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APPUNTI DI ACCADICO – Prof.

Franco D’Agostino –

1. INTRODUZIONE.
L’accadico è la più antica tra le lingue semitiche che, dal punto di vista geografico, si
dividono in:

- orientali (accadico, assiro-babilonese)


- nord-occidentali (arabo, aramaico, ebraico)
- sud-occidentali (lingue sud-arabiche).

La storia della lingua e letteratura accadica può essere divisa in tre grandi fasi, che coprono un
periodo di oltre due millenni e mezzo:
1) la fase arcaica, che abbraccia tutta la seconda metà del III millennio, vede l’accadico
convivere con l’elemento sumerico;
2) la fase media, che abbraccia tutto il II millennio, è caratterizzata dal formarsi di due
rami, l’Assiro e il Babilonese;
3) la fase recente, che comprende tutto il I millennio, è l’età della rinascita e della
scomparsa definitiva.
Dal punto di vista linguistico, è possibile individuare tre dialetti principali nella lingua
accadica: l’Antico Accadico, l’Assiro (a sua volta distinto in Antico Assiro, Medio Assiro e
Neo-Assiro) e il Babilonese (Antico Babilonese, Medio Babilonese e Neo-Babilonese).
A differenza dell’arabo, non si ha per l’Accadico una lingua “classica” vera e propria, una
forma di lingua scritta valevole per la letteratura; per ovviare a questa mancanza, tra gli
Assiriologi vige l’accordo di considerare l’Antico Babilonese come lingua classica.

Tutte le lingue semitiche sono caratterizzate dalla legge del trisillabismo: nel 99% dei casi una
radice semitica è costituita da 3 consonanti che indicano un concetto di base, che sarà poi
modificato con apofonie vocaliche e l’uso di afformanti.
Es: “mhr” indica il concetto di ‘incontrare, essere di fronte’
Questa radice può essere modificata in vari modi, ad es.:
“mahārum”: all’infinito, ‘incontrarsi’
“muhhurum”: ‘essere uno contro l’altro, opporsi’
“mithurum”: ‘essere d’accordo, incontrarsi’.
Va notato che la radice e l’ordine delle consonanti rimangono immutati.

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Esistono tuttavia anche parole biconsonantiche, a dimostrazione che il triconsonantismo non è
una caratteristica originaria della lingua, ma il risultato di uno sviluppo nel tempo.
Es: il concetto di ‘dare’ era espresso nell’ambito semitico da una radice biconsonantica “t/dn”,
dato reso evidente dal confronto tra le lingue semitiche:
ndn in accadico
ytn in fenicio
ntn in ebraico
Quindi proprio nelle 2 consonanti t/dn si racchiude il concetto di “dare”.

In accadico sono riconoscibili 3 modi per trasformare una radice da bi- a triconsonantica:
1) anteporre “n” alla radice, afformante che aggiunge un valore direzionale
es: naqānum: ‘distruggere’
nadānum: ‘dare’
questa caratteristica formazione può essere ritrovata anche in verbi onomatopeici:
nabāhum: ‘abbaiare’ (lett. ‘fare bah’)
natāhum: ‘gocciolare’ (lett. ‘fare tuh’);
2) prefiggere alla radice biconsonantica la “w”:
possiamo distinguere i verbi in cui w non è originaria, tutti transitivi (es: wabālum:
‘portare’), da quelli in cui la w è originaria, che indicano uno stato (warātum: ‘essere
giallo/verde’);
3) raddoppiare la seconda consonante di radice
zanānum: ‘piovere’ indicano un’azione somma di
dabābum: ‘parlare’ tante piccole azioni ripetute

La struttura dell’accadico è fortemente analogica.


Se io ad esempio prefiggo š ad una qualsiasi radice ottengo un valore causativo: š + √ =
causatività.
O ancora, la struttura dell’infinito è: [C1 a C2 ā C3 um]; es: parāsum, ‘tagliare’
Quando non è possibile ricreare la forma di base, allora si usa un sistema di compensazione.
Esistono infatti delle consonanti deboli che per motivi di natura fonetica perdono il loro status
(‫י‬,‘alef’, w ‘waw’, y ‘yod’), cosa che comporta delle compensazioni rispetto al
comportamento morfologico della radice triconsonantica.

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Es: rm‫י‬: ‘amare’, infinito: *ramā‫י‬um, siccome tra le caratteristiche dei suoni deboli c’è quella
di cadere se si trovano tra 2 vocali, per compensazione si ha una contrazione delle vocali a
contatto, che viene segnata in trascrizione con l’accento circonflesso: ramûm.
Va sottolineato che la vocale è lunga esattamente come se avesse il segno V , quindi l’uso
dell’accento circonflesso è un espediente per descrivere il fenomeno fonetico della caduta di
un suono debole.
E ancora: r‫י‬m: ‘essere alto’, infinito: *ra‫י‬āmum > râmum.
Anche nella compensazione, però, torna a funzionare il concetto dell’analogia, poiché,
prendendo una qualsiasi altra radice con una consonante debole in fine di parola otterrò un
comportamento morfologico analogo, identico a quello visto per il verbo ramûm; es: qb‫י‬,
‘parlare’, infinito qabûm.

