studi francescani e del Centro interuniversitario di
studi francescani. Nuova serie, 21), pp. 325-350.
282 Christian Grasso

nonché dai loro collaboratori. Se in tal senso si è insistito in particolare sul


problema della promozione pubblica della crociata è perché la sua discus-
sione consente di apportare nuovi elementi per una più ampia riflessione
storiografica.
Innanzitutto per quel che riguarda il tema dell’esercizio dell’autorità
pontificia. L’organizzazione delle spedizioni crociate offriva al Papato l’occa-
sione per manifestare concretamente la propria autorità attraverso un sempre
più complesso sistema di deleghe e rappresentanze che vide emergere, già nel
corso del primo Duecento, accanto alle tradizionali figure del legato aposto-
lico e del giudice delegato, quella per certi aspetti nuova del predicatore cro-
ciato. Ai propri rappresentati responsabili della diffusione del verbum crucis,
i pontefici garantirono un sostegno sempre maggiore nella convinzione che
la loro opera, se inquadrata giuridicamente e se inserita nel contesto di un’or-
ganizzazione gerarchica, potesse garantire il raggiungimento di un duplice
obiettivo, quello di mobilitare i fedeli per la Terra Santa e quello di dare più
consistenza al messaggio di riforma morale ed ecclesiale di cui essa stessa era
ispiratrice.
Nello stesso tempo, e questo è un altro elemento da prendere in consi-
derazione, il ricorso a predicatori ufficiali e il rafforzamento progressivo del
loro statuto, che si realizza in parallelo a quello dei legati apostolici al cui
controllo loro stessi sono sottoposti, si rivela come un segno della nuova sen-
sibilità verso il ministero della predicazione. Di questa sensibilità proprio il
Papato si fa interprete prima definendone i contenuti e poi le modalità di
esercizio. Da questo punto di vista la quinta crociata, con i suoi infaticabili
legati e predicatori papali attivi tra Oriente e Occidente, ne è probabilmente
uno degli esempi storici più precoci e significativi.
Le legazioni di Ugo d’Ostia (1217-1221)
e l’organizzazione della crociata

Maria Pia Alberzoni

L
e legazioni papali, soprattutto a partire dall’XI secolo, hanno costi-
tuito un importante strumento per garantire la trasmissione delle
direttive romane, come pure per la realizzazione di disegni politici di
ampio respiro: basti solo accennare al grande numero di legati presenti in
Lombardia negli anni dello scontro tra Alessandro III e Federico I, alla cui
azione il Kehr attribuiva il successo degli sforzi messi in atto dalla sede aposto-
lica per ottenere la sottomissione della Lombardia alle direttive della Chiesa
romana.1 L’attività dei legati nella regione padana fu infatti di fondamentale
importanza per far prevalere le posizioni favorevoli ad Alessandro III e, di
conseguenza, segnare la sconfitta della politica imperiale nell’Italia setten-
trionale.2
L’evoluzione dei sistemi di rappresentanza, soprattutto nel pieno e nel
basso medioevo, è stata recentemente oggetto di alcuni importanti incontri
di studio e si è cominciato a mettere a fuoco le tappe di uno sviluppo che
segnò gli inizi della moderna diplomazia. Mediante l’azione di inviati – in
ambito temporale come in quello spirituale – si ampliarono gli orizzonti cul-
turali e geografici della nascente Europa e fu possibile al papato, soprattutto a
partire dal XII secolo, estendere le sue competenze giurisdizionali ben oltre i

1
  Paul Fridolin Kehr, Nachträge zu den Papsturkunden Italiens, in «Nachrichten von der
Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen. Philologisch-historische Klasse», IV (1912),
pp. 328-334, ora in: Id., Papsturkunden in Italien. Reiseberichte zur Italia Pontificia, 6 voll.,
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1977 (Acta Romanorum pontificum, 5),
V, pp. 357-370, in partic. p. 367; Maria Pia Alberzoni, Gli interventi della Chiesa di Roma
nella provincia ecclesiastica milanese, in Das Papsttum und das Vielgestaltige Italien. Hundert
Jahre Italia Pontificia, edd. Klaus Herbers, Jochen Johrendt, Berlin, Walter de Gruyter, 2009
(Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Studien zu Papstgeschichte
und Papsturkunden. Neue Folge, 5), pp. 135-181, in partic. pp. 135-141.
2
  Gerhard Dunken, Die politische Wirksamkeit der päpstlichen Legaten in der Zeit des
Kampfes zwischen Kaisertum und Papsttum in Oberitalien unter Friedrich  I., Berlin, Emil
Ebering, 1931 (Historische Studien, 209), p. 94.

Legati, delegati e l’impresa d’Oltremare (secoli XII-XIII) / Papal Legates, Delegates and the Crusades (12th
13th Century), Maria Pia Alberzoni, Pascal Montaubin (eds), Turnhout 2014 (Ecclesia militans 3),
pp. 283-326
© F H GDOI: 10.1484/M.EMI-EB.5.103493
284 Maria Pia Alberzoni

confini dell’Urbe e della diocesi romana3. In tale contesto le necessità legate


alla realizzazione dell’impresa d’Oltremare favorirono un ampliamento dei
poteri legatizi e, con essi, della giurisdizione papale sia per quanto concerne
la mediazione politica, con la promozione di vaste campagne di pacificazione
volte a sopire i confitti interni alla cristianità e indirizzare tutte le forze verso
la liberazione della Terra Santa, sia per quanto riguarda la difesa dei beni e
dei diritti goduti dalle Chiese, nonché la raccolta di fondi per finanziare la
crociata. Si tratta di un campo in parte ancora inesplorato, che potrà rice-
vere qualche maggior luce da analisi relative alle singole legazioni e ai singoli
ecclesiastici – e al loro entourage – incaricati di questi compiti.
In considerazione dell’ambito geografico entro il quale si muoverà la pre-
sente indagine, è opportuno ricordare che la Lombardia, secondo il signi-
ficato attribuito a questo termine tra XII e XIII secolo, comprendeva in
pratica l’attuale Italia settentrionale e costituiva pertanto una terra spesso
attraversata dai legati papali diretti – solitamente per via di terra – nelle
regioni d’Oltralpe.4 Una lite scoppiata tra il clero maggiore e il clero decu-
mano di Milano sullo scorcio del XII secolo consente di mettere in luce l’ag-
gravio economico causato dalle procurazioni richieste appunto dal frequente
passaggio di legati e nunzi papali nella regione, in particolare nella diocesi
Milano.5 Una terra di transito, dunque, ma anche destinazione degli inviati

3
 Interessante il dibattito aperto dalle conclusioni di Peter Johanek, Zusammenfassung,
in Gesandtschafts- und Botenwesen im spätmittelalterlichen Europa, edd. Rainer C. Schwinges,
Klaus Wriedt, Ostfildern, Thorbecke, 2003 (Vorträge und Forschungen, 60), pp. 365-376 nel
corso dell’annuale incontro dei medievisti alla Reichenau (2001), alle quali vanno accostate le
osservazioni di Claudia Märtl, Claudia Zey, Aus der Frühzeit europäischer Diplomatie?
Einleitung, in Aus der Frühzeit europäischer Diplomatie. Zum geistlichen und weltlichen
Gesandtschaftswesen von 12. bis zum 15. Jahrhunderts, edd. Claudia Zey, Claudia Märtl,
Zürich, Chronos, 2008, pp. 9-21.
4
  Giancarlo Andenna, Il concetto geografico-politico di Lombardia nel Medioevo, in Id.,
Renato Bordone, Francesco Somaini, Massimo Vallerani, Comuni e signorie
nell’Italia settentrionale: la Lombardia, Torino, UTET, 1998 (Storia d’Italia, 6), pp.  3-19;
solo nel corso del XIII secolo cominciò a essere indicata come Marca (Veronese o Trevisana)
la parte orientale della regione.
5
 Reg. Inn. III., I/1, pp. 820-821, n. 562 (568), pp. 822-823, n. 563 (569): in quest’ultima
lettera si trova la significativa espressione ‘Cum enim per civitatem ipsam (Mediolanum)
sepe contingat transitum facere nostros nuncios et legatos’; sul conflitto sorto nel 1198 per il
pagamento delle procurazioni al cardinale Bernardo di S. Pietro in Vincoli rinvio a Marco
Pogliani, Il dissidio fra nobili e popolari a Milano. La controversia del 1203 fra l’arcidiacono
e il primicerio maggiore, in Ricerche storiche sulla Chiesa ambrosiana, X, Milano, NED, 1981
(Archivio ambrosiano, 42), pp.  5-111, in partic. pp.  16-18; sulla legazione di Bernardo di
Le legazioni di Ugo d’Ostia 285

papali, soprattutto in occasione di problemi relativi alle sorti del regnum Ita-
lie, quali il negotium imperii, come si verificò tra 1203 e 1209, quindi nel
1211 e nel 1216 in relazione ai tentativi di distogliere i comuni dal sostegno
allo scomunicato Ottone IV.6
Le questioni legate all’organizzazione della crociata favorirono l’invio di
legati nella regioni transalpine, in particolare verso la Germania. Se l’inizia-
tiva imperiale in vista della III crociata aveva in qualche modo sollevato la
sede apostolica dall’assumere compiti di dirigenza propriamente organizza-
tivi e militari,7 sia il fallimento dell’impresa dopo l’improvvisa morte del Bar-
barossa sia il tentativo messo in atto nel 1195-1196 da Enrico VI di avviare
i preparativi per una nuova crociata soprattutto nel regno di Germania –
crociata che poi non ebbe luogo per l’improvvisa morte dell’imperatore –,
suggerirono a Innocenzo III, fin dagli inizi del suo pontificato e mentre l’im-
pero era vacante, il progetto di una grande spedizione sotto l’esclusiva guida
papale. Si trattava di una sperimentazione che richiedeva strumenti nuovi o,
in ogni caso, adeguati agli ambiziosi obiettivi.8 Il primo tentativo di esclusiva

