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IL DOPPIO Intro musicale [Sottofondo: Y.

Malmsteen, Seventh Sign]


Questa puntata ho voluto dedicarla al tema del doppio, percorrendo varie

sfaccettature. E un argomento, in realt, molto interessante, di vastissima applicazione in tutte le forme artistiche e culturali, secondo punti di vista diversi. Per questoccasione ho voluto dare una prima panoramica generale dei vari aspetti possibili secondo i quali si pu analizzare tale tematica, riservandomi di dedicare altre trasmissione ad approfondirne alcuni aspetti peculiari. Inizierei con due estratti dal romanzo breve, non dei pi conosciuti, del grande Dostoevskij, Il sosia. Qui il protagonista incontra per le strade della citt russa un individuo che non solo identico a lui, ma proprio lui stesso, in un crescendo di delirio e follia che lasciano al lettore il dubbio se questo sosia, alla fine, sia un uomo reale o un prodotto della mente del personaggio principale.

Primo stacco F. Dostoevskij, Il sosia, ed Garzanti (cap. V, pp. 51-54)


Goljadkin aveva appena finito di pensare e di mormorare questo, che vide venirgli incontro un passante che probabilmente si era, come lui, attardato per qualche motivo. Il fatto sembrava banale, casuale; ma, non si sa perch, Goljadkin si turb e direi quasi si spavent e sent un certo smarrimento. Non che temesse l'incontro con qualche malintenzionato, ma cos... forse... "E chi lo conosce, questo

ritardatario..." pass per la testa a Goljadkin. "Forse fa parte anche lui di tutto il resto, forse qui la cosa pi importante e non viene qui per caso, ma con qualche scopo
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mi attraversa e mi d uno spintone." Forse, per, Goljadkin non pens esattamente a questo, ma certo che sent subito qualcosa di simile e di molto sgradevole. D'altronde, non gli rest pi tempo n di sentire n di pensare: il passante si trovava gi a pochi passi da lui. Goljadkin, secondo la sua abitudine di sempre, si affrett ad assumere un'aria del tutto particolare, un'aria che dava chiaramente a vedere che lui, Goljadkin, se ne stava per conto suo, che non faceva niente, che la strada era abbastanza larga per tutti e che lui, Goljadkin, da parte sua, non toccava nessuno. All'improvviso si ferm, come inchiodato a terra, come colpito dal fulmine, poi velocemente si gir verso l'individuo che lo aveva appena sorpassato, come se qualcosa lo avesse tirato per le spalle, come se il vento gli avesse fatto fare un giro a mo' di banderuola. Il passante andava rapidamente

scomparendo nella bufera di neve. Anche lui camminava di fretta e anche lui, come Goljadkin, era imbaccuccato dalla testa ai piedi, e anche lui tirava dritto sgambettando sul marciapiede lungo la Fontanka a passetti rapidi e fitti, quasi al piccolo trotto. "Chi costui, chi ?" mormor Goljadkin, sorridendo incredulo, e nello stesso tempo sussultando in tutto il corpo. Un brivido gelato gli era corso per la schiena. Intanto il passante era scomparso del tutto e non si sentiva nemmeno pi il rumore dei passi; ma Goljadkin continuava a restare fermo e a guardare nel punto in cui quello era sparito. Finalmente, a poco a poco, si riprese. "Ma che diavolo mi succede?" pens con stizza. "Che io sia veramente impazzito o che altro?" poi si gir e riprese la sua strada, accelerando e intensificando sempre pi l'andatura e facendo il possibile per non pensare a niente. E per questo chiuse persino gli occhi. All'improvviso, tra l'ululare del vento e l'imperversare del tempaccio, arriv di nuovo al suo orecchio il rumore di passi di qualcuno che camminava molto vicino a lui. Sussult e apr gli occhi. Davanti a lui, a una ventina di metri di distanza, nereggiava di nuovo un certo omino che gli si stava avvicinando L'omino aveva fretta, accelerava il ritmo, correva, quasi: la distanza diminuiva

rapidamente. Goljadkin poteva gi vedere benissimo il suo nuovo compagno ritardatario; lo guard e gli sfugg un grido di stupore e di paura: sent che le
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gambe gli si piegavano. Era quello stesso passante da lui gi notato, che dieci minuti prima lo aveva sorpassato e che ora, inaspettatamente, gli appariva di nuovo davanti. Ma non soltanto questo miracolo aveva colpito Goljadkin; e Goljadkin ne fu colpito tanto che si ferm, gli scapp un grido, gli volle url dire qualcosa e si lanci perfino qualcosa, volendo,

