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I partigiani di Piobbico

I PARTIGIANI DI PIOBBICO
(Sarnano - MC)

DAI RICORDI DI EDO MARIOTTI


(a cura di Giampietro Mariotti)

In occasione del sessantesimo anniversario della guerra di liberazione, molto è stato scritto
sulla vita di quei giovani che negli anni ‘43-’45 si trovarono ad affrontare una drammatica
situazione, scaturita dai negativi risvolti della seconda guerra mondiale. Trovandosi senza
alcuna direttiva, da parte di chi avrebbe dovuto decidere della loro sorte, furono costretti ad
agire di propria iniziativa, con il proposito e la speranza di riportare la libertà e la legalità
nella nazione. Si formarono così, spontaneamente, numerosi gruppi di giovani sbandati,
militari e non, in moltissime località, tutti orientati ad operare per la cacciata dei nazifascisti
dall’Italia. Anche a Piobbico di Sarnano si costituì uno di questi gruppi: il Gruppo 1°
Maggio. Di questo gruppo molte persone hanno parlato e scritto, ma sempre per sentito dire,
e non per conoscenza diretta dei fatti.

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I partigiani di Piobbico

Recentemente abbiamo letto una pagina tratta dal diario di un componente di un reparto
fascista del Battaglione “M” IX Settembre, di stanza nel camerinese, con due plotoni
dislocati a Sarnano (“l’Appennino camerte”, 15 gennaio 2005). In questo diario si legge, tra
l’altro, che i partigiani locali avrebbero “progettato un colpo di mano contro il presidio
fascista di Sarnano, al fine di indurre lo stesso presidio ad effettuare rappresaglie contro i
civili”. In merito abbiamo sentito il parere di un diretto protagonista dell’epoca, uno dei
primi ideatori del Gruppo 1° Maggio, il partigiano Edo Mariotti di Piobbico. “Notizia
infondata e tendenziosa”, sentenzia. “Il nostro gruppo ha sempre agito cercando di
salvaguardare, nei limiti delle esigenze operative, l’incolumità e la sicurezza dei civili, che
erano in pratica le nostre famiglie”.
Edo, che conta oggi 84 primavere, ricorda con piena lucidità e con dovizia di precisione gli
avvenimenti di quel travagliato periodo e ci racconta della sua vita trascorsa tra i partigiani
di Piobbico dal settembre ’43 al giugno ’44. “Ero militare a Pesaro con il grado di Caporale
Maggiore in promozione a Sergente, quale addetto ai magazzini viveri e vestiario del locale
Distretto. L’otto settembre 1943, dopo la notizia ufficiale dell’avvenuto armistizio tra
l’Italia e le Forze Alleate, tutto l’esercito italiano si trovò allo sbando. Nessuno sapeva
indicarci quale comportamento era da tenere nei confronti dei tedeschi, dei quali fino a quel
giorno eravamo stati alleati. Si sapeva però che i tedeschi avevano cominciato a disarmare i
militari italiani per poi inviarli in Germania quali loro prigionieri. In questo clima di timore
e paura, il giorno tredici di settembre, lottando con i miei superiori, che nel frattempo si
erano collocati in licenza, anch’io riuscii ad ottenere una licenza di due mesi pagata
anticipatamente. Indossata una tuta estiva, sono partito a piedi, all’una di notte, in direzione
di Fano, insieme con il commilitone Nicola Pettorossi di Roma. A Fano siamo riusciti ad
aggrapparci ad un vagone di un treno strabocchevole di militari sbandati e siamo arrivati
fino a Civitanova Marche. Da qui, per i campi, fino al mio domicilio di Piobbico unitamente
all’amico Pettorossi, che non poteva raggiungere Roma in quanto già occupata dai
Tedeschi”.
“Il giorno 15 dello stesso mese mi presentai al Maresciallo dei Carabinieri di Sarnano per la
registrazione della licenza. Dopo alcuni giorni il Maresciallo mi fece chiamare per dirmi che
dovevo rientrare a Pesaro perché tutte le licenze erano state annullate. Sapendo quale era la
situazione generale ed avendo visto che il disordine dilagava ormai in tutte le caserme, dissi
al Maresciallo che non intendevo assolutamente ripresentarmi. Il 22 ottobre, dovendo
documentare la morte di un anziano, avvenuta accidentalmente in montagna, il Maresciallo
accompagnato da un Appuntato, saliva a Piobbico anche con la ferma intenzione di fare
ottemperare al sottoscritto l’ordine per il rientro al Corpo. Naturalmente non mi feci trovare.
D’accordo con il Pettorossi decidemmo, sul momento, di sorprendere i due Carabinieri per
prendere le loro armi. Avevamo due pistole della prima guerra mondiale, una delle quali
scarica e l’altra con tre colpi. Con il viso coperto affrontammo i due militi facendo intendere
che eravamo fedeli seguaci del Re. I Carabinieri non ebbero il tempo di opporre alcuna
resistenza, tanto fu rapida la nostra azione nel disarmarli”.
“La sera dello stesso giorno riportai le armi in caserma facendomi riconoscere, precisando
che facevamo parte di un numeroso gruppo di patrioti (ancora non eravamo chiamati
partigiani) dislocati negli anfratti dei Sibillini. Il Maresciallo mi offrì di tenere le armi per le
nostre esigenze. Rifiutai affermando, conscio di mentire, che avevamo armi in abbondanza e
molto più efficienti di quelle che ci venivano offerte. Il Maresciallo il giorno seguente andò
via da Sarnano perché trasferito in altra sede, lasciando per il sottoscritto una formale
denuncia. Iniziò a circolare la voce che nelle nostre montagne agivano migliaia di patrioti.

