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GENEALOGIE DELLA POTENZA COSTITUENTE

SCHMITT, NIETZSCHE, SPINOZA

Emanuele Castrucci

1. Esiste unanalogia profonda tra la posizione storico-intellettuale di Nietzsche, situata, secondo la nota diagnosi heideggeriana, al termine della storia della metafisica occidentale, e la posizione di Schmitt, la cui opera segna la fine della storia moderna della giurisprudenza europea: della grande tradizione plurisecolare dello jus publicum Europaeum. Lanalogia non superficiale: investe in entrambi i casi il campo epistemologico, fino a toccare i modi stessi di concepire lidea di razionalit. Assume a questo proposito un significato del tutto trasparente il primato, affermato in sede ermeneutica, del chi (= il soggetto interpretante in Nietzsche, il soggetto decidente in Schmitt) sul cosa (= il fatto interpretato in Nietzsche, il contenuto normativo della decisione in Schmitt). Sembra cio che la fondamentale tesi nietzscheana per cui loggetto di conoscenza non riducibile positivisticamente ad un semplice fatto (cos come daltra parte il soggetto di conoscenza non kantianamente riportabile ad unentit trascendentale) trovi un diretto riscontro nellepistemologia decisionistica schmittiana, anchessa eccedente rispetto ai canoni metodologici del razionalismo filosofico (e quindi scientifico). Altre chiare analogie strutturali tra i due autori si rilevano poi come anche una critica recente ha avuto il merito di rilevare1 riguardo al metodo genealogico inaugurato da Nietzsche, che abbandona definitivamente
1 Cfr. C. Galli, Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 123 ss., dove la. osserva esattamente che la genealogia di Schmitt decostruisce la politica moderna per ribadirne la nuda origine; mentre Schmitt non va al di l della logica originaria amico/nemico, Nietzsche vuole spingere la propria genealogia oltre le stesse logiche che decostruisce, al di l del Bene e del Male. Nonostante questa differenza, tuttavia, il rapporto tra Schmitt e Nietzsche non riducibile a quello che intercorre fra una tradizionale critica cattolica del nichilismo moderno (rappresentato come sua ultima figura da Nietzsche) e il vitalismo irrazionalistico, fra la teologia politica e lAnticristo. Senza la lezione dei grandi nichilisti di fine secolo (dei terribili semplificatori) non sono pensabili n la critica schmittiana alle logiche valorative della modernit e alla sua decadenza, n lindividuazione del Nulla come luogo sul quale insiste la decisione, n la stessa capacit schmittiana di decostruire le strutture concettuali della mediazione (p. 129). Conclusivamente, ritiene Galli in modo del tutto corretto, che Schmitt incrocia veramente Nietzsche in quanto anchegli critico del Moderno e della sua mediazione razionalistica, ma non in quanto suo discepolo (p. 160, nota 13). Il fatto cio che la decisione schmittiana si affermi lasciandosi alle spalle il soggetto trascendentale e la razionalit della storia, la fede nel progresso e nella democrazia liberale, dimostra che Schmitt non pu non incorporare nella propria cultura lattraversamento della critica nietzscheana, pur senza essere un diretto discepolo di Nietzsche (p. 130). Limpostazione del vecchio libro di P.P. Pattloch, Recht als Einheit von Ordnung und Ortung. Ein