all'inseguimento dello sconosciuto,

probabilmente, fermarlo al pi presto. E in realt lo sconosciuto si ferm a circa una decina di passi da Goljadkin, in maniera che la luce del lampione l vicino illuminava perfettamente tutta la sua persona: si ferm, si gir verso Goliadkin e, con aria impaziente e preoccupata, aspett che parlasse. "Scusate, ma forse mi sono sbagliato" disse il nostro eroe con voce tremante. Lo sconosciuto, senza dire una parola, con un gesto pieno di stizza, gli gir le spalle e prosegu rapidamente per la sua strada, quasi avesse fretta di riguadagnare i due secondi persi con Goljadkin. Per quanto riguardava Goljadkin, sent un tremito guizzargli nelle vene, le ginocchia gli si piegarono sotto, perdettero ogni forza, e con un gemito si lasci cadere su un paracarro. Del resto, c'era davvero motivo di rimanere cos sconcertato. Il fatto che quello sconosciuto ora non gli sembrava pi tale. Ma questo non sarebbe stato ancora niente. Il fatto che ora aveva riconosciuto, aveva quasi completamente riconosciuto quell'uomo. L'aveva visto spesso, quell'uomo, l'aveva visto tempo prima e anche molto di recente; ma dove? ieri forse? Del resto, ci che pi contava non era il fatto che Goljadkin l'avesse visto spesso (in quell'uomo, d'altronde, non c'era quasi niente di particolare); decisamente niente di particolare aveva quell'uomo per suscitare attenzione al primo sguardo. Era cos, un uomo come tutti, perbene, si capisce, come tutte le persone perbene, e forse aveva anche alcuni meriti e anche abbastanza notevoli: in una parola, era un uomo che se ne stava per conto suo. Goljadkin non sentiva n odio n ostilit e nemmeno vedeva minimamente di mal'occhio quell'uomo; al contrario, anzi, si direbbe; ma intanto (e proprio in questo il punto), intanto per nessun tesoro al mondo avrebbe voluto incontrarsi con lui e tanto meno incontrarsi cos, come era successo adesso. Diremo di pi: Goljadkin riconosceva perfettamente quell'uomo;
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sapeva perfino il suo nome e il suo cognome; ma intanto proprio per niente, e, di nuovo, nemmeno per tutto l'oro del mondo avrebbe voluto pronunciare il suo nome, ammettere di sapere, ecco, che si chiamava cos e cos, e che cos era il suo patronimico e cos il suo cognome.

Black Sabbath, Paranoid F. Dostoevskij, Il sosia, ed. Garzanti (cap. V, pp. 54-56)
Se molto o poco fosse durata la perplessit di Goljadkin e se fosse rimasto veramente a lungo seduto sul paracarro, non saprei dire, ma quello che posso dire che, ripresosi un po', si mise di colpo a correre, senza guardarsi indietro, con tutte le sue forze; gli mancava il respiro, per due volte inciamp, e fu l l per cadere e in questa circostanza rimase orfano anche l'altro stivale di Goljadkin, pure quello abbandonato dal suo copriscarpe. Alla fine Goljadkin rallent un po' la corsa per riprendere fiato, si guard frettolosamente intorno e vide che, senza nemmeno accorgersene, aveva gi percorso tutta la strada lungo la Fontanka, aveva

attraversato il ponte Amickov, superato una parte del Nevskij e si trovava ora alla curva verso la Litjnaja. E l gir Goljadkin. La sua condizione in quel momento assomigliava alla condizione dell'uomo in piedi su di un precipizio spaventoso, mentre la terra si apre sotto di lui e gi frana, gi si muove, trema per l'ultima volta, crolla, lo trascina nell'abisso, e intanto l'infelice non ha pi n la forza n la fermezza d'animo di fare un balzo indietro, di distogliere gli occhi dal baratro spalancato; l'abisso lo attrae e lui finalmente vi si slancia, affrettando da se stesso il momento della sua rovina. Goljadkin sapeva, sentiva e era matematicamente certo che qualche altro malanno gli sarebbe capitato per strada, che qualche altra contrariet gli sarebbe piombata addosso, che, per esempio, avrebbe di nuovo incontrato lo sconosciuto; ma, cosa strana, lo desiderava perfino,
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quell'incontro, lo riteneva ineluttabile e pregava soltanto che tutto ci finisse al pi presto, che la sua posizione si chiarisse in un modo qualsiasi, purch fosse presto. E intanto continuava a correre, a correre come spinto da non si sa quale forza esterna, e sentiva in tutto il suo essere non so quale impressione di debolezza e di torpore: non era capace di pensare a niente, anche se le sue idee, proprio come prugnoli, si aggrappavano a ogni cosa. Un cagnolino randagio, tutto bagnato e intirizzito, si era attaccato a Goljadkin e correva pure lui al suo fianco, di lato, frettolosamente, con le orecchie basse e la coda tra le zampe e lanciandogli di tanto in tanto occhiate timide e comprensive. Un'idea lontana e imprecisa, gi da tempo dimenticata - il ricordo di non so quale avvenimento gi da tempo accaduto - gli torn ora in mente, colpendogli la testa come un martelletto, e lo infastidiva senza staccarsi da lui. "Eh, che brutto cagnaccio!" bisbigliava Goljadkin, senza nemmeno capirsi.