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I partigiani di Piobbico

In realtà il sottoscritto e l’amico Pettorossi eravamo la prima cellula costitutiva del futuro
Gruppo 1° Maggio”.

II

“Arrivarono subito altri sbandati del nostro esercito ed alcuni slavi che erano fuggiti dal
campo di prigionia di Colfiorito”, continua a raccontare Edo Mariotti. Altri giovani di
Piobbico e delle vicine frazioni, renitenti alla leva, andarono ad infoltire il gruppo. Forte
della sua intraprendenza caratteriale ed essendo stato il primo ad agire, Edo si trovò a dover
coordinare e a disporre del necessario per la sopravvivenza embrionale del gruppo.
“Fissammo la nostra sede in alcuni locali di casa Papi, al centro della frazione, e
raggiungemmo presto le quindici unità”, precisa. “Arrivò anche un ufficiale dell’esercito, il
Sottotenente Decio Filipponi di Roma che, per le sue spiccate doti umane e qualità
professionali, fu nominato all’unanimità comandante del gruppo”. Il gruppo era pronto ad
agire ma mancavano armi e munizioni. “La prima azione corale fu quella di disarmare la
caserma dei Carabinieri di Piastra. Abbiamo agito nottetempo, armati con qualche fucile da
caccia ed impiegando cartucce caricate con capocchie di chiodi. Siamo arrivati a Fiastra
verso la mezzanotte e dopo aver circondato la caserma senza sparare un colpo, abbiamo
intimato ai Carabinieri presenti di consegnarci moschetti e pistole, con relative munizioni”.
Faccio presente a Edo che da una “cronistoria” delle azioni più importanti del suo gruppo
risulta che il 13 dicembre ’43 è stata eseguita in Sarnano la soppressione di un ufficiale
dell’esercito svolgente propaganda fascista. “Assolutamente falso”, afferma indignato. “Non
c’è stata nessuna azione di gruppo in quella sciagurata circostanza, e l’ufficiale ucciso non
mi risulta che facesse propaganda fascista. Uno degli ultimi arrivati al gruppo, un pugliese
di nome Cosimo, purtroppo risultò essere un detenuto fuggito dal carcere di Ancona.
Manifestò subito, nelle proprie azioni, una condotta poco rassicurante e per questo fu
reiteratamente richiamato dal comandante Filipponi e dal sottoscritto a tenere un
comportamento più consono alla vita di gruppo. Quel giorno, andando in giro per Sarnano,
provocò invece deliberatamente un diverbio con il Tenente Pietro Birzoli, che forse stava
trascorrendo qualche giorno di licenza in famiglia. Cosimo, passeggiando per il borgo, mise
spavaldamente in mostra le proprie armi, facendo intendere di volerle usare senza troppi
complimenti. Il Tenente Birzoli, presente sulla via, richiamò giustamente alla moderazione
il partigiano perché così facendo avrebbe potuto instaurare tra la popolazione un
ingiustificabile clima di timore. Cosimo rispose al richiamo estraendo la pistola e facendo
fuoco contro l’ufficiale. Il Birzoli, anche se prontamente soccorso, si spense prima che
giungesse all’ospedale”.
Dopo quel grave episodio i rapporti tra me e Cosimo, già alterati, si fecero estremamente
tesi. Lo affrontai brutalmente minacciandolo con le armi se non avesse mutato il suo
comportamento. In verità Cosimo era diventato la mina vagante del gruppo. Agiva
d’iniziativa propria ed in maniera delinquenziale. Si faceva ancora più pericoloso perché era
spalleggiato e protetto da un altro elemento poco affidabile: lo slavo Drago. Tra l’altro i due
avevano complottato una esecuzione capitale nei miei confronti e di altre persone di
Piobbico. Il gruppo compatto decretò pertanto che i due dovessero essere fisicamente
eliminati. Per una giornata intera, se non ricordo male il 3 febbraio ’44, i miei genitori
fecero in modo che io restassi chiuso in casa per evitare che potessi affrontare il bandito.
Erano consapevoli della situazione drammatica che si era creata e sapevano quanto io fossi
determinato, in quel momento, contro Cosimo. Lo stesso giorno, con un’azione

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I partigiani di Piobbico

precedentemente concordata, gli slavi Rader e Velemir colpirono a morte,


contemporaneamente, l’uno Cosimo e l’altro Drago, a poche decine di metri dalla mia
abitazione, dove io ero rinchiuso con tutta la mia famiglia”.

I primi partigiani di Piobbico. Al centro, con il maglione bianco, il Comandante Sottotenente Decio Filipponi, decorato
di Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria.