FILOSOFIA POLITICA / a. XIII, n. 2, agosto 1999

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ogni forma ingenua di accostamento alle costruzioni della morale e persegue la ricerca storico-fattuale dei criteri di formazione (ritenuti da Nietzsche il pi delle volte inconfessabili) dei giudizi morali, non diversamente da come Schmitt, superando il divieto positivistico, fa rientrare a pieno titolo lanalisi genealogica delle origini pregiuridiche del diritto nel concetto del diritto stesso. Allanalisi genealogica nietzscheana della morale, riflessa nella grande tradizione metafisica occidentale, fa quindi riscontro lanalisi genealogica schmittiana della politicit in senso forte del diritto, riflessa nellaltrettanto grande tradizione della giurisprudenza europea2. 2. Se limpossibilit di racchiudere la potenza naturale nella illusoria razionalit della forma in Nietzsche tema centrale, di cui Deleuze ha notoriamente segnalato limpronta spinoziana3, a nostro modo di vedere nel concetto di potere costituente che si stabilisce il luogo in cui lontologia nietzscheano-spinoziana della potenza entra fruttuosamente in relazione, con esiti di grande interesse, con la teorizzazione giuridico-politica schmittiana. La nozione di potere costituente ha la funzione, potremmo dire, di dispositivo ontologico, ossia di meccanismo di fondazione di nuovi orizzonti materiali di significato (che non si riducono al campo giuridico-politico nel quale, pure, direttamente si esplicitano), e ci in piena indipendenza rispetto alla forma assunta dai poteri costituiti entro il quadro normativo dato. Il primo corollario che deriva dalla nozione di potere costituente la sua indeperibilit: la circostanza cio come si esprime Schmitt che esso non finito ed eliminato per il fatto di essere stato esercitato una volta (Dottr. cost., p. 111), ma che accanto e al di sopra della costituzione continua ad esistere la volont costituente (ivi), il che sia detto di passaggio rende del tutto inattendibili tesi relative al preteso esaurimento del potere costituente nelle moderne democrazie costituzionali, che pure un certo seguito continuano ad avere nel dibattito interno alla dottrina costituzionale italiana4.
Beitrag zum Rechtsbegriff in Carl Schmitts Nomos der Erde, Aschaffenburg, 1961, che tematizza in termini diretti il rapporto Nietzsche-Schmitt, non risulta per queste stesse ragioni condivisibile. 2 Tale nesso risulta anche dal fatto, in s rivelatore, che il nietzscheanesimo profondo di un Foucault, riferito alla problematica della (bio)politica (si pensi a titolo desempio ad alcuni passi di La volont de savoir), si colora di inconfondibili tonalit schmittiane. 3 Dal fondamentale libro del 1962 su Nietzsche et la philosophie (trad. it., Nietzsche e la filosofia, Milano, Feltrinelli, 1992), fino agli ultimi scritti in cui giunge a sostenere, con argomentazioni suggestive, larcana identit Spinoza-Nietzsche, il pensiero di Deleuze del tutto univoco su questo punto. Si tratta di un tema meritevole di ulteriore approfondimento, rispetto al quale mi limito a segnalare gli articoli contenuti nel fascicolo della rivista Philosophie, 47, 1995, dedicato monograficamente a Deleuze, nonch i penetranti scritti deleuziani di U. Fadini (cfr. i fascicoli 1994-1997 della rivista Millepiani, lintroduzione a G. Deleuze, Divenire molteplice. Saggi su Nietzsche e Foucault, Verona, ombre corte, 1996 e ora, da ultimo, il volume Deleuze plurale. Per un pensiero nomade, Bologna, Pendragon, 1999). 4 Mi riferisco al recente dibattito inaugurato da M. Dogliani, Potere costituente e revisione costituzionale (in Quaderni costituzionali, 1, 1995) e proseguito da altri costituzionalisti ita-