Finalmente vide il suo sconosciuto alla curva della via Italjnskaja. Ora, per, lo sconosciuto non gli si dirigeva pi incontro, ma camminava nella sua stessa direzione e correva persino, sopravvanzandolo di pochi passi. Finalmente arrivarono in via delle Sei Botteghe. Goljadkin si sent mozzare il respiro. Lo sconosciuto si ferm proprio davanti all'edificio in cui si trovava l'appartamento di Goliadkin. Si sent squillare un campanello e quasi nello stesso momento lo stridere di un paletto di ferro. Il cancelletto si apr, lo sconosciuto si chin, balen e scomparve. Quasi nello stesso momento arriv anche Goljadkin e come una freccia vol sotto il portone. Senza dare retta al brontolio del portiere si precipit nel cortile dove vide immediatamente il suo interessante compagno di strada, che per un momento aveva perso. Lo sconosciuto sfrecci nell'ingresso della scala che portava all'appartamento di Goljadkin, e ecco Goljadkin lanciarsi sulle sue tracce. La scala era buia, umida, sudicia. Su tutti i ballatoi erano accumulati mucchi di ciarpame di ogni genere di propriet degli inquilini, tanto che un estraneo, che, non pratico del luogo, fosse capitato nell'oscurit in quella scala, sarebbe stato costretto a aggirarcisi per mezz'ora, sempre rischiando di rompersi le gambe e maledicendo, insieme con la scala, anche i suoi conoscenti andati ad abitare in posto cos
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scomodo. Ma il compagno di strada di Goljadkin sembrava fosse pratico del posto, sembrava uno di casa: correva disinvolto, senza inciampare, e dimostrava una perfetta conoscenza dell'ambiente. Goljadkin stava gi per raggiungerlo; anzi due o tre volte la falda del cappotto dello sconosciuto gli aveva sbattuto sul naso. Si sentiva il cuore mancare. L'uomo misterioso si ferm proprio davanti alla porta dell'appartamento di Goljadkin, buss e (circostanza, del resto, che in un

altro momento avrebbe meravigliato Goljadkin) Petruska, come se fosse rimasto l in attesa e senza neppure coricarsi, apr immediatamente la porta e segu con la candela in mano lo sconosciuto che era entrato. Il nostro eroe, fuori di s, si precipit in casa sua; trascurando di togliersi cappotto e cappello, percorse il piccolo corridoio e, come colpito dal fulmine, rimase sulla soglia della propria camera. Tutti i presentimenti di Goljadkin si erano avverati alla perfezione. Tutto quello che lui temeva e aveva previsto, si era avverato. Il respiro gli manc e la testa cominci a girargli. Lo sconosciuto era seduto davanti a lui, anch'egli in cappotto e cappello, sul suo letto, sorrideva lievemente e, strizzando gli occhi, accennava

amichevolmente col capo.

Goljadkin voleva gridare, ma non pot; voleva

protestare in un modo qualsiasi, ma non ne ebbe la forza. I capelli gli si drizzarono sulla fronte e, preso dal terrore, si abbandon privo di sensi. E ce n'era veramente motivo. Goljadkin aveva perfettamente riconosciuto il suo amico della notte. L'amico della notte non era altri che lui stesso, Goljadkin, un altro Goljadkin assolutamente identico a lui; era, in una parola, quello che si chiama il proprio sosia, sotto tutti i profili...