III

Al primo febbraio 1944 risale la perdita del primo partigiano del gruppo di Piobbico,
chiamato in quel periodo “distaccamento d’assalto Garibaldi”. Su questo tragico
avvenimento la già citata “cronistoria” delle azioni più importanti del gruppo, recita
testualmente: “1 febbraio, azione contro un camion di fascisti entro il paese di Sarnano. Un
partigiano caduto: Tabarretti Antonio”.
“Non è esatto”, corregge contrariato Edo Mariotti. “E’ vero che il primo febbraio ’44 il
gruppo era sceso compatto a Sarnano per un controllo a seguito di un segnalato movimento
di truppe tedesche. Il tratto di viabilità Sarnano-Amandola era il nostro settore di azione per
attività di disturbo contro i nazisti. In realtà quel giorno non successe nulla di particolare e
ben presto tornammo tutti, o quasi, regolarmente in sede. Si attardarono, per motivi
personali, mio fratello Aldo, anch’egli del gruppo, e l’amico Antonio Tabarretti della
frazione Stinco. Nel partire da Sarnano, i due si imbatterono in una macchina civile in
transito verso Macerata. Il Tabarretti, tenendo un fucile da caccia sulle spalle, forse tentò di
fermare la vettura. Dall’interno della stessa partirono alcuni colpi. Mio fratello Aldo fu
leggermente ferito ad un braccio, il Tabarretti invece cadde colpito mortalmente. Nessun
camion di fascisti quindi, e nessuna azione di gruppo”.

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I partigiani di Piobbico

A questo punto faccio leggere integralmente ad Edo la cronistoria del gruppo di Piobbico
tratta dalla pubblicazione Tolentino e la resistenza nel maceratese 1 . Dopo averla letta e
dopo un attimo di riflessione Edo afferma: “L’attività svolta dal gruppo dei partigiani di
Piobbico non risponde esattamente a quella descritta in questa pseudo-relazione. Ritengo
inoltre che la relazione stessa non sia stata redatta da un componente del gruppo, ma da
qualcuno che, pur non avendo partecipato all’attività partigiana, abbia avuto interessi
personali o di partito ad alterare gli avvenimenti. Per questo io, quale ex partigiano
combattente, avendo partecipato con piena responsabilità, per tutto il periodo, all’attività del
gruppo, non concordo su quanto artificiosamente riportato nella cronistoria in esame”.
All’inizio della primavera del ’44 gli Alleati effettuarono un lancio di armi per il gruppo di
Piobbico sul passo della Maddalena, nei pressi di Monte Sassotetto. In totale furono lanciati
sette contenitori metallici con dentro armi, tra le quali diversi Sten, molte munizioni,
cioccolato e sigarette. Per il trasporto dei contenitori alla base furono impiegati alcuni asini
avuti in prestito dagli agricoltori locali.
Seguiamo ancora la rievocazione di Edo Mariotti. “Per alcuni giorni, tra il 15 ed il 20
febbraio 1944, mi trovai a dormire nella vicina frazione di Terro per la sorveglianza a due
militari tedeschi che avevamo fatti nostri prigionieri e che in seguito lasciammo liberi.
D’intesa con il comandante Filipponi avevamo convenuto di non lasciare i prigionieri in
balia di alcuni slavi, vista la loro eccessiva determinazione ad uccidere, anche quando la
situazione non lo richiedeva. Cosa che accadde qualche tempo dopo, quando, per mani dello
slavo Luca e di qualche suo connazionale, furono uccisi tre tedeschi, che erano
occasionalmente di passaggio a Sarnano. A seguito di questo fattaccio cominciammo a
temere per una probabile rappresaglia tedesca. Per questo istituimmo un servizio
informazioni con una staffetta dislocata in zona Macerata. Per ovvi motivi di sicurezza
avevamo anche previsto che particolari notizie non arrivassero direttamente alla sede del
gruppo ma in zone vicine. Tornai così a dormire per qualche giorno a Terro e, se non
ricordo male, nella notte del 23 marzo ’44, arrivò purtroppo, la notizia certa che da parte dei
tedeschi si stava preparando un attacco al nostro gruppo”.
”Alla luce di queste allarmanti notizie il gruppo fu frazionato in piccoli nuclei decentrati
nell’area bassa delle Marche, sotto il controllo dello slavo Jancko Klikovak. I pochi rimasti
in zona, tra i quali il sottoscritto ed il Sottotenente Decio Filipponi, andavamo a dormire
nella grotta denominata Tre Santi, in prossimità delle sorgenti del Tennacola. La sera del 28
marzo, come peraltro avevamo fatto nei giorni precedenti, Filipponi ed io ci recammo a
Sarnano, presso una famiglia proveniente da Civitanova, per avere eventuali notizie sul
paventato attacco tedesco. Avuta la conferma che non risultavano in preparazione azioni
imminenti, tornammo a Piobbico dove potemmo gustare del parmigiano che mia madre
aveva acquistato per i dipendenti boscaioli”.
Quella sera Decio, visto che non erano pervenute notizie allarmanti, espresse il desiderio di
dormire comodamente in casa Mariotti. Non immaginava certamente che quella doveva
essere l’ultima notte della sua giovane vita. L’abitazione, che era conosciuta come un punto
di riferimento continuo per il gruppo, in previsione di una quasi certa azione distruttiva, era
stata svuotata delle cose più importanti ad eccezione della camera dei miei genitori e di
quella dei fratelli più piccoli. Dopo aver recuperato due reti, ci siamo sistemati in una
camera io, Filipponi e mio fratello Ildo (1925) anche lui inseritosi nel gruppo. Verso l’una

1
Tolentino e la Resistenza nel Maceratese, Accademia Filelfica, Tolentino 1964,, Pubblicazione a cura del Comune di
Tolentino per le celebrazioni del Ventennale della Resistenza, nell'anniversario dell'eccidio di Montalto, in occasione
della consegna della Medaglia d'argento al Valor Civile alla città di Tolentino - 22 marzo 1964.