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Il fatto che si assiste regolarmente, allinterno della scienza giuridica, ma anche della politica pratica quando prevalgano in essa istanze normalizzatrici, a quella che potremmo chiamare la tabuizzazione dellorigine, di cui chiaro segno la singolare reticenza e cecit selettiva da parte degli interpreti maggiormente legati allo status quo nella descrizione del momento genetico della costituzione. Questo proprio l dove si tratterebbe invece di chiamare per nome le forze reali intervenienti nel gioco fondatore. (Possiamo comunque pensare che il cd. tab dellorigine dellordine non dipenda tanto, o soltanto, dal comportamento meramente opportunistico degli interpreti, bens implichi ben pi seriamente quella che su un piano epistemologico riconosciuta come limpossibilit di descrivere compiutamente allinterno di un determinato paradigma le regole che hanno presieduto alla sua formazione : per descriverle occorrerebbe infatti esser gi fuori da quel paradigma!). ci che i giuristi pi avvertiti indirettamente ammettono quando affermano che le costituzioni in realt si reggono su un tacito ma ben definito accordo5: che nessuna delle forze in esse agenti voglia pi sollevare la questione della sovranit. La questione genealogica della sovranit : dellorigine non nominabile dellordine nel linguaggio interno a quello stesso ordine , diviene cos la spia della costitutiva debolezza di ogni assetto di potere. Ogni procedura di istituzionalizzazione cio, per cos dire, minata nelle sue fondamenta dallindicibilit delle potenze che la fondano. La questione, come quegli stessi giuristi non si rifiutano di riconoscere, viene cos elusa, ma non certo risolta6. 3. Giocare inoltre, come fanno i sostenitori della tesi dellesaurimento del potere costituente, i diritti delluomo contro il potere costituente, ritenendo che la pensabilit di questultimo venga meno quando sia presa sul serio laffermazione di tali diritti, ancora una volta teologia politica, come pure teologia politica gi in s la teoria dei diritti delluomo, visti come un nuovo immutabile, la cui eternit in realt il frutto di una risacralizzazione. Siamo cio, con la dottrina liberale-universalistica dei diritti delluomo, di fronte ad una ulteriore riproposizione del dogma teologicopolitico, che fa rinverdire, trasponendola in una nuova area di applicazione di estensione questa volta davvero, e non solo figuratamente, planetaria lutopia illuminista della civitas maxima7. Ma il pensiero critico non pu
liani, come M. Luciani (Quattordici argomenti contro linvocazione del potere costituente, in Democrazia e diritto, 3-4, 1995; Lantisovrano e la crisi delle costituzioni, Rivista di diritto costituzionale, 1, 1996), ai quali replica ora in maniera a mio avviso convincente G. Palombella, Costituzione e sovranit. Il senso della democrazia costituzionale, Bari, 1997. 5 M. Fioravanti, Costituzione e popolo sovrano, Bologna, Il Mulino, 1998, pp. 9-10. 6 Ibidem. 7 Come osserva acutamente M. Onfray, i sostenitori della religione umanistica, che sono anche i difensori della mitologia dei diritti delluomo, illustrano lopzione realistica nellantica disputa con i nominalisti [...]. [Ma] la dichiarazione di principio, fossanche generosa, superba e magnifica come nei casi dellumanesimo e dei diritti delluomo non vale niente nei ri-

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esimersi dal condurre a fondo, anche in teoria politica, la propria opera di smascheramento e di demistificazione, confortato in ci per la verit dal sorgere di nuove consapevolezze nei settori pi avvertiti della societ, non pi disposti a subire passivamente il dominio ideologico planetario della teologia politica universalista, che dietro le ragioni del monismo filosofico nasconde il desiderio (inconfessabile, ma ben presente) di appiattire e omologare le costitutive differenze culturali tra le forme di vita. In questo senso deve dirsi che un ruolo strategico particolarmente deteriore rappresentato dalla convergenza, ormai registrabile ad ogni livello, tra monismo in campo filosofico (retoriche del pensiero unico in prospettiva globalista), monoteismo in campo religioso (primato del cristianesimo istituzionalizzato della Chiesa di Roma) e universalismo etico-sociale egualitarista. Ma esistono, come si diceva, delle controforze. Cos, non si pu non concordare con Gianfranco Miglio, sul fatto che venga ormai sempre pi apertamente contestata, con effetti liberatori, lantica convinzione, acriticamente accettata, per la quale essere omogenei e sacrificare la propria particolarit e diversit sullaltare di una mitica ed egualitaria unit sia un dovere superiore: un valore vincolante su tutti gli altri8. Come pure viene ormai apertamente contestato un altro dogma classico dello stesso jus publicum Europaeum, che si affianca tradizionalmente a quello dellomogeneit: mi riferisco al dogma della cd. atemporalit e quasi della eternit dellordinamento politico nella sua forma esistente, cio della forma-Stato. In virt di questo preteso dogma prosegue Miglio la minoranza che chiede di sciogliere il vincolo di fedelt (e quindi lobbligo politico) per cui stata incorporata magari da secoli in una aggregazione istituzionale pi vasta, commetterebbe un imperdonabile delitto, lacerando e uccidendo una creatura vivente (!) col reclamare il proprio diritto di secessione individuale (Rothbard). Questo quando invece ormai sufficientemente chiaro e su ci la stessa opinione pubblica finisce molto spesso per concordare come ogni coesistenza politica non possa basarsi pi su patti di fedelt giurati per la vita e per la morte, e quindi eterni ma laicamente su contratti a