Le sillabe possono essere aperte (se escono in vocale) o chiuse (se escono in consonante) e
contenere vocali brevi o lunghe per natura

CV sillaba aperta con vocale breve


CV sillaba aperta con vocale lunga per natura
CVC sillaba chiusa con vocale lunga per posizione
CV C sillaba chiusa con vocale lunga per natura
CV (C) sillaba aperta con vocale allungata per contrazione.

Come si accenta una parola accadica?


L’accento tonico cade sulla sillaba con vocale lunga più prossima alla fine della parola; si
accenta la vocale dell’ultima sillaba solo se è una sillaba chiusa con vocale lunga per natura o
se è il risultato di una contrazione.

Es: idūku idúku


banû (CV ) banú
ramû (CV ) ramú
râmu (CV ) rámu
iddâk (CV C)

iddák
šarratu (CV CCV CV )
šárratu

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šarrātu šarrátu

In accadico non possono sussistere 2 consonanti in inizio o fine di parola (si chiama cluster
l’incontro di queste 2 consonanti); di conseguenza, per sciogliere il cluster si inserisce tra le 2
consonanti una vocale di radice.

Es: *pluh-t-um > puluhtum


*priš-t-um > pirištum
E in fine di parola:
kalbu (‘cane’) > *kalb (stato costrutto) > kalab (‘il cane di’)
alpu (‘bue’) > *alp (s.c.) > alap (‘il bue di’).

Allo stesso modo, al centro di una parola non possono sussistere 3 consonanti vicine:
*kalb-t-um > kalbatum.

Riassumendo, inserisco una vocale se ho 2 consonanti in inizio o fine di parola, o 3


consonanti al centro:
CC (inizio o fine di parola) > CVC
CCC (al centro di parola) > CCVC.

Le consonanti deboli (alef, waw e yod) quiescono (ossia scompaiono) quando si appoggiano
ad una vocale, producendo un allungamento di compenso della vocale stessa.
-V‫י‬C- > -VC-
-V‫י‬VC- > -VC-
-V‫י‬ > -V (in fine di parola alef cade senza lasciare traccia).

Caduta delle vocali:


se ho 3 sillabe aperte consecutive, le prime 2 con vocale breve, la vocale della sillaba
intermedia cade.
Es: puluhtum: ‘paura’ *pluh-āt-um: ‘paure’ > *puluhātum > pulhātum
purus: ‘decidi!’ (imperativo II sing. di parāsum); *purus-ā > pursā: ‘decidete!’

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Contrazione delle vocali:
in accadico vige la legge generale che due vocali, se per ragioni fonetiche e morfologiche
vengono in contatto tra loro, si contraggono, dando origine a una vocale lunga
a+u > û (prevale il suono più importante, in questo caso la ‘u’ che indica il
nominativo)
a+i > ê.

2. IL SOSTANTIVO E LA SUA FORMAZIONE.

La radice è l’elemento primitivo del sostantivo; si ottiene con la rimozione di tutti gli elementi
morfologici, sia di flessione che di formazione nominale.
Dal punto di vista del significato distinguiamo:
1) radici originariamente nominali (o radici primarie), che indicano un oggetto, una
realtà; in genere sono primari i sostantivi che indicano parentela, persone, parti del
corpo, animali, elementi, ecc. Esse prevedono una vocale lunga o breve tra la prima e
la seconda consonante
[C1VC2C3]
es: kalb;
2) radici originariamente verbali, che indicano un’azione o uno stato; prevedono una
vocale breve tra la seconda e la terza consonante
[C1C2VC3]
es: pluh.

2.1. IL GENERE.
L’accadico ha due generi, maschile e femminile (mai neutro!):
- sono maschili per natura i sostantivi che indicano esseri maschili: abum, ‘padre’; ahum,
‘fratello’; mārum, ‘figlio’; kalbum, ‘cane’; imērum, ‘asino’; immerum, ‘montone’; ecc.
- sono femminili per natura i sostantivi che indicano esseri femminili: ummum, ‘madre’;
arānum, ‘asina’; enzum, ‘capra’; ecc.
- sono femminili i sostantivi che indicano le parti doppie del corpo: idum, ‘lato’; īnum,
‘occhio’; qātum, ‘mano’; šēpum, ‘piede’; šīnnu, ‘dente’; ubānum, ‘dito’.

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- sono femminili per uso alcuni sostantivi come abnum, ‘pietra’; harrānum, ‘campagna
militare’; eleppum, ‘nave’; ecc.
- sono femminili i sostantivi che presentano il tratto morfologico del femminile: √ + t

2.2. FORMAZIONE DEL FEMMINILE.


In accadico riconosciamo 3 modi per formare un sostantivo femminile:
1) -VC > VC+t
es: *mārum+t+um > mār+t+um > mārtum
2) -VC1C1 > VC1C1+at
es: *šarrum+t+um > šarr-t-um > šarratum (viene inserita la vocale “a” perché non
possono sussistere tre consonanti vicine)
3) -VC1C2 > 2 comportamenti diversi a seconda che si tratti di un nome primario o di un
nome deverbale:
a) sostantivo primario: -VC1C2 > -VC1C2at
es: *kalbum+t+um > kalb-a-t-um > kalbatum
b) sostantivo deverbale: -VC1C2 > -VC1VC2t
es: *pluhum+t+um > *pluh-t-um > puluhtum
Dunque i nomi primari mantengono inalterata la loro struttura originaria, mentre i nomi
deverbali inseriscono la vocale di radice.