S. Pietro in Vincoli, si veda Werner Maleczek, Papst und Kardinalskolleg von 1191 bis
1216. Die Kardinäle unter Coelestin III. und Innocenz III., Wien, Verlag der Österreichischen
Akademie der Wissenschaften, 1984 (Publikationen des Historischen Instituts beim
Österreichischen Kulturinstitut in Rom, I/6), pp. 89-90.
6
  Maria Pia Alberzoni, Città vescovi e papato nella Lombardia dei comuni, Novara,
Interlinea, 2001 (Studi, 26), pp. 33-37 e Michele Maccarrone, Orvieto e la predicazione
della crociata, in Id., Studi su Innocenzo  III, Padova, Antenore, 1972 (Italia sacra. Studi e
documenti di storia ecclesiastica, 17), pp.  148-159; circa la legazione di Gerardo da Sesso
nel 1211, si veda ora Maria Pia Alberzoni, Il rigore del legato. Gerardo da Sesso a Bologna
(1211), in Scritti di storia medievale offerti a Maria Consiglia De Matteis, ed. Berardo Pio,
Spoleto, CISAM, 2011 (Uomini e mondi medievali, 27), pp. 1-29, soprattutto 11-21.
7
  Rudolf Hiestand, ‘Precipua tocius christianismi columna’. Barbarossa und der Kreuzzug,
in Friedrich Barbarossa. Handlungsspielräume und Wirkungsweisen des staufischen Kaisers,
ed. Alfred Haverkamp, Sigmaringen, Thorbecke, 1992 (Vorträge und Forschungen, 40),
pp. 51-108; Rudolf Hiestand, Barbarossas letztes Schreiben vom Kreuzzug, in De litteris,
manuscriptis, inscriptionibus ... Festschrift zum 65. Geburtstag von Walter Koch, edd. Franz-
Albrecht Bornschlegel, Theo Kölzer, Christian Friedl, Georg Vogeler, Wien - Köln - Weimar,
Böhlau, 2007, pp. 561-576.
8
  Helmut Roscher, Innocenz  III. und die Kreuzzüge, Göttingen, Vandenhoeck &
Ruprecht,1969 (Forschungen zur Kirchen- und Dogmengeschichte, 21), pp.  27-50 sulle
crociate svoltesi durante i pontificati precedenti quello di Innocenzo  III; a p.  57 Roscher
mette in luce la novità insita nel progetto innocenziano, scaturito dalla necessità di prendere
in mano un’iniziativa importante per la cristianità e che dopo la morte di Enrico VI non aveva
più un promotore tra i regnanti europei: fino all’inizio del pontificato innocenziano, infatti,
l'organizzazione della crociata non rientrava tra i tradizionali compiti del papa.
286 Maria Pia Alberzoni

conduzione dell’impresa d’Oltremare da parte del papa si ebbe con la IV cro-


ciata, interamente organizzata da Innocenzo III e diretta dai suoi legati; ma
il fallimento della stessa, almeno nei suoi fini dichiarati, fece comprendere la
necessità di un’accurata preparazione anche degli aspetti più propriamente
militari e, soprattutto, di un’adeguata dotazione finanziaria9.
Michele Maccarrone ha sottolineato la volontà del pontefice di farsi egli
stesso predicatore e promotore della crociata solennemente stabilita con la
costituzione 71 del IV concilio lateranense, nella quale il papa annunciava il
proposito di essere personalmente presente a Brindisi o a Messina, da dove gli
eserciti sarebbero dovuto partire il 1° luglio 1217, e di voler contribuire con
un’ingente somma di denaro alla realizzazione dell’impresa.10 Nei progetti di
Innocenzo III la penisola italica avrebbe dovuto offrire, insieme al regno di
Germania, il nerbo della spedizione. Per questo il papa stesso iniziò una cam-
pagna di predicazione, portandosi a Viterbo e quindi a Orvieto: il successo
di tale iniziativa fu superiore al previsto, tanto da indurre il papa a progettare
il proseguimento del suo viaggio verso nord sia per pacificare tra di loro i
popolosi e ricchi comuni padani sia per ottenere il loro coinvolgimento a
sostegno dell’impresa d’Oltremare. La morte di Innocenzo III, avvenuta nel
luglio 1216 a Perugia, segnò la fine del progetto.11
A raccoglierne l’eredità fu il cardinale Ugo d’Ostia, un parente del defunto
papa, dal quale già nel 1198 era stato creato cardinale diacono di S. Eustachio

9
  Roscher, Innocenz III. und die Kreuzzüge, pp. 58-99, dove l’autore esamina accuratamente
le iniziative legate alla necessità di organizzare militarmente e finanziariamente la IV crociata,
nonché alle iniziative diplomatiche volte a ottenere la pace necessaria per poter avviare la
crociata stessa; Othmar Hageneder, Innocenz III. und die Eroberung Zadars (1202). Eine
Neuinterpretation des Br. V 160 (161), in «Mitteilungen des Instituts für Österreichische
Geschichtsforschung», C (1992), pp.  197-213; The Fourth Crusade Revisited. Atti della
Conferenza internazionale nell’ottavo centenario della IV Crociata (1204-2004), Andros
(Grecia), 27-30 maggio 2004, ed. Pierantonio Piatti, Città del Vaticano, Libreria Editrice
Vaticana, 2008 (Atti e documenti, 25); Werner Maleczek, Innocenzo  III e la quarta
crociata. Da forte ispiratore a spettatore senza potere, in Quarta crociata. Venezia – Bisanzio
– Impero latino, 2 voll., edd. Gherardo Ortalli, Giorgio Ravegnani, Peter Schreiner, Venezia,
Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 2006, I, pp. 389-422.
10
  Maccarrone, Orvieto e la predicazione della crociata, pp.  100-113; tali disposizioni
sono puntualmente stabilite nella costituzione 71, Ad liberandam Terram Sanctam, in
Constitutiones Concilii quarti Lateranensis una cum Commentariis glossatorum, ed. Antonio
García y García, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1981 (Monumenta iuris
canonici. Series A: Corpus Glossatorum, 2), pp. 110-118; si veda ora il contributo di Uta-
Renate Blumenthal in questo volume.
11
  Maccarrone, Orvieto e la predicazione della crociata, in partic. pp. 86-163.
Le legazioni di Ugo d’Ostia 287

e nel 1206 fu promosso alla sede episcopale di Ostia e Velletri, la dignità più
prestigiosa all’interno del collegio cardinalizio.12 Durante il pontificato di
Innocenzo III Ugo fu incaricato di svolgere alcune legazioni apostoliche, in
particolare con il cardinale Leone Brancaleoni tra 1206 e 1209 fu inviato in
Germania due volte o tre, se si conta anche la missione interrottasi nel luglio
del 1208 a Verona, dove i legati appresero la notizia dell’assassinio di Filippo
di Svevia, con il quale si sarebbero dovuti incontrare per risolvere il negotium
imperii, la spinosa questione della successione al trono imperiale apertasi con
la prematura morte di Enrico VI († 28.IX. 1197).13 Con l’elezione di Ono-
rio III Ugo mantenne una posizione eminente entro il collegio cardinalizio
e, proprio per realizzare le deliberazioni del IV concilio lateranense – sia la
già ricordata costituzione 71 sia quelle concernenti la vita regolare (n. 13) e
l’impegno dell’episcopato nella cura d’anime (nn. 10 e 21) – tra il 1217 e il
1221 intraprese per ben tre volte la via della Toscana e della Lombardia.14
L’attività di legato del cardinale d’Ostia è a noi nota soprattutto grazie
agli studi di Guido Levi, editore del registro approntato in vista e nel corso