guardi del mondo concreto, se il passaggio allatto impossibile. Cos, lumanesimo serve una causa contraria al principio sul quale si basa: confinata nel solo registro della petizione etica, della rivendicazione moralizzante e moralizzatrice [...], questa religione riattualizza il cristianesimo sotto forma antropologica, agendo come una cortina fumogena pratica (Politique du rebelle. Trait de rsistance et dinsoumission, Paris, 1997; tr. it. Milano, 1998, pp. 138, 132). 8 G. Miglio, Introduzione a H.D. Thoreau, Disobbedienza civile, Milano, 1993, pp. 19-20. La critica mossa da Miglio agisce in senso liberatorio e demistificante: Da quando sappiamo per quali ragioni nella teologia politica dellassolutismo barocco si radicato il principio (infondato) in virt del quale essere identici meglio di gran lunga che essere diversi, e in virt di quali meccanismi logico-politici questo principio diventato un dogma del jus publicum Europaeum, una naturale reazione ha spinto la cultura occidentale a riconoscere, per la prima volta, fra i grandi diritti naturali indisponibili quello dellautodeterminazione e auto-organizzazione democratica di tutte le convivenze e di tutti i gruppi che siano comunque pervenuti alla coscienza della propria diversit (e quindi non omologabilit) (ibidem).