2.3. GLI STATI DEL SOSTANTIVO.


In accadico il sostantivo può occorrere in 3 diversi stati:
1) stato retto
2) stato costrutto (il primo elemento di un’espressione genetivale)
3) stato assoluto o enfatico (indica una realtà in sé).

2.3.1. LO STATO RETTO.


Si ha lo stato retto quando il sostantivo, munito delle desinenze della declinazione, non ha
reggenze genetivali o relative.
Il sostantivo allo stato retto ha 3 numeri: singolare (indica l’unità, determinata e
indeterminata, o un collettivo), plurale e duale.
Al singolare ha la piena declinazione triptota, ha cioè desinenze proprie per il nominativo
(caso del soggetto), per il caso obliquo (genitivo e dativo) e per il caso diretto (accusativo):

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A) nominativo -(t)um
B) obliquo -(t)im
C) diretto -(t)am

Es: šarrum = nome maschile allo stato retto, caso nominativo.


al re = ana šarrim
al bel re = ana šarrim damqim
alla regina = ana šarratim
alla bella regina = ana šarratim damiqtim
bītum = casa, tempio
in casa = ina bītim.

Il duale è poco usato già in epoca accadica, impiegato soltanto con i sostantivi designanti parti
del corpo appaiate o distribuite in due serie corrispondenti; con altri sostantivi il duale ha
bisogno di essere specificato con il numerale “due”.
La declinazione del duale è diptota:

A) nominativo -(t)ān
B) obliquo e diretto -(t)īn

Es: šinnum, ‘dente’; šinnān, ‘denti’, ubanum, ‘dito’; ubanān, ‘dita’.

Il plurale si distingue in maschile e femminile e ha declinazione diptota:

A) nominativo -ū / -ātum
B) obliquo e diretto -ī / -ātim

Es: kalbū, ‘i cani’; ina kalbī, ‘tra i cani’; šarratum, ‘regina’; ina šarrātim, ‘tra le regine’.
Alcuni sostantivi sono usati soltanto al plurale (pluralia tantum), come mû, ‘acqua’; nīšū, ‘le
persone, la gente’.

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Esiste anche un altro plurale maschile, sempre diptoto, con valore singolativo, che sottolinea
cioè la singolarità all’interno di un gruppo:

A) -ānu
B) -āni

Es: ālu, ‘città’; ālānu, ‘le città’ (ha soltanto il plurale singolativo)
īlu, ‘dio’ al plurale singolativo: īlānu.

Gli aggettivi maschili plurali (sempre deverbali) hanno una loro declinazione diptota:

A) -ūtum
B) -ūtim

Dunque al maschile vi sono due declinazioni plurali, una per i sostantivi e una per gli
aggettivi, mentre la declinazione del femminile non distingue tra sostantivi e aggettivi.

Riassumendo, questa è la situazione dei sostantivi allo stato retto:

SINGOLARE PLURALE DUALE


m. e f. m. f. m. e f.
N. -(t)um -ū/ānu; -ūtum* -ātum -(t)ān
G./D. -(t)im
-ī/āni; -ūtim* -āti -(t)īn
A. -(t)am

2.3.2. LO STATO COSTRUTTO.


Un sostantivo è in stato costrutto quando precede un sostantivo in stato retto e caso genitivo:
costituisce cioè un’unità inscindibile col sostantivo che segue.
Lo stato costrutto prevede la caduta della terminazione, dunque il sostantivo non ha più una
declinazione.
Es: mārum, ‘figlio’
il figlio del re = mār šarrim
al figlio del re = ana mār šarrim

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il figlio del re (acc.) = mār šarrim.

Al maschile singolare le forme dello stato costrutto si ottengono togliendo al nome in stato
retto le desinenze della declinazione:
1) -VC
mārum > mār
immerum > immer
2) -VC1C1 > -VC1
šarrum > šar
se -VC1C1 > -VC1C1+i
Ńuppum > Ńuppi
3) -VC1C2 > -VC1+a+C2
kalbum > kalab
alpum > alap.

I nomi maschili al plurale hanno lo stato costrutto identico a quello retto.


Es: kalbū, ‘i cani’
kalbū šarrim, ‘i cani del re’.

Femminile singolare:
1) -VCt > -VC+at
mārtum > *mārt > mārat
anche per il femminile si può trovare la “i” finale: qišti qarrādim, ‘l’arco dell’eroe’.
2) -VC1VC2t > -VC1VC2+ti
pirištum > *pirišt > *pirišat > pirišti
dunque i polisillabi femminili inseriscono la “i” finale
3) -VC1C1/2at > idem
šarratum > šarrat.
Nel femminile plurale è sufficiente togliere la terminazione –um:
pulhātum > pulhāt.
Nel duale si elimina semplicemente la –n finale:
īnān, ‘gli occhi’
īnā šarrim, ‘gli occhi del re’.

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Esempi:
il buon figlio del re = mār šarrim damqum
al buon figlio del re = ana mār šarrim damqim (N.B: si potrebbe tradurre anche ‘al figlio del
buon re’!).