12
 Preciso subito che il nome Ugo è preferibile al più popolare Ugolino, poiché è quello usato
sia dallo stesso cardinale sia nelle fonti coeve, si veda Maria Pia Alberzoni, Dalla domus
del cardinale d’Ostia alla curia di Gregorio IX, in Gregorio IX e gli Ordini mendicanti, Spoleto,
CISAM, 2011 (Atti dei Convegni della Società internazionale di studi francescani e del Centro
interuniversitario di studi francescani, 38. Nuova Serie, 21), pp. 73-121, in partic. pp. 76-77;
Ernst Brem, Papst Gregor IX. bis zum Beginn seines Pontifikats. Ein biographischer Versuch,
Heidelberg, Carl Winter’s Universitätsbuchhandlung, 1911 (Heidelberger Abhandlungen,
32), p. 1 in nota osserva: ‘Er selbst nennt sich Hugo’; le origini e la carriera del cardinale sono
ricostruite da Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 126-133.
13
  Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp.  129-130; Maccarrone, Orvieto e la
predicazione della crociata, p. 153 parla di tre legazioni; sul negotium imperii, oltre a Friedrich
Kempf, Innocenz  III. und der deutsche Thronstreit, in «Archivum historiae pontificiae»,
XXIII (1985), pp. 64-91 e si veda Werner Maleczek, in Enciclopedia dei papi, II (2000),
pp. 326 -350, s.v. Innocenzo III, in partic. pp. 344-345; Id., in DBI, LXII (2004), pp. 419-435,
in partic. pp. 429-430, s.v. Innocenzo III, papa.
14
  Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 130-131: la prima legazione si svolse nel 1217;
la seconda dal maggio 1218 all’agosto del 1219 e la terza e meglio documentata, grazie alla
conservazione del registro del cardinale, si svolse nel 1221; per la prima e l’ultima missione
si sono conservate le lettere indirizzate da Onorio III ai prelati delle regioni dove si sarebbe
dovuto recare il legato: Epistolae saeculi XIII e regestis pontificum Romanorum selectae per
G.  H. Pertz, ed. Carolus Rodenberg, MGH. Epistolae saeculi XIII e regestis pontificum
Romanorum selectae, 1 (1883), pp.  9-10 (1217 gennaio 23); Guido Levi, Registri dei
cardinali Ugolino d’Ostia e Ottaviano degli Ubaldini, Roma, Istituto storico Italiano, 1890
(Fonti per la storia d’Italia, 8), pp. 138-140 (1221 marzo 4).
288 Maria Pia Alberzoni

della legazione svolta dal cardinale nel 1221, nonché autore di un ampio arti-
colo, nel quale, oltre a ricostruire attentamente l’itinerario delle legazioni
nell’Italia centro-settentrionale di Ugo, egli pubblicò alcuni importanti
documenti degli anni 1217-1219 e per questo non compresi nel registro.15 In
esso, infatti, furono accolti solo gli atti ritenuti più significativi sia quelli rice-
vuti, come per esempio le lettere papali o di Federico II, sia quelli approntati
dalla cancelleria del cardinale. L’edizione del Registro favorì gli studi soprat-
tutto sulla carriera di Ugo, mi limito qui a ricordare la ricostruzione biogra-
fica della carriera di Ugo d’Ostia, pubblicato da Ernst Brem nel 1911;16 sulla
"Revue d’histoire ecclésiastique" del 1950 apparve poi un importante arti-
colo di Christine Thouzellier, dedicato esclusivamente all’esame dell’attività
del legato durante la legazione del 1221, finalizzata all’organizzazione della
quinta crociata; in merito allo svolgimento delle missioni svolte dal cardinale
d’Ostia, soprattutto nell’area lombarda e, segnatamente, milanese meritano
di essere infine ricordati i volumi di Raimund Hermes, dedicato al comune
di Milano nella prima metà del XIII secolo, e di Laura Baietto, attenta alla
ricostruzione complessiva dei rapporti tra il papato e il mondo comunale.17
Anche gli studi sulla biografia di Ugo d’Ostia nel periodo del suo cardinalato
non sono numerosi: oltre alla già ricordata biografia di Werner Maleczek, è
ora possibile aggiungere le voci di Ovidio Capitani rispettivamente apparse
nell’Enciclopedia dei papi e nel Dizionario biografico degli Italiani.18

15
  Levi, Registri e Guido Levi, Documenti a illustrazione del Registro del Card. Ugolino
d’Ostia legato apostolico in Toscana e in Lombardia, in «Archivio della R. Società Romana di
Storia Patria», XII (1889), pp. 241-326.
16
  Brem, Papst Gregor IX. (vedi sopra, nt. 12).
17
  Christine Thouzellier, La légation en Lombardie du cardinal Hugolin (1221) un
épisode de la cinquième croisade, in «Revue d’histoire ecclésiastique», XLV (1950), pp. 508-
542; Raimund Hermes, Totius libertatis patrona. Die Kommune Mailand in Reich und
Region während der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts, Frankfurt am Main, Peter Lang, 1999
(Europäische Hochschulschriften. Reihe 3, Geschichte und ihre Hilfswissenschaften, 858),
in partic. pp.  48-61; Laura Baietto, Il papa e le città. Papato e comuni in Italia centro-
settentrionale durante la prima metà del XIII secolo, Spoleto, CISAM, 2007 (Istituzioni e
società, 9), in partic. pp. 190-267.
18
  Ovidio Capitani, in Enciclopedia dei papi, II (2000), pp. 363-380, s.v. Gregorio IX; Id.,
in DBI, LIX (2002), pp. 166-178, s.v. Gregorio IX, papa; si veda inoltre Werner Maleczek,
Zwischen lokaler Verankerung und universalem Horizont. Das Kardinalskollegium unter
Innocenz III., in Innocenzo III. Urbs et Orbis. Atti del Congresso internazionale; Roma, 9-15
settembre 1998, ed. Andrea Sommerlechner, 2 voll., Roma, ISIME - Istituto storico italiano
per il Medio Evo, 2003 (Nuovi studi storici, 55), I, pp. 102-174, in partic. pp. 141-146.
Le legazioni di Ugo d’Ostia 289

Va ancora aggiunto che sono rari i contributi dedicati alla formazione


e alle carriere di singoli legati papali incaricati di predicare la crociata o di
accompagnare gli eserciti durante il passagium: oltre agli ampi e ancor validi
studi, ri­spettivamente dedicati da Marcel e Christiane Dickson a Roberto
di Courson, attivo con Stefano Langton e Giacomo di Vitry nella predica-
zione nel regno di Francia nell’estate dl 1213, da Yves Congar al cardinale
cisterciense Enrico di Albano, impegnato nella predicazione della terza cro-
ciata, e di Rudolf Hiestand su Oliviero di Colonia, predicatore in Germania,
mi limito qui a ricordare il volume di Werner Maleczek su Pietro Capuano,
anch’egli uno degli ecclesiastici di primo piano nella conduzione della crociata
– precisamente della IV – e quello di Falko Neininger su Konrad von Urach,
predicatore della V crociata in Germania, rinviando alle abbondanti indica-
zioni bibliografiche offerte nei saggi del presente volume per una rassegna più
completa.19
In questa occasione limiterò il mio esame alle legazioni svolte da Ugo
d’Ostia nella penisola italiana tra 1217 e 1221. Non è mia intenzione pro-
porre una ricostruzione dettagliata dell’intensa attività svolta dal cardinale,
sulla quale si sono già soffermati gli studi sopra citati del Levi, del Brem e della
Thouzellier. Cercherò invece di mettere a fuoco i motivi di novità ri­spetto
ad analoghi incarichi in precedenza affidati ai legati inviati nella regione
padana, soprattutto per cogliere in che misura il delicato e, in qualche modo,

19
  Marcel Dickson, Christiane Dickson, Le cardinal Robert de Courson: sa vie,
in «Archives d’histoire doctrinale et littéraire du Moyen Âge», IX (1934), pp.  53-142;
Yves M.-J. Congar, Henri de Marcy, abbé de Clairvaux, cardinal-évêque d’Albano et légat
pontifical, in Analecta monastica. Textes et études sur la vie des moines au Moyen Âge. V e série,
Roma, «Orbis catholicus» - Herder, 1958 (Studia anselmiana philosophica theologica, edita
a professoribus Instituti Pontificii S. Anselmi de Urbe, 43), pp. 1-90; Rudolf Hiestand,
Oliver Scholasticus und die Pariser Schulen zu Beginn des 13. Jahrhunderts, in «Jahrbuch
des Kölnischen Geschichtsvereins», LVIII (1987), pp. 1-34; Werner Maleczek, Petrus
Capuanus. Kardinal, Legat am vierten Kreuzzug, Theologe († 1214), Wien, Verlag der
Österreichischen Akademie der Wissenschaften, 1988, ora in traduzione italiana riveduta e
aggiornata dall’autore: Pietro Capuano. Patrizio amalfitano, Cardinale, Legato alla Quarta
Crociata, Teologo († 1214), Amalfi, Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 1997 (Biblioteca
amalfitana, 2); Falko Neininger, Konrad von Urach († 1227): Zähringer, Zisterzienser,
Kardinallegat, Paderborn – München – Wien – Zürich, Ferdinand Schöning, 1994 (Quellen
und Forschungen aus dem Gebiet der Geschichte; N.F., 17); si veda, inoltre, Andrea
Tilatti, Legati del papa e propaganda nel Duecento, in La propaganda politica nel basso
medioevo, Spoleto, CISAM, 2002 (Atti dei Convegni del Centro italiano di studi sul basso
medioevo - Accademia Tudertina e del Centro di studi sulla spiritualità medievale, 38. Nuova
Serie, 15), pp. 145-176.
290 Maria Pia Alberzoni

nuovo compito dell’organizzazione della crociata in tutti i suoi dettagli abbia


contribuito a ridisegnare e ad ampliare i compiti e i poteri del legato.20 D’al-
tra parte, come hanno mostrato le valide ricerche di Ludwig Falkenstein, pro-
prio lo studio delle singole carriere consente di cogliere la qualità dei compiti
affidati ai legati e il loro grado di partecipazione al governo della Chiesa.21
Per quanto riguarda le legazioni di Ugo d’Ostia nell’Italia centro-­
settentrionale è necessario in primo luogo comprendere i motivi alla base
della scelta della sede apostolica di inviare in Lombardia come legato un car-
dinale, e un cardinale importante.
Si trattava di una novità, perché dopo l’intensa stagione segnata dalla
assidua presenza di inviati del papa nell’Italia settentrionale negli anni dello
scontro con Federico I, il raccordo tra la curia papale e la Lombardia era stato
affidato prevalentemente all’azione dei cardinali lombardi, spesso incaricati
di lunghe missioni nella regione d’origine durante le quali erano talora indi-
cati come vicari del papa.22 Durante il pontificato di Innocenzo III, almeno
fino al 1212, furono soprattutto gli ecclesiastici locali a consentire la conti-
nuità dei rapporti tra la curia romana e la regione padana: dapprima il papa
impegnò alcuni vescovi, chierici e monaci lombardi conferendo loro l’incarico