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tempo determinato, condizionati e quindi destinati, ad un certo momento, ad essere rinegoziati, oppure a sciogliersi e a lasciar libere le parti9. La prospettiva di analisi realistica ribalta quindi i dogmi cari alla logica autoconservativa del potere dellomogeneit e dellatemporalit delle istituzioni, mentre la nozione unitaria di provenienza metafisica e teologica di obbligo politico revocata seriamente in dubbio dalla tesi libertaria che afferma la caducit di ogni vincolo di fronte alla volont, espressa da ognuno, di stare con chi vuole10, e quindi di fronte al diritto (pre-politico, e per questo imprescrittibile) di rivedere periodicamente le ragioni su cui si fonda la convivenza politica. 4. La nostra ipotesi come si detto prima che solo andando a ritroso, sul filo del metodo genealogico, da Schmitt, attraverso Nietzsche, fino a Spinoza risulta possibile rintracciare il contesto teorico iniziale da cui, agli inizi della modernit, ha avuto origine la logica del potere costituente, quale dispositivo ontologico dissolutore di ogni trascendenza di potere. Se infatti lautoreferenzialit il pericolo dominante tipico dei sistemi politici contemporanei, tale da produrre in essi un potenziale di autolegittimazione che prescinde sempre pi largamente dal controllo esercitato dagli individui, fino a conseguire la pi completa neutralizzazione del consenso11, la risposta a questo meccanismo involutivo non pu che comprendere una profonda rivalutazione, in sede teorica, del ruolo giocato dalla potenza naturale degli individui. in altre parole la potenza spinoziana delle volont individuali che, democraticamente organizzata come una sola mente (Spinoza, Trattato politico, III, 2), si dirige contro il potere visto come realt istituzionale complessiva, inglobante ma sclerotizzata, perch mai disposta a porre razionalmente in questione le premesse logiche del proprio esercizio. Mai come ora, nel momento in cui le ideologie universalistiche ex-socialiste si sono generalmente insediate al potere in Occidente, lappropriazione dello Stato e il rafforzamento dei poteri costituiti significa espropriazione della potenza degli individui e rigetto di ogni istanza di potere costituente. Di qui nuove linee di resistenza e nuove configurazioni del rapporto amico/nemico, lungo itinerari strategici di cui al momento impossibile prevedere lo sviluppo, ma di cui invece gi fin dora ben chiara la portata che foucaultianamente potremmo definire biopolitica: ci che in questione cio lorganizzazione della vita stessa, che diventa oggetto diretto di azione politica.
Ibidem. Le conseguenze relative alla legittimit dellesercizio del diritto di resistenza e di secessione sono intuibili. In questo stesso ordine di idee, fa ora brillantemente il punto sulla questione C. Lottieri, Sul declino dellobbligazione politica, in Biblioteca della libert, 122, 1993. 11 Sulla strada aperta da N. Luhmann, Legitimation durch Verfahren, Neuwied, 1969. Riguardo a ci si confronti ultimamente la critica proveniente dal realismo politologico pi avveduto: P.P. Portinaro, La rondine, il topo e il castoro. Apologia del realismo politico, Venezia, 1993, spec. pp. 140 ss.
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La strategia di potere, la concezione strategica di cui si fa artefice un potere definito globale, assume a questo punto una portata sempre pi pervasiva: le potenze naturali degli individui sono forze che devono essere continuativamente neutralizzate e sublimate nelle dimensioni universalistiche e trascendentali delle comunit di comunicazione. Come spiega magistralmente Deleuze, obiettivo di tale strategia quello di separare la forza attiva (la potenza individuale) dal suo oggetto: da ci su cui si esercita il suo potere, e cos spossessarla in quanto forza. Riguardo a questanalisi ancora una volta naturalmente Nietzsche la genealogia nietzscheana che interviene ad analizzare dettagliatamente come tale separazione sia possibile [...]: sempre per separazione e divisione, dal momento che le forze reattive non trionfano per il fatto di formare una forza superiore, ma perch esse attraverso una finzione separano la forza attiva da ci su cui si esercita il suo potere12. 5. La nozione teorico-politica di potere costituente rinvia dunque necessariamente ad una analitica delle forze, intendendo con questa espressione le forze sociologiche che di fatto resistono ad un proprio declassamento, ad opera della scienza giuridica, al rango di potere costituito. In questo senso il valore e lutilit del contributo di Carl Schmitt nei confronti dellazzeramento costituzionalistico della nozione di potere costituente del tutto evidente. Schmitt procede, vero, ancora allinterno della pesante ideologia dello jus publicum Europaeum, ma si potrebbe aggiungere ne dichiara il compimento dopo averne saggiato a fondo la possibilit. Qui si vede bene fino a che punto si estenda la volont di verit di un punto di vista che, pur facendosi carico del disegno di dominio tipico della dottrina classica della sovranit, non intende tuttavia ridurre la propria funzione a quella di strumento di controllo e di segmentazione (e tendenzialmente di azzeramento) del potere costituente. Carl Schmitt sembra dire che allinterno della scienza giuridica ma di una scienza giuridica ben diversamente orientata rispetto alluniversalismo normativista dominante pu esservi ancora spazio per la comprensione di fenomeni originari quale il potere costituente. In ci egli si richiama ad altri autori che, pur da giuristi, rivendicano la valenza cognitiva della scienza giuridica (e specialmente la scienza del diritto pubblico), quando questa non sia ridotta a vuota tecnologia del potere13.
12 G. Deleuze, Nietzsche e la filosofia, cit., p. 85. Cfr. su questo punto U. Fadini, Deleuze plurale, cit., pp. 103-146. 13 Cos Hauriou, con cui Schmitt nel corso della propria opera si trova spesso a concordare: Il grande male di cui soffrono gli studi di diritto pubblico da almeno tre quarti di secolo labbandono della teoria classica del potere: non si vuole cio pi ammettere che ci che crea il diritto sia il potere politico, inteso o meno questultimo come potere statale (M. Hauriou, Prcis de droit constitutionnel, Paris, 1923, p. 285). Cfr. ora su questo punto O. Beaud, La puissance de lEtat, Paris, 1994, pp. 9 ss., il quale per a mio modo di vedere enfatizza troppo il suo intento di situarsi allinterno della tradizione classica del diritto pubblico europeo.