Talvolta una sequenza troppo lunga di stati costrutti può creare delle ambiguità (ad esempio la
frase “ana kalab mār šarrim damqim” si potrebbe tradurre sia ‘al buon cane del figlio del re’,
sia ‘al cane del buon figlio del re’ o persino ‘al cane del figlio del buon re’); per sciogliere tali
ambiguità in accadico venne introdotto un pronome determinativo, invariabile per genere,
numero e caso: ša (lett: ‘quello di’).
Tale pronome sta sempre in stato costrutto ed ha come dipendenza un sostantivo al caso
obliquo.
Es: ana kalbim ša mār šarrim = al cane del figlio del re (lett: al cane, quello del figlio del re)
ana kalbim damqin ša mār šarrim = al buon cane del figlio del re.

Per tradurre la frase ‘il palazzo del figlio del re di Babilonia’ si possono scrivere due forme:
ekal mār šar Bābilimki
oppure
ekal mārim ša šar Bābilimki.
Oltre alla costruzione genetivale e all’uso del pronome relativo ša c’è una terza possibilità per
esprimere il genitivo, probabilmente di derivazione sumerica:
‘l’esercito del re’ si può esprimere dunque in tre modi:
1) şab šarrim
2) şabum ša šarrim
3) šarrum şab-šu, lett. ‘il re, il suo esercito’.
Quest’ultima soluzione viene preferita se si vuole porre in posizione enfatica il sostantivo che
deve essere normalmente espresso in stato retto.
Esistono frasi fatte di questo tipo:
mimma šum-šu = ‘qualsiasi cosa, il suo nome’, cioè ‘il nome di qualsiasi cosa’: è
un’espressione usata spesso nel codice di Hammurabi per evitare lunghi elenchi.

Un altro esempio:
‘il cane del figlio del re’:
1) kalab mār šarrim

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2) kalab mārim ša šarrim ≠ kalbum ša mār šarrim
3) mār šarrim kalab-šu.

2.3.3. LO STATO ASSOLUTO.


Infine, un sostantivo è in stato assoluto quando esprime da solo un frase; esso si ottiene
togliendo allo stato retto le desinenze della declinazione e, in alcuni casi, anche la
terminazione del femminile; si distingue dallo stato costrutto perché è privo di reggenze.
L’uso dello stato assoluto è ristretto a pochi casi; occorre infatti con i numerali, in espressioni
di tempo e luogo, per indicare il vocativo (es: šar, ‘o re!’) e nei nomi di sovrani e di divinità.

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3. I PRONOMI

3.1. I PRONOMI PERSONALI.


Esistono 2 forme di pronomi personali:
1) pronomi indipendenti
2) pronomi suffissi.

I pronomi personali indipendenti hanno declinazione triptota per ogni persona.

NOMINATIVO OBLIQUO DIRETTO

I s. anāku jâšim jâti

m. attā kâšim kâti


II s.
f. attī kiāšim kiāti

m. šū šâšim šuāti
III s.
f. šī šiāšim šiāti

I pl. nīnu niāšim niāti

m. attunu kunūšim kunūti


II pl.
f. attina kināšim kināti

m. šunu šunūšim šunūti


III pl.
f. šina šināšim šināti

Il pronome di III persona šū è usato spesso come aggettivo dimostrativo, con il significato di
“questo”.
Es: wardum šū, ‘questo schiavo’.

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Il pronome personale suffisso può legarsi ad un sostantivo (e indica il possesso) o a un verbo.
Può aggiungersi al nome privato di terminazione se ha funzione di nominativo o accusativo,
altrimenti si aggiunge al sostantivo declinato.

La I persona singolare ha 2 forme: una per il nominativo e per il caso diretto, “-ī”, l’altra per il
caso obliquo, “-ya”.
Es: bēlum, ‘signore’; il mio signore = bēlī
al mio signore = ana bēliya
il cane del mio signore = kalab bēliya
il mio cane = *kalab-ī > kalbī.

La II persona singolare distingue tra maschile, “-ka” e femminile, “-ki”.


Es: il tuo (m.) cane = kalabka
il tuo (f.) cane = kalabki
al tuo cane = ana kalbika.
il tuo padrone di casa = bēl bītika (oppure: bēl bītim ša kâšim)
i tuoi re = šarrūka
il tuo re = *šarr+ka > šarraka.

La III persona singolare ha “-šu” per il maschile e “-ši” per il femminile.


Es: la sua buona madre = ummāšu damiqtum
alla sua buona madre = ana ummīšu damiqtim.

La I persona plurale ha soltanto la terminazione “-ni”, sia per il maschile che per il femminile.
Es: il nostro signore = bēlni
al nostro signore = ana bēlini.

La II persona plurale ha “-kunu” per il maschile e “-kina” per il femminile.


Es: il vostro (m.) signore = bēlkunu.

Infine, la III persona plurale presenta “-šunu” per il maschile e “-šina” per il femminile.

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SINGOLARE PLURALE

m. f. m. f.