20
 In tale prospettiva sono utili le indicazioni per lo sviluppo delle ricerche tratteggiate
da Märtl, Zey, Aus der Frühzeit europäischer Diplomatie? Einleitung, pp.  19-21; ricordo
ancora che, se per il XII secolo disponiamo dell’ottima messa a punto di Stefan Weiss, Die
Urkunden der päpstlichen Legaten von Leo IX. bis Coelestin III. (1049-1198), Köln-Weimar-
Wien, Böhlau, 1995 (Regesta imperii. Beihefte: Forschungen zur Kaiser- und Papstgeschichte
des Mittelalters, 13), per il XIII secolo è ancora necessario rifarsi a Heinrich Zimmermann,
Die päpstliche Legation in der ersten Hälfte des 13. Jahrhunderts. Vom Regierungsantritt
Innocenz’ III. bis zum Tode Gregors  IX. (1198-1241), Paderborn, Ferdinand Schöningh,
1913 (Veröffentlichungen der Sektion für Rechts- und Sozialwissenschaften der Görres-
Gesellschaft, 17), nonché a Karl Ruess, Die rechtliche Stellung der päpstlichen Legaten
bis Bonifaz VIII., Paderborn, Ferdinand Schöningh, 1912 (Veröffentlichungen der Sektion
für Rechts- und Sozialwissenschaften der Görres-Gesellschaft, 13), si veda ora Werner
Maleczek, Die Brüder des Papstes. Kardinäle und Schriftgut der Kardinäle, in Das Papsttum
und das vielgestaltige Italien, edd. Herbers, Johrendt, pp. 331-372, in partic. pp. 346-350.
21
 Mi riferisco qui soprattutto a Ludwig Falkenstein, Wilhelm von Champagne, Elekt
von Chartres (1164-1168), Erzbischof von Sens (1168/69-1176), Erzbischof von Reims
(1176-1202), Legat des apostolischen Stuhles, im Spiegel päpstlicher Schreiben und Privilegien,
in «Zeitschrift für Rechtsgeschichte. Kanonistische Abteilung», LXXXIX (2003), pp. 107-
284, anche nella versione più sintetica: Id., Guillaume aux Blanches Mains: archevêque de
Reims et légat du Siège Apostolique (1176-1202), in «Revue d’histoire de l’Église de France»,
XCI (2005), pp. 5-25.
22
  Alberzoni, Gli interventi della Chiesa di Roma, in partic. pp. 143-159.
Le legazioni di Ugo d’Ostia 291

di visitatores et provisores Lombardie – mi riferisco ai vescovi Lotario di Ver-


celli e Uberto di Milano, al prete Alberto da Mantova, e agli abati cisterciensi
Gerardo da Sesso e Pietro di Lucedio, entrambi ben presto elevati all’episco-
pato, rispettivamente di Novara e di Ivrea.23 Essi erano incaricati di verificare le
accuse che giungevano alla sede apostolica in merito alla condotta dei vescovi
padani, sovente costretti dai rispettivi comuni a contribuire con i beni delle
loro Chiese alle spese militari contravvenendo così alle disposizioni del III e
del IV concilio lateranense.24
Solo con l’acuirsi dello scontro con Ottone IV, cui Milano e le sue alleate
continuavano ad aderire ignorando le direttive papali, Innocenzo III sentì la
necessità di nominare un cardinale legato e a tale scopo, nella primavera del
1211 il cisterciense Gerardo da Sesso, già visitator et provisor Lombardie e da
poco vescovo eletto di Novara, fu incaricato della legazione in Lombardia e,
contestualmente, creato cardinale vescovo ‘eletto’ di Albano.25 La presenza
dello scomunicato imperatore in Lombardia e l’improvvisa morte di Gerardo
da Sesso (16 dicembre 1211) resero necessaria una legazione per evitare che il
fronte favorevole agli orientamenti della sede apostolica – la pars Ecclesie – si
dissolvesse. Furono allora nominati legati papali due vescovi della regione,
Sicardo di Cremona e il milanese Ariprando Visconti, vescovo di Vercelli, la
cui missione si svolse rispettivamente nei territori corrispondenti in pratica
alle aree di influenza dei due schieramenti intercittadini da oltre un decennio
in forte contrasto tra di loro: vale a dire Ariprando nella Lombardia occiden-
tale, fino almeno a Milano, e Sicardo nella Lombardia orientale, gravitante
su Cremona.26 La scelta di affidare la legazione a ­ecclesiastici ­politicamente

23
 Uno sguardo d’insieme sull’attività di questi ecclesiastici è in Alberzoni, Città, vescovi e
papato, pp. 79-110; si veda inoltre Baietto, Il papa e le città, pp. 101-139.
24
 Mi riferisco al canone 19 del III concilio lateranense (Conciliorum oecumenicorum
decreta, edd. Giuseppe Alberigo, Giuseppe Luigi Dossetti, Perikles Petros Joannou, Claudio
Leonardi, Paolo Prodi, edizione bilingue, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1991, p.  221) e
alla costituzione 46 del lateranense IV (Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p.  86);
gli sviluppi dell’azione della sede apostolica nei confronti dei comuni sono tratteggiati da
Alberzoni, Città, vescovi e papato, pp. 27-77.
25
 Si veda ora la ricostruzione della carriera, con indicazioni circa la precedente storiografia,
in Alberzoni, Il rigore del legato, pp. 1-21.
26
  Massimo Vallerani, Cremona nel quadro conflittuale delle città padane nell’età di
Federico I, in Cremona città imperiale. Nell’VIII centenario della nascita di Federico II. Atti del
Convegno internazionale di studi; Cremona, 27-28 ottobre 1995, Cremona, Linograf, 1999
(Annali della Biblioteca statale e Libreria civica di Cremona, 49), pp. 41-69; Id., La politica
degli schieramenti: reti podestarili e alleanze intercittadine nella prima metà del Duecento, in
Andenna, Bordone, Somaini, Vallerani, Comuni e signorie nell’Italia settentrionale,
292 Maria Pia Alberzoni

vicini all’orientamento dei comuni entro i quali avrebbero dovuto svolgere


il loro compito rivela che erano state denunciate alla curia romana le diffi-
coltà che si presentavano all’azione del legato, nel caso si fosse trovato a trat-
tare con regimi comunali ostili. In tal senso la breve esperienza legatizia di
Gerardo da Sesso, che poté agire solo con l’appoggio del vescovo Sicardo e
nei comuni politicamente schierati con Cremona, dovette essere esemplare e
suggerire la necessità di un cambiamento di rotta.
Il progressivo aggravarsi della situazione e la sostanziale impossibilità di
sottomettere la regione alle direttive della sede apostolica fu alla base dell’in-
vio, nel maggio del 1216, di due cardinali di rilievo della curia romana, segno
dell’importanza che il papa attribuiva alla loro missione: Leone di S. Croce
e Raniero da Viterbo.27 Essi avrebbero dovuto convincere i Milanesi e i loro
alleati a cessare di sostenere Ottone IV e, una volta ottenuto ciò, avrebbero
potuto revocare l’interdetto che gravava sulla città, condizione indispensa-
bile per una pacificazione che avrebbe consentito al papa di raggiungere il
capoluogo lombardo e predicarvi la crociata. Innocenzo III scrisse al podestà
di Milano e ai governanti di tutte le città della regione per annunciare l’invio
dei due legati, che avrebbero dovuto preparare la sua venuta. Ma in questa
occasione i due cardinali non ebbero possibilità di azione e dovettero limi-
tarsi a ribadire la scomunica contro le autorità e l’interdetto sulle città di
Milano e di Piacenza.28
Il fatto che già l’anno successivo Onorio III inviasse nuovamente un car-
dinale legato nelle regioni settentrionali conferma l’interesse che la curia ora