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I partigiani di Piobbico

dopo mezzanotte, alcuni colpi decisi alla porta d’ingresso, ci fecero sobbalzare dal letto.
Erano gli slavi Goiko e Wladomir provenienti da una delle basi decentrate, molto distante
da Piobbico. I due, dopo essersi rifocillati, andarono a dormire in un'aula della vicina scuola
elementare”.

I partigiani di Piobbico.

IV

Lo scrittore saggista Massimo Salvatori, nel presentare nel 1962 La resistenza


nell’anconetano e nel piceno, assai realisticamente presagiva che “Molto di quello che
avvenne nel ‘43-’44 verrà ignorato per sempre perché chi sapeva non è più, e non ha
lasciato la sua testimonianza”. Lo stesso autore, molto saggiamente, suggerisce: “Prima che
la nebbia diventi più fitta e che le memorie si dileguino, è bene mettere per iscritto i fatti”
che potranno contribuire a fare chiarezza su una pagina di storia così importante, anche se
tragica. A questo è tesa questa rievocazione fatta sull’onda dei ricordi di un diretto
protagonista dell’epoca. A ricordare i fatti, ma soprattutto a ricordare ed onorare i caduti, di
qualsiasi parte, e per qualsiasi motivo.
“La mattina del 29 marzo 1944 ero già sveglio, prima dell’alba, quando vidi dalla finestra il
bagliore di un razzo in direzione di Sarnano”, continua con i suoi ricordi Edo Mariotti. “Mi
alzai e guardai dalla finestra: la casa era circondata da militari tedeschi. Sollecitai Decio e
mio fratello ad alzarsi ed istintivamente ci avviammo di corsa in soffitta. In quel momento i
tedeschi bussarono violentemente alla porta ordinando di aprire. Mio padre, in mutande di
lana lunghe, tipiche della zona nella stagione fredda, andò ad aprire. I tedeschi gli chiesero
dove eravamo noi figli. Tentò di dire che non eravamo in casa, ma il letto caldo e lo

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I partigiani di Piobbico

scompiglio in camera testimoniavano la nostra presenza. Si udirono delle minacce verso


mio padre ed il Tenente Filipponi, molto responsabilmente, iniziò a scendere le scale. Sulla
porta ci incontrammo con i tedeschi che stavano salendo in soffitta”.
“Ci obbligarono a stare in piedi in mezzo alla cucina con un mitra puntato verso di noi,
mentre altri tedeschi perquisivano la casa. Ultimata la perquisizione concessero a mio padre
cinque minuti di tempo per portare fuori quello che voleva, poi sulla casa si riversarono
nutriti lanci di bombe a mano e l'azione distruttiva dei lanciafiamme”.
Tutta la frazione era stata nel frattempo setacciata dai tedeschi e gli uomini che erano stati
sorpresi nelle case, nelle soffitte e nelle cascine, erano stati riuniti al centro dell’abitato.
“Anche il sottoscritto, unitamente a Decio Filipponi e a mio fratello Ildo, fummo trasferiti
sul posto”, riprende a rievocare Edo Mariotti. “Durante il tragitto incontrammo altri tedeschi
accompagnati da un certo Tolmino Cicalè, che per due o tre giorni, dopo essersi spacciato
per un militare sbandato, si era infiltrato come spia nel nostro gruppo. Il Cicalè riconobbe
Decio Filipponi e disse a quelli che stavano mettendo in riga i rastrellati, di sospendere
l’operazione perché era stato trovato il comandante del gruppo. Affermò anche di non
conoscere il sottoscritto come partigiano. In verità la spia non mi aveva mai visto nel gruppo
perché proprio durante la sua breve permanenza a Piobbico io mi trovavo in località Terro,
come già detto, per la sorveglianza a due prigionieri tedeschi”.
Piobbico era stata interamente circondata dai tedeschi, ma non ci fu uno scontro armato
diretto. La rappresaglia tedesca si accanì impietosa sul comandante del gruppo e su quanti
tentarono la fuga. I due slavi, Gojkovic e Wladomir, che si trovavano a dormire nella
scuola, erano saltati da una finestra per tentare di raggiungere la montagna. Dopo poche
centinaia di metri furono abbattuti dalle raffiche di una mitragliatrice. Anche due giovani di
Piobbico, Ivo Pazzelli ed Enzo Miliucci, caddero sotto il fuoco tedesco mentre tentavano la
fuga verso il cimitero.

Lapide affissa sulla scuola elementare di Piobbico in ricordo dei partigiani caduti.