Pink Floyd, Brain Damage


Un altro modo di vedere se stessi, oggettivarsi quello, nellarte figurativa,

dellautoritratto. In particolare, mi vengono in mente gli intensi autoritratti di Van Gogh, il quale ne compose diversi in differenti periodi della sua vita.
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Innanzitutto, credo che lautoritratto in s abbia una potenza rivelatrice, anzi autorivelatrice, in quanto l'artista espone se stesso, la sua immagine, la sua faccia, con un volontario atto narcisistico teso a svelare la propria interiorit. E' una tentazione a cui pochi artisti si sono sottratti, a partire dal Rinascimento, tuttavia Van Gogh e la tecnica che ha utilizzato per questo genere di opere, ha messo a fuoco l'essenza pi profonda di un tema affascinante, nel caso specifico molto illuminante per la comprensione dell'artista pi tipico dell'Espressionismo e di altri movimenti a seguire, quello che, per definizione, il movimento artistico del '900 maggiormente interessato, ossia la ricerca e la rappresentazione dell'interiorit e dell'inconscio. La ricerca interiore, la libera espressione dell'animo e delle sue passioni, sono tematiche rivoluzionarie, che Van Gogh coglie con eccezionale sensibilit ed interpreta in chiave moderna, dando vita ad uno sconvolgimento globale del concetto di rappresentazione artistica, riversando nelle sue tele le complesse problematiche di una personalit anomala, sulla quale sono anche state fatte severe diagnosi che spaziano negli ambiti di varie psicopatologie. Innanzitutto, si percepisce lintento narcisistico, potremmo dire, insito nell'autoritratto, ovvero unassicurazione contro la scomparsa definitiva, uno strappo al silenzio della morte, un'aspirazione all'immortalit che l'artista cerca di raggiungere affidando la memoria di s allo spettatore, ponendolo per davanti a ci che di s vuole rivelare, tracciando un codice interpretativo che guida alla sua interiorit, lasciando parlare non solo Narciso, quindi, ma anche Psiche. Per Van Gogh l'autoritratto appare quasi come una necessit, un desiderio di dialogo che non pu intrecciare se non con se stesso, l'unico mezzo per uscire da una solitudine esistenziale senza scampo, rispecchiandosi in s per cercare da fuori le ragioni della propria sofferenza: l'autoritratto la messa in scena del suo dramma umano, il tentativo di un'autoanalisi attraverso tratteggi, forme, volumi, colori, il tentativo di giungere alla sintesi perfetta tra raffigurazione fisica e sentimento interiore, tra ci che lo spettatore vede e ci che l'artista sente.

Proprio questa intenzione determina le rivoluzionarie caratteristiche formali e


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stilistiche tipiche di tutta la pittura di Van Gogh, scardinando ogni concetto naturalistico e delegando alla sensibilit soggettiva dell'artista l'interpretazione e la rappresentazione della realt. Nei suoi autoritratti, si nota come il colore, steso a pennellate distinte in piccole aree vicine una all'altra, in una profusione di cromatismi vivaci e contrastanti, audacemente accostati, conferisce allo spazio circostante l'immagine dinamismo ed vitalit, segni di un interiore stato psichico, mentre la figura, costruita con tratti decisi e forti, con inserti di colore puro, l'immagine vibrante di energia di un animo percorso dalle passioni ed in continuo conflitto con se stesso. La tradizione dellautoritratto, influenzata da questo punto di rottura che si pu definire appunto Van Gogh, continuer su questa strada lungo il 900, mettendo sempre pi in risalto il dilaniamento tra la forma esteriore, fisica del volto, e le pulsioni consce ed inconsce, pertanto conosciute oppure facenti parte di un io adombrato alla stessa chiara coscienza dellartista interiori, di cui ad esempio Francis bacon fu maestro indiscusso.

The Smiths, Panic Ho trovato, per caso,

lincipit del romanzo Villa Mimosa di Nantas

Salvalaggio, che mi ha particolarmente colpito e cade ad hoc per il nostro tema. Cos inizia tale libro: C ' un attimo di consapevolezza il momento della verit in ogni uomo: quando scopre il suo doppio. Il doppio che dentro di noi; un alter ego d'ombra: la nascosta radice dell'anima. Accadono anche, io credo, sdoppiamenti provvisori, intermittenze della memoria: per ore, minuti, anni, la ragione si stacca dal proprio cuore per non farlo morire. Il doppio dentro di noi Riflessione di freudiana memoria. Ma anche percorsa da una sottile inquietudine. Chi lessere che vive dentro di noi, essendo noi stessi, ma anche altro? La parte oscura che si cela dietro la complessa impalcatura del nostro essere quotidiano.
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La scoperta delle pulsioni, anche le pi aberranti, che per sono insite nellanimo umano, furono mirabilmente esposte, quasi in via metaforica, da Stevenson, nel celeberrimo libro Lo strano caso del . Qui gli opposti, la pars destruens e costruens, quella buona e cattiva, quella avezza alla societ e ai suoi modi e quella che ripudia tutto ci, fanno parte del medesimo individuo, che, grazie ad un esperimento scientifico, diviene in grado di separare nettamente questi due emisferi dellanimo umano in due persone distinte. Cosa, appunto, che poi si cerc di fare con la psicanalisi, a livello mentale. Alla fine, per, per quanto ci pu esser chiaro che il nostro essere formato da una moltitudine di pulsioni differenti, di istinti, di razionalit, c sempre quel sostrato oscuro dentro di noi, adombrato dalla stessa ragione, che non lo vuole riconoscere. Perch essendo umani, ogni moto e impulso, dal pi lodevole al pi meschino, ci appartiene, per quanto celato possa essere. Quando si scatener il demone, la bestia?