pp. 427-453; Massimo Vallerani, I rapporti intercittadini nella regione lombarda tra XII e
XIII secolo, in Legislazione e prassi istituzionale nell’Europa medievale. Tradizioni normative,
ordinamenti, circolazione mercantile (secoli XI-XV), ed. Gabriella Rossetti, Napoli, Liguori,
2001 (Europa mediterranea. Quaderni, 15), pp.  221-290; Edward Coleman, Sicard of
Cremone as Legate of Innocent III in Lombardy, in Innocenzo III. Urbs et orbis, II, pp. 929-
953; si veda inoltre Giancarlo Andenna, Le istituzioni ecclesiastiche dall’età longobarda
alla fine del XIV secolo, in Storia di Cremona, edd. Id., Giorgio Chittolini, [Cremona], Banca
cremonese - Credito cooperativo, 2007, V, pp. 2-169, in partic. 77-89; per Ariprando Visconti
è ancora necessario rifarsi a Fedele Savio, Gli antichi vescovi d’Italia dalle origini al 1300
descritti per regioni. Il Piemonte, Torino, Fratelli Bocca editori, 1898, p. 488 e, soprattutto ad
Alberzoni, Città, vescovi e papato, pp. 189-190.
27
  Zimmermann, Die päpstliche Legation, p. 47; la carriera dei due cardinali è tratteggiata
da Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp. 137-139 e 184-189; gli scopi della legazione
e il suo insuccesso sono esaminati da Maccarrone, Orvieto e la predicazione della crociata,
pp. 150-163.
28
  Maccarrone, Orvieto e la predicazione della crociata, pp. 154-159.
Le legazioni di Ugo d’Ostia 293

rivolgeva all’Italia dei comuni e alle repubbliche marinare in vista dell’orga-


nizzazione della crociata.
Se da una parte la legazione del cardinale d’Ostia rispondeva a pieno
alle nuove esigenze della rappresentanza papale e al ruolo in essa assunto
dai cardinali,29 la scelta di inviare nell’Italia centro-settentrionale il più
prestigioso esponente del collegio cardinalizio fu suggerita da due ordini
di questioni. In primo luogo, come già aveva notato il Maccarrone, il car-
dinale d’Ostia volle intraprendere proprio il medesimo itinerario verso
Pisa e Genova, che Innocenzo III aveva progettato di compiere pochi mesi
prima (nella primavera del 1216), per pacificare le città allora in guerra e
per ottenere da loro l’aiuto necessario per il trasporto dei crociati nel vicino
Oriente.30 In secondo luogo sembra di poter notare che, assumendo il com-
pito di legato, il cardinale d’Ostia intendesse porsi come il continuatore della
politica di riforma della Chiesa perseguita da Innocenzo  III e confermata
dal concilio lateranense IV, entro la quale un posto speciale spettava al pas-
sagium per recuperare i Luoghi Santi:31 Ugo era il vero erede del defunto
papa e come tale voleva connotarsi nei confronti di Onorio III. Per questo si

29
  Maleczek, Papst und Kardinalskolleg, pp.  336-344; Jochen Johrendt, Harald
Müller, Zentrum und Peripherie. Prozesse des Austausches, der Durchdringung und der
Zentralisierung der lateinischen Kirche im Hochmittelalter, in Römisches Zentrum und kirchliche
Peripherie. Das universale Papsttum als Bezugspunkt der Kirchen von den Reformpäpsten
bis zu Innozenz III., edd. Jochen Johrendt, Harald Müller, Berlin, Walter de Gruyter, 2008
(Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen. Neue Folge, 2), pp. 1-16;
Claudia Zey, Die Augen des Papstes. Zu Eigenschaften und Vollmachten päpstlicher Legaten,
ibid., pp. 77-108; si veda ora la sintesi, con ampie indicazioni bibliografiche, Ead., Maria
Pia Alberzoni, Legati e delegati papali (secoli XII-XIII): stato della ricerca e questioni aperte,
in Legati e delegati papali. Profili, ambiti d’azione e tipologie di intervento nei secoli XII-XIII,
edd. Maria Pia Alberzoni, Claudia Zey, Milano, Vita e Pensiero, 2012 (Università. Storia.
Ricerche), pp. 3-27, in partic. pp. 3-12.
30
  Maccarrone, Orvieto e la predicazione della crociata, p.  149: ‘Fu l’itinerario seguito
poi dal card. Ugolino, mandato nel 1217 in Toscana ed in Lombardia e nel marzo a Pisa e a
Genova. Nel caso di Innocenzo III tale direzione del viaggio è suggerita dalla via seguita dopo
la visita ad Orvieto, che lasciò da parte la Toscana per seguire la vallata del Tevere lungo la
Flaminia, con le tappe (...) a Todi e a Perugia’.
31
  Roscher, Innocenz  III. und die Kreuzzüge, pp.  158-160, sulla predica di apertura del
concilio lateranense IV, tutta incentrata sull’imminente passagium (PL, CCXVII (1890),
coll. 673-680); sulla concezione della crociata sviluppata da Innocenzo III si veda Christian
Grasso, Ars predicandi e crociata nella predicazione dei magistri parigini, in ‘Come l’orco
della fiaba’. Studi per Franco Cardini, ed. Marina Montesano, Firenze, SISMEL – Edizioni del
Galluzzo, 2010 (Millennio Medievale. Strumenti e studi. N. s., 27), pp. 141-150.
294 Maria Pia Alberzoni

impegnò per dare attuazione alle direttive conciliari e lo fece riprendendo il


viaggio che l’anno prima Innocenzo III aveva progettato di fare.32
La scelta di inviare il più importante esponente del collegio cardinalizio
nell’Italia settentrionale sembra dunque rimarcare il valore altamente sim-
bolico insito nelle legazioni di Ugo d’Ostia nell’Italia centro-settentrionale:
con lui era il papa stesso a muoversi verso le regioni settentrionali, addirit-
tura il grande papa Innocenzo III, giacché il legato, a meno di sei mesi dalla
morte, ne riprendeva la missione e il percorso, inaspettatamente interrottosi
con la morte a Perugia il 16 luglio 1216.
Al tempo stesso va ricordato un altro motivo che contribuì indubbia-
mente ad ampliare il significato della legazione di Ugo: fin dal febbraio del
1221, non appena si diffuse la notizia della sua imminente partenza per l’Ita-
lia centro-settentrionale e prima ancora che Onorio III con una lettera circo-
lare la annunciasse agli ecclesiastici e ai governanti della regione, Federico II
si affrettò a congratularsi con lui e gli riconobbe addirittura l’autorità di un
legato imperaile, conferendogli il potere di assolvere dal banno imperiale
tutti coloro che, pur colpiti da questa sanzione, si fossero impegnati per il
negotium crucis e avessero obbedito agli ordini del legato.33 Forse tale potere
generò una certa confusione, tanto che in alcuni documenti accolti nel regi­
stro della legazione il cardinale d’Ostia viene indicato come agente anche a
nome dell’imperatore, o addirittura come suo vicario.34

32
  Brem, Papst Gregor  IX., pp.  24-25 mette in luce la rivalità di Ugo nei confronti di
Onorio III e la sua volontà di proseguire le linee dell’azione di Innocenzo III, sottolineandone
fortemente la paternità innocenziana, così da non lasciar prevalere il profilo più modesto del
cardinale Cencio-Onorio III.
33
  Levi, Registri, p. 150-152, n. CXXII; Thouzellier, La légation en Lombardie, pp. 509-
510 nota: ‘Le prélat succède au légat de Frédéric, Conrad de Metz, et, sans en avoir le titre,
assume partiellement l’autorité d’un véritable vicaire impérial’; Julius Ficker, Forschungen
zur Reichs- und Rechtsgeschichte Italiens, 4 voll., Innsbruck, Verlag der Wagner’sche
Universitäts-Buchhandlung, 1868-1874, I (1868), p.  342 notava che il cardinale Ugo nel
1221 solo una volta era definito ‘apostolice sedis legatus et imperialis aule vicarius’, titolo che
però egli mai attribuì a se stesso, aggiungendo alcune osservazioni sull’uso sostanzialmente
debole e oscillante di questi titoli; si vedano ora anche le osservazioni di Knut Görich,
Die Reichslegaten Kaiser Friedrichs II., in Aus der Frühzeit europäischer Diplomatie, edd. Zey,
Märtl, pp. 119-149, in partic. pp. 129-136, dove si mette in luce la difficoltà a cogliere con
precisione i contorni di tali cariche, talora apparentemente sovrapposte.
34
  Levi, Registri, p.  19, n. XVII: ‘Amiço Sacco, Mediolanensis potestas, super petitione
quam eiusdem civitatis communi fecit dictus dominus legatus ex parte domini pape et domini
impeatoris pro subsidio Terre Sancte’; p. 20, n. XVIII: ‘petione quam [Hugo] fecit potestati
et communi Laudensi ex parte domini pape et domini imperatoris’; p. 95, n. LXXII: ‘Hugo
Le legazioni di Ugo d’Ostia 295