-ī (nom./acc.)
I -ni
-ya (obliquo)

II -ka -ki -kunu -kina

III -šu -ši -šunu -šina

4. IL VERBO.

4.1. LE CONIUGAZIONI.
In accadico il verbo possiede 4 coniugazioni:
1) I Grundstamm = forma di base o coniugazione G
l’infinito è formato in questo modo:
[C1 ă C2 ā C3+um]
prs > părāsum: ‘tagliare’
ktb > katābum: ‘scrivere’
2) II Doppelungstamm = radice reduplicata o coniugazione D
La caratteristica tematica è la duplicazione della consonante mediana; il valore
fondamentale della coniugazione D è quello fattitivo; inoltre, questa coniugazione
aggiunge intensità alla radice di base.
Formazione dell’infinito:
[C1 ŭ C2C2 ŭ C3+um]
prs > purrusum: ‘spezzare in mille pezzi’
3) III coniugazione Š
Caratteristica tematica è l’ampliamento mediante il prefisso –ša; il senso fondamentale
del tema Š è quello causativo; non di rado il tema Š ha, come la coniugazione D,
valore fattitivo.
Formazione dell’infinito:

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[šu C1 C2 ŭ C3+um]

4) IV coniugazione N
Caratteristica della coniugazione N è l’ampliamento tematico na- premesso alla radice
verbale; questo tema verbale funge da passivo del tema G nei verbi di azione, mentre
nei verbi di stato ha valore ingressivo.
Formazione dell’infinito:
[na C1 C2 ŭ C3+um]

4.2. I PREFISSI VERBALI.


Esistono 2 serie di prefissi verbali: una con vocale i/a, per le coniugazioni G e N (e loro
coniugazioni derivate); l’altra con vocale u per le coniugazioni D e Š ( e loro derivati):

GeN DeŠ

III s. i- u-

II s. ta- tu-

I s. a- u-

III pl. i- u-

II pl. ta- tu-

I pl. ni- nu-

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4.3. LE FORME VERBALI.
Ciascuna coniugazione prevede 8 forme:
1) preterito
2) presente-futuro
forme personali
3) perfetto
4) stativo o permansivo
5) infinito
6) participio forme impersonali

7) aggettivo verbale
8) imperativo

Il preterito indica un’azione passata, istantanea e puntuale; nelle proposizioni secondarie può
esprimere un’azione anteriore a quella della principale (corrisponde dunque al piuccheperfetto
italiano).
Il perfetto si usa per indicare un’azione compiuta; in una frase che riguarda il passato, se due
o più verbi sono coordinati, l’ultimo si mette al perfetto.
Il presente esprime la qualità durativa dell’azione, indipendentemente dal tempo in cui essa
avviene.
Lo stativo (o permansivo) indica che il soggetto si trova nella condizione espressa dalla
radice verbale.
Il participio (che non tutti i verbi esprimono) indica la persona che sta facendo l’azione (es:
pārisum = colui che sta tagliando).
L’aggettivo verbale è la nominalizzazione dello stativo: denota infatti una qualità o un modo
di essere in cui il soggetto si trova o viene a trovarsi in seguito a un’azione fatta o subita..

Ogni coniugazione può poi essere ampliata mediante l’inserimento, all’interno della radice,
di:
-t- per indicare reciprocità e riflessività (nella coniugazione G) o il passivo (nelle
coniugazioni D e Š );
-tan- per indicare ripetitività dell’azione.

In tutto, dunque, esistono 11 coniugazioni:


G prs: ‘tagliare’; Gt ptrs: ‘tagliarsi, tagliarsi vicendevolmente’; Gtn ptnrs: ‘solere tagliare’

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D prrs: ‘spezzare in mille pezzi’; Dt ptrrs: ‘essere spezzati in mille pezzi’; Dtn ptnrrs: ‘solere
spezzare in mille pezzi’
Š šprs: ‘far tagliare’; Št štprs: ‘essere fatto tagliare’; Štn štnprs: ‘essere soliti far tagliare’
N nprs: ‘essere tagliato’; Ntn ntnprs: ‘solere essere tagliato’ (ovviamente Nt non esiste perché
non può esistere il passivo del passivo).

4.4. CONIUGAZIONE G E SUOI DERIVATI.

4.4.1. CONIUGAZIONE G
Preterito:
[pref. pron.-C1C2VradC3]
i-prus

La vocale di radice della coniugazione G non si può prevedere, tuttavia spesso i verbi di moto
usano la vocale “u”.

Sulla base della vocale che compare al preterito e quella che compare al presente
distinguiamo 4 diverse classi di verbi:
- a/a işbat/işabbat: ‘egli prese/prende’
- i/i ipqid/ipaqqid: ‘egli confidò/confida”
- u/u ilmun/ilammun: ‘egli era cattivo/è cattivo’
- u/a iprus/iparrad: ‘egli tagliò/taglia’.

Preterito G:

III s. m. e f. i-C1C2VradC3 iprus

m. ta-C1C2VradC3 taprus
II s.
f. ta-C1C2VradC3-ī taprusī

I s. m. e f. a-C1C2VradC3 aprus

I pl. m. e f. ni-C1C2VradC3 niprus

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II pl. m. e f. ta-C1C2VradC3-ā taprusā

III pl. m. i-C1C2VradC3-ū iprusū

III pl. f. i-C1C2VradC3-ā iprusā

Presente-futuro:
[pref. pron.-C1ă C2C2VradC3]
I aparras
II taparras / taparrasī
III iparras
I niparras
II taparrasā
III iparrasū/iparrasā

Il perfetto è utilizzato per indicare un’azione avvenuta nel passato dopo un’altra azione
(espressa in preterito); caratteristica del perfetto è l’infisso -ta-
[pref. pron.-C1-ta-C2VradC3]
I aptaras
II taptaras / taptarsī
III iptaras
I niptaras
II taptarsā
III iptarsū / iptarsā

Lo stativo (o permansivo), indipendentemente dal tempo, indica che il soggetto è nella


condizione espressa dal verbo; non necessariamente il suo significato è passivo.
[C1 ă C2 ĭ C3]
Lo stativo indica il soggetto non mediante un prefisso, ma con un suffisso pronominale.