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Ma, come stato esattamente osservato riguardo ai rischi di una eventuale involuzione istituzionalistica, che la potenza, istituzionalizzandosi, non possa che negarsi, sembra una prima affermazione di rilievo, e irriducibile [...]: ben al di l delle banalit apologetiche dellistituzionalismo contemporaneo, ogni filosofia che anche eroicamente pervenga a esiti istituzionalisti va respinta, se vogliamo cogliere la potenza del principio costituente14. Listituzionalismo, in altre parole, rappresenta una sorta di svolgimento idealistico della tematica del potere costituente: uno svolgimento che, rispetto alla ottusa negazione positivistica, ha senzaltro il merito di non eliminare in partenza la questione dellorigine, ma solamente per poi trasferirla in una sorta di situazione pacificata, del cui esito non conflittuale la dialettica garante. Credo, conclusivamente, che il valore analitico del concetto schmittiano di potere costituente possa essere mantenuto15, per quanto nella consapevolezza della sua inseparabilit dal proprio contesto di formazione (che rimane la dottrina classica dello jus publicum Europaeum). Il che anzich implicare un ridimensionamento della portata conoscitiva del concetto comporta piuttosto una ulteriore valorizzazione del suo significato: non tutto ci che nasce in un contesto esaurisce il suo ambito di validit in quel contesto, ma il criterio di validit anzi spesso riconoscibile proprio nella capacit di unapplicazione extracontestuale. Lorigine teologico-politica del moderno concetto di potere costituente, da Sieys a Schmitt, non compromette quindi in alcun modo la sua produttivit in quanto strumento insostituibile di analisi scientifica. Occorre tuttavia, e questo il compito di una futura possibile antropologia politica (che dovr essere risolutamente anti-universalistica, come pure radicalmente critica delleterno platonismo cristiano), connettere la sua tematica a quella della concezione spinoziano-nietzscheana della potenza naturale, e assumere questultima in sede teorico-politica come elemento propulsivo dellidea di volont costituente16. Si tratter, ancora una volta, di una volont non pi proveniente da soggetti umanistici, ma da forze che scontata con Foucault la morte delluomo si muovono in un quadro strategico di pulsioni deleuzianamente senza soggetto, dirette al soddisfacimento di elementari desideri di felicit.

A. Negri, Il potere costituente, Milano, 1992, pp. 32-33. Su questo punto concorda autorevolmente E.-W. Bckenfrde, Die verfassunggebende Gewalt des Volkes ein Grenzbegriff des Verfassungsrechts (ora tr. it. in AA.VV., Il futuro della costituzione, a c. di G. Zagrebelsky P.P. Portinaro J. Luther, Torino, 1997), polemizzando a ragione con M. Kriele, Einfhrung in die Staatslehre, Opladen, 1981, pp. 260 ss. 16 Su questo punto rinvio per opportuni chiarimenti, che non trovano spazio in questo breve intervento al mio Il logos della potenza. Una prospettiva neospinoziana per la riformulazione del problema teologico-politico, in AA.VV., Logos dellEssere Logos della norma, a c. di L. Lombardi Vallauri, Bari, 1999.
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