L’esame delle lettere prodotte dalle cancellerie di Onorio III e di Fede-


rico II per annunciare l’invio del cardinale in occasione delle sue legazioni
nelle regioni centro-settentrionali della Penisola consente di formulare
alcune ipotesi circa i tratti salienti della personalità del legato, nonché circa
gli sviluppi dei compiti legatizi in relazione alle necessità insite nell’organiz-
zazione della crociata.35
Allorché il 23 gennaio 1217 Onorio III annunciò a tutti gli ecclesiastici,
alle autorità comunali e a tutti i fedeli della Lombardia (intesa nella sua acce-
zione più ampia) e della Tuscia l’arrivo del cardinale d’Ostia – si trattava
della sua prima legazione nell’Italia centro-settentrionale – la cancelleria
papale produsse quella che può essere considerata una vera e propria enci-
clica per la crociata, con la quale si raccomandava di accogliere il legato e di
obbedire ai suoi ordini.36 La corposa ed elaborata arenga, ricca di citazioni
scritturistiche, sviluppa temi consueti per invitare i cristiani all’impegno
di recuperare la Terra Santa, a partire dalla costatazione che si presentava il
tempo favorevole (II Cor 6, 2) per riscattare i propri peccati, segnato dalla
possibilità offerta ai fedeli di restituire a Cristo la Sua eredità, che, con igno-
minia per il popolo cristiano, era caduta in possesso dei discendenti di Agar,

Dei gratia Ostiensis et Velletrensis episcopus Apostolice Sedis legatus, ex parte domini
pape et domini imperatoris et auctoritate legationis qua fungebatur’; p. 110, n. LXXXVI:
‘Sanctissimo patri ac domino Hugoni Dei gratia Sancte Romane Ecclesie cardinali et Ostiensis
et Velletrensis episcopi, Apostolice Sedis legato et imperialis aule vicario’.
35
 Anche la Thouzellier, La légation en Lombardie, p.  540 nota che il cardinale,
inviato per predicare la crociata, aveva di fatto agito ben oltre il mandato ricevuto dal papa
e dall’imperatore; secondo Franco Cardini, La crociata e le crociate, in Gregorio IX e gli
Ordini mendicanti, pp. 325-350, in partic. 327, il cardinale Ugo ‘va considerato senza dubbio
uno dei promotori e dei protagonisti dell’elaborazione teologico-canonistica di quello che
allora si definiva succursus Terrae Sanctae o negotium crucis e del suo stretto rapporto sia con la
dinamica dell’auctoritas pontificia e la sua affermazione egemonica sulle potestates temporali,
sia con la repressione dell’eresia, sia con la missione e l’espansione della Cristianità latina dalla
penisola iberica verso il Maghreb e dall’Europa centrale verso il nordest slavo e baltico. In
tal senso egli ha condotto a maturazione una complessa dinamica che si era già avviata con
Urbano II a Clermont nel 1095’.
36
  Epistolae saeculi XIII, pp. 9-10, n. 12: Tempus acceptabile instat (1217 gennaio 23; Potthast
R, n. 5430; Regesta Honorii Pape III, ed. Petrus Pressutti, 2 voll., Roma, Typographia Vaticana,
1888-1895, n. 272) su tale genere letterario rimane fondamentale lo studio di Ursula
Schwerin, Die Aufrufe der Päpste zur Befreiung des Heiligen Landes von den Anfängen bis
zum Ausgang Innocenz IV. Ein Beitrag zur Geschichte der kurialen Kreuzzugspropaganda und
der päpstlichen Epistolographie, Berlin, Emil Ebering, 1937 (Historische Studien, 301).
296 Maria Pia Alberzoni

la serva di Abramo e madre di Ismaele.37 E il tempo favorevole coincideva


con il tempo della vendetta di Cristo attraverso i suoi seguaci che, prendendo
su di sé la croce, gli avrebbero restituito l’eredità usurpata. Si tratta di temi
in gran parte elaborati da Bernardo di Clairvaux in occasione degli appelli
rivolti ai re e agli ecclesiastici per invitarli a intraprendere la II crociata – in
particolare nella sua enciclica per la crociata, vale a dire la lettera 363 del
1146 –, quindi ripresi e approfonditi da Innocenzo III a partire dal primo
anno del suo pontificato, in previsione della IV crociata.38
Alla giustificazione teologica dell’invito al pellegrinaggio armato, segui-
vano le disposizioni volte a garantire la protezione dei beni dei crociati,
secondo quanto stabilito dal IV concilio lateranense.39 Per quanto riguarda

37
  Epistolae saeculi XIII, p. 9: ‘Ignominia est namque populo Christiano, quod rex ille regum,
qui creavit omnia et ea que celi ambitu continentur, a propria sede depulsus pro nostris
favoribus ammisit terram, que funiculus est hereditatis sue (...). Confusio est enim universis,
qui sub Christo principe gloriantur, quod princeps noster ammisit terreni gloriam regni sui et
terram nativitatis, in qua corporaliter visus est cum hominibus conversando, ac filii ancille, qui
non sunt heredes cum filio libere, illam detinent miserabiliter occupatam’.
38
  Epistolae saeculi XIII, p.  10: ‘Tempus est enim, ut faciant vindictam in nationibus, in
gentibus scilicet detinentibus et contaminantibus Terram Sanctam, in hiis qui stultam faciunt
gloriam crucis Christi et exprobrant ignominiam Dominice passionis’; Jean Leclercq,
L’Encyclique de S. Bernard en faveur de la croisade, in «Revue bénédictine», LXXXI (1971),
pp.  282-308 e Id., Pour l’histoire de l’encyclique de saint Bernard sur la croisade, in Études
de civilisation médiévale. Mélanges offerts à Edmond-René Labande, Poitiers, C. é. S. C. M.,
1974, pp. 479-490, in partic. pp. 480-485: i due saggi sono ora in Id., Recueil d’études sur
Saint Bernard et ses écrits, 5 voll., Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1962-1992, (Storia e
Letteratura. Raccolta di studi e testi, 167), IV (1987), pp. 227-246 e 247-263, da dove saranno
date le successive indicazioni di pagina; si vedano, inoltre, Franco Cardini, Bernardo e
le crociate, in Bernardo cistercense. Atti del XXVI Convegno storico internazionale; Todi, 8-11
ottobre 1989, Spoleto, CISAM, 1990 (Atti dei Convegni del Centro italiano di studi sul
basso medioevo - Accademia tudertina. Nuova serie, 3), pp. 187-197 e Marco Meschini,
San Bernardo e la seconda crociata, Milano, Mursia, 1998 (Strumenti per una nuova cultura.
Storia medioevale), in partic. pp.  92-100; l’edizione della lettera 363 è in Bernardus
Claraevallensis, Lettere, Milano, Scriptorium Claravallense. Fondazione di Studi
cistercensi, 1986-1987 (Opere di san Bernardo a cura di Ferruccio Gastaldelli, 6), t. II (1987),
pp.  430-439; Roscher, Innocenz  III. und die Kreuzzüge, pp.  27-58 mette in luce come
Innocenzo III abbia manifestato preoccupazione per le sorti della Terra Santa solo dalla piena
estate del 1198, quindi oltre se mesi dopo la sua elezione; la prima enciclica di Innocenzo III
in vista della crociata risale infatti al 15 agosto 1198: Reg. Inn. III., I/1, pp. 498-505, n. 336.
39
  Epistolae saeculi XIII, p. 10: ‘Ceterum nos iuxta statutum sacri concilii generalis personas
et bona eorum, qui crucis sunt caractere insigniti, recipientes sub protectione sedis apostolice
speciali’ (Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp.  113-114); si veda il contributo di
Uta-Renate Blumenthal, in questo volume.
Le legazioni di Ugo d’Ostia 297

la ricompensa promessa, poi, erano ribadite le norme previste dalla costitu-


zione Ad liberandam, consistenti nella piena remissione dei peccati non solo
per coloro che avessero intrapreso personalmente il passagium e ne avessero
sostenuto i costi, ma anche per coloro che, impossibilitati ad accollarsi per-
sonalmente l’impegno, se ne fossero però assunti l’onere economico e aves-
sero armato e dotato un’altra persona al loro posto e, infine, per coloro che
fossero partiti grazie al finanziamento offerto da terzi; per questi ultimi due
gruppi di partecipanti la ‘plena venia peccatorum’ era commisurata all’entità
del subsidium prestato.40
Nel seguito della lettera, Onorio  III indicava come compito precipuo
degli ecclesiastici favorire e garantire la pacificazione e l’osservanza della tre-
gua generale di quattro anni, stabilita sempre dalla costituzione conciliare in
vista dell’attuazione dell’impresa, minacciando la scomunica a chi avesse tur-
bato la pace e l’interdetto sulle terre di sua competenza.41 Il papa insi­steva poi
sul suo ardente desiderio che si instaurasse la pacificazione auspicata e la indi-
cava come compito primario affidato al legato, assieme alla necessaria riforma
della Chiesa.42 Onorio III si soffermava quindi sulle doti che facevano di Ugo
d’Ostia la persona idonea a svolgere tale ardua missione: egli era stimatissimo