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I partigiani di Piobbico

“Altri riuscirono a sopravvivere alle raffiche perché trovarono occasionali ripari”, precisa
Edo Mariotti. “Mio fratello Vito (17 anni), fatto segno a ripetuti colpi, rimase per tutto il
tempo della rappresaglia appiattito sul terreno, in un piccolo avvallamento dietro un
cespuglio, a pochi passi dal corpo di uno slavo colpito a morte. Giuseppe Perfetti ebbe una
gamba forata da parte a parte e si salvò perché forse fu creduto morto. Intanto gli uomini
anziani venivano lasciati liberi e noi più giovani, cinque o sei, fummo obbligati ad andare
nei pressi della scuola dove iniziarono ad interrogarci. Fui il primo a dover rispondere e
dissi subito che il Filipponi non era il comandante, ma tutti avevamo rispetto di lui per la
sua cultura e per il suo modo cordiale e rispettoso che aveva nel trattare con la gente.
Affermai anche che il comandante del gruppo era lo slavo Jancko Klicovak, che si era
allontanato da Piobbico con gli altri slavi”.
“Non ricordo esattamente quello che risposero gli altri, ma di certo so che nessuno indicò il
Filipponi quale comandante. Evidentemente le notizie fornite dalla spia Cicalè e
l’atteggiamento coraggioso e responsabile di Decio furono determinanti per la sanzione del
suo destino. Ultimato l’interrogatorio ci fecero schierare davanti ad un lampione della luce
sul quale, dopo averlo colpito più volte con i pugni, impiccarono il nostro comandante
Sottotenente Decio Filipponi di Roma. L’esecuzione fu completata con un colpo di pistola
alla tempia”.
Era la mattina del 29 marzo 1944 e non il “giorno dopo” come riportato nella biografia in
appendice alla motivazione della decorazione di Medaglia d’Oro al valore militare (Le
medaglie d’oro al valore militare, volume 1942-1958, pag. 490).
“Come atto conclusivo della rappresaglia a Piobbico, i tedeschi demolirono parzialmente la
scuola elementare con lanci di bombe a mano ed esplosivo", continua a ricordare Edo.
“Lasciato il corpo di Decio appeso al palo, ci obbligarono a caricarci di tutte le cose che i
tedeschi avevano razziato nelle case di Piobbico e ci condussero nella località Romani, dove
erano in attesa i loro camion. Il ponte denominato “di Bittacci” era stato infatti demolito e
gli automezzi non potevano transitare verso Piobbico. Personalmente avevo la netta
sensazione di dover finire impiccato nella piazza di Sarnano. Ci fecero posare sugli
autocarri tutto ciò che avevamo trasportato, tra l’altro anche un maialino, e ci indicarono,
incredibilmente, che eravamo liberi di andare. Ci avviammo titubanti verso Piobbico,
convinti di sentire da un momento all’altro il crepitare delle armi. Come Dio volle i colpi
non arrivarono e ben presto arrivammo a condividere il dolore con tutti i compaesani”.
“L’amico Pettorossi, che ci aveva preceduto verso Sarnano, scortato da altri tedeschi, fu
fatto salire su di un camion e portato via. In giornata anch’egli fece liberamente ritorno a
Piobbico. L’eroico sacrificio di Decio Filipponi aveva indubbiamente salvato la mia vita e
quella di molte altre persone”.
Al giovane sacerdote don Antonio Bittarelli, della vicina Giampereto, fu affidato il pietoso
rito della benedizione delle salme dei caduti. “Dopo la rappresaglia tedesca”, continua Edo,
“ci fu un periodo in cui il gruppo, già decentrato in pianura, rimase in mano agli slavi. A
questo periodo critico sono da addebitare, purtroppo, alcuni misfatti provocati, molto
verosimilmente, da motivi di vendette personali e/o da accuse non sempre rispondenti alla
verità. Caddero così proditoriamente freddati da mani ignote, quasi certamente slave: il
cantoniere Domenico Piermattei, Francesco Sargolini, Leonello Galoni di Terro, padre
Sigismondo a San Liberato e Giuseppe Forti a Piobbico. La presenza di un consistente

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I partigiani di Piobbico

numero di slavi allo sbando creava indubbiamente situazioni a volte imprevedibili ed


incontrollabili”.
Successivamente il gruppo cominciò piano piano a ricostituirsi anche con l’arrivo di forze
nuove, provenienti da elementi sfollati dalle città e dai gruppi di zone limitrofe. Lasciammo
la sede di Piobbico per trasferirci nella frazione Cese, ritenuta strategicamente più sicura,
assumendo la nuova denominazione di Gruppo 1° Maggio”.