I parsāku
II parsāta / parsāti
III paris / parsat
I parsānu

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II parsātunu / parsātina
III parsū / parsā

Pur essendo una forma verbale personale, è di chiara origine nominale.

Le tre forme impersonali (infinito, participio e aggettivo verbale) sono forme nominali, quindi
indeclinabili.
L’aggettivo verbale è la nominalizzazione dello stativo:
*paris+um > *parisum > parsum
Se lo stativo “paris” significa ‘essere tagliato/deciso’, l’aggettivo verbale “parsum” ha il
significato di ‘tagliato/deciso’.
Essendo un aggettivo, deve concordare in genere, numero e caso con il sostantivo a cui si
riferisce:

M. F.

s. parsum paristum

pl. parsūtum parsātum

L’imperativo si forma dal preterito, togliendo il prefisso pronominale e inserendo la vocale di


radice per sciogliere il cluster iniziale:
preterito: iprus → imperativo *prus > purus: ‘taglia!’

M. F.

II s. purus pursī

II pl. pursā

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4.4.2 CONIUGAZIONE GT

La coniugazione Gt si caratterizza per l’inserimento dell’infisso tematico -t- in tutte le forme,


che ha funzione di rivolgere l’azione del verbo sul soggetto. La coniugazione Gt, dunque, può
avere senso reciproco (es: mahārum, ‘stare di fronte’ → mithurum, ‘incontrarsi’); senso
riflessivo e anche intensivo.
Il preterito è identico al perfetto G:
iptaras
Presente:
iptarras
Perfetto:
*iptataras > iptatras
Stativo:
*pitarus > pitrus
Dunque il suo schema sarà: [C1 ĭt C2 u C3] (dove la vocale “u” è caratteristica dello stativo in
tutte le coniugazioni derivate).
Aggettivo verbale:
pitrusum
Infinito:
pitrusum
In tutte le coniugazioni derivate, infatti, l’infinito è identico all’aggettivo verbale.
Participio:
*muptarisum > muptarsum
In tutte le coniugazioni derivate il participio ha sempre un prefisso “mu-“.

4.4.3 CONIUGAZIONE GTN

La coniugazione Gtn, che si caratterizza per l’inserimento dell’infisso tematico -tan-, ha


fondamentalmente valore iterativo.
Il preterito è identico al presente Gt:
*iptanras > iptarras
Presente:
*iptanrras > iptanarras

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Perfetto:
*iptatanras > iptatarras
Stativo:
*pitanrus > pitarrus
Aggettivo verbale e infinito:
pitarrusum
Participio:
*muptanrisum > muptarrisum

Schema riepilogativo della coniugazione G e suoi derivati

G *prs Gt *ptrs Gtn *ptnrs

PRETERITO iprus iptaras iptarras

PRESENTE iparras iptarras iptanarras

PERFETTO iptaras iptatras iptatarras

STATIVO paris pitrus pitarrus

AGG. VERBALE parsum pitrusum pitarrusum

INFINITO parāsum pitrusum pitarrusum

PARTICIPIO pārisum muptarsum muptarrisum

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4.5. CONIUGAZIONE D E SUOI DERIVATI.

4.5.1. CONIUGAZIONE D.
La coniugazione D, che prevede il raddoppiamento della consonante mediana di radice in
tutte le forme, ha un significato fattitivo: indica l’azione che conduce allo stativo G.
Es: palāhum, ‘temere’
stativo G: palih, ‘essere spaventato’
infinito D: pulluhum, ‘spaventare’.
lamādum, ‘sapere’
stativo G: lamid, ‘egli è sapiente’
infinito D: lummudum, ‘insegnare’.

Per quanto riguarda la vocalizzazione, va notato che le vocali sono imposte dalla
coniugazione:
-ĭ- per il preterito e il perfetto
-ă- per il presente.

Preterito:
[pref. pron.-C1 ă C2C2 ĭ C3]
I s. uparris
II s. tuparris / tuparrisī
III s. uparris
I pl. nuparris
II pl. tuparrisā
III pl. uparrisū / uparrisā

Presente:
[pref. pron.-C1 ă C2C2 ă C3]
uparras
Perfetto:
[pref. pron.-C1 ta C2C2 ĭ C3]
uptarris
Stativo:
la vocale caratteristica è la -u-

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III s. purrus / purrusat
III pl. purrusū / purrusā

Aggettivo verbale:
s. purrusum / purrustum
pl. purrusūtum / purrusātum

Infinito:
purrusum
Participio:
muparrisum / muparristum

4.5.2. CONIUGAZIONE DT

Il tema Dt funge generalmente da passivo alla coniugazione D.


Es: lummudum, ‘insegnare’
lutammudum, ‘esser insegnato’.

Preterito:
uptarris
Presente:
uptarras
Perfetto:
uptatarris
Stativo:
putarrus
Aggettivo verbale:
putarrusum / putarrustum
putarrusūtum / putarrusātum
Infinito:
putarrusum
Participio:
muptarrisum / muptarristum

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4.5.3. CONIUGAZIONE DTN

Esprime il significato iterativo della coniugazione D; formalmente è identica alla


coniugazione Dt, ad eccezione del presente, l’unica forma in cui la “n” dell’infisso “-tan-“ si
mantiene: uptanarras.