40
  Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, pp. 117-118: ‘Nos ergo de omnipotentis Dei
misericordia et beatorum apostolorum Petri et Pauli auctoritate confisi, ex illa quam nobis,
licet indignis, Deus ligandi atque soluendi contulit potestatem, omnibus qui laborem istum
in propriis personis subierint et expensis, plenam suorum peccaminum de quibus ueraciter
fuerint corde contriti et ore confessi ueniam indulgemus et in retributione iustorum salutis
eterne pollicemur augmentum. (...) Huius quoque remissionis uolumus et concedimus esse
participes, iuxta quantitatem subsidii et deuotionis affectum’; le stesse espressioni in Epistolae
saeculi XIII, p. 10.
41
  Epistolae saeculi XIII, p. 10: ‘Et quoniam pernecessarium credimus negotio Terre Sancte,
ut principes et populus Christianus pacis gaudeant unitate, adeo quod statutum est sancta et
universali synodo suadente, ut saltim per quadriennium in toto orbe Christiano pax generaliter
observetur, ita quod per ecclesiarum prelatos discordantes reducantur ad plenam pacem aut
firmam treugam inviolabiliter observandam, et qui acquiescere forte contempserint, per
excommunicationem in personas et interdictum in terras artissime compellantur’.
42
  Epistolae saeculi XIII, p. 10: ‘nos, qui ad liberationem terre illius ardenti desiderio aspiramus
ac pacem diligimus et ea inquirimus puro corde, tam pro exhortatione verbi crucis, quam
pro pacis seu treugarum federe propagando, et pro aliis que limam correctionis exposcunt,
mittimus ad vos venerabilem fratrem nostrum Ostiensem episcopum’; l’insistenza sulla
missione pacificatrice delle legazioni del cardinale d’Ostia nell’Italia centro-settentrionale
è sottolineata da Werner Maleczek, Das friedenstiftende Papsttum im 12. und 13.
Jahrhundert, in Träger und Instrumentarien des Friedens im hohen und späten Mittelalter, ed.
Johannes Fried, Sigmaringen, 1996 (Vorträge und Forschungen, 43), pp. 249-332, in partic.
pp. 306-307.
298 Maria Pia Alberzoni

dal papa e ben accetto a Dio e agli uomini, potente nelle opere e nelle parole,
esponente di rilievo della Chiesa e prediletto tra tutti i cardinali.43 In primo
piano tra i motivi addotti per l’invio di Ugo era dunque la sua capacità di
muovere gli animi con la predicazione corroborata dalle opere, indispensa-
bile sia per esortare a prendere la croce sia per stabilire pacificazioni e tregue,
nonché per dirimere altre questioni che fossero emerse:44 in tal modo risulta
ancor più evidente la continuità con l’iniziativa, pochi mesi prima intrapresa
con successo da Innocenzo III, di predicare personalmente la crociata. Nelle
intenzioni di Onorio  III la prima legazione affidata al cardinale d’Ostia
nell’Italia centro-settentrionale era dunque volta unicamente alla realizza-
zione della quinta crociata, con i poteri legatizi previsti per questo caso. Essa
si sarebbe dovuta estendere fino all’Ungheria, giacché al re Andrea II, che
aveva preso la croce, era stato annunciato con una lettera l’invio del cardi-
nale; ma le gravi questioni incontrate da quest’ultimo nel mondo comunale
italiano gli impedirono di proseguire il viaggio intrapreso.45
Con toni analoghi a quelli usati nella lettera del mese di gennaio, il 6
marzo 1217 il pontefice presentò il legato direttamente ai Pisani: Ugo era
un angelo del Signore degli eserciti dalle cui labbra essi avrebbero potuto
apprendere la vera legge, i suoi costumi brillavano come una stella e grazie
alla sua profonda conoscenza del nuovo e dell’antico Testamento, egli com-
pendiava in sé le virtù del sole e della luna.46 Evidentemente, di fronte alle

43
  Epistolae saeculi XIII, p.  10: ‘(Hostiensem episcopum) virum utique secundum cor
nostrum, Deo et hominibus acceptum, potentem in opere et sermone, precipuum ecclesie Dei
membrum, quem inter alios fratres nostros speciali prerogativa diligimus caritatis’.
44
  Epistolae saeculi XIII, p.  10: ‘tam pro exhoratione verbi crucis, quam pro pacis seu
treugarum federe propagando, et pro aliis que limam correctionis exposcunt’.
45
  Brem, Papst Gregor  IX., pp.  26-27; circa le sorti della spedizione che prese il via nel
settembre 1217 e che, a fasi alterne, proseguì fino al 1229, basti qui rinviare alla ancor valida
sintesi di Paul Alphandery, Alphonse Dupront, La Chrétienté et l’idée de Croisade,
2 voll., Paris, Éditions Albin Michel, 1954-1959; trad. it. La cristianità e l’idea di crociata,
Bologna, Il Mulino, 1974 (Nuova collana storica), pp. 354-385 (l’indicazione delle pagine
è dall’edizione italiana) e, in particolare, a Barbara Bombi, Introduzione, in I Cristiani e il
favoloso Egitto. Una relazione dall’Oriente e La storia di Damietta di Oliviero da Colonia, edd.
Giancarlo Andenna, Barbara Bombi, Genova-Milano, Marietti, 2009 (Verso l’Oriente, 4),
pp. 7-44, in partic. pp. 27-40.
46
  César-Auguste Horoy, Honorii III Romani pontificis Opera omnia, 5 voll., Paris, Impr.
de la bibl. ecclésiastique, 1879-1882 (Medii aevi bibliotheca patristica, 2), II (1879), coll.
315-316 (Potthast R, n. 5487): ‘ecce enim ad vos venerabilem fratrem nostrum Hugonem
episcopum Ostiensem apostolice sedis legatum transmittimus, qui utique coelum est enarrans
gloriam Dei, et tamquam stellarum fulgoribus, morum venustate praefulgens, in cujus
Le legazioni di Ugo d’Ostia 299

difficoltà nella trattativa tra Pisani e Genovesi, allora divisi in merito ai diritti
che entrambe le città vantavano sulla Sardegna – diritti rivendicati anche dal
papato sull’isola –, il legato chiese a Onorio III un apposito documento che
lo accreditasse come interlocutore autorevole tra le parti.47
Non si sono conservate le lettere con l’annuncio della legazione del 1218-
1219 – un motivo che sembra corroborare l’ipotesi che si trattasse di un’unica
legazione, iniziata nel 1217 e terminata nel 1219 –, mentre sia il registro vati-
cano sia il registro della legazione di Ugo d’Ostia tramandano la lettera con
la quale Onorio III il 14 marzo 1221 annunziava ai patriarchi di Aquileia
e di Grado, agli arcivescovi di Milano, Ravenna, Genova e Pisa, ai vescovi
e a tutti gli ecclesiastici della Lombardia, della Marca, della Romandiola e
della Tuscia l’invio di Ugo e i principali compiti a lui affidati: evangelizzare
le popolazioni con il verbum crucis, sostenere la giustizia e orientare gli animi
estirpando i vizi e piantando le virtù; a questo proposito, ovviamente, le doti
del legato più enfatizzate erano la facondia e l’eloquenza, capace di muovere
le menti degli ascoltatori.48 Il tono di questa lettera è ancor più elogiativo
delle precedenti a riguardo delle capacità e delle competenze del cardinale
d’Ostia, presentato come esempio luminoso di virtù a sostegno della Chiesa
e additato come il più stretto e valido collaboratore del papa, alla cui vici-
nanza Onorio III rinunciava solo in vista dell’organizzazione del negotium
Christi.49 In particolare nella lettera si dava molto risalto, tornando ancora

profecto sunt pectore, velut in firmamento luminaria duo magna (...), doctrina videlicet novi
et veteris Testamenti, qua spiritualibus spiritualia cooperando, dies quasi luce solis illustrat,
et minoribus lac praebendo potum, non escam, noctes illuminat quasi luna’; Brem, Papst
Gregor IX, p. 27.
47
  Maleczek, Das friedenstiftende Papsttum, p. 307; la politica del papato nei confronti della
Sardegna all’inizio del XIII secolo è efficacemente ricostruita da Mauro G. Sanna, Papato
e Sardegna durante il pontificato di Onorio III (1216-1227), Aonia Edizioni, Raleigh (NC,
USA), 2012; alle pp. XXXIV-L l’esame dei compiti affidati da Onorio III al cardinale Ugo
nelle delicate trattative tra Genova e Pisa: il volume è attualmente disponibile all’url: http://
www.academia.edu/3112435/Papato_e_Sardegna_durante_il_pontificato_di_Onorio_
III_1216-1227_Raleigh_2012; ora anche in formato cartaceo: Onorio III e la Sardegna
(1216-1227), Cagliari, CUEC Editrice, 2013 (Testi e documenti).
48
  Levi, Registri, pp.  138-140, n. CXI, dove la data del 4 marzo va corretta in 14 marzo
(Potthast R, n. 6589; Regesta Honorii, 3178): ‘ut fungens plene legationis officio, pro Christo
evangelizet populis verbum crucis, et alias recta regere ac indirecta dirigere satagens, aspera
convertat in plana, extirpando vitia et plantando virtutes’ (p. 139).
49
  Levi, Registri, pp. 138-139: ‘unde, cum inter alias occupationes et sollicitudines innumeras
et immensas, quibus angimur ultra vires, hoc instantius cogitemus qualiter succurratur exercitui
christiano feliciter in partibus transmarinis Domino militanti, qui etsi iugiter convalescat
300 Maria Pia Alberzoni