VI

Il riordinato Gruppo 1° Maggio era pronto ad agire agli ordini del nuovo comandante
Jancko Klicovak. “Verso la metà di maggio, attraverso Radio Londra, che indicava anche la
sigla del nostro gruppo”, racconta Edo, “arrivò l’ordine di procedere alla demolizione dei
ponti e di creare più ostruzioni possibili nel settore di competenza, in vista della ormai certa
ritirata tedesca”. I tedeschi, abbandonata la linea difensiva Gustav, dopo la caduta di
Montecassino, intendevano infatti effettuare un graduale ripiegamento verso la famosa
“linea Gotica”. Uno dei sicuri rischieramenti intermedi doveva essere la “linea Frieda”,
lungo il corso del fiume Chienti, da raggiungere con una probabile direttrice di marcia a
cavallo della statale 78 (Ascoli-Macerata).
“Un mattino, appena giorno, sono partito da solo dalle Cese per andare a verificare se il
ponte di Servigliano fosse sorvegliato”, rievoca Edo Mariotti. “Vicino alla rotabile che da
Amandola porta a Servigliano fui sorpreso dal rumore di un autocarro. Mi precipitai sotto
un piccolo ponticello di scarico, dove rimasi nascosto per più di due ore. Nei dintorni, giunti
con il camion, i tedeschi effettuavano un rastrellamento alla ricerca di alcuni prigionieri che
qualche giorno prima avevamo fatto uscire dal campo di concentramento di Servigliano.
Avevo pronta una bomba a mano da fare esplodere sul posto, qualora i tedeschi mi avessero
scovato. Per mia fortuna non fui scoperto ed appena mi fu possibile mi recai a vedere il
ponte che non risultava vigilato. Dopo aver cenato nei pressi di un mulino, sotto Monte San
Martino, unitamente ad altri sei partigiani, che nel frattempo erano giunti con il materiale
necessario per il brillamento, raggiungemmo il ponte di Servigliano minandolo a dovere.
Alle ore ventitré arrivò l’ordine di brillamento che fu eseguito immediatamente. Dopo la
riuscita azione del ponte ripiegammo a piedi verso la nostra sede in montagna”.
A Sarnano, dopo la rappresaglia del 29 marzo, erano arrivati a presidiare la piazza nuovi
reparti fascisti. In precedenza si era consumato anche l’eccidio della vicina Montalto con la
fucilazione di oltre 30 partigiani. Per vendicare questo eccidio e per creare maggiori
complicazioni possibili alla ritirata tedesca, arrivarono ordini superiori al “1° Maggio” per
approntare un attacco a questi reparti. Per questo furono dislocati nei dintorni del paese
alcuni osservatori che dovevano accertare i movimenti e le abitudini dei reparti presi come
obiettivi per il 31 maggio.
“Il giorno precedente all’attacco, nei pressi della frazione Campanotico, fu catturato un
giovane fascista che si era spinto, da solo, fuori dal centro abitato. Il giovane, portato alle
Cese, fu interrogato sulle forze dislocate a Sarnano e sui loro movimenti giornalieri. Dopo
l’interrogatorio il comandante Klicovak decise di lasciare il giovane alle Cese, guardato a
vista fino all’ormai prossimo arrivo degli alleati ai quali sarebbe stato poi consegnato. Alle
ore tre del 31 maggio il gruppo mosse verso Sarnano per attuare all’alba l’azione contro i
fascisti. Gli addetti alla sorveglianza del prigioniero fascista, spinti forse dal trambusto ed

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eccitati per l’apprensione del momento, seguirono il gruppo portando il giovane verso il
cimitero di Giampereto, ed arbitrariamente lo eliminarono”.
“Per l’occasione il nostro gruppo era stato rinforzato da alcuni elementi del Gruppo
‘Nicolò’, che aveva sede nella zona di Monastero e da altri provenienti da Gualdo. Le forze
furono ripartite in tre aliquote. Una al comando di Janko, responsabile dell’intera azione, si
schierava ai margini del campo sportivo. Un’altra, al comando del Tenente Dusan (slavo),
era disposta nei pressi del poligono di tiro a segno. La terza, con il sottoscritto, nell’area
della Villa della Marchesa. L’obiettivo prefissato era quello di fare una sventagliata di fuoco
su un plotone di fascisti che abitualmente si recava ogni mattino sul campo sportivo e su un
altro plotone che si portava in addestramento al tiro a segno”.
“Quella mattina, per motivi a noi sconosciuti, il plotone del campo sportivo
sorprendentemente non andò in addestramento. Si sentirono sparare i primi colpi presso il
tiro a segno e fu l'inizio di una vera e propria battaglia. I fascisti che sarebbero dovuti
scendere al campo sportivo, allarmati dalle raffiche che riecheggiavano dalla zona del tiro a
segno, si asserragliarono in casa Brandi, loro alloggiamento. Da qui rispondevano ai nostri
ripetuti attacchi. Quella che doveva essere una fulminea azione punitiva, si trasformò in un
cruento scontro a fuoco che durò per circa tre ore. Caddero sul campo due partigiani slavi,
uno dei quali il Tenente Dusan, ed un numero mai precisato di fascisti. Ufficialmente si
disse otto militi, ma personalmente sono del parere che ne caddero in numero maggiore. Fu
comunque una tragica esperienza per tutti”.
“Dopo questo evento bellico arrivarono a Sarnano alcuni rinforzi di fascisti e di tedeschi. Il
nostro gruppo si era però rapidamente rischierato nella sua sede strategica e non ci furono
ulteriori scontri. Ormai si aspettava solo l’arrivo degli Alleati. I tedeschi cominciarono a
ritirarsi verso il nord Italia e noi, tenendoci in disparte, potevamo controllare e seguire il
loro ripiegamento a cavallo della statale n. 78”.