Schema riepilogativo della coniugazione D e suoi derivati

D *prrs Dt *ptrrs Dtn *ptnrrs

PRETERITO uparris uptarris uptarris

PRESENTE uparras uptarras uptanarras

PERFETTO uptarris uptatarris uptatarris

STATIVO purrus putarrus putarrus

AGG. VERBALE purrusum putarrusum putarrusum

INFINITO purrusum putarrusum putarrusum

PARTICIPIO muparrisum muptarrisum muptarrisum

4.6. CONIUGAZIONE Š E SUOI DERIVATI

4.6.1. CONIUGAZIONE Š.
Caratteristica del causativo Š è l’ampliamento tematico mediante il prefisso “ša-”.
Es: kašādum, ‘raggiungere’
ša+kašādum, ‘far raggiungere, inviare’
Proprio come la coniugazione D, utilizza vocali imposte: -i- per il preterito e il perfetto e -a-
per il presente.

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Preterito:
[pref. pron.-ša-C1C2 ĭ C3]
ušapris
Presente:
ušapras
Perfetto:
*u-ša-ta-pris > uštapris
Stativo:
šuprus
Aggettivo verbale e infinito:
šuprusum
Participio:
mušaprisum

4.6.2. CONIUGAZIONE ŠT

Esprime il passivo della coniugazione Š; esistono due forme di Št, che si distinguono
morfologicamente solo nel presente.
Preterito:
*u-ša-ta-pris > uštapris
Presente:
1) uštapras (il vero passivo della coniugazione Š)
2) uštaparras (forma irregolare ma più frequente).
Perfetto:
*u-ša-ta-ta-pris > uštatapris
Stativo:
šutaprus
Aggettivo verbale e infinito:
šutaprusum
Participio:
*mušataprisum > muštaprisum

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4.6.3. CONIUGAZIONE ŠTN

Esprime il significato iterativo della coniugazione Š; formalmente è identica alla


coniugazione Št, ad eccezione del presente, l’unica forma in cui la “n” dell’infisso “-tan-“ si
mantiene: uštanapras.

Schema riepilogativo della coniugazione Š e suoi derivati

Š *šprs Št *štprs Štn *štnprs

PRETERITO ušapris uštapris uštapris

PRESENTE ušapras uštapras/ uštanapras


uštaparras

PERFETTO uštapris uštatapris uštatapris

STATIVO šuprus šutaprus šutaprus

AGG. VERBALE šuprusum šutaprusum šutaprusum

INFINITO šuprusum šutaprusum šutaprusum

PARTICIPIO mušaprisum muštaprisum muštaprisum

4.7. CONIUGAZIONE N E SUO DERIVATO.

4.7.1. CONIUGAZIONE N.
La sua caratteristica è l’ampliamento tematico “na-” premesso alla radice verbale, che si
assimila quando è seguito da un’altra consonante.
Preterito:
*i-n-paris > ipparis
Presente:
*i-n-parras > ipparras

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Perfetto:
*i-n-ta-pras > ittapras
Stativo:
naprus
Aggettivo verbale e infinito:
naprusum

Participio:
*mu-n-parisum > mupparisum

4.7.2. CONIUGAZIONE NTN

E’ il tema iterativo di N (ovviamente non esiste una coniugazione Nt).


Preterito:
*intanpris > ittapris
Presente:
*intanapras > ittanapras
Perfetto:
*intatanpras > ittatapras
Stativo:
*nitaprus > itaprus
La consonante iniziale “n” cade e si trasforma in alef.
Aggettivo verbale e infinito:
itaprusum
Participio:
*muntanprisum > muttaprisum

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Schema riepilogativo della coniugazione N e Ntn:

N *nprs Ntn *ntnprs

PRETERITO ipparis ittapris

PRESENTE ipparras ittanapras

PERFETTO ittapras ittatapras

STATIVO naprus itaprus

AGG. VERBALE naprusum itaprusum

INFINITO naprusum itaprusum

PARTICIPIO mupparsum muttaprisum

4.8. IL VENTIVO.
Il ventivo è una modificazione verbale che in genere esprime direzionalità dell’azione verso
chi parla/scrive, sostituendo talvolta i suffissi pronominali. Qualsiasi forma coniugata del
verbo può essere ampliata mediante il ventivo, che si costruisce annettendo al verbo le
desinenze modali “-am” e “-nim” .
-C+am
-V+nim
Es: šapārum, ‘scrivere’
tašpur-am, ‘tu mi hai scritto’
tašpurā-nim, ‘voi mi avete scritto’.

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4.9. SUFFISSI PRONOMINALI
Anche al verbo è possibile aggiungere dei prefissi pronominali, che sono di 2 tipi:

ACCUSATIVO DATIVO

m. -šu -šum
III s.
f. -ši -šim

m. -šunūti -šunūšim
III pl.
f. -šināti -šināšim

N.B. quando il suffisso –šu/ši/šunūti/šināti si aggiunge ad una consonante dentale o sibilante,


si assimila in doppia “s”:
š, s, d, t, z + š > ss
Es: *iprus-šu > iprussu, ‘lo ha tagliato’
*bīt-šu > bīssu, ‘la sua casa’
ulammidaššum < ulammid-am-šum, ‘io l’ho informato’.