sul paragone della stella luminosa – e Ugo era la più luminosa delle stelle –,
alla capacità oratoria del legato, che doveva essere accolto come fosse il papa
stesso.50 Il pontefice, infatti, come egli stesso dichiarava, era troppo occupato
da numerose questioni e pertanto rinunciava a rinnovare gli inviti a pren-
dere la croce, le promesse della ricompensa eterna e della difesa dei beni dei
crociati, delegando evidentemente alla predicazione del legato il compito di
riproporre i temi oramai consueti. Se infatti l’arenga di questa lettera si pre­
senta realmente come una Primatarenga, con richiami alla necessità del papa
di condividere con il legato la plenitudo potestatis ‘in partem sollicitudinis’, è
al tempo stesso enfatizzata la facondia di Ugo che, con pregnante immagine,
sarà in grado di ‘fecondare le menti degli uditori’.51 Il medesimo tema era

contra inimicos nominis christiani, tanto magis tamen succursu indiget pleniori, quanto latius
inimicorum occupans terras, necesse habet occupationis probos deputare custodes, talem
ad comonefaciendum super hoc christifideles oportuit nos eligere, qui zelum Dei habens
secundum scientiam non minus merito sanctitatis et operum exemplari, quam virtute vocis
ad obsequendum Domino populum efficaciter excitaret; et ecce a dextris est nobis vir dextere
venerabilis frater noster .. episcopus Hostiensis qui dextera divina tamquam cedrus Libani
prelatus in Ecclesie paradiso, altitudine contemplationis erectus, virtutum odore suavis,
fame sinceritate penitus imputribilis, non solum sua fortitudine ad sustentationem domus
Domini operatur, verum etiam honestatis candore ipsius superficiem convenustat. Sed licet
ipsius presentia cara nobis valde careremus inviti, utpote cuius consilio et auxilio plurimum
indigimus, ne tamen tantum Christi negotium nostris postponere commodis videamur, eum
ad hoc providimus deputatum’.
50
  Levi, Registri, p. 139: ‘firmam spem fiduciamque tenentes quod Dominus, qui ei linguam
contulit eruditam, dans voci eius vocem virtutis sue, in beneplacito suo diriget vias eius, ipsius
facundia mentes audientium fecundando. Ceterum etsi, eius exemplo cuius immeriti vicem
gerimus, quod uni ex minimis nostris fit, nobis fieri reputemus, quia tamen sicut stella differt
a stella in claritate (cfr. 1 Cor 15, 41), ita inter eos est distinctio meritorum, nos cupientes
predictum episcopum eo propensius honorari, quo per eum sedes apostolica sublimius
honoratur, (...) mandamus, quatinus eundem legatum vel potius nos in ipso recipientes ilariter
et devote ac debita veneratione tractantes, eidem in omnibus et per omnia studeatis efficaciter
obedire’.
51
  Levi, Registri, p. 139: ‘ipsius facundia mentes audientium fecundando’; quanto all’arenga,
si veda, ibid., p. 138: Cum is qui secundum sue omnipotentiam maiestatis nec loco potest
nec tempore comprehendi (...) et celorum altitudine inclinata carnem assumens humanam
pro eo quod delicie sue sunt esse cum filiis hominum, discipulos quos elegerat in mundum
destinavit universum ut omni predicarent evangelium creature, suo nobis instruxit exemplo,
ut eis sequentes vestigia, cum assumpti simus in plenitudine potestatis nec per nos ipsos
possimus singulis negotiis imminere, inter eos quos in partem sollicitudinis evocavimus,
onera (...) dividamus»; sull’uso di queste arenghe, soprattutto in occasione della nomina
di legati, si veda Kenneth Pennington, Pope and Bishops. The Papal Monarchy in the
Twelfth and Thirteenth Centuries, Philadelphia (PA), University of Pennsylvania Press,
Le legazioni di Ugo d’Ostia 301

ripreso anche nella lettera gratulatoria che Onorio III, venuto a conoscenza


dei successi riportati dal legato, il 3 settembre 1221 gli inviò: in essa il papa
rendeva grazie a Dio per i frutti della legazione, che oramai stava volgendo
al termine, ed esaltava la carità, la dottrina e l’onestà del legato, che era stato
in grado di attirare molti alla causa della crociata e di rappacificarli tra loro
grazie alla sua parola, come pure di convertire i peccatori.52
Il 10 febbraio 1221, quasi un mese prima che Onorio  III annunciasse
solennemente agli ecclesiastici della Lombardia l’invio del cardinale, Fede-
rico  II, informato dal vescovo di Reggio Emilia Niccolò Maltraversi della
imminente legazione di Ugo, da Salerno scrisse a sua volta al legato una let-
tera dai toni molto affettuosi ed elogiativi.53 L’imperatore esprimeva la sua
gioia per la decisione di Onorio III di incaricare Ugo dell’officium della plena
legatio nella Lombardia e nella Tuscia, e attribuiva al legato, sempre definito
padre e amico, le seguenti qualità: uomo di fama integra, di profondissima
religiosità, di vita pura, eloquentissimo grazie alla sua facondia, insignito
di ben note virtù e di scienza, assai idoneo a sostenere coloro che, assunto
l’obbrobrio della croce di Cristo e rinnegati i desideri mondani, prende-

1984 (Middle Ages series), pp.  45-58; Wilhelm Imkamp, Das Kirchenbild Innocenz’ III.
(1198-1216), Stuttgart, A. Hiersemann, 1983 (Päpste und Papsttum, 22), pp. 278-289, dove
opportunamente vengono riviste criticamente le linee guida individuate da Klaus Schatz,
Papsttum und partikularkirchlicher Gewalt bei Innocenz  III. (1198-1216), in «Archivum
historiae pontificiae», VIII (1970), pp. 61-111.
52
  Thouzellier, La légation en Lombardie, pp.  518-519; Levi, Registri, p.  136-137, n.
CIX: ‘In caritate siquidem radicatus, palmites sacre doctrine longe lateque diffundens, flores
et fructus parturis honestatis; indeque fit, ut multos currentes in odorem unguentorum
tuorum, tue salubri applicans voluntati, ad pacem revocas discordantes, et odientes se in
gratiam reducis amoris, aliasque tua fecunda facundia plurimos erudiens ad salutem, convertis
ad Dominum peccatores’.
53
  Levi, Registri, pp.  150-152, n. CXXII (un’edizione anche in Jean-Louis-Alphonse
Huillard-Bréholles, Historia diplomatica Friderici II, 7 voll., Paris, H. Plon, 1852-1861,
II/1 [1852], pp. 124-126 e in ed. Georgius Heinricus Pertz, MGH. L 2 [1837], pp. 246-247):
‘Fredericus Dei gratia Romanorum imperator semper augustus et rex Sicilie, carissimo in
Christo patri et amico suo H[ugoni] eadem gratia Ostiensi espiscopo, apostolice sedis legato,
salutem et sincere devotionis affectum. Iocunde fame felicitas et felicis rumoris iocunditas que,
dilecto fideli nostro .. Regino episcopo referente (...) patrem nostrum H[onorium] summum
pontificem vos promotioni negotii crucis Christi (...) deputasse vobis per Lombardiam et
Tusciam concesso plene legationis officio propter hoc (...) feliciter promovendum’; Brem,
Papst Gregor IX., pp. 37-42 esamina i rapporti tra il legato e Federico II fino alla incoronazione
imperiale; su Niccolò Maltraversi è ora disponibile la scarna biografia di Elisabetta
Marchetti, in DBI, LXVIII (2007), pp. 282-285, s.v. Maltraversi, Niccolò.
302 Maria Pia Alberzoni

ranno il vessillo della croce.54 Anche il popolo cristiano doveva rallegrarsi


per l’occasione che ora gli era offerta di ricondurre alla vera fede la terra, da
Cristo consacrata con il suo sangue e per le colpe dei cristiani sottomessa agli
infedeli – anche qui si parla dei discendenti di Agar.55 Dopo aver ribadito
con forza la propria fiducia nella Chiesa romana, l’imperatore aggiungeva un
elogio particolare per il cardinale d’Ostia: egli si diceva infatti convinto che,
sebbene qualunque inviato ‘de latere summi pontificis patris nostri’ avesse
doti adeguate per svolgere con frutto tale incarico, tuttavia, come le stelle
nel firmamento hanno tra loro luce diversa, più o meno intensa, così più di
tutti coloro che potevano essere incaricati di tale compito, il verbum di Ugo,
acceso del fuoco di carità, avrebbe portato frutti ben accetti al nome santo
di Dio e a tutto il popolo cristiano.56 In considerazione della fiducia riposta
nell’azione del legato, l’imperatore gli concedeva di poter assolvere coloro
che, pur essendo colpiti dal banno imperiale, avessero obbedito ai suoi ordini
per l’attuazione del negotium, che Federico dichiarava di aver a cuore più di
ogni altra cosa.57 La forte sottolineatura dell’impegno personalmente assunto
per la promozione della crociata è comprensibile, qualora si consideri che

54
  Levi, Registri, p.  151: ‘Gaudemus et nos, quia vir fama integer, religione perspicuus,
vita purus, facundia eloquentissimus et clari