VII

Le truppe fasciste lasciarono la piazza di Sarnano nei primi giorni di giugno, quindi poco
dopo l’attacco subìto dal Gruppo 1° Maggio ed ancor prima che iniziasse il passaggio della
ritirata tedesca. “Per tutto il territorio di nostra competenza non ci furono scontri armati
durante il ripiegamento tedesco”, precisa Edo Mariotti. “Contrariamente a quanto scritto da
più parti, nella zona di Sarnano, in verità non si è verificato nessun ‘aggancio’ tra alleati
inseguitori e tedeschi in ritirata”. I tedeschi con la loro colonna di cose ed animali razziati
nei vari poderi marchigiani, raggiunsero il fiume Chienti ed attuarono un rischieramento
sulla sponda sinistra, materializzando con il fiume stesso la loro nuova linea difensiva
Frieda. Il Gruppo 1° Maggio, seguendo con circospezione, si attestò a sud del fiume nella
zona tra Caldarola ed Urbisaglia, dove agivano anche altri gruppi partigiani. Si creò così una
situazione di staticità, con qualche scaramuccia. Era per altro impensabile intraprendere
un’azione di forza da parte dei partigiani fino a che non fossero arrivate le forze alleate, che
erano date in avvicinamento dall’Abruzzo.
“In questo clima di attesa e di calma apparente”, riprende a rievocare Edo, “avevo
considerato esaurito il mio contributo per la già avvenuta liberazione di Sarnano e mi
congedai dal comandante Janko. Anche gli altri partigiani locali si erano fermati. Gli Alleati
però tardavano inspiegabilmente ad arrivare ed un nostro giovane partigiano anconetano,
sfollato con la sua famiglia nella frazione di Coldipastine, rimase gravemente ferito. Andai a

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trovarlo all’ospedale di Sarnano, dove era stato ricoverato e mi disse: “Edo, la morte mi è
arrivata fino alle ginocchia e farà presto ad arrivare al cuore” (ciò accadde qualche giorno
dopo). Uscii dall’ospedale addolorato ma con tanta rabbia in corpo. Inforcai una
motocicletta che avevamo preso in precedenza alla polizia stradale e mi diressi verso Ascoli
Piceno sperando di incontrare quanto prima le truppe amiche. Tutta la zona dell’ascolano
era ormai libera da ogni presenza tedesca. Trovai i primi militari Alleati vicino Teramo:
erano, sorprendentemente, i paracadutisti italiani della Divisione Nembo”.
Dopo le pregevoli e determinanti prestazioni del Primo Raggruppamento Motorizzato
Italiano, impiegato per la conquista del Monte Lungo e del Monte Marrone, nella zona di
Cassino, il nostro rinascente Esercito aveva infatti costituito un Corpo Italiano di
Liberazione (CIL). Il CIL era stato destinato ad operare sulla fascia adriatica, affiancando un
Corpo d’Armata polacco, per l’inseguimento delle truppe tedesche in ritirata. Unità di punta
del CIL era proprio la Divisione Paracadutisti “Nembo”.
“Mi presentai ad alcuni di loro come partigiano”, riprende a raccontare Edo, “e feci presente
che i tedeschi avevano ormai raggiunto il fiume Chienti e che tutta la fascia a cavallo della
statale n.78, da Ascoli al Chienti, era libera. Successivamente riuscii a parlare direttamente
con un generale, ma non sapevo chi fosse. Dopo essersi convinto che quanto andavo
dicendo era la verità, ed appreso che ero buon conoscitore della zona, l’alto Ufficiale salì
sulla mia moto per andare a verificare di persona la reale situazione”.
“Superammo Ascoli, Comunanza, Amandola e Sarnano, senza incontrare alcun ostacolo. Ci
seguivano alcune camionette che furono orientate nell’area fra Caldarola ed Urbisaglia.
Arrivammo in fretta, con la moto, in prossimità del fiume Chienti. Ricordo perfettamente
che il Generale volle accertarsi se la zona vicino al ponte di Sforzacosta fosse minata”.

Il Partigiano Edo Mariotti con alcuni Ufficiali della “Nembo” a Sarnano (MC) – Giugno 1944.

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“Avanzammo per pochi metri poi mi fece tornare indietro molto cautamente, perché aveva
individuato la presenza di alcune mine. Chiesi allora se fosse un ufficiale esperto di mine e
mi rispose:
- Sono il Generale Morigi, comandante della Divisione Nembo”.

“Ci allontanammo dalla zona per tornare verso l’Abbadia di Fiastra. Arrivarono due raffiche
di fuoco tedesco ma non ci colpirono. Presso l’Abbadia trovai un posto di rifornimento per
la moto, forse polacco, già in zona da qualche giorno. Il Generale Morigi rimase con le
punte avanzate della Nembo ed io, dopo aver fatto il pieno di benzina, feci ritorno a
Sarnano. Arrivai in tempo per assistere all’arrivo del grosso della Divisione che ovviamente
avanzava armonicamente più adagio con i propri reparti. Ebbi l’onore ed il piacere di
accompagnare alcuni ufficiali della Nembo al Comune per sancirne la liberazione
dall’occupazione nazista. L’episodio è documentato da una foto conservata nella biblioteca
comunale. Fu questa la mia ultima azione di partigiano combattente nell’ambito del Gruppo
1° Maggio di Piobbico”.
“Se non ricordo male doveva essere il 21 giugno 1944”.