Secondo stacco R.L. Stevenson, Il Dr. Jackyll e Mr. Hyde, ed. Newton (cap. X, pp. 79-80) Velvet Acid Christ The dark inside me
Gi Stevenson riconosceva che forse non sono solo due le parti che ci

costituiscono, ma molte di pi. Questa indagine affrontata da uno dei miei autori preferiti in assoluto, Luigi Pirandello, in Uno, Nessuno, Centomila. Con la sua tipica e lucidissima ironia, lo scrittore, per bocca, anzi, per testa, del protagonista, il comune e normalissimo borghese, Signor Vitangelo Moscarda, affronta uno dei suoi temi pi cari, quello dellautenticit. Quando lessi per la prima volta questo libro, ormai parecchi anni fa, mi diede molto da pensare, proprio sul fatto che noi essendo
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uno, apparentemente, in realt centomila per, per tutto gli altri, non siamo assolutamente nessuno. Mi venne allora da urlare, come Odisseo al ciclope, allorch gli chiese come si chiamasse, nessuno!. Ha un che di agghiacciante, ma il fatto che noi non siamo oggettivamente conoscibili a noi stessi, n tanto meno possono scrutare e conoscerci a fondo gli altri, che hanno sempre una visione parziale, propria e soggettiva di noi, conduce alla domanda, da porci magari davanti allo specchio (meglio in bagno la mattina, quando la vista ancora un po annebbiata e se qualcuno ci sente non ci fa rinchiudere al manicomio) Chi esser tu?. Domanda che pose pure il leggendario brucaliffo ad Alice, ricordate?, e la dolce fanciullina bionda mica diede una risposta convincente. Se non vi riusc lei nel paese delle meraviglie

Terzo stacco L. Pirandello, Uno nessuno centomila di Pirandello, ed. Newton (libro I, cap.
IV, pp. 43-45)

Queen, Im going slightly mad


Se il nostro io inconoscibile, portandoci ad essere nessuno, possiamo essere

centomila nella pura forma. Discorrevamo prima sullautoritratto in Van Gogh. Pensate ora a Warhol e il suoi ritratti, definiamoli impropriamente tali. Egli prese una foto, soprattutto di personaggi celebri del suo tempo, ne realizz una stampa e copie su copie della stessa immagine. Decuplicate allinfinito E cosa c dietro quellimmagine? Nulla. Esatto, il nessuno pirandelliano. Si capovolto il senso della raffigurazione della persona: non c indagine psicologica, ma pura forma, immagine stereotipata, svuotata di ogni senso, sentimento, volont di trasmette un messaggio. Idolo sterile e
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vuoto per la massa. E i ricconi che facevano a gara per farsi ritrarre in tal modo da Andy! E forse Warhol non era tanto lontano dalla realt, ancor pi evidente oggi con limperare della pubblicit e dei mass media: delluomo rimasto un mero involucro, bellino e patinato. Allora la clonazione appare davvero il passo successivo e logico. Non solo la figura vivr uguale in un eterno presente, la pure il corpo, svuotato dai veri sentimenti, ma come forma e organi vitali. A tal fine, legger un passaggio dal romanzo di Houellebecq, La possibilt di unisola, uscito nel 2005. Un romanzo particolare, che intreccia la vita confusionaria, disinibita e sfrenata di Daniel 1 a quella piatta regolata, priva di qualsiasi incidente, passione, cambiamento dei suoi cloni successivi, nei decenni a venire. Cos preservata la vita eterna, in una tranquilla stasi. A che prezzo, mi chiedo? E luomo pu rimanere avulso per sempre a se stesso e al proprio sentire?

Quarto stacco M. Houellebecq, La possibilit di unisola, ed. Bompiani (parte II, pp. 348349)

Limp Bizkit My generation


Dentro di noi, arrancando tra il nessuno dei centomila che ci popolano, parti

conosciute ed oscure, terrorizzati o estasiati dallipotesi di una vita eterna quieta ed artificiale, il nostro sosia, il nostro doppio ci perseguiter Fino a quando non avremo avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.

Outro musicale
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