4.10. IL CONGIUNTIVO.

Noi chiamiamo impropriamente “congiuntivo” una caratteristica dell’accadico, ossia la


possibilità di sottolineare che una forma verbale dipende da qualcosa che l’ha preceduta.
Per formare il congiuntivo basta aggiungere una “-u” alla fine della forma verbale, che
scompare qualora la forma verbale abbia già una terminazione del plurale o del ventivo.

Es: ‘la donna che è stata presa è la moglie del re’


1) aššatum aššat šarrim = ‘la donna è la moglie del re’
2) ša işşabtu < işşabit-u = ‘che è stata presa’
dunque: aššatum ša işşabtu aššat šarrim.

La costruzione del congiuntivo è dunque una sorta di nominalizzazione della forma verbale.
Es: ‘mi ha mostrato quello che il re ha preso durante la campagna militare’
ša šarrum ina harrānim işbatu ulammidam.

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4.11. VERBI DEBOLI.
I verbi deboli si distinguono in:
1) di prima consonante debole (verba primae infirmae)
2) di seconda consonante debole (verba secundae infirmae)
3) di terza consonante debole (verba tertiae infirmae).

Tra i verbi di prima debole distinguiamo 2 gruppi:


A) di prima Nun
B) di prima Alef.
Analizziamo i verbi deboli partendo da quelli che meno si discostano dalla flessione dei verbi
forti.

4.11.1. VERBI DI I NUN


La maggior parte dei verbi di I Nun constano di una radice originariamente biconsonantica,
ampliata mediante il prefisso di radice “na-”. La loro flessione segue la coniugazione dei
verbi forti, tenendo conto dell’assimilazione della Nun alla consonante che segue.
Es: nadānum, ‘dare’
iddin < *indin (III s. pret. G)
ittadin < *intadin (III s. perf. G)
nadnat < *nadinat (III f.s. stativo G)
L’imperativo è:
*indin > *ndin > *nidin > idin

4.11.2. VERBI DI II GEMINATA


Come i verbi di I Nun, anche i verbi di media geminata sono deboli solo in parte.
Sono costituiti da radici originariamente biconsonantiche, ampliate mediante la
reduplicazione della II consonante, dunque di fatto hanno 3 consonanti forti.
es: sarārum, ‘essere bugiardo’; danānum, ‘essere forte’.
I verbi di II geminata si possono dividere in 2 gruppi:
1) verbi che indicano un’azione (sono regolari)
2) verbi che indicano uno stato (perdono la reduplicazione allo stativo)
es: danānum, stativo dān (vocale allungata per compenso)
sarārum, stativo sār

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invece dabābum, stativo dabib (perché è un verbo d’azione).
Spesso i verbi di media geminata esprimono un’azione che è risultato della ripetizione di tante
piccole azioni.
L’irregolarità dei verbi di media geminata è evidente soltanto nella III persona m.s. dello
stativo G dei verbi che indicano uno stato.

4.11.3. VERBI DI TERZA ALEF.


Anche i verbi di III debole (o III Alef) sono poco dissimili dai verbi forti, dal momento che la
morfologia del verbo ha la sua sede soprattutto in prima e seconda consonante:
[C1C2V (ā/ū/ī/ē)]
banûm, ‘creare, fare’ √bn‫ ;י‬voc. rad. = i
preterito: *ibni‫ > י‬ibni (‫ י‬in fine di parola cade senza lasciare traccia)
presente: ibanni
perfetto: ibtani
manûm, ‘contare’ √mn‫ ;י‬voc. rad. = u
preterito: imnu
presente: imannu
perfetto: imtanu
leqûm, ‘prendere’ √lq‫ ;י‬voc. rad. = e
preterito: ilqe
presente: ileqqe
perfetto: iltaqe
kalûm, ‘catturare’ √kl‫ ;י‬voc. rad. = a
preterito: ikla
presente: ikalla
perfetto: iktala

Es: *ibni‫י‬+ū > ibnû (alef cade e le due vocali contraggono)


*ibni‫י‬+ā > ibnâ.

Nei verbi che terminano con vocale ē per assimilazione tutte le “a” si trasformano in “e”:
leqûm, al presente: *ilaqqe > ileqqe.

Es: III pl. pret. G: *ibni+ū > ibnû

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III pl. pres. G: ibannû
III pl. pret. Š da kalûm: ušaklû
II pl. pret. Dt da banûm: tubtannâ
part. G di banûm: bānûm
part. D: mubannûm
part. Š: mušabnûm.

4.11.4. VERBI DI I ALEF.


I verbi di I debole (o I Alef) si dividono in due gruppi:
1) con Alef dolce (o Alef lene): la vocale “a” rimane tale;
2) con Alef aspra: la vocale “a” diventa “e”.
Al primo gruppo appartengono i verbi che iniziano con ‫ י‬o con h
es: amārum: √‫י‬mr
ahāzum: √hhz
Al secondo gruppo appartengono i verbi che iniziano con , con h, o con ā
es: erēbum: √hrb.
La consonante debole iniziale non viene mai segnata; quando invece chiude una sillaba l’Alef
cade lasciando un allungamento di compenso:
es: *i‫י‬mur > īmur (III s. pret. G di amārum)
*i‫י‬puš > īpuš (III s. pret. G di epēšum)
tēpušē (II pl. pret. G).
L’Alef in posizione intervocalica cade e provoca la contrazione delle due vocali:
es: *i‫י‬errub > irrub
*uša‫י‬hiz > ušāhiz

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