VIII

Oltre alle azioni di maggiore rilievo, delle quali si è trattato nei capitoli precedenti, il
Gruppo 1° Maggio di Piobbico provvedeva, come d’altronde facevano gli altri gruppi dei
paesi vicini, all’efficienza, alla propaganda ed alla sopravvivenza del gruppo, a curare i
buoni rapporti con la popolazione locale e, soprattutto, a creare condizioni di disagio e di
difficoltà per le forze nazifasciste. Non è ovviamente possibile per motivi di spazio, poter
entrare nei dettagli per ogni singola azione. C’è però un episodio del quale si è molto parlato
in paese, e chiedo pertanto delucidazioni a Edo Mariotti.
Mi riferisco al trattenimento a Piobbico di alcuni personaggi dell’ex partito fascista
sarnanese, da parte dei partigiani. “Allo scopo di propagandare il più possibile la capacità
organizzativa ed operativa del nostro gruppo”, rievoca, “fu approntata una vera e propria
azione sceneggiata, da svolgersi nei locali della scuola elementare. Per questo avevamo
prelevato e condotto a Piobbico, quali inconsapevoli spettatori e testimoni, il veterinario
Pieralisi, il dottore Francalancia, l’ex segretario Bonelli ed altri dei quali non ricordo i
nomi”.
“Mentre si procedeva ad un formale interrogatorio do questi personaggi, essi dovevano
assistere, a una sceneggiata organizzata a loro insaputa, che simulava il rientro di alcune
pattuglie, opportunamente intervallate, bene armate di mitragliatrice, moschetti ed altro, e
molto spigliate nel relazionare l’esito delle loro uscite simulate. I testimoni, sotto
interrogatorio, non potevano ovviamente notare che l’armamento delle varie pattuglie era
sempre lo stesso. Fatte uscire, con meticolosa scaltrezza da una finestra, le armi venivano
infatti riconsegnate ogni volta a partigiani diversi”.
“Non ricordo se e come sia intervenuto il commissario politico della zona, Zeno Rocchi”,
precisa Edo, “ma di una cosa sono certo: nessuno del gruppo aveva mai pensato di
procedere alla eliminazione di quelle personalità fasciste. Doveva essere, come è stata, una
semplice azione dimostrativa per propagandare la consistenza e l’efficienza del gruppo”.
Analizzando la molteplice letteratura che è fiorita intorno alle attività partigiane, ci si
accorge che molte volte emergono, per una stessa operazione, delle diversità eclatanti. Si

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riscontrano scambi di personaggi, contraddizioni riguardo al numero e alla identificazione


delle vittime, discordanze sulle date, diversa attribuzione del significato politico. Purtroppo
non è sempre facile sapere con precisione quello che avvenne durante la Resistenza.
A questo proposito faccio notare ad Edo che il gruppo di Piobbico è stato dichiarato, da più
parti, a carattere nettamente comunista. “Non condivido assolutamente tale giudizio”,
precisa. “È vero che a Sarnano era presente come commissario politico il comunista Zeno
Rocchi, ma è anche vero che il sottoscritto e molti altri componenti del gruppo, soprattutto
tra i locali, non eravamo certamente orientati verso questa fede politica. Sono altresì
convinto che neanche il nostro primo comandante, Decio Filipponi, avrebbe accettato tale
attribuzione”. “Al Gruppo 1° Maggio sono state ascritte azioni non fatte mentre ne sono
state invece sminuite altre di notevole valenza patriottica”, continua Edo Mariotti.
“Contrariamente a quanto si è detto e scritto ritengo pertanto doveroso fare alcune
precisazioni:
- durante la rappresaglia tedesca né a Piobbico né a Sarnano ci fu scontro armato fra
tedeschi e partigiani;
- nessun camion di militari tedeschi ha mai raggiunto Piobbico, essendo stata
precauzionalmente interrotta la strada con la demolizione del ponte denominato “di
Bittacci”;
- la morte del Sottotenente Decio Filipponi risale al 29 marzo 1944 per impiccagione ed il
suo corpo appeso al capestro non fu “crivellato da colpi di mitra” ma da un colpo di
pistola alla tempia;
- il Gruppo 1° Maggio di Piobbico non è mai stato alle dipendenze del Gruppo “Nicolò”;
- il rinforzo offerto al 1° Maggio dagli altri gruppi, in occasione dell’attacco al presidio
fascista di Sarnano del 31 maggio 1944, non è stato così consistente come annotato in
più parti ;
- non mi risulta che i cadaveri dei due partigiani caduti nell’attacco del 31 maggio siano
stati sfigurati dai militi fascisti;
- nessun partigiano del Gruppo 1° Maggio di Piobbico è stato mai interessato, né ha tanto
meno partecipato alla più volte pubblicizzata “partita di pallone” di Sarnano contro i
tedeschi”.
A conclusione della sua rievocazione storica Edo Mariotti puntualizza che nel giugno del
1944, malgrado i reiterati inviti del commissario politico Zeno Rocchi, rifiutò di iscriversi a
qualsiasi partito politico. Egli ritiene che proprio per questo motivo, a fine attività del
gruppo, non fu incluso nell’elenco dei partigiani di Sarnano.
“Solo dopo aver fatto apposito ricorso all’ANPI di Ancona ed al Ministero degli Interni”,
conferma, “mi è stata concessa la qualifica di partigiano combattente, equiparata al grado di
Capitano, con dichiarazione integrativa della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 3402
in data 13 giugno 1959”.

Fine

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Edo Mariotti. Nato a Sarnano (MC) il 16 marzo 1921, primo di dodici figli maschi. Subito
dopo l’attività partigiana si è trasferito a Roma.
Per motivi di lavoro è stato per un lungo periodo di tempo anche in Africa (Costa
D’Avorio). Ha sempre lavorato nel campo dei legnami divenendone un eccellente
conoscitore e un esperto organizzatore per gli impianti di lavorazione. Sposato con Flora
Bruschi, ha avuto quattro figli: Pacifico, Maria Luisa, Roberta e Marina. Ritiratosi dal
lavoro alterna il proprio domicilio tra Roma e la frazione Cese di Sarnano.

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